DOVE: Giappone
QUANDO: Anni '90
Ho un debole per gli autori giapponesi da quando per la prima volta ho incontrato - librescamente parlando - Banana Yoshimoto ed il suo Kitchen. Da allora, ogni volta che ne ho l'occasione, mi avventuro con altri autori, uscendone sempre piacevolmente stordita. Sarà che a me piace leggere storie "distanti" dal mio quotidiano, sarà che faccio parte di quella generazione di ex bambini degli anni '80 nutrita con cartoni animati in cui il Giappone era spesso l'ambientazione, finisco sempre per immergermi nella lettura con un pizzico di ritrovato stupore infantile. Specialmente quando, come in questo caso, fin dalle prime righe si intuisce che, tra le pieghe della storia, si annida un risvolto incantato.
Difficile delineare in maniera netta una trama in questa storia - che poi, a ben vedere, è l'insieme di quattro storie legate tra loro da un sottile filo magico. Partiamo da lei, la giovane protagonista Mai, tredicenne che combatte con una grave forma d'asma e contro l'ancor più feroce bullismo delle sue compagne di scuola. Non quella forma di bullismo fatta di violenza aperta, ma quella più sottile - e forse ancor più feroce - dell'isolamento sociale. Così, dall'indifferenza rumorosa della città, la mamma decide di spedirla per qualche tempo dalla nonna, in una placida casetta immersa a metà tra la campagna ed il bosco, ad un'ora di macchina.
L'idea è quella di lasciare alla ragazza un po' di tempo per respirare - letteralmente e psicologicamente - ritemprando le energie fisiche e mentali per riprendere poi le redini della propria esistenza; e Mai, che alla nonna di origini inglesi è affezionata, va. Eccoci dunque sole, con lei e l'anziana ma energica nonna, vedova del grande amore della sua vita eppure serenamente immersa nella sua tranquilla vita bucolica, fatta di tanti piccoli impegni quotidiani accompagnati dal ritmo naturale del giorno. Alba, tramonto, uccelli che cinguettano, cime degli alberi mosse morbidamente dal vento. Il bollitore per il tè, presenza costante e rassicurante, benevolo dispensatore di conforto ogni qualvolta ve ne sia bisogno. Le galline che razzolano nel giardino sul retro. La terra morbida nella quale affondano le loro radici umide decine e decine di piante, con le quali Mai prende lentamente confidenza, accompagnata dalla nonna che con affetto e devozione le accudisce e le coltiva. Un quieto angolo di paradiso, nel quale però aleggia un che di inquieto, che Mai percepisce eppure non riesce a definire, in particolare nella figura di Gengi, vicino servizievole che assiste la nonna e che tuttavia continua ad ispirare alla nipote un forte senso di disgusto.
E poi, c'è lei, la nonna. Sorridente, equilibrata, serena. La nonna che comunica a Mai che la insegnerà a gestire i poteri di cui è dotata. Sì, perchè la nonna è una strega, e Mai è lì per completare a sua volta il duro addestramento che farà diventare anche lei una strega a tutti gli effetti.
Ma non aspettatevi azione, incantesimi, bacchette e nemici oscuri alla Harry Potter. Qui di incantesimi non se ne vedono, tutto è velato, sottinteso, poetico. Tanto che, fino alla fine, restiamo col dubbio. Eppure c'è molto di magico, seppur non esplicito come vorrebbero quelli di noi più "affamati d'azione", nel lento e costante addestramento a cui la nonna la sottopone; perchè per dominare il suo potere, Mai deve innanzitutto imparare a controllare la sua mente, dominarla, porle dei limiti e costringerla a superarli quando questi la imbrigliano lontano dalla sua felicità.
Ed è così che, lontana dalla frenesia della vita di città, immersa in un ritmo lento e naturale e presa da tanti picccoli impegni quotidiani, Mai si addestra, e cresce.
Più di così non voglio dire, il grosso di questa storia non sta tanto nella trama, quanto nell'atmosfera che vi si respira. Di terra di bosco umida, di erbe aromatiche, di foglie di tè in infusione.
Diciamo pure questo: che io ho sempre avuto un rapporto stupendo con le mie nonne, ma in particolare con la mia nonna paterna; ed ora che ho scavalcato i quaranta i ricordi d'infanzia più preziosi sono quelli di me e lei, nelle estati da ragazzina, quando restavo a dormire in casa sua - casa che per me era meglio di qualsiasi castello incantato. E di conseguenza, tutte le storie che partono dal racconto di un legame speciale tra nonna e nipote finiscono inevitabilmente per attrarmi. Mi era successo con Susanna Tamaro, e mi è successo con questo libro. E' inevitabile dunque che, in questi casi, la mia mente aggiunga ulteriore magia alla lettura, e che quindi la mia visione sia poco obiettiva.
Ma in fondo, il bello dei libri è anche quello.
Che ti tirano fuori i ricordi, le emozioni, anche quelli sopiti, in maniera talvolta inaspettata. Silenziosi come specchi, leali come vecchi amici.
UN ASSAGGIO:
"Poi, ricevuta una scodella dalla nonna, uscì e si diresse verso il pollaio. Non era la prima volta che andava a prendere le uova. Le era già capitato in precedenza di fermarsi a dormire lì e di raccoglierle al mattino insieme alla mamma. Uova tiepide, appena deposte, con un po' di escrementi e di piume attaccati. Per dirla tutta, a Mai disgustava mangiare uova fresche. E le proteste delle galline ovaiole, che sembravano dire ' che cosa fai?' la facevano sentire in colpa. Però Mai non se la sentiva ancora di dirlo alla nonna in quei termini.
"Non sei mai stato il capitano Nemo intrappolato nel tuo sottomarino mentre la piovra ti sta attaccando?" (Dal film 'La Storia infinita')
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giovedì 30 luglio 2020
lunedì 7 agosto 2017
MURAKAMI HARUKI - L'incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio
DOVE: Giappone, tra Nagoya e Tokio
QUANDO: tra gli anni '90 e gli anni 2000
Tra la fredda, caotica, disumana Tokio ed il piccolo calore e la semplicità provinciale di Nagoya si srotola la vita di Tazaki Tsukuru, ingegnere progettista di stazioni, "incolore" per sua stessa ammissione, insicuro, solitario, piattamente insoddisfatto. Un lavoro che corrisponde a quanto aveva sempre sognato, una casa di proprietà, una relazione tutto sommato stabile con una ragazza brillante e piena di fascino. Eppure lui, Tazaki, conduce la sua vita in un asettico torpore, incapace di entusiasmarsi, affezionarsi, emozionarsi. Un tempo, ricorda, la sua vita era diversa. A Nagoya, in provincia, al sicuro in un compatto gruppo di amici ( oltre a lui, altri due ragazzi e due ragazze), Tazaki era felice, pieno di impegni, fiducioso verso il futuro; ma ahimè l'adolescenza, rosea o cupa che sia, ad un certo punto termina e la vita, si sa, costringe a fare delle scelte. E mentre i suoi quattro amici storici scelgono di restare in provincia, lui si trasferisce a Tokio per studiare, inseguendo il sogno d'infanzia di realizzare stazioni ferroviarie; ma nemmeno questo sembra scalfire la solidità della loro amicizia ed i cinque ogni anno all'inizio dell'estate, quando anche Tazaki rientra a casa dei genitori per le vacanze, si ritrovano come se non si fossero lasciati mai, condividendo emozioni, speranze, paure.
Finchè di punto in bianco, durante l'estate del secondo anno di università, tutto cambia; rientrato come ogni anno a Nagoya Tazaki non trova i suoi amici ad attenderlo, ma quattro porte sbarrate. Senza una spiegazione, nessuno dei quattro ha più alcuna voglia di vederlo nè sentirlo, anzi, lo sollecitano a non farsi più sentire, uscendo dalle loro vite. Senza un motivo apparente, Tazaki si ritrova solo, in preda a mille domande. Perchè? Cosa aveva fatto? In che modo poteva aver ferito i suoi amici senza accorgersene? Per sei mesi, il giovane Tazaki sprofonda in una crisi nera, durante la quale vive apaticamente sperando soltanto di morire; infine riemerge dall'abisso in cui era sprofondato anche grazie ad una nuova amicizia, rimanendo però in qualche modo segnato. Il nuovo Tazaki è in un certo senso apatico, privo di entusiasmo, pessimista, rassegnato. Quel dolore sordo continua a logorarlo profondamente, per quanto lui tenti di ignorarlo. Solitario al limite della misantropia, Tazaki torna sempre meno al paese natale, trovando nella caotica e distaccata città di Tokio un ambiente più idoneo al suo desiderio di solitudine.
Accantonate l'adolescenza e la giovinezza, l'incolore Tsukuru è diventato un uomo solitario e disilluso.
Ed è soltanto per l'insistenza di Sara, l'unica in qualche modo a riuscire a fare breccia nella sua corazza, che Tazaki si deciderà infine a riprendere in mano le redini della sua vita, scavando finalmente alle radici del suo malessere e decidendo di affrontare uno ad uno gli altri quattro, ed a fare luce là dove per anni hanno regnato le tenebre.
Una storia delicata sul dolore della crescita, sulle lacerazioni che restano dentro e continuano a far mare a distanza di anni, sul coraggio di affrontare i propri mostri, guardando in faccia noi stessi. Sul coraggio di chi, toccato il fondo, si dà una bella spinta e comincia a risalire.
Sulla necessità di aprire gli occhi, anche quando tenerli chiusi sembrerebbe la scelta migliore.
Diventare adulti, tutto sommato, non è che questo: affrontare ciò che ci ha ferito, impedendo che accada di nuovo. Accettare i cambiamenti, nel bene e nel male. Incassare i colpi.
Un romanzo che per certi versi di discosta un po' dal Murakami più tradizionale; pur aleggiando sempre un certo velo di sovrannaturalità, qui tutto è molto concreto, reale, come reali sono ahimè le ferite che ci vengono inferte dagli altri esseri umani, nella vita di tutti i giorni.
Tanta riflessione, tanta instrospezione. Tanta crescita spirituale. Tanta vicinanza con episodi della mia vita, quei piccoli "traumi"adolescenziali che non riusciamo a metabolizzare perchè dai 18 anni in poi è come rotolare giù da un piano inclinato, e come niente riapri gli occhi e di anni ne hai 38, combatti con le zampe di gallina ed i capelli bianchi. ^_^
Un libro consigliato anche a chi trova "ostico" il Murakami troppo onirico.
UN ASSAGGIO:
"Dal suo ritorno a Tokio, per sei mesi Tsukuru visse sulla soglia della morte. Si era organizzato un piccolo spazio sul bordo di una buia voragine senza fondo, e lì conduceva la sua solitaria esistenza. Un posto pericolosissimo: sarebbe bastato che dormendo cambiasse posizione per rotolare giù, nel nulla. Ma era un rischio che a lui non faceva paura. Cadere sarebbe stato tanto più semplice!
Attorno a sè vedeva solo una landa deserta cosparsa di rocce. Non una goccia d'acqua, non un filo d'erba. Non un colore, non un raggio di luce. Non c'era il sole, lì, nè la luna, nè le stelle, nè nord, nè sud. Una penombra dalla natura sconosciuta si alternava periodicamente ad un'oscurità sconfinata. Era l'estrema frontiera che un essere dotato di coscienza poteva percorrere. Al tempo spesso, però, era un luogo ricco di nutrimento. Durante la penombra, degli uccelli con il becco affilato venivano a scavare nella sua carne, ma quando le tenebre calavano sulla terra e gli uccelli se ne andavano, qualcos'altro colmava in silenzio il vuoto che si era aperto nel suo corpo."
QUANDO: tra gli anni '90 e gli anni 2000
Tra la fredda, caotica, disumana Tokio ed il piccolo calore e la semplicità provinciale di Nagoya si srotola la vita di Tazaki Tsukuru, ingegnere progettista di stazioni, "incolore" per sua stessa ammissione, insicuro, solitario, piattamente insoddisfatto. Un lavoro che corrisponde a quanto aveva sempre sognato, una casa di proprietà, una relazione tutto sommato stabile con una ragazza brillante e piena di fascino. Eppure lui, Tazaki, conduce la sua vita in un asettico torpore, incapace di entusiasmarsi, affezionarsi, emozionarsi. Un tempo, ricorda, la sua vita era diversa. A Nagoya, in provincia, al sicuro in un compatto gruppo di amici ( oltre a lui, altri due ragazzi e due ragazze), Tazaki era felice, pieno di impegni, fiducioso verso il futuro; ma ahimè l'adolescenza, rosea o cupa che sia, ad un certo punto termina e la vita, si sa, costringe a fare delle scelte. E mentre i suoi quattro amici storici scelgono di restare in provincia, lui si trasferisce a Tokio per studiare, inseguendo il sogno d'infanzia di realizzare stazioni ferroviarie; ma nemmeno questo sembra scalfire la solidità della loro amicizia ed i cinque ogni anno all'inizio dell'estate, quando anche Tazaki rientra a casa dei genitori per le vacanze, si ritrovano come se non si fossero lasciati mai, condividendo emozioni, speranze, paure.
Finchè di punto in bianco, durante l'estate del secondo anno di università, tutto cambia; rientrato come ogni anno a Nagoya Tazaki non trova i suoi amici ad attenderlo, ma quattro porte sbarrate. Senza una spiegazione, nessuno dei quattro ha più alcuna voglia di vederlo nè sentirlo, anzi, lo sollecitano a non farsi più sentire, uscendo dalle loro vite. Senza un motivo apparente, Tazaki si ritrova solo, in preda a mille domande. Perchè? Cosa aveva fatto? In che modo poteva aver ferito i suoi amici senza accorgersene? Per sei mesi, il giovane Tazaki sprofonda in una crisi nera, durante la quale vive apaticamente sperando soltanto di morire; infine riemerge dall'abisso in cui era sprofondato anche grazie ad una nuova amicizia, rimanendo però in qualche modo segnato. Il nuovo Tazaki è in un certo senso apatico, privo di entusiasmo, pessimista, rassegnato. Quel dolore sordo continua a logorarlo profondamente, per quanto lui tenti di ignorarlo. Solitario al limite della misantropia, Tazaki torna sempre meno al paese natale, trovando nella caotica e distaccata città di Tokio un ambiente più idoneo al suo desiderio di solitudine.
Accantonate l'adolescenza e la giovinezza, l'incolore Tsukuru è diventato un uomo solitario e disilluso.
Ed è soltanto per l'insistenza di Sara, l'unica in qualche modo a riuscire a fare breccia nella sua corazza, che Tazaki si deciderà infine a riprendere in mano le redini della sua vita, scavando finalmente alle radici del suo malessere e decidendo di affrontare uno ad uno gli altri quattro, ed a fare luce là dove per anni hanno regnato le tenebre.
Una storia delicata sul dolore della crescita, sulle lacerazioni che restano dentro e continuano a far mare a distanza di anni, sul coraggio di affrontare i propri mostri, guardando in faccia noi stessi. Sul coraggio di chi, toccato il fondo, si dà una bella spinta e comincia a risalire.
Sulla necessità di aprire gli occhi, anche quando tenerli chiusi sembrerebbe la scelta migliore.
Diventare adulti, tutto sommato, non è che questo: affrontare ciò che ci ha ferito, impedendo che accada di nuovo. Accettare i cambiamenti, nel bene e nel male. Incassare i colpi.
Un romanzo che per certi versi di discosta un po' dal Murakami più tradizionale; pur aleggiando sempre un certo velo di sovrannaturalità, qui tutto è molto concreto, reale, come reali sono ahimè le ferite che ci vengono inferte dagli altri esseri umani, nella vita di tutti i giorni.
Tanta riflessione, tanta instrospezione. Tanta crescita spirituale. Tanta vicinanza con episodi della mia vita, quei piccoli "traumi"adolescenziali che non riusciamo a metabolizzare perchè dai 18 anni in poi è come rotolare giù da un piano inclinato, e come niente riapri gli occhi e di anni ne hai 38, combatti con le zampe di gallina ed i capelli bianchi. ^_^
Un libro consigliato anche a chi trova "ostico" il Murakami troppo onirico.
UN ASSAGGIO:
"Dal suo ritorno a Tokio, per sei mesi Tsukuru visse sulla soglia della morte. Si era organizzato un piccolo spazio sul bordo di una buia voragine senza fondo, e lì conduceva la sua solitaria esistenza. Un posto pericolosissimo: sarebbe bastato che dormendo cambiasse posizione per rotolare giù, nel nulla. Ma era un rischio che a lui non faceva paura. Cadere sarebbe stato tanto più semplice!
Attorno a sè vedeva solo una landa deserta cosparsa di rocce. Non una goccia d'acqua, non un filo d'erba. Non un colore, non un raggio di luce. Non c'era il sole, lì, nè la luna, nè le stelle, nè nord, nè sud. Una penombra dalla natura sconosciuta si alternava periodicamente ad un'oscurità sconfinata. Era l'estrema frontiera che un essere dotato di coscienza poteva percorrere. Al tempo spesso, però, era un luogo ricco di nutrimento. Durante la penombra, degli uccelli con il becco affilato venivano a scavare nella sua carne, ma quando le tenebre calavano sulla terra e gli uccelli se ne andavano, qualcos'altro colmava in silenzio il vuoto che si era aperto nel suo corpo."
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giovedì 12 gennaio 2017
BANANA YOSHIMOTO - A proposito di lei
DOVE: Giappone
QUANDO: oggi
Anno iniziato male, malissimo, per me. Otite, placche, punture di antibiotico con annessi e connessi (nausea, capogiri, spossatezza), il tutto con un figlio, due gatti e un cane da accudire.
Tutto sommato, però, la malattia mi ha consentito di riprendere in mano le fila del blog, questa mia povera creatura che ho abbandonato per un paio di mesi, inghiottita dal vortice del lavoro. Dunque, eccomi qui, nella mia piccola oasi di pace, per condividere le mie ultime letture. Cominciando da lei, la mia amatissima Banana Yoshimoto, già recensita in diverse occasioni. Lei è una compagna di viaggio di cui non mi stanco mai. Anche se, lo ammetto, con questo libro ho faticato un po' a ingranare. Di solito divoro in poche ore le sue creazioni, tuffandomi senza esitazione nel suo mondo sempre soffuso di malinconica poesia, riemergendone con un gran senso di calma interiore.
Come mai- mi chiedevo invece, pagina dopo pagina, mentre affrontavo "A proposito di lei" - questa volta Banana non riesce a catturarmi? Come mai tutta questa lentezza, come mai non c'è il tuo inconfondibile "timbro" di sognante poesia?
Ma eccola, l'inconfondibile penna di Banana. Eccola lì, nelle ultime pagine, quando davanti ai miei occhi delinea il colpo di scena finale, e tutto si fa improvvisamente chiaro.
Ho faticato, lo ammetto, ma alla fine non mi ha deluso. Pur non essendo in assoluto la mia opera preferita (continuo ad amare alla follia Moshi Moshi, e Kitchen sopra ogni cosa), anche qui ho ritrovato - per certi versi più che mai - la sua tenera poeticità nell'affrontare il dolore, la sua maliconia sognante, la sua capacità di lasciarti, attraverso una storia drammatica, un germe caldo di pace interiore.
Siamo nella vita di Yumiko, giovane donna proveniente da una ricca famiglia il cui passato è stato però lacerato da un orrendo, terribile delitto compiuto da sua madre. Anzi, più che lacerato, mutilato in piena regola; perchè traumatizzata dall'orrore a cui ha assistito, Yumiko conserva del passato poco più che qualche brandello sopravvissuto alle voraci amnesie di cui soffre, e che pezzo a pezzo glielo hanno divorato. Ad aiutarla a mettere ordine nei suoi ricordi, ecco riapparire da quel passato oscuro suo cugino Shoichi, figlio della gemella di sua madre, col quale un tempo erano legati da una strettissima amicizia; obbedendo all'ultimo desiderio di sua madre morente, il giovane Shoichi si è messo sulle tracce della cugina per tenderle finalmente la mano che a suo tempo non aveva avuto.
Insieme, dolorosamente, i due cominciano a ricostruire - tassello dopo tassello - la storia delle due gemelle; intensamente legate da piccole, entrambe apprendiste streghe così come lo era stata a suo tempo la loro mamma, cresciute poi su binari che hanno finito per divergere, conducendo da un lato la mamma di Yumiko alle seduzioni oscure della magia nera e dall'altro la madre di Shoichi ad impegnare tutte le sue energie per trovare un saldo equilibrio interiore.
Passo dopo passo, accompagnata dal solido Shoichi, la piccola, traballante Yumiko recupera la sua memoria, riacquistando fiducia in sè stessa e guardando finalmente in faccia la realtà delle cose. Dolorosamente, scopre chi erano veramente sua madre e sua zia, ricostruendo con fatica e con sguardo compassionevole il lento declino che le ha divise, conducendo sua madre al folle omicidio che aveva stravolto la vita dell'intera famiglia.
Una storia per molti versi oscura, inquieta, angosciante e dolorosa, ma d'altro canto soffusa di tenue speranza e poetico, velato ottimismo.
Non è un libro che consiglio a chi, per la prima volta, si accosta a lei; nè tantomeno lo consiglierei a chi avesse già letto, per citarne uno, kitchen, ed avesse trovato i suoi ritmi troppo "lenti" e poco occidentali.
Ma sarei curiosa di avere il parere di altri amanti di questa scrittrice. per capire se solo io ho faticato così tanto ad ingranare in questa storia, pur trovandomi a chiudere il libro dopo aver letto l'ultima pagina in preda ad una grande emozione.
UN ASSAGGIO:
"Sul tavolo, l'unico oggetto rimasto era un candelabro. Ricordai che la mamma vi accendeva spesso delle candele. Provai a toccarlo dolcemente. Era il punto che le mani morbide e bianche della mamma toccavano sempre. Mamma, pensai, e improvvisamente provai il desiderio di incontrarla.
Avrei voluto ritrovarla, sentire la sua voce, vederla camminare. Avrei voluto incontrarla. Da quel giorno non l'avevo più vista. Prima che perdesse la ragione, c'era stato un tempo in cui mi abbracciava con dolcezza, e sorrideva guardandomi.
Piangendo mi strinsi forte la mano da sola.
Shoichi mi aveva messo una mano sulla schiena e continuava a darmi dei leggeri colpetti. Come avrebbe fatto una madre. Probabilmente era quello che la zia faceva a lui, pensai. Se le persone possono restituire agli altri solo quello che hanno ricevuto dai propri genitori, allora io? Potevo considerarmi a posto?
Paragonata alla complessità di quello che avevo dentro, quella stanza, che ormai era solo una sala da pranzo in rovina, mi appariva quasi insignificante. Non era che una stanza buia, opprimente, dimenticata da tutto e tutti."
QUANDO: oggi
Anno iniziato male, malissimo, per me. Otite, placche, punture di antibiotico con annessi e connessi (nausea, capogiri, spossatezza), il tutto con un figlio, due gatti e un cane da accudire.
Tutto sommato, però, la malattia mi ha consentito di riprendere in mano le fila del blog, questa mia povera creatura che ho abbandonato per un paio di mesi, inghiottita dal vortice del lavoro. Dunque, eccomi qui, nella mia piccola oasi di pace, per condividere le mie ultime letture. Cominciando da lei, la mia amatissima Banana Yoshimoto, già recensita in diverse occasioni. Lei è una compagna di viaggio di cui non mi stanco mai. Anche se, lo ammetto, con questo libro ho faticato un po' a ingranare. Di solito divoro in poche ore le sue creazioni, tuffandomi senza esitazione nel suo mondo sempre soffuso di malinconica poesia, riemergendone con un gran senso di calma interiore.
Come mai- mi chiedevo invece, pagina dopo pagina, mentre affrontavo "A proposito di lei" - questa volta Banana non riesce a catturarmi? Come mai tutta questa lentezza, come mai non c'è il tuo inconfondibile "timbro" di sognante poesia?
Ma eccola, l'inconfondibile penna di Banana. Eccola lì, nelle ultime pagine, quando davanti ai miei occhi delinea il colpo di scena finale, e tutto si fa improvvisamente chiaro.
Ho faticato, lo ammetto, ma alla fine non mi ha deluso. Pur non essendo in assoluto la mia opera preferita (continuo ad amare alla follia Moshi Moshi, e Kitchen sopra ogni cosa), anche qui ho ritrovato - per certi versi più che mai - la sua tenera poeticità nell'affrontare il dolore, la sua maliconia sognante, la sua capacità di lasciarti, attraverso una storia drammatica, un germe caldo di pace interiore.
Siamo nella vita di Yumiko, giovane donna proveniente da una ricca famiglia il cui passato è stato però lacerato da un orrendo, terribile delitto compiuto da sua madre. Anzi, più che lacerato, mutilato in piena regola; perchè traumatizzata dall'orrore a cui ha assistito, Yumiko conserva del passato poco più che qualche brandello sopravvissuto alle voraci amnesie di cui soffre, e che pezzo a pezzo glielo hanno divorato. Ad aiutarla a mettere ordine nei suoi ricordi, ecco riapparire da quel passato oscuro suo cugino Shoichi, figlio della gemella di sua madre, col quale un tempo erano legati da una strettissima amicizia; obbedendo all'ultimo desiderio di sua madre morente, il giovane Shoichi si è messo sulle tracce della cugina per tenderle finalmente la mano che a suo tempo non aveva avuto.
Insieme, dolorosamente, i due cominciano a ricostruire - tassello dopo tassello - la storia delle due gemelle; intensamente legate da piccole, entrambe apprendiste streghe così come lo era stata a suo tempo la loro mamma, cresciute poi su binari che hanno finito per divergere, conducendo da un lato la mamma di Yumiko alle seduzioni oscure della magia nera e dall'altro la madre di Shoichi ad impegnare tutte le sue energie per trovare un saldo equilibrio interiore.
Passo dopo passo, accompagnata dal solido Shoichi, la piccola, traballante Yumiko recupera la sua memoria, riacquistando fiducia in sè stessa e guardando finalmente in faccia la realtà delle cose. Dolorosamente, scopre chi erano veramente sua madre e sua zia, ricostruendo con fatica e con sguardo compassionevole il lento declino che le ha divise, conducendo sua madre al folle omicidio che aveva stravolto la vita dell'intera famiglia.
Una storia per molti versi oscura, inquieta, angosciante e dolorosa, ma d'altro canto soffusa di tenue speranza e poetico, velato ottimismo.
Non è un libro che consiglio a chi, per la prima volta, si accosta a lei; nè tantomeno lo consiglierei a chi avesse già letto, per citarne uno, kitchen, ed avesse trovato i suoi ritmi troppo "lenti" e poco occidentali.
Ma sarei curiosa di avere il parere di altri amanti di questa scrittrice. per capire se solo io ho faticato così tanto ad ingranare in questa storia, pur trovandomi a chiudere il libro dopo aver letto l'ultima pagina in preda ad una grande emozione.
UN ASSAGGIO:
"Sul tavolo, l'unico oggetto rimasto era un candelabro. Ricordai che la mamma vi accendeva spesso delle candele. Provai a toccarlo dolcemente. Era il punto che le mani morbide e bianche della mamma toccavano sempre. Mamma, pensai, e improvvisamente provai il desiderio di incontrarla.
Avrei voluto ritrovarla, sentire la sua voce, vederla camminare. Avrei voluto incontrarla. Da quel giorno non l'avevo più vista. Prima che perdesse la ragione, c'era stato un tempo in cui mi abbracciava con dolcezza, e sorrideva guardandomi.
Piangendo mi strinsi forte la mano da sola.
Shoichi mi aveva messo una mano sulla schiena e continuava a darmi dei leggeri colpetti. Come avrebbe fatto una madre. Probabilmente era quello che la zia faceva a lui, pensai. Se le persone possono restituire agli altri solo quello che hanno ricevuto dai propri genitori, allora io? Potevo considerarmi a posto?
Paragonata alla complessità di quello che avevo dentro, quella stanza, che ormai era solo una sala da pranzo in rovina, mi appariva quasi insignificante. Non era che una stanza buia, opprimente, dimenticata da tutto e tutti."
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mercoledì 26 ottobre 2016
BANANA YOSHIMOTO - Andromeda Heights
QUANDO: oggi
Shizukuishi porta il nome di una particolare varietà di cacus e vive sola con la nonna in un'isolata casetta sperduta tra i boschi, in montagna, divenuta negli anni metà di un silenzioso pellegrinaggio da parte di chiunque avesse bisogno di conforto. Perchè? Ma perchè la nonna, esperta conoscitrice delle montagne, dei boschi e delle erbe, è in grado di miscelarle sapientemente a produrre dei tè dalle virtù terapeutiche, capaci di calmare e medicare il cuore di chi li sorseggia. Ecco, è bastato questo, per farmi innamorare - per l'ennesima volta, direi - della penna di Banana Yoshimoto.
Va detto che stavolta toccava delle corde a me particolarmente care - come farmacista appassionata di fitoterapia e come amante della montagna, con alle spalle anni di Dolomiti coi miei, da ragazzina, ad immergermi negli odori dei boschi. In ogni caso, da buona viaggiatrice virtuale quale sono, mi sono subito lasciata rapire dal suo solito tocco poetico ed evocante, piombando stavolta nella vita di una giovane ragazza malinconica e solitaria, trapiantata - mai come in questo caso la metafora attinta dal mondo vegetale calza a pennello - in una grande città dopo che la nonna si è trasferita a Malta, per convivere con l'uomo col quale da qualche anno intratteneva una composta e tenera corrispondenza via internet (ecco, anche questa nonna vedova che si rifà una vita con un cliente divenuto poi confidente telematico è una di quelle pennellate con cui la Yoshimoto arricchisce di poesia anche piccoli dettagli, e che io adoro).
Immaginate, quindi, il contrasto: dentro di lei, il silenzio dei boschi di montagna, l'aria tersa, il frusciare dei rami scossi dal vento, lo scricchiolare nascosto di un ramo secco sotto le zampe di un'anonimo animale, la terra umida che penetra con il suo aroma fino nelle narici, la vegetazione bagnata di rugiada, la piccola e silenziosa capanna in cui le mani della nonna miscelavano con amore i suoi celebri tè.
Fuori, il cemento, le luci, il continuo borbottare del traffico, centinaia e centinaia di teste e gambe e cappotti e borse che si affannano frettolose e distratte sui marciapiedi, i palazzi grigi che schermano la luce del sole, l'odore dei gas di scarico, le poche e anemiche piantine in cerca di ossigeno sui terrazzi.
In mezzo, sballottata tra questi sentimenti, la giovane Shizukuishi, senza amici, senza famiglia, con l'unico conforto delle erbe essiccate che ha portato con sè, dei preziosi insegnamenti della nonna sul potere terapeutico di un tè bollente e dei suoi amati, amatissimi cactus, coi quali Shizukuishi parla ed ai quali dedica cure amorevoli, certa che qualunque creatura vivente - sia essa una piantina dalle spine aguzze o un essere umano - sia meritevole d'amore.
Come può questa piccola e fragile diciottenne trovare il suo equilibrio nella giungla asfaltata? Senza svelare troppo della trama - il libro va gustato, lentamente, proprio come una bella tazza di tè - basta dire che interverranno un tramonto in un grande giardino botanico, il giovane custode di quest'ultimo e, soprattutto, Kaede, affascinante sensitivo ipovedente, presso il quale Shizukuishi inizia a lavorare come assistente.
Un libro delicato come un acquerello sulla vita, sui cambiamenti, sulla possibilità straordinaria che abbiamo di intervenire - positivamente - nelle vite degli altri, e sul destino.
UN ASSAGGIO:
"Ci svegliavamo ogni mattina alle cinque per andare a cogliere le erbe medicinali. La prima parte della giornata era dedicata interamente a farle essiccare, tagliarle e ricavarne gli estratti utilizzando una speciale acqua sorgiva o il calore diretto del sole, mentre nel pomeriggio ci occupavamo dei clienti. Nel nostro sgangherato negozio una confezione di tè costava sempre duemila yen, indipendentemente dal numero delle persone che l'acquistavano e dall'impegno che la preparazione aveva richiesto, quindi vivevamo in condizioni piuttosto modeste.
Tutti quelli che passavano, però, fosse anche solo per far visita alla nonna, portavano dei doni, il che ci garantiva almeno da mangiare. Un cacciatore della zona ci regalava carne di cinghiale e di coniglio, e inoltre il fiume era ricco di pesce. In primavera cresceva ogni genere di pianta e non avevamo problemi, le estati erano fresche, d'autunno eravamo indaffarate a raccogliere frutti, gli inverni erano freddi, ma il nostro vicino cacciatore veniva sempre a tagliarci la legna per il camino. Non ho mai avuto la sensazione che ci mancasse qualcosa, anzi, la nostra era una vita molto felice.
Le pareti di casa erano tappezzate di cartoline e lettere di ringraziamento giunte da tutto il Giappone. Quando ci sentivamo un po' abbattute ci bastava guardarle per ricordarci del sorriso di quelle persone e capire che dovevamo continuare a fare del nostro meglio."
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mercoledì 25 marzo 2015
BANANA YOSHIMOTO - Moshi Moshi
DOVE: Shimokitazawa, quartiere di Tokio
QUANDO: ai giorni nostri
Sempre una delizia, i romanzi della Yoshimoto: toccanti, poetici, sfiorano delicatamente temi anche dolorosi mantenendo sempre su di essi il battito d'ali della positività. Perchè dalle esperienze dolorose si esce a testa alta e più forti di prima; ma soprattutto, questo ci insegna la Yoshimoto, anche nelle ore più cupe mai smettere di guardarsi attorno con obiettività, verso tutto quello che di bello continuiamo ad avere. Ce lo insegnava in Kitchen e ce lo insegna anche in Moshi Moshi, attraverso la storia di Yoccan e della sua rinascita dopo la morte del padre. Una morte più che tragica, perchè non solo Imo - musicista di discreto successo - si è suicidato, ma lo ha fatto insieme ad una donna della quale la giovane Yoccan e la mamma ignoravano l'esistenza, apprendendo così, brutalmente, dai poliziotti che hanno recuperato i corpi in un automobile abbandonata su una strada di campagna, non soltanto di aver perso un padre e un marito, ma anche che quel padre/marito aveva da tempo intrecciato una relazione con questa sconosciuta enigmatica e cupa.
Come si viene fuori da una botta simile? Yoccan lascia l'elegante quartiere di Meguro, dove fino ad allora aveva vissuto, per trasferirsi a Shimohitazawa ( se come me siete curiosi, qui il link alla pagina di Wikipedia con alcune foto), quartiere di Tokio affollato e commercialmente molto vivo, dove trova un modesto appartamentino ed un lavoro faticoso ma gratificante come cameriera presso il ristorante Les Lions.
Faticosamente, Yoccan risale la china, mantenendosi le giornate occupate con il lavoro e bevendosi letteralmente gli effetti benefici che il nuovo quartiere, con i suoi negozietti caratteristici, i ristorantini, il ciliegio in fiore accanto al pesante portone d'ingresso a Les Liens sembra avere.
Ma cosa accade quando sua madre decide di abbandonare anche lei l'elegante casa di Meguro e si presenta alla porta di Yoccan con una borsa Hermes carica di effetti personali, chiedendole ospitalità?
Dopo un primo momento di ovvio disappunto, la figlia accetta la convivenza, dapprima soffocando il suo istinto d'indipendenza, poi scoprendosi man mano sempre più vicina ad una mamma che, prima di essere mamma, è una donna che come lei faticosamente cerca di ricostruire una vita andata in pezzi.
Intorno a loro, un quartiere che inconsapevolmente le abbraccia e le sostiene con la sua quotidianità frenetica, le insegne colorate, i bar aperti fino a tarda notte e il Moldive intriso dell'odore del caffè fresco macinato.
Che dire di più? Come in ogni suo romanzo, Banana Yoshimoto trasuda poesia ad ogni pagina, e ti conduce per mano attraverso i profumi ed i sapori della vita - perchè è anche con il cibo che le due donne iniziano la loro lenta risalita dall'abisso.
UN ASSAGGIO:
"Ormai l'aria si era fatta fredda, era un giorno d'autunno. Strofinai il tronco del ciliegio accanto al ristorante ed entrai nella stradina con i negozi.
Mi venne in mente che in primavera, quando quel ciliegio era in piena fioritura, sulle pareti verdi del ristorante si rifletteva un colore rosa intenso ed un'atmosfera dolce, diversa dal solito, avvolgeva in un abbraccio tutto ciò che c'era intorno. I passanti alzavano gli occhi verso il ciliegio e sorridevano, come spettatori felici davanti allo schermo su cui si proietta un film.
Spazzare via i petali era un lavoraccio, ma era così bello che non sentivamo la fatica. Dopo aver provato l'emozione di vederlo in piena fioritura, ogni volta che ci passavo davanti, sia quando cadevano le corolle che in pieno inverno, lo sfioravo con la mano. Era diventata un'abitudine consolidata, uno degli istanti in cui sentivo chiaramente di vivere in quel quartiere."
QUANDO: ai giorni nostri
Sempre una delizia, i romanzi della Yoshimoto: toccanti, poetici, sfiorano delicatamente temi anche dolorosi mantenendo sempre su di essi il battito d'ali della positività. Perchè dalle esperienze dolorose si esce a testa alta e più forti di prima; ma soprattutto, questo ci insegna la Yoshimoto, anche nelle ore più cupe mai smettere di guardarsi attorno con obiettività, verso tutto quello che di bello continuiamo ad avere. Ce lo insegnava in Kitchen e ce lo insegna anche in Moshi Moshi, attraverso la storia di Yoccan e della sua rinascita dopo la morte del padre. Una morte più che tragica, perchè non solo Imo - musicista di discreto successo - si è suicidato, ma lo ha fatto insieme ad una donna della quale la giovane Yoccan e la mamma ignoravano l'esistenza, apprendendo così, brutalmente, dai poliziotti che hanno recuperato i corpi in un automobile abbandonata su una strada di campagna, non soltanto di aver perso un padre e un marito, ma anche che quel padre/marito aveva da tempo intrecciato una relazione con questa sconosciuta enigmatica e cupa.
Come si viene fuori da una botta simile? Yoccan lascia l'elegante quartiere di Meguro, dove fino ad allora aveva vissuto, per trasferirsi a Shimohitazawa ( se come me siete curiosi, qui il link alla pagina di Wikipedia con alcune foto), quartiere di Tokio affollato e commercialmente molto vivo, dove trova un modesto appartamentino ed un lavoro faticoso ma gratificante come cameriera presso il ristorante Les Lions.
Faticosamente, Yoccan risale la china, mantenendosi le giornate occupate con il lavoro e bevendosi letteralmente gli effetti benefici che il nuovo quartiere, con i suoi negozietti caratteristici, i ristorantini, il ciliegio in fiore accanto al pesante portone d'ingresso a Les Liens sembra avere.
Ma cosa accade quando sua madre decide di abbandonare anche lei l'elegante casa di Meguro e si presenta alla porta di Yoccan con una borsa Hermes carica di effetti personali, chiedendole ospitalità?
Dopo un primo momento di ovvio disappunto, la figlia accetta la convivenza, dapprima soffocando il suo istinto d'indipendenza, poi scoprendosi man mano sempre più vicina ad una mamma che, prima di essere mamma, è una donna che come lei faticosamente cerca di ricostruire una vita andata in pezzi.
Intorno a loro, un quartiere che inconsapevolmente le abbraccia e le sostiene con la sua quotidianità frenetica, le insegne colorate, i bar aperti fino a tarda notte e il Moldive intriso dell'odore del caffè fresco macinato.
Che dire di più? Come in ogni suo romanzo, Banana Yoshimoto trasuda poesia ad ogni pagina, e ti conduce per mano attraverso i profumi ed i sapori della vita - perchè è anche con il cibo che le due donne iniziano la loro lenta risalita dall'abisso.
UN ASSAGGIO:
"Ormai l'aria si era fatta fredda, era un giorno d'autunno. Strofinai il tronco del ciliegio accanto al ristorante ed entrai nella stradina con i negozi.
Mi venne in mente che in primavera, quando quel ciliegio era in piena fioritura, sulle pareti verdi del ristorante si rifletteva un colore rosa intenso ed un'atmosfera dolce, diversa dal solito, avvolgeva in un abbraccio tutto ciò che c'era intorno. I passanti alzavano gli occhi verso il ciliegio e sorridevano, come spettatori felici davanti allo schermo su cui si proietta un film.
Spazzare via i petali era un lavoraccio, ma era così bello che non sentivamo la fatica. Dopo aver provato l'emozione di vederlo in piena fioritura, ogni volta che ci passavo davanti, sia quando cadevano le corolle che in pieno inverno, lo sfioravo con la mano. Era diventata un'abitudine consolidata, uno degli istanti in cui sentivo chiaramente di vivere in quel quartiere."
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giovedì 7 marzo 2013
MURAKAMI HARUKI - Kafka sulla spiaggia
QUANDO: ai giorni nostri
E' sempre difficile, delineare una trama quando si parla di Murakami Haruki; perchè pochi come lui hanno la capacità di farti costantemente oscillare tra reale e immaginario, fino al punto in cui perdi totalmente l'orientamento e lasci che siano semplicemente le sensazioni a cullarti. Per quanto mi riguarda, già un romanzo ambientato in Giappone è capace di farmi perdere la via del ritorno, talmente lontano è quel mondo che ho potuto ahimè visitare solo attraverso le pagine dei libri. E quando poi in quella terra di treni dalla velocità spaziale, udon, inchini, megalopoli e laghetti in cui si specchiano ciliegi fioriti, si aprono a un tratto le porte per un mondo fantastico, beh, una come me ci va a nozze.
Figuriamoci poi quando il tutto ruota attraverso una biblioteca, l'austera, antica, silenziosa biblioteca Komura entro la quale si muovono figure a metà tra il reale e l'onirico, come la dolce, triste e misteriosa signora Saeki e l'efficiente e quieto signor Oshima, con le matite dalla punta sempre perfettamente affilata. E' proprio qui che l'adolescente Kafka trova riparo nella sua fuga da Tokio e da un padre distante, rimanendo avviluppato in un intrico di dolce quiete, lontani segreti e soprattutto di ricordi malinconici. E mentre il ragazzo incuriosito cerca di ripercorrere la storia della signora Saeki e del suo sfortunato amore di gioventu', in un quartiere di Tokio si aggira un vecchio strambo - più che strambo, ingenuo - che non solo pretende di saper parlare con i gatti, ma di questa sua capacità ha fatto addirittura un mezzo per arrotondare l'esiguo sussidio che il governo fornisce a quelli come lui, ritrovando i gatti smarriti.
Peccato che anche il vecchio, ingenuo signor Nakata finisce per ritrovarsi impelagato in una storia più grande di lui, quando resta coinvolto, suo malgrado, in un omicidio dai contorni oscuri. E allora, cosa fa? Fugge, naturalmente, via dal caos metropolitano di Tokio, seguendo una voce interiore che gli dice dove andare.
Inutile dire che ben presto la sua strada intreccerà quella del quindicenne Kafka...
UN ASSAGGIO:
"Mentre sono seduto sul divano e mi guardo intorno, mi accorgo che la sala è il posto che stavo cercando da tempo. Sì, stavo cercando esattamente un posto così, nascosto in una nicchia del mondo. Fino ad ora, però, era stato per me solo un luogo fantasticato e segreto. Non riesco a credere che esistesse davvero da qualche parte. Chiudo gli occhi, inspiro a fondo, e l'aria rimane sospesa in me com una nuvola dolcissima. E' una sensazione meravigliosa. Accarezzo lentamente col palmo della mano il divano ricoperto da un rivestimento color crema. Mi alzo, vado davanti al pianoforte, sollevo il coperchio e provo a posare delicatamente le dieci dita sulla tastiera ingiallita. Abbasso il coperchio e faccio qualche passo sul vecchio tappeto dal disegno di grappoli d'uva. Provo a girare una vecchia maniglia che serve ad aprire e chiudere la finestra. Accendo e spengo una lampada da terra. Guardo a uno a uno i quadri appesi alle pareti. Poi torno a sedermi sul divano e ricomincio a leggere dal punto in cui avevo lasciato. Mi concentro sul libro.
Verso mezzogiorno tiro fuori dallo zaino l'acqua minerale ed il cestino con il pranzo e mi siedo a mangiare sulla veranda che dà sul giardino. Si avvicinano degli uccelli: volano da un albero all'altro e scendono sull'orlo del laghetto a bere o a darsi una rinfrescata."
mercoledì 3 agosto 2011
BANANA YOSHIMOTO - Kitchen
QUANDO: Anni '90
Ho un debole per Banana Yoshimoto.Sarà perchè in Giappone non sono mai stata, e lei ha la capacità di catapultarti - con racconti brevi e intensi come sogni - nel bel mezzo di un appartamento di Tokyo, a sorseggiare un tè bollente osservando al di là del vetro una distesa di tetti di cemento. Sarà per lo stile estremamente "vivo", che quando chiudi la pagina hai ancora impresse sulla pelle, nelle narici, sulle papille le sensazioni tattili, olfattive e gustative che in realtà hai solo immaginato.
Tra i suoi libri, decisamente Kitchen è uno di quelli che ho amato di più: due racconti ( tre, a dire il vero, ma i primi due sono legati alla storia degli stessi personaggi) poetici ed intensi sull'amore, sulla solitudine di chi, travolto dal destino, perde una persona cara e si aggrappa a ciò che può per non affogare, sulla vita che va avanti, nonostante tutto.
Da un lato, la giovane Mikage, rimasta sola in una casa piena di ricordi dopo la morte della nonna, che ritroverà in Yuichi e nella sua stravagante "mamma" Eriko il calore di una famiglia, l'affetto di un amico e forse qualcosa di più. Dall'altro, la struggente Satsuki, che poco più che adolescente affronta la morte improvvisa dell'amato Hitoshi, fianco a fianco nel suo dolore con il fratello di questi, Hiiragi, che nello stesso incidente ha perso la fidanzata e che per amore di lei continua ad indossare la sua divisa scolastica - con tanto di gonnellino - incurante di chi lo addita ridacchiando quando compare in un caffè.
La prima, tenace e determinata, che scopre la propria strada professionale nella cucina, mentre nel privato si sforza con tutta sè stessa di venir fuori dal tunnel d'isolamento che la morte sembra averle costruito intorno; la seconda, appassionatamente devota, che fiacca il suo fisico con una estenuante seduta di jogging mattutino nella disperata speranza di lasciar scivolare via tutto quanto, assieme al sudore.
Due storie delicatamente poetiche, suggestive nella loro ambientazione così lontana dalla nostra realtà - eppure così vicina a quella che abbiamo imparato ad amare attraverso certi cartoni ^_^ - che si lasciano leggere in un sussurro, ma ti lasciano dentro tanto.
UN ASSAGGIO:
"Mi sforzavo di correre. A volte, quando mi sentivo mancare il fiato, mi veniva da pensare che correre così, stanca com'ero per la notte trascorsa, non fosse che un modo di maltrattarmi. Era un dubbio che respingevo subito nella mia mente confusa: mi dicevo che se non altro al ritorno avrei dormito. La tranquillità delle strade era così totale che faticavo a mantenere chiara la coscienza. Il rumore del fiume si faceva più vicino, e il cielo cambiava a ogni istante. Una bella giornata stava per nascere attraverso il cielo azzurro e limpido.
Arrivata al ponte, come sempre mi appoggiai alla balaustra e mi misi a guardare le strade e le case che sfumavano indistinte nell'azzurro dell'aria. Il fiume scorreva con un suono fragoroso, trascinando ogni cosa con la sua schiuma biancastra. Un vento freddo mi soffiava sul viso, asciugando il sudore. Nell'aria ancora rigida di marzo splendeva chiara la mezza luna. Il respiro di consensava in vapore bianco."
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domenica 3 aprile 2011
MURAKAMI HARUKI - Tokio Blues Norwegian Wood
DOVE: Tokyo, Giappone
QUANDO: fine degli anni'60
Il mio primo incontro con Haruki Murakami è questo: un Boeing 747 che atterra nella piovosa Amburgo, con in sottofondo una "annacquata versione orchestrale" di Norwegian Wood dei Beatles diffusa a basso volume dagli altoparlanti. E' così che si apre questo libro, con un lunghissimo flashback che, innescato dalle note orientaleggianti di questa canzone, risucchia il protagonista Watanabe Toru in un doloroso vortice di ricordi rimasti impigliati da qualche parte, alla fine degli anni'60. Immaginiamo, dunque, il colorato tramonto dei Sixties, con le proteste universitarie, il fiorire dei gruppi musicali, la psichedelia; immaginiamo la chiassosa Tokyo, un anomalo collegio il cui cerimoniale includeva alzabandiera ed abbassabandiera - rispettivamente, mattina e sera - il Giappone che ha ormai rialzato la testa dopo le ferite di Hiroshima, il mondo intero che pare ribollire di un fermento di impeto giovanile che valica le frontiere.
E in tutto questo fermento, in tutto questo colore, in mezzo al proliferare di idee e proponimenti e voglia di fare e di cambiare, chiusi nel loro bozzolo di dolore ci sono loro, Watanabe Toru e la bella Naoko, la cui ingenuità giovanile è stata infranta da una terribile sciagura: il suicidio di Kizuki. Migliore amico di lui, fidanzato di lei, quest'ultimo si è tolto la vita solo qualche anno prima, a diciassette anni, stravolgendo le vite di chi gli era vicino, sospendendole in una sorta di limbo. Senza lasciare un biglietto, Kizuki se n'è andato portando con sè il segreto della sua angoscia, lasciando i suoi amici in balia dei silenzi, delle lacrime, dei sensi di colpa; e, nel delicato passaggio dall'adolescenza all'età adulta, quel vuoto lasciato da Kizuki finisce per risucchiare in parte le vite di Watanabe e Naoko, rendendoli in un certo senso estranei a tutto quello che accade intorno a loro, finendo per avvilupparli in un fragile, sottile sentimento reciproco.
E' la delicata storia di due giovani che, in un mondo inquieto, sono preda di un'inquietudine ben più grande e contro di essa combattono, ciascuno a modo loro, sforzandosi di lasciarla alle spalle assieme alla loro adolescenza; una storia che parla del dolore, dello sbandamento che questo talvolta provoca e del diverso modo di reagire - quello di chi lotta e quello di chi, semplicemente, si lascia andare agli eventi.
UN ASSAGGIO:
"Di domenica mattina sul tram c'era solo un gruppo di tre vecchiette. Quando salii guardarono la mia faccia, poi guardarono il mazzo di narcisi. Una di loro mi sorrise. Io le sorrisi a mia volta, poi andai a sedermi nel posto più in fondo e mi misi a guardare le vecchie case che cominciarono a sfilare dietro al finestrino, quasi sfiorate dal tram. Su una veranda, accanto a una decina di piante di pomodoro in fila nei vasi, un grosso gatto nero dormiva. In un giardino un bambino faceva bolle di sapone. Da qualche parte suonava una canzone di Ishida Ayumi. Arrivava perfino l'odore del curry. Il tram scivolava rapido ai bordi di quelle stradine dall'atmosfera domestica come un ago lungo l'orlo di un tessuto. In una fermata intermedia salirono diversi passeggeri, ma le tre vecchiette continuarono a chiacchierare infervorate, le teste accostate, senza neanche accorgersene. Vicino alla stazione di Otsuka scesi dal tram e, seguendo la mappa, imboccai una grande via un po' decaduta. Dei negozi che si susseguivano ai lati della strada nessuno aveva un'aria molto prospera. Erano piuttosto bui e tutti in edifici vecchiotti. C'erano anche molte insegne dalle scritte quasi cancellate. A giudicare dall'età e dallo stile delle costruzioni, questa doveva essere una zona scampata ai bombardamenti durante la guerra. E probabilmente per questo molti edifici erano rimasti allo stato originale. Naturalmente alcuni erano stati anche rimessi a posto con restauri o aggiunte, ma erano ancora più brutti di quelli rimasti intatti."
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mercoledì 23 marzo 2011
KENZABURO OE - Una famiglia
DOVE: Tokyo (Giappone)
QUANDO: tra gli anni '60 e gli anni '90
Ecco un libro (*) che parla di dolore ma, anche di rinascita. E' la storia vera di un uomo che, solo poche ore dopo la gioia più grande - quella di diventare padre - vede spalancarsi sotto i suoi piedi il baratro della disperazione; perchè il piccolo e paffuto Hikari, roseo ed innocente come tutti i neonati, è in realtà affetto da una grave malformazione cerebrale. Solo dopo un complicato intervento chirurgico, come scrive il padre stesso, potè cominciare a "vivere in questo mondo". Una vita resa difficile dalla sua disabilità, che rendeva il suo corpo in crescita prigioniero di una mente che era come cristallizzata in un'età senza tempo; una vita che, come è prevedibile, non manca di stravolgere quella di chi gli sta accanto.
La storia di questa famiglia è la storia di come la vita possa cambiarti con la rapidità di un colpo di vento; anche quando sei uno scrittore e studioso di letteratura con davanti a sè un futuro roseo e sereno. Senza pudore, guardando a ritroso attraverso la sua vita, Kenzaburo Oe descrive allora la rabbia, l'angoscia, l'impegno, l'amore, l'ammirazione per la quieta pazienza della moglie e per la tenacia dello stesso Hikari, che incanala la sua voglia di comunicare nella musica divenendo un sorprendente compositore in grado di trasmettere con le note le emozioni intrappolate per anni nel bozzolo del suo handicap.
Un romanzo che trasporta in una Tokyo diversa da quella sorridente, trafficata e scintillante di luci che immaginiamo; una città di silenzioso dolore, di impegno quotidiano, di difficoltà.
Perchè la disabilità non ha confini nè passaporti.
*NB: il libro è stato originariamente pubblicato suddiviso in una serie di articoli sulla rivista Giapponese "Sawarabi"; Oe aveva però già descritto la storia di Hikari in un romanzo scritto più a caldo (nel 1964) ed intitolato Un'esperienza personale.
UN ASSAGGIO:
"Ci vuole una certa dose di coraggio - e di un coraggio venato d'amarezza - per ammettere che ci sono stati e ci sono momenti in cui qualcuno nella mia famiglia non riesce a controllare la rabbia nei confronti di Hikari; e mi riferisco soprattutto a me stesso.
Se devo parlare da un punto di vista concreto, penso che questo stato d'animo assomigli all'insofferenza che assale talvolta i medici, gli infermieri, i fisioterapisti o gli psicoterapeuti verso i loro pazienti - e questo pensiero mi fa balenare davanti agli occhi l'immagine di me stesso vecchio egoista che, in un futuro non così lontano, infastidisce familiari e infermieri e viene trattato di conseguenza. Quando Hikari aveva cinque o sei anni, superava i suoi coetanei in statura e corporatura, ma il suo sviluppo psichico era quello di un bambino di tre anni. Quando uscivamo insieme per una passeggiata, si lasciava cadere a terra bruscamente nei posti e nei momenti più impensati, oppure si lanciava nella direzione che aveva scelto, quasi slogando la spalla di chi lo teneva per mano."
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mercoledì 2 febbraio 2011
MURAKAMI HARUKI - Dance Dance Dance
DOVE: Dolphin Hotel, Sapporo
QUANDO: Anni 80
Difficile definire "dove" si svolge questo romanzo.. perchè sì, tutto prende l'avvio da questo piccolo e misterioso hotel di Sapporo, nel quale il protagonista ha trascorso una sola - perlopiù insignificante - settimana della sua vita e che, inspiegabilmente, compare tutt' a un tratto nei suoi sogni. Ma quello è solo l'inizio.
Ben presto, infatti, la storia comincia ad oscillare tra la realtà ed un inquietante universo parallelo che all'improvviso stende la sua oscurità fin al Sedicesimo Piano dell'albergo, un mondo buio nel quale dimora in silenzio l'inquietante Uomo Pecora e che sembra essere in qualche modo legato alla sparizione della bella Kiki, squillo di lusso alla ricerca della quale il protagonista - giornalista freelance senza particolari ambizioni- si lancia convulsamente.
E poi la misteriosa tredicenne Yuki, figlia "dimenticata" da una mamma troppo presa dalla propria carriera e dal proprio compagno, sola con la compagnia delle sue cuffiette, della musica rock e di una speciale capacità di "percepire" gli altri. E Gotanda, ex compagno di studi divenuto star del cinema e incontrato per caso, a distanza di anni, col quale il protagonista condivide una solitudine i cui silenzi incominciano a pesare. E ancora, la piccola e timida Yumihoshi, receptionist del nuovo Dolphin hotel, quello che ha fagocitato il vecchio e decadente alberghetto nella sua scintillante e lussuosa gola.
Un gran ribollire di personaggi e idee, un intreccio lungo il quale l'autore ci guida con semplicità, al ritmo degli Stynx e dei Fleetwood Mac, fino al prevedibile - eppur sorprendente- finale.
Un viaggio meraviglioso, che ho voluto ripetere per ben due volte; ed ogni volta l'atmosfera decadente e misteriosa del Dolphin hotel ha saputo compiere il suo incanto.
UN ASSAGGIO:
"Era un albergo piccolo e modesto, del quale sembravamo essere gli unici clienti. Durante quella settimana, nella hall mi capitò di incontrare al massimo due o tre persone, e non ebbi modo di capire se anche loro pernottassero lì. Ma siccome sul quadro alla reception a volte mancavano alcune chiavi, ne dedussi che forse c'erano altri clienti oltre noi. Magari non molti, ma c'erano. D'altra parte era abbastanza improbabile che in una grande città un albergo indicato da un'insegna e segnalato sulle pagine Gialle resti vuoto. Ma ammesso che ci fossero altri clienti, doveva trattarsi di persone straordinariamente discrete. Non solo non avemmo mai occasione di vederle, ma nemmeno sentimmo mai il minimo rumore o scorgemmo alcun segno della loro presenza. A parte la posizione delle chiavi alla reception, che ogni giorno cambiava leggermente."
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