DOVE: in Sicilia, tra Sarentini e Palermo
QUANDO: a cavallo dell'Unità d'Italia
Viaggio pieno di fascino, quello appena concluso; e se come me avete apprezzato lo splendido scenario in cui si muovono con romantica tristezza le anime de Il Gattopardo, non potete non tornare a gettare un'occhio su quel mondo e quel tempo.
Qui siamo a Sarentini, nella possente e lussosa dimora di un'antica famiglia, saldamente ancorata ai principi storici che ne hanno, nei secoli, scandito i ritmi; famiglia che, come molte altre, si sente scuotere le fondamenta mentre l'Italia intera è attraversata come da un rosso fremito di rivolta. E sì che loro, i Safamita, di rivolte ne hanno viste, senza mai per questo vedersi veder meno la solida fedeltà dei propri dipendenti; ma stavolta corre voce che le cose siano diverse, che questi garibaldini fiammeggianti riescano a smuovere anche gli animi più assopiti, e che il rischio di veder crollare tutto sia più che tangibile.
In quest'atmosfera di ansiosa attesa, nel palazzo austero dei baroni Safamita, la vita quotidiana continua a scorrere con i consueti rituali, così come ci viene narrata dalla voce di Amalia Cuffaro, costretta dalla suocera a separarsi dal figlio per divenire balia in quel palazzo; ed in un formicolare operoso di domestiche, che sotto l'occhio vigile del mastro di casa sciorinano biancheria scintillante per poi riporla, odorosa di sole, o impastano dolcetti profumati nell'umido tepore delle cucine, sussurrando sottovoce vizi e virtù dei propri padroni, tra sbuffi di farina, i giovani Safamita vengono al mondo.
Come la sorprendente Costanza, amatissima secondogenita del barone, dai capelli rossi come il fuoco, piccola anima rifiutata dalla sua stessa madre appena messa al mondo ed accolta dall'infinito e premuroso amore della balia Amalia, che la vede anno dopo anno fiorire e farsi donna splendida eppur fragile. Costanza, affamata d'amore, vittima nel corso degli anni anche dell'ostilità dei due fratelli - Giacomo il minore e l'amatissimo Stefano, il maggiore - cresciuta lontana dalle stanze lussuose dei Safamita e relegata durante la sua infanzia nel mondo sotterraneo della servitù, divenuta poi donna capace di tenere le redini di un piccolo impero eppure priva dello stesso polso quando si tratta di mettere mano alle questioni di cuore. Un ritratto femminile straordinario, delicato, a tratti inconsueto e moderno, tracciato con sapienza dal linguaggio semplice di Amalia, l'unica forse oltre al padre ad aver pienamente compreso ed amato questa straordinaria creatura, in cerca costantemente della propria identità.
Una storia bellissima ed una prosa evocativa, piena di profumi e suoni lontani, di colori sbiaditi dal sole, di appezzamenti di terra contornati di siepi gobbe di fichi d'india, di porcellane finissime ordinate dietro i vetri delle credenze, di lunghi corridoi silenziosi lungo i quali le domestiche si muovono, rapide ed invisibili, pronte a rispondere alla chiamata della propria padrona.
Ma anche una storia in cui, sullo sfondo, c'è tanta, tantissima Storia. Quella di un paese che fatica a trovare una propria identità, di un Sud rimasto ai margini, abbandonato a sè stesso ed al sorgere bellicoso dei primi germi di un'organizzazione mafiosa che - ahimè, ben lo sappiamo - metterà radici solide, qui come nel resto dello stivale. E qui, come nel Gattopardo, di nuovo tutto è soffusamente avvolto in un sentore di tramonto, di cose che stanno lentamente mutando, di inevitabile, scivolosa decadenza alla quale tutti sembrano abbandonarsi con malinconica rassegnazione.
Nella storia di Costanza, nella sua modernità di donna educata dal padre non come "sposa" ma come "padrona delle proprie sostanze", nella sua fame di affetto, nella ricerca di sè stessa, nel suo voler essere accettata ed amata per quella che è, si intravede in fondo un seme di quella società che va trasformandosi, portando ad un lento cambiamento anche e soprattutto nella condizione femminile e nei costumi sociali.
Una piccola storia incastonata nella Grande Storia, destinata a perdersi in essa eppure al contempo a simboleggiarne una certa fase, una storia pervasa da una sottile tristezza e che lascia in bocca un sapore dolcemente amaro; un bellissimo ritratto di un'epoca storica straordinaria, nella quale coesistevano gli entusiastici slanci di chi nel cambiamento vede una nuova vita e la malinconia con la quale, invece, altri vedono in esso il tramonto della loro esistenza così come era stata tramandata solidamente, secolo dopo secolo.
UN ASSAGGIO:
"Costanza pranzò per la prima volta con gente del continente e rimase affascinata dagli ospiti. Il prefetto era alto ed elegante. Aveva barba e capelli rossi come i suoi, ricci e folti.. Non aveva mai incontrato faccia a faccia qualcuno con i capelli del suo colore. Aveva intravisto dei giovani con i capelli rossi a Marsala durante una visita ai cugini Limuna; glieli avevano indicati, mentre passavano in calesse per la via principale, ridacchiando: li chiamavano ' i 'Nofri'. Alfonsina le aveva spiegato che tutti i rossi di capelli di Marsala discendevano da un inglese, un certo Onofrio, che aveva disseminato la città di figli bastardi. Costanza era impallidita e si era calcata il cappello sulla testa.
"Non sei mai stato il capitano Nemo intrappolato nel tuo sottomarino mentre la piovra ti sta attaccando?" (Dal film 'La Storia infinita')
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domenica 5 maggio 2019
SIMONETTA AGNELLO HORNBY - La zia Marchesa
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lunedì 21 novembre 2011
FEDERICO DE ROBERTO - I Vicerè
DOVE: Catania, Sicilia
QUANDO: tra il 1850 e la fine dell'Ottocento, a cavallo dell'Unità d'Italia
Gente illustre, questi Uzeda. Fin dal loro antenato Lopez Ximenes, giunto in Sicilia dalla Spagna quale governatore dell'isola per conto dell'imperatore Carlo V e capostipite di una lunga stirpe di orgogliosi, austeri e bellicosi Vicerè - questo il nomignolo che la casata porta con sè da ben duecento anni. Orgogliosamente avvinghiata alle proprie rigidissime tradizioni nobiliari, attenta a mantenere la purezza del proprio sangue e l'integrità del proprio patrimonio attraverso un'oculatissima scelta - o più propriamente, pianificazione - dei matrimoni e delle "vocazioni" più o meno spontanee che indirizzano i cadetti verso la vita monacale. Nel lusso del loro palazzo catanese, più e più volte rimaneggiato nel corso degli anni dai precedenti inquilini, ciascuno dei quali ha sentito nel corso del tempo l'esigenza di aggiungere ali, aprire finestre e murare quelle esistenti, i principi di Francalanza godono beatamente della silenziosa venerazione del popolo, almeno fino a quando non ci mette lo zampino quel tumulto che, con la forza di un uragano, va propagandosi dal Regno di Piemonte lungo tutto lo stivale. E quando la fiamma della rivoluzione sbarca in Sicilia assieme alle camicie rosse garibaldine, perfino nella presuntuosa immobilità della loro antica casata qualcosa comincia a scricchiolare. Don Gaspare Uzeda, fratello del defunto principe Consalvo, trasportato dalla corrente della rivoluzione arriva perfino a diventare deputato presso il neonato Regno d'Italia, scatenando le ire della sorella Ferdinanda, zitellona avida e borbonica fin nel midollo, fiera snocciolatrice del proprio albero genealogico. E poi il benedettino don Blasco, collerico e a tratti blasfemo, anch'egli pronto a mutare direzione quando le nuove leggi impongono la chiusura dei conventi, mettendo fine a una certa pingue avidità di chi ha scelto la vita monacale non certo per vocazione. E il contino Raimondo, secondogenito eppure preferito dalla defunta Tereza Uzeda, la quale decise di dargli moglie scatenando così un pericoloso precedente in una famiglia dove tutto era stato sempre pianificato affinchè l'intero patrimonio restasse nelle mani del primogenito. Personaggi le cui vite s'intrecciano sotto il tetto dell'antico palazzo dei principi di Francalanza, tra ribellioni più o meno velate ai rigidi protocolli nobiliari, epidemie di colera, rancori mai sopiti, sottili rivalità ed una certa freddezza - al limite con l'odio di classe - verso chi entra a far parte, loro malgrado, della famiglia. Difficile anche stilarne in breve una trama, tanto molteplici sono le sfaccettature prese in esame, mentre sullo sfondo l'Italia nasce e muove lentamente i primi passi. Un affresco assolutamente straordinario - insieme, naturalmente, al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa - della Sicilia risorgimentale con le sue antiche radici nobiliari, il popolo bruciato dal sole, la dedizione al Re Borbonico e i dubbi verso una Roma tanto astratta quanto lontana.
UN ASSAGGIO:
"La principessa, da alcuni giorni, aveva lo stomaco rovinato, non digeriva più, si trascinava penosamente dal letto alla poltrona; e appunto perciò tutti gli altri convennero che bisognava metterla in salvo prima degli altri. Marito e moglie partirono dunque subito con lo zio e Baldassarre; gli altri restarono a preparare i carri della roba, giacchè questa volta, non andando in casa propria, bisognava portare letti, biancheria, tutte le cose di uso giornaliero. Nella notte tornò il maestro di casa per avvertire che l'alloggio era trovato, e il domani all'alba tutti scapparono dal Belvedere dove il colera già divampava. La casa, alla Viagrande, s'era trovata grazie alle relazioni ed ai quattrini del principe di Francalanza: nondimeno, era una catapecchia consistente in tre cameracce e due stanzini a pianterreno, povera abitazione d'un bottaio dove i Vicerè furono molto contenti di potersi ficcare. Grazie al nome di Uzeda, l'entrata in paese fu loro consentita quantunque venissero da un luogo infetto; ma, una volta dentro, il principe, il duca, don Blasco cominciarono a gridare che non bisognava lasciar passare nessun altro, se non si voleva la rovina della Viagrande. Infatti l'epidemia decimava non solamente la popolazione rimasta in città, dove si contavano fino a trecento morti al giorno e non c'era più consorzio civile, nessuna autorità, nè deputati nè consiglieri, nè niente, ma diffondevasi per la prima volta con violenza straordinaria nel Bosco scampato a tutte le altre invasioni coleriche: era al Belvedere, era a San Gregorio, Gravina, alla Punta, guadagnava le case sparse, non risparmiava i casolari perduti in mezzo alle campagne; e non soltanto i poveri diavoli morivano, ma le persone facoltose, i signori che s'avevano ogni sorta di riguardi; talchè la gente atterrita fuggiva da un paesuccio all'altro, come poteva, sui carri, a cavallo, a piedi; ma chi portava addosso il germe del male cadeva lungo i canali stradali, si torceva nella polvere e moriva come un cane: i cadaveri insepolti, cotti dal torrido sole estivo, esalavano pestiferi miasmi, mettevano il colmo all'orrore; e i fuggiaschi che arrivavano sani e salvi ai luoghi ancora immuni erano accolti a schioppettate dai terrazzani atterriti ...."
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venerdì 19 agosto 2011
GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA - Il Gattopardo
DOVE: Sicilia
QUANDO: 1860
Nella Sicilia assolata, nel cuore di quel 1860 che vede l'Italia - tutta, indistintamente, da Nord a Sud - attraversata dalla febbre del Risorgimento: è qui che ci trasporta Il Gattopardo, che con la delicatezza di un acquerello dipinge la rivoluzione vista attraverso lo struggente punto vi vista di chi vede il lento disfacimento della propria antica casata e del ceto nobiliare intero, sopraffatto dalla crescente forza della borghesia.
E qui, nella sfarzosa tenuta dei principi di Salina, avviluppata nel suo giardino odoroso di menta e zagare, silenziosamente assorta nella quotidiana recita del Rosario, incontriamo il principe Fabrizio - orgoglioso rappresentante di quella "casta" che malvolentieri accetta l'idea del proprio tramonto - e suo nipote Tancredi, giovane infiammato dagli ideali garibaldini che proprio tra le fila dei Mille ha scelto di schierarsi, in aperto conflitto con lo zio.
E mentre l'Italia scossa dall'impeto della rivoluzione si trasforma, sotto le rigide volte di Casa Salina si instaura una strenua - e sempre più debole - resistenza, perfino sotto il profilo culinario, quando il Principe rifiuta, nei suoi ricevimenti, di assecondare l'usanza barbara di incominciare un pasto con una "brodaglia", preferendo al nordico potage un ben più opportuno timballo di maccheroni. E tra devoti pellegrinaggi al Monastero di Santo Spirito - che accoglie la pia salma della Beata Corbera, antenata dei Salina, tra lussuosi e mondanissimi balli (occasione, negli intervalli di respiro lasciati dai "fattacci" della rivoluzione, per incontrarsi e congratularsi di esistere ancora), amori che sbocciano, i paesaggi riarsi dal sole, la nobile casata scivolta lenta e dignitosa incontro al suo tramonto, mentre il cuore della neonata Italia si avvia a pulsare di nuova vita.
UN ASSAGGIO:
"Primo (ed ultimo) di un casato che per secoli non aveva mai saputo fare neppure l'addizione delle proprie spese e la sottrazione dei propri debiti, possedeva forti e reali inclinazioni alle matemariche; aveva applicato queste all'astronomia e ne aveva tratto sufficienti riconoscimenti pubblici e gustosissime gioie private. Basti dire che in lui orgoglio e analisi matematica si erano a tal punto associati da dargli l'illusione che gli astri obbedissero ai suoi calcoli (come di fatto sembravano fare) e che i sue pianetini che aveva scoperto (Salina e Svelto li aveva chiamati, come il suo feudo e un suo bracco indimenticato) propagassero la fama della sua casa nelle sterili plaghe fra Marte e Giove e che quindi gli affreschi della villa fossero stati più una profezia che un'adulazione.
Sollecitato da una parte dall'orgoglio e dall'intellettualismo materno, dall'altra dalla sensualità e dalla faciloneria del padre, il povero Principe Fabrizio viveva in perpetuo scontento pur sotto il cipiglio zeusiano e stava a contemplare la rovina del proprio ceto e del proprio patrimonio senza avere nessuna attività ed ancora minor voglia di porvi riparo."
giovedì 17 marzo 2011
BUON COMPLEANNO, ITALIA!
"Ricordatevi bene quello che vi dico. Perchè questo fatto potesse accadere, che un ragazzo calabrese fosse come in casa sua a Torino, e che un ragazzo di Torino fosse come a casa propria a Reggio di Calabria, il nostro paese lottò per cinquant'anni, e tremila italiani morirono.Voi dovete rispettarvi, amarvi fra tutti voi; ma chi di voi offendesse questo compagno, perchè non è nato nella nostra provincia, si renderebbe indegno di alzare mai più gli occhi da terra quando passa una bandiera tricolore."
Questo scriveva, Edmondo De Amicis nel Libro Cuore, pubblicato nel 1886.
Cos'altro aggiungere? Meditate, gente, meditate...
Buon 17 Marzo a tutti!
domenica 13 marzo 2011
EDMONDO DE AMICIS - Cuore
DOVE:Torino, terza elementare sezione Baretti
QUANDO: fine '800
So che molti storcono il naso davanti al libro Cuore, ritenendolo niente più che uno stucchevole, superato libro per bambini che non ha più nulla da raccontarci. Eppure io, al di là del valore sentimentale - il bellissimo ricordo di mia nonna, romagnola trapiantata a Roma da 60 anni, che mi raccontava la storia di Ferruccio - ho deciso di scegliere proprio De Amicis per celebrare - nel mio piccolo - i 150 anni dell'Italia unita (tra pochi giorni, il 17 marzo: qui il sito ufficiale con tutte le iniziative).
Perchè è proprio lì che veniamo catapultati fin dalle primissime pagine: in un'Italia neonata, per certi versi ancora incredula, con la voglia di sentirsi unita e di celebrare senza tristezza tutti coloro che, spinti dalla passione per un'ideale, avevano sacrificato la propria vita affinchè i propri figli, i propri successori - noi - potessero vivere il loro sogno. Siamo a Torino, intorno al 1882, in una terza elementare nella quale la tanto sospirata unità nazionale si comincia a toccare con mano; bambini che fino a pochi anni prima sarebbero stati stranieri gli uni per gli altri, provenienti da aree diverse dello stivale che si trovano a condividere, un banco accanto all'altro, un intero anno scolastico. Provate a immaginare cosa voleva dire, allora, spostarsi dalla Calabria a Torino: due mondi diversi, due lingue diverse, due climi diversi. Eppure c'era la voglia di credere nelle potenzialità di questo nuovo stato, c'era ancora la fiamma dell'ideale che ardeva nei petti, c'era il desiderio di sentirsi, prima di tutto, italiani.
E' qui, in questa scuola d'altri tempi - siamo ben prima della riforma Gentile, in epoca di grembiuli, di "buon giorno signor maestro", di Sezioni Maschili e Sezioni Femminili, di medaglie ai primi della classe - che si intrecciano le vicende di piccoli studenti (il buon Garrone, il piccolo "gobbino" Nelli, lo scapestrato Franti, il biondissimo primo della classe Derossi), narrate dalla voce di uno di loro.
Enrico Bottini, questo il suo nome, in un semplice diario ci racconta di un tempo in cui l'infanzia, sebbene spesso costretta ad aprire gli occhi sulla malattia, il dolore, la morte, la miseria, manteneva una sua aura di candida ingenuità, un tempo in cui la figura del maestro ispirava un misto tra timore e rispetto, e nel quale operai, falegnami e fochisti, sfiniti dopo una giornata di lavoro, trovano le ultime forze per frequentare la scuola serale. E, soprattutto, ci racconta le avvincenti storie che il maestro talvolta raccontava loro; più che storie, delle parabole il cui fine è quello di illustrare ai suoi studenti - con esempi concreti - valori come il coraggio, l'amore per il prossimo, la forza morale, l'amore per la famiglia e la patria. Insegnando loro che, molto spesso, grandi sentimenti albergano nei cuori più piccoli; e talvolta proprio in quelli sui quali la maggior parte di noi non scommetterebbe un soldo.
E' vero, il linguaggio può suonare per qualcuno un tantino "impolverato" - anche se io, personalmente, adoro il potere evocativo che il linguaggio ha.. espressioni come "figliuolo dell'erbivendola" hanno il sapore d'altri tempi che poche immagini cinematografiche riescono a dare con identica suggestione - ma la forza dei valori e dei sentimenti non ha tempo nè età.
E l'entusiasmo di un popolo che - ben lungi dal prevedere di dover affrontare due conflitti mondiali ed un Ventennio di dittatura tra uno e l'altro - si scopre finalmente unito; entusiasmo che forse dovremmo provare a coltivare e riscoprire, immedesimandoci in questi uomini e donne di centocinquant'anni fa che, malgrado la miseria riuscivano a scaldarsi al fuoco dei loro valori.
E allora, BUON COMPLEANNO, ITALIA!
UN ASSAGGIO:
"Non furon che due giorni di vacanza, e mi parve di stare tanto tempo senza riveder Garrone. Quanto più lo conosco, tanto più gli voglio bene, e così segue a tutti gli altri, fuorchè ai prepotenti, che con lui non se la dicono, perchè egli non lascia far prepotenze. Ogni volta che uno grande alza la mano su uno piccolo, il piccolo grida: - Garrone! - e il grande non picchia più. Suo padre è macchinista della strada ferrata; egli cominciò tardi le scuole, perchè fu ammalato due anni. E' il più alto e il più forte della classe, alza un banco con una mano, mangia sempre, è buono. Qualunque cosa gli domandino, matita, gomma, carta, temperino, impresta o dà tutto; e non parla e non ride in iscuola: se ne sta sempre immobile nel banco troppo stretto per lui, con la schiena arrotondata e il testone dentro le spalle; e quando lo guardo, mi fa un sorriso con gli occhi socchiusi, come per dirmi: - Ebbene, Enrico, siamo amici?- Mi fa ridere, grande e grosso com'è, che ha la giacchetta, calzoni, maniche, tutto troppo stretto e troppo corto, un cappello che non gli sta in capo, il capo rapato, le scarpe grosse, e una cravatta sempre attorcigliata come una corda. Caro Garrone, basta guardarlo in viso una volta per prendergli affetto."
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