venerdì 19 agosto 2011

GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA - Il Gattopardo


DOVE: Sicilia
QUANDO: 1860

Nella Sicilia assolata, nel cuore di quel 1860 che vede l'Italia - tutta, indistintamente, da Nord a Sud - attraversata dalla febbre del Risorgimento: è qui che ci trasporta Il Gattopardo, che con la delicatezza di un acquerello dipinge la rivoluzione vista attraverso lo struggente punto vi vista di chi vede il lento disfacimento della propria antica casata e del ceto nobiliare intero, sopraffatto dalla crescente forza della borghesia.
E qui, nella sfarzosa tenuta dei principi di Salina, avviluppata nel suo giardino odoroso di menta e zagare, silenziosamente assorta nella quotidiana recita del Rosario, incontriamo il principe Fabrizio - orgoglioso rappresentante di quella "casta" che malvolentieri accetta l'idea del proprio tramonto - e suo nipote Tancredi, giovane infiammato dagli ideali garibaldini che proprio tra le fila dei Mille ha scelto di schierarsi, in aperto conflitto con lo zio.
E mentre l'Italia scossa dall'impeto della rivoluzione si trasforma, sotto le rigide volte di Casa Salina si instaura una strenua - e sempre più debole - resistenza, perfino sotto il profilo culinario, quando il Principe rifiuta, nei suoi ricevimenti, di assecondare l'usanza barbara di incominciare un pasto con una "brodaglia", preferendo al nordico potage un ben più opportuno timballo di maccheroni. E tra devoti pellegrinaggi al Monastero di Santo Spirito - che accoglie la pia salma della Beata Corbera, antenata dei Salina, tra lussuosi e mondanissimi balli (occasione, negli intervalli di respiro lasciati dai "fattacci" della rivoluzione, per incontrarsi e congratularsi di esistere ancora), amori che sbocciano, i paesaggi riarsi dal sole, la nobile casata scivolta lenta e dignitosa incontro al suo tramonto, mentre il cuore della neonata Italia si avvia a pulsare di nuova vita.

UN ASSAGGIO:

"Primo (ed ultimo) di un casato che per secoli non aveva mai saputo fare neppure l'addizione delle proprie spese e la sottrazione dei propri debiti, possedeva forti e reali inclinazioni alle matemariche; aveva applicato queste all'astronomia e ne aveva tratto sufficienti riconoscimenti pubblici e gustosissime gioie private. Basti dire che in lui orgoglio e analisi matematica si erano a tal punto associati da dargli l'illusione che gli astri obbedissero ai suoi calcoli (come di fatto sembravano fare) e che i sue pianetini che aveva scoperto (Salina e Svelto li aveva chiamati, come il suo feudo e un suo bracco indimenticato) propagassero la fama della sua casa nelle sterili plaghe fra Marte e Giove e che quindi gli affreschi della villa fossero stati più una profezia che un'adulazione.
Sollecitato da una parte dall'orgoglio e dall'intellettualismo materno, dall'altra dalla sensualità e dalla faciloneria del padre, il povero Principe Fabrizio viveva in perpetuo scontento pur sotto il cipiglio zeusiano e stava a contemplare la rovina del proprio ceto e del proprio patrimonio senza avere nessuna attività ed ancora minor voglia di porvi riparo."


mercoledì 17 agosto 2011

NEIL GAIMAN - Coraline



DOVE: in una tranquilla casa americana, dalla quale però si accede ad un inquietante mondo parallelo

QUANDO: nel tempo senza tempo delle più classiche favole.

Coraline Jones è una bambina sveglia, curiosa, vivace; per molti versi mi ricorda la Scout creata dalla penna di Harper Lee. Trasferitasi in una nuova casa assieme ai suoi genitori - i quali però, spesso assorti nel loro lavoro, prestano ahimè attenzione allo schermo del pc molto più che al suo bisogno di compagnia - trascorre le sue vacanze estive in annoiate scorribande alla scoperta della nuova casa, della quale però ben presto finisce per esplorare ogni angolo. Nè le bizzarre Miss Forcible e Miss Spink, un tempo brillanti attrici di teatro, oggi tranquille vecchiette nonchè sue vicine di casa, nè il vecchio pazzo dell'ultimo piano, dedito al laborioso addestramento di un'orchestra di topini, sono sufficienti a riempire le sue giornate; inevitabile, dunque, che il suo spirito da esploratrice finisca per essere irrimediabilmente attratto da quella misteriosa porta sulla parete del salotto, sempre chiusa a chiave benchè murata.
La porta - spiega la mamma - metteva in comunicazione le due ali della casa, ma dal momento che è stata divisa in due metà e solo una è stata venduta, è stata chiusa con un muro. Tutto quadrerebbe, certo, se non fosse per quell'inquietante ombra nera che, svegliandosi di soprassalto nel cuore della notte, Coraline vede scivolare via proprio attraverso la porta; niente di meglio, per una bambina dallo spirito tanto intraprendente.
Ma quando, varcata infine la soglia, finirà per trovarsi imprigionata in un'oscuro mondo parallelo, prigioniera di un Altro Padre ed un Altra Madre che sembrano essere usciti da un incubo, pallidi riflessi di quelli veri, riuscirà davvero la coraggiosa Coraline a cavarsela, tornando infine nel suo mondo?


UN ASSAGGIO:

"Coraline prese una sedia e la spinse vicino alla porta della cucina. Ci salì sopra e si protese verso l'alto, inutilmente. Poi scese e andò a prendere una scopa nel ripostiglio. Quindi salì di nuovo sulla sedia, e protese verso l'alto il manico della scopa.
Cling.
Scese dalla sedia e raccolse le chiavi. Sorrise trionfante. Poi appoggiò la scopa alla parete e andò in salotto.
La famiglia non andava mai in quella stanza. Avevano ereditato i mobili dalla nonna di Coraline, insieme a un tavolinetto basso, una consolle, un pesante portacenere di vetro e il dipinto a olio di una fruttiera. Coraline non era mai riuscita a capire come mai ci fosse gente che avesse voglia di dipingere una fruttiera. Quanto al resto, la stanza era vuota: niente soprammobili sulla mensola del caminetto, niente statuine, nè orologi, niente che rendesse quel luogo confortevole e vissuto. La vecchia chiave nera sembrava più fredda di tutte le altre. Coraline la infilò nella toppa. Girò senza fare capricci, con soddisfacente rumore metallico.
Coraline si fermò ad ascoltare. Sapeva che stava facendo qualcosa di proibito, così tese l'orecchio per sentire se sua madre stesse tornando, ma non sentì nulla. Poi mise la mano sulla maniglia e la girò: e finalmente la porta si aprì.
Si aprì su un corridoio buio. I mattoni erano scomparsi, come se non ci fossero mai stati. Da quel corridoio veniva un agghiacciante odore di stantio: l'odore di qualcosa di molto vecchio e di molto lento.
Coraline varcò la soglia."

mercoledì 3 agosto 2011

BANANA YOSHIMOTO - Kitchen

DOVE: Giappone
QUANDO: Anni '90

Ho un debole per Banana Yoshimoto.Sarà perchè in Giappone non sono mai stata, e lei ha la capacità di catapultarti - con racconti brevi e intensi come sogni - nel bel mezzo di un appartamento di Tokyo, a sorseggiare un tè bollente osservando al di là del vetro una distesa di tetti di cemento. Sarà per lo stile estremamente "vivo", che quando chiudi la pagina hai ancora impresse sulla pelle, nelle narici, sulle papille le sensazioni tattili, olfattive e gustative che in realtà hai solo immaginato.
Tra i suoi libri, decisamente Kitchen è uno di quelli che ho amato di più: due racconti ( tre, a dire il vero, ma i primi due sono legati alla storia degli stessi personaggi) poetici ed intensi sull'amore, sulla solitudine di chi, travolto dal destino, perde una persona cara e si aggrappa a ciò che può per non affogare, sulla vita che va avanti, nonostante tutto.
Da un lato, la giovane Mikage, rimasta sola in una casa piena di ricordi dopo la morte della nonna, che ritroverà in Yuichi e nella sua stravagante "mamma" Eriko il calore di una famiglia, l'affetto di un amico e forse qualcosa di più. Dall'altro, la struggente Satsuki, che poco più che adolescente affronta la morte improvvisa dell'amato Hitoshi, fianco a fianco nel suo dolore con il fratello di questi, Hiiragi, che nello stesso incidente ha perso la fidanzata e che per amore di lei continua ad indossare la sua divisa scolastica - con tanto di gonnellino - incurante di chi lo addita ridacchiando quando compare in un caffè.
La prima, tenace e determinata, che scopre la propria strada professionale nella cucina, mentre nel privato si sforza con tutta sè stessa di venir fuori dal tunnel d'isolamento che la morte sembra averle costruito intorno; la seconda, appassionatamente devota, che fiacca il suo fisico con una estenuante seduta di jogging mattutino nella disperata speranza di lasciar scivolare via tutto quanto, assieme al sudore.
Due storie delicatamente poetiche, suggestive nella loro ambientazione così lontana dalla nostra realtà - eppure così vicina a quella che abbiamo imparato ad amare attraverso certi cartoni ^_^ - che si lasciano leggere in un sussurro, ma ti lasciano dentro tanto.


UN ASSAGGIO:

"Mi sforzavo di correre. A volte, quando mi sentivo mancare il fiato, mi veniva da pensare che correre così, stanca com'ero per la notte trascorsa, non fosse che un modo di maltrattarmi. Era un dubbio che respingevo subito nella mia mente confusa: mi dicevo che se non altro al ritorno avrei dormito. La tranquillità delle strade era così totale che faticavo a mantenere chiara la coscienza. Il rumore del fiume si faceva più vicino, e il cielo cambiava a ogni istante. Una bella giornata stava per nascere attraverso il cielo azzurro e limpido.
Arrivata al ponte, come sempre mi appoggiai alla balaustra e mi misi a guardare le strade e le case che sfumavano indistinte nell'azzurro dell'aria. Il fiume scorreva con un suono fragoroso, trascinando ogni cosa con la sua schiuma biancastra. Un vento freddo mi soffiava sul viso, asciugando il sudore. Nell'aria ancora rigida di marzo splendeva chiara la mezza luna. Il respiro di consensava in vapore bianco."

venerdì 29 luglio 2011

MARSHA MEHRAN - Caffè Babilonia


DOVE: Ballinacroagh, minuscolo villaggio sulla costa irlandese
QUANDO:Anni '80

Tre sorelle - Marjan, Bahar e Layla - fuggite dall'Iran inghiottito dalle fiamme della rivoluzione khomeinista, approdano in un piccolo villaggio dal nome a malapena pronunciabile, appollaiato intorno alle sue strade medievali sull'umida e verde costa irlandese, e rimboccandosi le maniche cercano di ricostruire le loro vite lacerate.
Cosa non facile, quando hai la mente e il cuore pieni di immagini di sangue e violenza così difficili da strappare via; eppure le tre ragazze si animano di buona volontà e aprono un ristorantino pieno di colori e profumi, in grado di portare una ventata di innovazione perfino tra le tranquille e statiche viuzze di Ballinacroagh.
Attratti come da un silenzioso incantesimo dal profumo del basmati e dell'acqua di rose e dall'irresistibile fascino dell'esotico, i loro concittadini cominciano ben presto a sciamare numerosi nel locale, mentre le tre sorelle, assaporando ogni gesto, si dedicano con cura alla preparazione dei loro piatti, lasciando che in questo modo i brutti ricordi si affievoliscano. Ma ecco che l'amore ci mette lo zampino, facendo incontrare la bella Layla con Malachy Mc Guire, figlio di quel Thomas che, a suon di sputi e imprecazioni, manifesta prepotentemente il suo status di "signorotto" locale, nonchè proprietario di un infinito numero di pub; il quale, inutile dirlo, non approva affatto la relazione tra il suo figliolo e quella "straniera" catapultata assieme alle sue sorelle e al loro strampalato bagaglio di spezie e puzze penetranti a scompigliare la tranquillità della sua cittadina.
E tra dolmeh, palpiti del cuore, dolorosi flashback e la triste realtà di chi, tra mille difficoltà, cerca di radicarsi in una terra nuova e sconosciuta, le tre sorelle sapranno - ricetta dopo ricetta - tener fede al loro sogno di crearsi una vita nuova.
(E quando dico: "ricetta dopo ricetta" non è tanto per dire; ogni capitolo è dedicato ad un piatto, con tanto di ricetta ( dalla Baklava, alla Zuppa di Lenticchie Rosse, alla Bevanda allo yoghurt dough) per poter ricreare i profumi e i sapori del libro.)


UN ASSAGGIO:

" Il Caffè Babilonia doveva aprire entro cinque ore. Cinque ore! E a Bal-li-na-croag, la nuova cittadina di cui a stento riusciva a pronunciare il nome, figurarsi scriverlo. Un intero villaggio pieno di gente che sarebbe venuta ad assaggiare i suoi piatti con sguardi interrogativi e lingue curiose. E, al contrario dei suoi precedenti incarichi in cucina, stavolta sarebbe stata lei la responsabile di tutto. Il cuore prese a batterle più forte mentre faceva rosolare la carne tritata e le cipolle sulla fiamma bassa e guizzante. La padella sfrigolò soddisfatta quando Marjan aggiunse le preziose erbe essiccate, le uniche che fosse riuscita a trovare in così poco tempo. Anche in Iran le era capitato di doverle usare, ma aveva scoperto che, se le metteva a mollo durante la notte, andavano ugualmente bene, quasi come quelle fresche. Poi unì la carne rosolata al riso e condì con succo di lime fresco, sale e pepe. A questo punto iniziò a mescolare con tutta la forza nonostante il dolore alle spalle, perchè quelle energiche rotazioni di tutto il busto erano necessarie all'armonia dei dolmeh."

giovedì 14 luglio 2011

THRITY UMRIGAR - Bombay time


DOVE: Wadia Baug, popoloso quartiere-condominio di Bombay
QUANDO: tra i giorni nostri e - in flashback - attraverso cinquant'anni di storia dell'India.

Tutto ha inizio da un matrimonio: Mehernosh Kanga e la bella Sharon, giovani "figli" dell'affollata Wadia Baug, convolano a giuste nozze sotto gli occhi orgogliosi della comunità. Eh sì, perchè quando si vive in un condominio della Bombay semplice eppure onesta, mentre tutto intorno la città pare disfarsi e marcire sotto la spinta del progresso e dei suoi devastanti effetti collaterali - la miseria di chi è costretto ad elemosinare gli avanzi, aspettando pazientemente accanto ad un cassonetto e la violenza di chi a tutto ciò tenta di ribellarsi con la forza della disperazione - è inevitabile che si diventi un po' il figlio di tutto il quartiere. Perchè quando il tempo scivola via veloce, imbiancando i capelli di chi osserva, allungando le ossa dei bambini sotto le ginocchia sbucciate, portandosi via gli affetti e le speranze, non rimane che questo: la semplice possibilità di gioire assieme a chi ha ancora, davanti a sè, tutto il tempo e le possibilità.
Qui, dal ricevimento nuziale al quale l'orgoglioso papà dello sposo - Jimmy Kanga, uomo di successo negli affari come nella vita - ha deciso di accogliere l'intera, colorata comunità di Wadia Baug, prende l'avvio una vicenda polifonica, nella quale l'intreccio della trama si dipana trasportato dalle voci degli invitati, ciascuno intento in un solitario viaggio a ritroso nella propria memoria. Lo sappiamo tutti, no, come accade? Basta un nonnulla, un gesto, un colore, un dettaglio, un profumo, e siamo risucchiati indietro nella melma dolce-amara dei nostri vischiosi ricordi... Ed ecco che, tra una portata e l'altra, tra lo scintillio delle sete e l'aroma intenso delle spezie, tra lo strombazzare dei clacson e il silenzio doloroso delle cerimonie funebri alla Torre del Silenzio, viaggiamo avanti e indietro attraverso il tempo, nella neonata India che s'è scrollata di dosso il giogo della dominazione inglese ed in quella che - ormai signora d'una certa età - si guarda alle spalle e fa' un bilancio di ciò che è diventata.
E conosciamo quest'India nel modo più schietto e veritiero, attraverso gli occhi di chi l'ha vissuta, come quelli di Rusi, un tempo giovane pieno di speranze, ora uomo di mezza età che cerca di interrogarsi sul perchè la felicità sembri scivolargli via attraverso le dita; o quelli di Tehmi, un tempo giovane e splendida sposa dell'amatissimo Cyrus, divenuta poi la solitaria vedova dall'alito che uccide; o ancora quelli di Adi, giovane scapolo con un segreto pesante come un macigno seppellito nel fondo del suo cuore. Ed ancora, la vecchia e combattiva pettegola Dosa, divenuta tale nel masticare per anni il dolore di una vita andata come non voleva che andasse. Soli Contractor ed il ricordo del suo unico, lontano, indimenticato amore di gioventù che ha finito per avvelenargli l'anima legandolo ad una solitudine perpetua.
Decine e decine di voci e di vite, accomunate dall'etnia parsi e dalle mura di Wadia Baug, che li hanno visti crescere, sperare, innamorarsi, imbiancare, soffrire, talvolta soccombere. Un delizioso affresco della Bombay più intima.

UN ASSAGGIO:

"Bombay ha aperto gli occhi. Le sveglie suonano in tutta la città. Il loro trillo scuote il sole dal sonno, lo fa scendere dal letto perchè cominci a malincuore la lenta scalata del cielo.Lungo il tragitto si lascia dietro una bava scarlatta, simile agli sputi rossastri che lasciano sui muri i masticatori di foglie di paan. Gli uomini impegnati nei loro esercizi quotidiani al Worli Sea Face notano appena lo splendore del cielo e il sole in ascesa.Grugniscono; sudano; i loro corpi muscolosi luccicano come rami scuri nella luce mattutina. Presto saranno strappati via dal petto ombroso di quell'attimo che precede l'alba e dalla sua pace anonima, elusiva. Ma ora, per un breve istante, possiedono la città, quegli uomini indistinti: un esercito di sagome sudate e ansimanti, che fanno addominali, si esercitano nella lotta, praticano esercizi yoga, respirano l'aria dolce del mattino. Per un momento breve e prezioso, gli stereo portatili non rigurgitano colonne sonore di film hindi a tutto volume; i taxi non parlano il linguaggio aspro dei clacson. C'è solo il rumore del loro respiro e dell'oceano che sospira agitandosi nel sonno. Ecco perchè quegli uomini credono di possedere la città scura, la sua aria tiepida, la sua luna vuota, le sue acque schiumanti. Adesso, però, è la città a possederli. Bombay apre gli occhi su un altro giorno."

lunedì 4 luglio 2011

MILAN KUNDERA - L'immortalità


DOVE: Parigi
QUANDO: Ventesimo secolo

E' senz'altro inusuale che uno scrittore ci conduca per mano attraverso la genesi di una sua opera, insegnandoci come, talvolta, i personaggi nascano da un nonnulla. Da un gesto, ad esempio.
Così, mentre attende pigramente al bordo di una piscina parigina il suo amico Avenarius, l'occhio dell'autore viene catturato da un semplice sorriso ed un cenno della mano, un saluto come tanti eppure straordinariamente affascinante perchè lanciato da una sessantenne certo non più piacente che però, in quel breve istante, ritrova la genuina civetteria della ventenne. Così, da un nonnulla, dalla nostalgia che quel gesto riesce a instillare nel cuore di uno scrittore, nasce Agnes, creatura bizzarra, infelice, distaccata - quasi nauseata - dal mondo che la circonda, chiassoso, appariscente, superficiale. Incapace, a detta di lei stessa, di essere solidale con l'umanità. E piena di dubbi sulla sua stessa vita, sul suo matrimonio, sul suo corpo. Dall'altra parte, sua sorella minore Laura, affascinante, molto consapevole di sè e del proprio aspetto fisico, sensuale, decisa. Una donna, per intenderci, in grado di dire alla sorella maggiore: " Chiedersi che cosa sia l'amore non ha alcun senso, cara sorella. L'amore o l'hai vissuto o non l'hai vissuto. L'amore è l'amore, non c'è nient'altro da dire. Sono le ali che mi battono in petto e mi spingono ad azioni che a te sembrano irragionevoli. Ed è proprio questo che a te non è mai successo". Tra le sue sorelle, quei brandelli di vita condivisa - la morte e la malattia dei genitori - che talvolta costringono ad avvicinarsi ed a rendersi improvvisamente conto che la vita ti porta lontano, che si può condividere lo stesso sangue ma non lo stesso spirito, che ti costringono ad aprire gli occhi sulla vita che scorre veloce come sabbia in una clessidra, lasciando in bocca il sapore amaro dei rimorsi e dei rimpianti.
Un romanzo particolare, in cui la storia della protagonista lascia spazio ad altre storie - Rimbaud, Goethe, perfino Hemingway si affacciano tra le pagine del libro, richiamati in punta di penna dall'abile giocoleria di Kundera; è lui stesso, ben lungi dal rimanere un burattinaio esterno alla vicenda, con una sorta d'incantesimo entra ed esce dalla storia, rendendo difficile la percezione di ciò che è reale e di ciò che non lo è, confondendo continuamente le acque tra la fantasia letteraria e la concreta, schietta realtà.


UN ASSAGGIO:

"Il marciapiede era così affollato che si camminava a fatica. Davanti a lei due figure di pallidi nordici con i capelli gialli si facevano largo nella calca: un uomo e una donna, che superavano di almeno due teste la moltitudine di francesi e di arabi. Ciascuno portava appeso alla schiena uno zaino rosa e sulla pancia un neonato sorretto da una specie di imbracatura. Dopo un istante scomparvero dalla sua vista: davanti a sè vedeva ora una donna vestita con larghi pantaloni che arrivavano appena sopra le ginocchia, come andava di moda quell'anno. Con quell'abbigliamento, il suo sedere sembrava ancora più grasso e più vicino a terra e i pallidi polpacci somigliavano a un'anfora campagnola ornata da un rilievo di vene varicose, di un azzurro violaceo, aggrovigliate come un gomitolo di piccoli serpenti. Agnes si disse: questa donna poteva trovare altri vestiti che avrebbero reso il suo sedere meno mostruoso e avrebbero coperto le vene azzurre. Perchè non lo fa? Ormai la gente non solo non cerca di essere più bella quando va in mezzo all'altra gente, ma non cerca neanche di non essere brutta!
Si disse: quando un giorno l'assalto della bruttezza fosse diventato del tutto insostenibile, si sarebbe comprata dal fioraio una violetta, una sola violetta, quello stelo delicato col suo minuscolo fiorellino, sarebbe uscita in strada e tenendolo davanti al viso l'avrebbe fissato spasmodicamente, per vedere solo quello..."

venerdì 3 giugno 2011

JOHN CONNOLLY - il libro delle cose perdute


DOVE: tra l'Inghilterra bombardata dai nazisti e un cupo mondo immaginario

QUANDO: anni'30

David è un bambino come tanti, se non fosse che la Vita lo ha costretto a confrontarsi con realtà difficili da gestire anche per un adulto. La mamma strappatagli da un male incurabile, tanto per cominciare, lasciando lui e il padre a colmare un vuoto incolmabile; o che, perlomeno, a David sembra tale finchè il padre non gli presenta Rose, la sua nuova compagna, annunciandogli che avrà presto un fratellino. E poi la guerra, che costringe David e la sua nuova famiglia allargata alla continua, angosciosa attesa di un attacco aereo, costringendoli a spostarsi da Londra alla vecchia, enorme casa di famiglia di Rose, sperduta in un bosco, nella quale il piccolo David resta solo con sè stesso, a covare un enorme rancore con la sola compagnia dei libri. Quegli stessi libri che, da quando sua madre se n'è andata, avevano cominciato a chiamarlo, bisbigliando dapprima il suo nome, poi sempre più forte, trascinandolo con sè quando meno se l'aspetta, quando preda di misteriosi attacchi di epilessia si risvegliava poi con il nitido ricordo di visioni, odori, sensazioni tattili sconosciute.
Fino a quando, in una notte silenziosa solcata dal ronzio degli aerei incursori, David non finirà davvero per essere risucchiato in quel mondo fantastico. Ma attenzione, qui non siamo nel Paese delle Meraviglie, qui non ci sono fumanti tazze di tè, Uova antropomorfe che camminano in bilico sui muretti e pasciuti gatti in grado di dissolversi nel nulla. Il mondo in cui viene trasportato David è un mondo cupo, violento, governato da un Re al quale il potere sta lentamente scivolando via dalle mani mentre una famelica orda di esseri metà lupo metà uomo - che sembrano partoriti dal peggiore degli incubi infantili - marcia alla volta del castello. Un regno in cui ai bambini che smarriscono la strada accadono cose brutte, molto brutte, in cui svolazzano arpie dagli artigli affilatissimi, in cui dal profondo delle foreste emergono creature primordiali affamate di sangue ed in cui, sopra ogni cosa, il malefico Uomo Storto sembra malgrado tutto governare. Riuscirà l'indifeso David ad affrontare questo mondo d'incubo, arrivando sano e salvo fino al Re, che pare essere l'unica sua speranza di salvezza? (Non tanto lui, quanto il preziosissimo Libro delle Cose Perdute, che egli possiede e che pare racchiuda la risposta ad ogni interrogativo).
Non resta che seguirlo in questa strana avventura - in cui, a onor del vero, va detto che le teste vengono mozzate, il sangue scorre a fiumi e si incontrano creature raccapriccianti, per scoprirlo.
Pur non essendo propriamente il mio genere, nel complesso un viaggio interessante attraverso l'idea stessa di Bene e Male, che sul finale finisce per essere sorprendentemente stravolta - come un cartello di carte mandato all'aria con un colpo di mano.

UN ASSAGGIO:

"Le cose andarono così. Rose era incinta. Il padre di David glielo disse mentre mangiavano patatine fritte lungo il Tamigi percorso dalle imbarcazioni e odoroso di lubrificante e di alghe. Era il novembre del 1939. Nelle strade c'erano più poliziotti rispetto a qualche mese prima, e gli uomini in uniforme erano ovunque. Sacchi di sabbia erano accatastati davanti alle finestre, e lunghi tratti di filo spinato percorrevano le strade come molle crudeli. I giardini erano punteggiati dalle gobbe dei rifugi antiaerei, e nei parchi erano state scavate trincee. Sembravano essevi manifestini bianchi affissi su ogni superficie disponibile: restrizioni all'uso dell'illuminazione, proclami del re, tutte le istruzioni di un paese in guerra.
Molti dei bambini che David conosceva avevano ormai lasciato la città, affollando le stazioni ferroviarie con piccole targhette marroni per bagagli applicate ai soprabiti, in viaggio verso fattorie e cittadine sconosciute. La loro assenza faceva sembrare la città ancora più vuota e aumentava la sensazione di aspettativa che sembrava governare le esistenze di chi era rimasto. Presto sarebbero arrivati i bombardieri, e di notte la città era immersa nel buio per rendergli più difficile il compito. Il blackout rendeva la città così buia che si potevano distinguere i crateri della luna, e il cielo traboccava di stelle."