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lunedì 7 agosto 2017

MURAKAMI HARUKI - L'incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio

DOVE: Giappone, tra Nagoya e Tokio
QUANDO: tra gli anni '90 e gli anni 2000

Tra la fredda, caotica, disumana Tokio ed il piccolo calore e la semplicità provinciale di Nagoya si srotola la vita di Tazaki Tsukuru, ingegnere progettista di stazioni, "incolore" per sua stessa ammissione, insicuro, solitario, piattamente insoddisfatto. Un lavoro che corrisponde a quanto aveva sempre sognato, una casa di proprietà, una relazione tutto sommato stabile con una ragazza brillante e piena di fascino. Eppure lui, Tazaki, conduce la sua vita in un asettico torpore, incapace di entusiasmarsi, affezionarsi, emozionarsi. Un tempo, ricorda, la sua vita era diversa. A Nagoya, in provincia, al sicuro in un compatto gruppo di amici ( oltre a lui, altri due ragazzi e due ragazze), Tazaki era felice, pieno di impegni, fiducioso verso il futuro; ma ahimè l'adolescenza, rosea o cupa che sia, ad un certo punto termina e la vita, si sa, costringe a fare delle scelte. E mentre i suoi quattro amici storici scelgono di restare in provincia, lui si trasferisce a Tokio per studiare, inseguendo il sogno d'infanzia di realizzare stazioni ferroviarie; ma nemmeno questo sembra scalfire la solidità della loro amicizia ed i cinque ogni anno all'inizio dell'estate, quando anche Tazaki rientra a casa dei genitori per le vacanze, si ritrovano come se non si fossero lasciati mai, condividendo emozioni, speranze, paure.
Finchè di punto in bianco, durante l'estate del secondo anno di università, tutto cambia; rientrato come ogni anno a Nagoya Tazaki non trova i suoi amici ad attenderlo, ma quattro porte sbarrate. Senza una spiegazione, nessuno dei quattro ha più alcuna voglia di vederlo nè sentirlo, anzi, lo sollecitano a non farsi più sentire, uscendo dalle loro vite. Senza un motivo apparente, Tazaki si ritrova solo, in preda a mille domande. Perchè? Cosa aveva fatto? In che modo poteva aver ferito i suoi amici senza accorgersene? Per sei mesi, il giovane Tazaki sprofonda in una crisi nera, durante la quale vive apaticamente sperando soltanto di morire; infine riemerge dall'abisso in cui era sprofondato anche grazie ad una nuova amicizia, rimanendo però in qualche modo segnato. Il nuovo Tazaki è in un certo senso apatico, privo di entusiasmo, pessimista, rassegnato. Quel dolore sordo continua a logorarlo profondamente, per quanto lui tenti di ignorarlo. Solitario al limite della misantropia, Tazaki torna sempre meno al paese natale, trovando nella caotica e distaccata città di Tokio un ambiente più idoneo al suo desiderio di solitudine.
Accantonate l'adolescenza e la giovinezza, l'incolore Tsukuru è diventato un uomo solitario e disilluso.
Ed è soltanto per l'insistenza di Sara, l'unica in qualche modo a riuscire a fare breccia nella sua corazza, che Tazaki si deciderà infine a riprendere in mano le redini della sua vita, scavando finalmente alle radici del suo malessere e decidendo di affrontare uno ad uno gli altri quattro, ed a fare luce là dove per anni hanno regnato le tenebre.
Una storia delicata sul dolore della  crescita, sulle lacerazioni che restano dentro e continuano a far mare a distanza di anni, sul coraggio di affrontare i propri mostri, guardando in faccia noi stessi. Sul coraggio di chi, toccato il fondo, si dà una bella spinta e comincia a risalire.
Sulla necessità di aprire gli occhi, anche quando tenerli chiusi sembrerebbe la scelta migliore.
Diventare adulti, tutto sommato, non è che questo: affrontare ciò che ci ha ferito, impedendo che accada di nuovo. Accettare i cambiamenti, nel bene e nel male. Incassare i colpi.
Un romanzo che per certi versi di discosta un po' dal Murakami più tradizionale; pur aleggiando sempre un certo velo di sovrannaturalità, qui tutto è molto concreto, reale, come reali sono ahimè le ferite che ci vengono inferte dagli altri esseri umani, nella vita di tutti i giorni.
Tanta riflessione, tanta instrospezione. Tanta crescita spirituale. Tanta vicinanza con episodi della mia vita, quei piccoli "traumi"adolescenziali che non riusciamo a metabolizzare perchè dai 18 anni in poi è come rotolare giù da un piano inclinato, e come niente riapri gli occhi e di anni ne hai 38, combatti con le zampe di gallina ed i capelli bianchi. ^_^
Un libro consigliato anche a chi trova "ostico" il Murakami troppo onirico.


UN ASSAGGIO:

"Dal suo ritorno a Tokio, per sei mesi Tsukuru visse sulla soglia della morte. Si era organizzato un piccolo spazio sul bordo di una buia voragine senza fondo, e lì conduceva la sua solitaria esistenza. Un posto pericolosissimo: sarebbe bastato che dormendo cambiasse posizione per rotolare giù, nel nulla. Ma era un rischio che a lui non faceva paura. Cadere sarebbe stato tanto più semplice!
Attorno a sè vedeva solo una landa deserta cosparsa di rocce. Non una goccia d'acqua, non un filo d'erba. Non un colore, non un raggio di luce. Non c'era il sole, lì, nè la luna, nè le stelle, nè nord, nè sud. Una penombra dalla natura sconosciuta si alternava periodicamente ad un'oscurità sconfinata. Era l'estrema frontiera che un essere dotato di coscienza poteva percorrere. Al tempo spesso, però, era un luogo ricco di nutrimento. Durante la penombra, degli uccelli con il becco affilato venivano a scavare nella sua carne, ma quando le tenebre calavano sulla terra e gli uccelli se ne andavano, qualcos'altro colmava in silenzio il vuoto che si era aperto nel suo corpo."

giovedì 12 gennaio 2017

BANANA YOSHIMOTO - A proposito di lei

DOVE: Giappone
QUANDO: oggi

Anno iniziato male, malissimo, per me. Otite, placche, punture di antibiotico con annessi e connessi (nausea, capogiri, spossatezza), il tutto con un figlio, due gatti e un cane da accudire.
Tutto sommato, però, la malattia mi ha consentito di riprendere in mano le fila del blog, questa mia povera creatura che ho abbandonato per un paio di mesi, inghiottita dal vortice del lavoro. Dunque, eccomi qui, nella mia piccola oasi di pace, per condividere le mie ultime letture. Cominciando da lei, la mia amatissima Banana Yoshimoto, già recensita in diverse occasioni. Lei è una compagna di viaggio di cui non mi stanco mai. Anche se, lo ammetto, con questo libro ho faticato un po' a ingranare. Di solito divoro in poche ore le sue creazioni, tuffandomi senza esitazione nel suo mondo sempre soffuso di malinconica poesia, riemergendone con un gran senso di calma interiore.
Come mai- mi chiedevo invece, pagina dopo pagina, mentre affrontavo "A proposito di lei" - questa volta Banana non riesce a catturarmi? Come mai tutta questa lentezza, come mai non c'è il tuo inconfondibile "timbro" di sognante poesia?
Ma eccola, l'inconfondibile penna di Banana. Eccola lì, nelle ultime pagine, quando davanti ai miei occhi delinea il colpo di scena finale, e tutto si fa improvvisamente chiaro.
Ho faticato, lo ammetto, ma alla fine non mi ha deluso. Pur non essendo in assoluto la mia opera preferita (continuo ad amare alla follia Moshi Moshi, e Kitchen sopra ogni cosa), anche qui ho ritrovato - per certi versi più che mai - la sua tenera poeticità nell'affrontare il dolore, la sua maliconia sognante, la sua capacità di lasciarti, attraverso una storia drammatica, un germe caldo di pace interiore.
Siamo nella vita di Yumiko, giovane donna proveniente da una ricca famiglia il cui passato è stato però lacerato da un orrendo, terribile delitto compiuto da sua madre. Anzi, più che lacerato, mutilato in piena regola; perchè traumatizzata dall'orrore a cui ha assistito, Yumiko conserva del passato poco più che qualche brandello sopravvissuto alle voraci amnesie di cui soffre, e che pezzo a pezzo glielo hanno divorato. Ad aiutarla a mettere ordine nei suoi ricordi, ecco riapparire da quel passato oscuro suo cugino Shoichi, figlio della gemella di sua madre, col quale un tempo erano legati da una strettissima amicizia; obbedendo all'ultimo desiderio di sua madre morente, il giovane Shoichi si è messo sulle tracce della cugina per tenderle finalmente la mano che a suo tempo non aveva avuto.
Insieme, dolorosamente, i due cominciano a ricostruire - tassello dopo tassello - la storia delle due gemelle; intensamente legate da piccole, entrambe apprendiste streghe così come lo era stata a suo tempo la loro mamma, cresciute poi su binari che hanno finito per divergere, conducendo da un lato la mamma di Yumiko alle seduzioni oscure della magia nera e dall'altro la madre di Shoichi ad impegnare tutte le sue energie per trovare un saldo equilibrio interiore.
Passo dopo passo, accompagnata dal solido Shoichi, la piccola, traballante Yumiko recupera la sua memoria, riacquistando fiducia in sè stessa e guardando finalmente in faccia la realtà delle cose. Dolorosamente, scopre chi erano veramente sua madre e sua zia, ricostruendo con fatica e con sguardo compassionevole il lento declino che le ha divise, conducendo sua madre al folle omicidio che aveva stravolto la vita dell'intera famiglia.

Una storia per molti versi oscura, inquieta, angosciante e dolorosa, ma d'altro canto soffusa di tenue speranza e poetico, velato ottimismo.

Non è un libro che consiglio a chi, per la prima volta, si accosta a lei; nè tantomeno lo consiglierei a chi avesse già letto, per citarne uno, kitchen, ed avesse trovato i suoi ritmi troppo "lenti" e poco occidentali.
Ma sarei curiosa di avere il parere di altri amanti di questa scrittrice. per capire se solo io ho faticato così tanto ad ingranare in questa storia, pur trovandomi a chiudere il libro dopo aver letto l'ultima pagina in preda ad una grande emozione.

UN ASSAGGIO:

"Sul tavolo, l'unico oggetto rimasto era un candelabro. Ricordai che la mamma vi accendeva spesso delle candele. Provai a toccarlo dolcemente. Era il punto che le mani morbide e bianche della mamma toccavano sempre. Mamma, pensai, e improvvisamente provai il desiderio di incontrarla.
Avrei voluto ritrovarla, sentire la sua voce, vederla camminare. Avrei voluto incontrarla. Da quel giorno non l'avevo più vista. Prima che perdesse la ragione, c'era stato un tempo in cui mi abbracciava con dolcezza, e sorrideva guardandomi.
Piangendo mi strinsi forte la mano da sola.
Shoichi mi aveva messo una mano sulla schiena e continuava a darmi dei leggeri colpetti. Come avrebbe fatto una madre. Probabilmente era quello che la zia faceva a lui, pensai. Se le persone possono restituire agli altri solo quello che hanno ricevuto dai propri genitori, allora io? Potevo considerarmi a posto?
Paragonata alla complessità di quello che avevo dentro, quella stanza, che ormai era solo una sala da pranzo in rovina, mi appariva quasi insignificante. Non era che una stanza buia, opprimente, dimenticata da tutto e tutti."

mercoledì 26 ottobre 2016

BANANA YOSHIMOTO - Andromeda Heights

DOVE: Giappone, tra città e boschi di montagna
QUANDO: oggi

Shizukuishi porta il nome di una particolare varietà di cacus e vive sola con la nonna in un'isolata casetta sperduta tra i boschi, in montagna, divenuta negli anni metà di un silenzioso pellegrinaggio da parte di chiunque avesse bisogno di conforto. Perchè? Ma perchè la nonna, esperta conoscitrice delle montagne, dei boschi e delle erbe, è in grado di miscelarle sapientemente a produrre dei tè dalle virtù terapeutiche, capaci di calmare e medicare il cuore di chi li sorseggia. Ecco, è bastato questo, per farmi innamorare - per l'ennesima volta, direi - della penna di Banana Yoshimoto.
Va detto che stavolta toccava delle corde a me particolarmente care - come farmacista appassionata di fitoterapia e come amante della montagna, con alle spalle anni di Dolomiti coi miei, da ragazzina, ad immergermi negli odori dei boschi. In ogni caso, da buona viaggiatrice virtuale quale sono, mi sono subito lasciata rapire dal suo solito tocco poetico ed evocante, piombando stavolta nella vita di una giovane ragazza malinconica e solitaria, trapiantata - mai come in questo caso la metafora attinta dal mondo vegetale calza a pennello - in una grande città dopo che la nonna si è trasferita a Malta, per convivere con l'uomo col quale da qualche anno intratteneva una composta e tenera corrispondenza via internet (ecco, anche questa nonna vedova che si rifà una vita con un cliente divenuto poi confidente telematico è una di quelle pennellate con cui la Yoshimoto arricchisce di poesia anche piccoli dettagli, e che io adoro).
Immaginate, quindi, il contrasto: dentro di lei, il silenzio dei boschi di montagna, l'aria tersa, il frusciare dei rami scossi dal vento, lo scricchiolare nascosto di un ramo secco sotto le zampe di un'anonimo animale, la terra umida che penetra con il suo aroma fino nelle narici, la vegetazione bagnata di rugiada, la piccola e silenziosa capanna in cui le mani della nonna miscelavano con amore i suoi celebri tè.
Fuori, il cemento, le luci, il continuo borbottare del traffico, centinaia e centinaia di teste e gambe e cappotti e borse che si affannano frettolose e distratte sui marciapiedi, i palazzi grigi che schermano la luce del sole, l'odore dei gas di scarico, le poche e anemiche piantine in cerca di ossigeno sui terrazzi.
In mezzo, sballottata tra questi sentimenti, la giovane Shizukuishi, senza amici, senza famiglia, con l'unico conforto delle erbe essiccate che ha portato con sè, dei preziosi insegnamenti della nonna sul potere terapeutico di un tè bollente e dei suoi amati, amatissimi cactus, coi quali Shizukuishi parla ed ai quali dedica cure amorevoli, certa che qualunque creatura vivente - sia essa una piantina dalle spine aguzze o un essere umano - sia meritevole d'amore.
Come può questa piccola e fragile diciottenne trovare il suo equilibrio nella giungla asfaltata? Senza svelare troppo della trama - il libro va gustato, lentamente, proprio come una bella tazza di tè - basta dire che interverranno un tramonto in un grande giardino botanico, il giovane custode di quest'ultimo e, soprattutto, Kaede, affascinante sensitivo ipovedente, presso il quale Shizukuishi inizia a lavorare come assistente.
Un libro delicato come un acquerello sulla vita, sui cambiamenti, sulla possibilità straordinaria che abbiamo di intervenire - positivamente - nelle vite degli altri, e sul destino.


UN ASSAGGIO:

"Ci svegliavamo ogni mattina alle cinque per andare a cogliere le erbe medicinali. La prima parte della giornata era dedicata interamente a farle essiccare, tagliarle e ricavarne gli estratti utilizzando una speciale acqua sorgiva o il calore diretto del sole, mentre nel pomeriggio ci occupavamo dei clienti. Nel nostro sgangherato negozio una confezione di tè costava sempre duemila yen, indipendentemente dal numero delle persone che l'acquistavano e dall'impegno che la preparazione aveva richiesto, quindi vivevamo in condizioni piuttosto modeste.
Tutti quelli che passavano, però, fosse anche solo per far visita alla nonna, portavano dei doni, il che ci garantiva almeno da mangiare. Un cacciatore della zona ci regalava carne di cinghiale e di coniglio, e inoltre il fiume era ricco di pesce. In primavera cresceva ogni genere di pianta e non avevamo problemi, le estati erano fresche, d'autunno eravamo indaffarate a raccogliere frutti, gli inverni erano freddi, ma il nostro vicino cacciatore veniva sempre a tagliarci la legna per il camino. Non ho mai avuto la sensazione che ci mancasse qualcosa, anzi, la nostra era una vita molto felice.
Le pareti di casa erano tappezzate di cartoline e lettere di ringraziamento giunte da tutto il Giappone. Quando ci sentivamo un po' abbattute ci bastava guardarle per ricordarci del sorriso di quelle persone e capire che dovevamo continuare a fare del nostro meglio."

mercoledì 25 marzo 2015

BANANA YOSHIMOTO - Moshi Moshi

DOVE: Shimokitazawa, quartiere di Tokio
QUANDO: ai giorni nostri

Sempre una delizia, i romanzi della Yoshimoto: toccanti, poetici, sfiorano delicatamente temi anche dolorosi mantenendo sempre su di essi il battito d'ali della positività. Perchè dalle esperienze dolorose si esce a testa alta e più forti di prima; ma soprattutto, questo ci insegna la Yoshimoto, anche nelle ore più cupe mai smettere di guardarsi attorno con obiettività, verso tutto quello che di bello continuiamo ad avere. Ce lo insegnava in Kitchen e ce lo insegna anche in Moshi Moshi, attraverso la storia di Yoccan e della sua rinascita dopo la morte del padre. Una morte più che tragica, perchè non solo Imo - musicista di discreto successo - si è suicidato, ma lo ha fatto insieme ad una donna della quale la giovane Yoccan e la mamma ignoravano l'esistenza, apprendendo così, brutalmente, dai poliziotti che hanno recuperato i corpi in un automobile abbandonata su una strada di campagna, non soltanto di aver perso un padre e un marito, ma anche che quel padre/marito aveva da tempo intrecciato una relazione con questa sconosciuta enigmatica e cupa.
Come si viene fuori da una botta simile? Yoccan lascia l'elegante quartiere di Meguro, dove fino ad allora aveva vissuto, per trasferirsi a Shimohitazawa ( se come me siete curiosi, qui il link alla pagina di Wikipedia con alcune foto), quartiere di Tokio affollato e commercialmente molto vivo, dove trova un modesto appartamentino ed un lavoro faticoso ma gratificante come cameriera presso il ristorante Les Lions.
Faticosamente, Yoccan risale la china, mantenendosi le giornate occupate con il lavoro e bevendosi letteralmente gli effetti benefici che il nuovo quartiere, con i suoi negozietti caratteristici, i ristorantini, il ciliegio in fiore accanto al pesante portone d'ingresso a Les Liens sembra avere.
Ma cosa accade quando sua madre decide di abbandonare anche lei l'elegante casa di Meguro e si presenta alla porta di Yoccan con una borsa Hermes carica di effetti personali, chiedendole ospitalità?
Dopo un primo momento di ovvio disappunto, la figlia accetta la convivenza, dapprima soffocando il suo istinto d'indipendenza, poi scoprendosi man mano sempre più vicina ad una mamma che, prima di essere mamma, è una donna che come lei faticosamente cerca di ricostruire una vita andata in pezzi.
Intorno a loro, un quartiere che inconsapevolmente le abbraccia e le sostiene con la sua quotidianità frenetica, le insegne colorate, i bar aperti fino a tarda notte e il Moldive intriso dell'odore del caffè fresco macinato.
Che dire di più? Come in ogni suo romanzo, Banana Yoshimoto trasuda poesia ad ogni pagina, e ti conduce per mano attraverso i profumi ed i sapori della vita - perchè è anche con il cibo che le due donne iniziano la loro lenta risalita dall'abisso.

UN ASSAGGIO:

"Ormai l'aria si era fatta fredda, era un giorno d'autunno. Strofinai il tronco del ciliegio accanto al ristorante ed entrai nella stradina con i negozi.
Mi venne in mente che in primavera, quando quel ciliegio era in piena fioritura, sulle pareti verdi del ristorante si rifletteva un colore rosa intenso ed un'atmosfera dolce, diversa dal solito, avvolgeva in un abbraccio tutto ciò che c'era intorno. I passanti alzavano gli occhi verso il ciliegio e sorridevano, come spettatori felici davanti allo schermo su cui si proietta un film.
Spazzare via i petali era un lavoraccio, ma era così bello che non sentivamo la fatica. Dopo aver provato l'emozione di vederlo in piena fioritura, ogni volta che ci passavo davanti, sia quando cadevano le corolle che in pieno inverno, lo sfioravo con la mano. Era diventata un'abitudine consolidata, uno degli istanti in cui sentivo chiaramente di vivere in quel quartiere."

mercoledì 3 agosto 2011

BANANA YOSHIMOTO - Kitchen

DOVE: Giappone
QUANDO: Anni '90

Ho un debole per Banana Yoshimoto.Sarà perchè in Giappone non sono mai stata, e lei ha la capacità di catapultarti - con racconti brevi e intensi come sogni - nel bel mezzo di un appartamento di Tokyo, a sorseggiare un tè bollente osservando al di là del vetro una distesa di tetti di cemento. Sarà per lo stile estremamente "vivo", che quando chiudi la pagina hai ancora impresse sulla pelle, nelle narici, sulle papille le sensazioni tattili, olfattive e gustative che in realtà hai solo immaginato.
Tra i suoi libri, decisamente Kitchen è uno di quelli che ho amato di più: due racconti ( tre, a dire il vero, ma i primi due sono legati alla storia degli stessi personaggi) poetici ed intensi sull'amore, sulla solitudine di chi, travolto dal destino, perde una persona cara e si aggrappa a ciò che può per non affogare, sulla vita che va avanti, nonostante tutto.
Da un lato, la giovane Mikage, rimasta sola in una casa piena di ricordi dopo la morte della nonna, che ritroverà in Yuichi e nella sua stravagante "mamma" Eriko il calore di una famiglia, l'affetto di un amico e forse qualcosa di più. Dall'altro, la struggente Satsuki, che poco più che adolescente affronta la morte improvvisa dell'amato Hitoshi, fianco a fianco nel suo dolore con il fratello di questi, Hiiragi, che nello stesso incidente ha perso la fidanzata e che per amore di lei continua ad indossare la sua divisa scolastica - con tanto di gonnellino - incurante di chi lo addita ridacchiando quando compare in un caffè.
La prima, tenace e determinata, che scopre la propria strada professionale nella cucina, mentre nel privato si sforza con tutta sè stessa di venir fuori dal tunnel d'isolamento che la morte sembra averle costruito intorno; la seconda, appassionatamente devota, che fiacca il suo fisico con una estenuante seduta di jogging mattutino nella disperata speranza di lasciar scivolare via tutto quanto, assieme al sudore.
Due storie delicatamente poetiche, suggestive nella loro ambientazione così lontana dalla nostra realtà - eppure così vicina a quella che abbiamo imparato ad amare attraverso certi cartoni ^_^ - che si lasciano leggere in un sussurro, ma ti lasciano dentro tanto.


UN ASSAGGIO:

"Mi sforzavo di correre. A volte, quando mi sentivo mancare il fiato, mi veniva da pensare che correre così, stanca com'ero per la notte trascorsa, non fosse che un modo di maltrattarmi. Era un dubbio che respingevo subito nella mia mente confusa: mi dicevo che se non altro al ritorno avrei dormito. La tranquillità delle strade era così totale che faticavo a mantenere chiara la coscienza. Il rumore del fiume si faceva più vicino, e il cielo cambiava a ogni istante. Una bella giornata stava per nascere attraverso il cielo azzurro e limpido.
Arrivata al ponte, come sempre mi appoggiai alla balaustra e mi misi a guardare le strade e le case che sfumavano indistinte nell'azzurro dell'aria. Il fiume scorreva con un suono fragoroso, trascinando ogni cosa con la sua schiuma biancastra. Un vento freddo mi soffiava sul viso, asciugando il sudore. Nell'aria ancora rigida di marzo splendeva chiara la mezza luna. Il respiro di consensava in vapore bianco."