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domenica 2 giugno 2019

WILLIAM SOMERSET MAUGHAM - Storie Ciniche

DOVE: Tra Londra e le sue colonie a Sumatra e nel Borneo
QUANDO: inizi del secolo scorso

In più di un'occasione mi è capitato di sottolineare come ( sarà l'età che avanza) in questa fase della mia vita le storie che culminano con un classico lieto fine finiscono per lasciarmi un po' l'amaro in bocca. Ad esempio, è successo con "Gli Occhi dei Coccodrilli sono Gialli" di Katherine Pancol, recensito qui, deliziosa storia che scorre come una confortevole tazza di tè ma che avrei preferito vedersi sciogliere in un finale diverso, meno banale e più realistico. Idem con patate per "Piccoli Limoni Gialli" della Ingemarsson: divorato, piaciuto, ma anche lì, avrei preferito una conclusione differente. Ripeto, saranno gli 'anta' che incombono a brevissimo, ma questa raccolta di brevi racconti di Maugham è stata per la parte di Malefica che alberga in me una vera boccata d'ossigeno, in tal senso.
Lui - che poi è il tipo vestito di nero che vediamo in copertina, adoro questo scatto - lo avevo già incontrato parecchi anni fa, quando il blog era agli albori, con il suo straordinario Mago, romanzo al quale all'epoca dedicai un a recensione timida e striminzita, ma con il quale rimasi incantata dallo stile concreto e moderno, e dal taglio cinico - appunto - della sua prosa. Poi, come spesso accade, è finito nell'archivio degli autori di cui mi riprometto di leggere altro, per anni; finchè, in un blog - ahimè, non ricordo più quale fosse, sicuramente uno di quelli elencati qui a sinistra fra i  miei "Compagni di Viaggio" - non ho trovato una recensione di questa raccolta, ed eccola qui, infine, tra le mie mani.
Se al contrario della sottoscritta siete in una fase esistenziale in cui agognate principi azzurri e storie a lieto fine, come potete ben intuire dal titolo, quest'opera certamente non fa per voi; perchè qui, con sapienza e sottilissima ironia, troviamo invece uno spaccato della vita quale tende ad essere veramente, con i sogni che si infrangono, le delusioni, le persone che gettano la maschera palesandosi per quelle che sono davvero. Difficile anche raccogliere le idee per definirne in breve il succo; diciamo che quelle che incontriamo sono undici storie brevi, ambientate perlopiù a Londra e nelle sue umide colonie tropicali, nelle quali incontriamo una selva di personaggi straordinari, ciascuno dei quali ben incarna il cinismo che da sempre sembra accompagnare la vita umana.
Se infatti siamo trasportati in un'epoca lontanissima da quella attuale - e per me, profondamente affascinante, quando ancora angoli lontani di mondo erano "diversi" dall'Europa, la quale iniziava il suo lento ed orgoglioso stravolgimento dei paesi con cui veniva in contatto - sorprende certamente, nel corso della lettura, lo straordinario occhio senza tempo col quale Maugham osserva e descrive le piccole vicende umane.
Gli intrecci sentimentali. Le convenzioni sociali. Un certo ridicolo perbenismo (leggete "Prima della Festa" e capirete di cosa parlo). Il violento impatto delle delusioni. La rivalsa sociale. La sottile prepotenza di chi piega gli altri al proprio volere. Sotto i cieli umidi dei tropici o nella sonora confusione luccicante dei teatri londinesi; nel silenzio austero delle case di antiche famiglie "per bene" o nei coloriti e chiassosi ricevimenti nel cuore della city, ovunque ci giriamo, la realtà ci viene mostrata qual é realmente, senza patine, senza abbellimenti. Un cinismo schietto eppure talmente velato d'ironia da strapparci, di tanto in tanto, un'amaro sorriso.
Personaggi dai tratti indimenticabili, che vale la pena di assaporare lentamente, lasciandoci sorprendere dalla loro estrema modernità. La donna - moglie e madre - che, in "Louise", mantiene la sua intera famiglia soggiogata al proprio egoismo, ostentando una presunta malattia di cuore. La zitella bruttina e retrò che, complice un matrimonio mirato con acutezza, ha la sua rivalsa diventando la più splendente e desiderata ospite dei ricevimenti in voga, descritta in "Jane". L'amaro intreccio di amore, ingenuità e morte de "La Virtù". E ancora, storie su storie, all'apparenza incastonate in un tempo andato che tutttavia divengono, pagina dopo pagina, attuali in modo ardente.
Ho adorato l'amara e triste ironia con cui la vita sembra accanirsi sui personaggi di Maugham, spingendoli a reagire a ciò che accade fiaccandoli o indurendoli a seconda dei casi; perchè quel che c'è di straordinariamente moderno in queste pagine è senz'altro la capacità di descrivere la vita, come questa finisca inevitabilmente per trasformarci - talvolta, per farci soccombere - e di come le storie, anche quelle a lieto fine, non possono non avere poi, poco più in là, un epilogo amaro.
Non storcete il naso, dopotutto questa, insegna Maugham, è la vita. Che ha uno strano, stranissimo senso dell'umorismo.

PS: qui, su Le Cartoline di Mete d'Inchiostro, un altro assaggio un po' più corposo del senso della vita, secondo Maugham.

UN ASSAGGIO:

"Se ne stava seduto su una poltroncina in stile Luigi XVI, accanto alla moglie (su un'altra poltroncina ), che l'aveva convinto ad accompagnarla alla presentazione delle collezioni primaverili. Prova, questa, dell'indole amabile di Monsieur Le Sueur: era un uomo assai indaffarato e con cose ben più importanti da fare che guardare per un'ora una dozzina di belle figliole che si pavoneggiavano con una sbalorditiva varietà di mises. Certo non pensava che una di quelle mises potesse far apparire sua moglie diversa da quella che era: un donnone spigoloso sulla cinquantina, dai lineamenti forti, ben più del normale. Non l'aveva sicuramente sposata per la sua bellezza, e lei non si era mai figurata che così fosse, nemmeno nei primi, inebrianti giorni della luna di miele. L'aveva sposata per combinare il solido stabilimento siderurgico da lei ereditato con la propria ugualmente florida fabbrica di locomotive."





sabato 2 febbraio 2019

GERALD DURRELL - La mia Famiglia e Altri Animali


DOVE: Corfù, Grecia
QUANDO: anni '30

Anche ora che mio figlio maggiore è grande (quest'anno compirà dieci anni, il tempo vola), abbiamo mantenuto l'abitudine di leggere alcuni libri insieme. Non so bene in base a quale criterio lui scelga di affrontare alcune storie da solo, avvolto nella luce giallastra della sua abat-jour e quali invece ritenga siano più idonee ad essere lette ad alta voce; fatto sta che di tanto in tanto ci sforziamo di ritagliarci questi piccoli momenti, che lui a quanto pare continua a gradire, nonostante ormai da parecchi anni sia perfettamente in grado di leggere da solo ( per chi volesse, qui ho dedicato un post proprio all'importanza di leggere anche ai bambini grandi; sarei curiosa di avere altre opinioni.. ^_^ )
C'è stato Willy Wonka, in primis; poi, tre libri e mezzo della saga di Harry Potter. Poi, Sepulveda, con la sua serie di libri dedicati all'amicizia (dalla Gabbianella e il Gatto in poi).
E adesso, appunto, Durrell.
Gli ho regalato questo libro ricordandomi di quanto mi fosse piaciuto, da bambina, ed immaginando che si sarebbe facilmente immedesimato in questo suo coetaneo del secolo scorso, appassionato come lui di natura e con una spiccata, travolgente voglia di scoprire il mondo; ed ammetto di essermi quasi commossa quando lui, con fermezza, ha deciso che lo avremmo letto insieme.
Talvolta soli, io e lui, talvolta con la compagnia della sorella, mentre allattavo, abbiamo dunque intrapreso il viaggio che tutti, una volta nella vita, dovrebbero fare: quello nell'infanzia di un grande naturalista, e più nello specifico nei cinque luminosi, entusiasmanti anni da lui trascorsi nello splendore di una Corfù selvaggia e lontana anni luce dalla grigia e umida Inghilterra che i Durrell si lasciano alle spalle.
Una storia d'altri tempi, certo. Una madre sola che può permettersi di partire armi e bagagli con i suoi quattro figli (tre maschi ed una ragazza) approdando dopo un lunghissimo viaggio in un mondo romanticamente caotico, dai ritmi talvolta sonnolenti, odoroso di sole e salsedine, cordiale e accogliente come solo le terre bagnate dal Mediterraneo, nelle sue varie sfaccettature, sanno essere.
Una famiglia atipica, bizzarra, dai tratti talvolta caricaturali, con una mamma affettuosa, dolcemente paziente, un tantino svampita e quattro figli ciascuno con il proprio carattere e le proprie ossessioni. Margot, adolescente bellissima e ossessionata dalla cura di sè; Larry, fratello maggiore ed in quanto tale col peso sulle spalle dell'essere per certi versi l'uomo di casa, letterato assennato fino a rendersi pedante e noioso; Leslie, rude ed appassionato di caccia, ed il piccolo Gerry, appunto, carico di tutto l'entusiasmo dei suoi dieci anni verso quel mondo nuovo e splendente.

Lui, che un giorno sarà quel Gerald Durrell che fonderà  la Durrell Wildlife Conservation Trust, dedicando la sua vita allo studio ed alla conservazione della biodiversità, ci accompagna nelle sue lunghe, oziose eppur pienissime giornate di scorribande attraverso l'isola e le sue meraviglie, con la compagnia del fedele cane Roger e dei tanti, straordinari personaggi che lo affiancheranno in questa  esperienza, dal bizzarro Spiro, che li prende sotto la sua ala protettrice assistendoli nei loro primi passi in terra greca, fino ai tanti precettori che si occuperanno di imbrigliare l'entusiasmo di Gerry affiancando alle sue scorribande sul campo un'educazione più tradizionale e teorica.
Il mondo in cui ci accompagna è un mondo meravigliosamente ricco di profumi intensi, di colori, di ronzare di insetti nei sonnolenti pomeriggi estivi e di inverni piovosi che tingono il mare di un blu plumbeo. Di piccole pozze d'acqua trasparente, che come scrigni di vetro custodiscono meravigliosi mondi in miniatura. Di mare azzurro venato di spruzzi color panna là dove si infrange sugli scogli. Di muretti di pietra scottati dal sole, uliveti che chiazzano d'ombra la terra brulla, fichi succosi addentati direttamente sotto la pianta. Di sentieri polverosi che si perdono nel frinire assordante delle cicale.
Di tante straordinarie creature che, ben presto, malgrado le proteste di Larry, finiranno per entrare a far parte della famiglia, occupando man mano gli spazi comuni delle tre case che li vedranno, nel corso degli anni, come residenti. Tartarughe, gufi, mantidi, perfino un enorme e ostile albatros: il mondo di Gerry è quello di un naturalista d'altri tempi, che anzichè osservare sul campo cattura, ingabbia, addomestica; ma siamo pur sempre negli anni '30, e bisogna essere indulgenti verso una visione dell' "essere naturalisti" che negli anni si è evoluta lentamente.
Una storia forse più descrittiva che d'azione, in cui poco accade dal punto di vista della trama ma molto, moltissimo se anzichè attendere eventi clamorosi e colpi di scena ci lasciamo coinvolgere dalle atmosfere, dalle emozioni, dalle descrizioni talmente minuziose che pare di sentire nelle narici l'odore dell'erba secca scaldata dal sole.
Matteo l'ha adorata al punto tale da commuoversi fino alle lacrime quando abbiamo finito, come accade ai lettori veri, quando incontrano un libro capace di coinvolgerli a tal punto che, nel chiuderli, si ha la sensazione di salutare dei cari amici. Con loro ha spesso sorriso, si è emozionato, ed insieme abbiamo spesso finito per cercare su google le immagini degli insetti che Gerry catturava e che credevamo di non conoscere, dalle tipule alle cetonie.
Per lui, Gerry, Larry e gli altri sono diventati questo: amici carissimi coi quali si è condiviso un viaggio straordinario, che ti verrebbe voglia di intraprendere di nuovo, ancora e ancora.

Ed ammetto anche io che, sera dopo sera, capitolo dopo capitolo, l'effetto era quello di riemergere da una sorta di tunnel spazio temporale, ritrovandomi smarrita in una cameretta buia, con la piccola abat-jour di ikea accesa, laddove fino ad un'istante prima mi sembrava di camminare su un sentiero pietroso perso tra gli uliveti.

UN ASSAGGIO:

"La primavera si immerse lentamente nei lunghi, caldi, assolati giorni d'estate tutti canori di cicale, stridule ed eccitate, che facevano vibrare l'isola coi loro gridi. Nei campi il granturco cominciava a gonfiarsi, mentre le seriche barbe, da castane si facevano di un biondo color burro; quando strappavi via l'involucro di foglie e piantavi i denti nei chicchi perlacei, il succo ti sprizzava in bocca come fosse latte. Sulle viti l'uva pendeva in piccoli grappoli macchiettati e caldi. gli ulivi sembravano piegarsi sotto il peso dei loro frutti, gocce levigate di giada verde tra le quali friniva il coro delle cicale. Negli aranceti, tra le foglie scure e lucenti, i frutti cominciavano a colorirsi, come se una vampata di rossore si spandesse sulle loro verdi pelli butterate."


giovedì 6 dicembre 2018

DINO BUZZATI - La boutique del mistero

DOVE: Italia
QUANDO: in diversi tempi, tra gli inizi del secolo scorso e gli anni '50.

Ancora a casa in maternità, continuo a sfruttare le lunghe sedute di allattamento per leggere ^_^ ; ed ho approfittato, tra le altre cose, per recuperare un autore dallo stile straordinario, scoperto ahimè troppo tardi.
Dino Buzzati è stato per anni solamente un nome allineato tra gli altri nomi su un piccolo scaffale a casa dei miei nonni - la libreria adiacente a quello che era stato il letto di mio padre da bambino, la stessa libreria a cui io mi affacciavo con curiosità infantile, innamorata com'ero dei libri e degli straordinari viaggi che essi contenevano, silenziosamente nascosti fra le pagine.
Dicevamo, dunque, Dino Buzzati. Poliedrico personaggio letterario, definito "il kafka italiano", autore straordinario rimasto ahimè accantonato, sebbene il suo stile e le atmosfere delle sue opere lo rendano tuttora godibile ed affascinante. Rimando come sempre a Wikipedia per approfondirne la vita e gli aspetti professionali; per quanto mi riguarda mi limito qui, come di consueto, a proporre una piccola proposta di viaggio ^_^, per coloro i quali volessero conoscerlo.
Tanti i titoli possibili; personalmente consiglio di iniziare da qui, da questa piccola raccolta di racconti brevi dal sapore surreale, talvolta amaramente ironico,spesso inquieto. Ben trentuno storie brevi, trentuno piccoli viaggi che in un certo senso mi hanno richiamato alla mente Paese d'Ottobre di Bradbury, con le loro atmosfere continuamente sospese a metà tra concreto e fantastico. Qui, con il suo stile dal sapore vintage ma dalla prosa diretta, semplice, dal grande impatto descrittivo, veniamo condotti per mano attraverso piccoli spicchi di un'Italia scomparsa: talvolta, in un mondo contadino ancora pregno di superstizioni (leggete per esempio Il cane che ha visto Dio; deliziosa e incredibilmente moderna descrizione di come talvolta la fede religiosa possa sfociare in risvolti amaramente ridicoli ), altre volte, nelle grandi metropoli ancora in fieri, in una fiera e decadente borghesia ancorata saldamente alle sue sciocche convenzioni, come in " Eppure battono alla porta".
Insomma, viaggiamo attraverso i tanti aspetti di un' Italia antica, sempre su quel filo sottile che separa la realtà dall'irrealtà, in una sorta di bruma nebbiosa che confonde i contorni delle cose finendo per smarrirci. In "Sette piani", ad esempio, veniamo rinchiusi in quella che appare una luminosa ed affidabile clinica, per ritrovarci poi invischiati in una storia claustrofobica ed angosciosa. In "Lo scarafaggio" veniamo invece trasportati in un appartamento cittadino come tanti, nel quale però in una notte silenziosa qualcosa di inquietante comincia ad aleggiare. Con "I Santi" veniamo poi trasportati al di fuori del tempo e dello spazio, in un piacevole paradiso in cui i santi che veneriamo vivono placide esistenze da impiegati - anche qui, una storia deliziosamente ironica sulle nostre esistenze piccole di uomini miseramente attaccati alle superstizioni. E ancora, in "Qualcosa era successo", di nuovo veniamo trasportati in una storia in cui l'angoscia va crescendo, rinchiusi in un treno che sferraglia correndo verso l'Italia meridionale.
Insomma, piccoli mondi racchiusi in poche pagine, ciascuno con la sua atmosfera, ciascuno con il suo sapore preziosamente "vintage" ciascuno con un messaggio senza tempo. Perchè lì, in quelle pagine, in quelle storie apparentemente scollate da ciò che è reale, Buzzati racconta noi, gli uomini di oggi come quelli di ieri, con le nostre convenzioni sociali, le nostre paure, soprattutto con la nostra fede religiosa che finiamo spesso per sfumare nella cieca superstizione. Ci sono le nostre paure, le inquietudini che celiamo nei meandri del nostro animo e che la mente gioca a tirar fuori quando, nel sonno, diventiamo più vulnerabili. Ci sono le nostre domande sul senso del nostro affannarci attorno alle piccolezze della vita, ci sono i nostri rancori covati per anni e la nostra struggente materialità.
Un autore che ha assolutamente ancora tanto, tanto da raccontarci.

PS: Per chi volesse, invece, qui ci interroghiamo sul senso dei lit-blog, sull'onda di un vecchio post degli Alberi da Libri...

Aggiornamento post 29/1/2019: ci tengo a segnalare su La Repubblica di ieri, un bellissimo articolo su questo autore, per tutti coloro che volessero approfondirne la conoscenza...

UN ASSAGGIO:

"Era sera e la campagna già mezza addormentata, dalle vallette levandosi lanugini di nebbia e il richiamo della rana solitaria che però subito taceva (l'ora che sconfigge anche i cuori di ghiaccio, col cielo limpido, l'inspiegabile serenità del mondo, l'odor di fummo, i pipistrelli e nelle antiche case i passi felpati degli spiriti), quand'ecco il disco volante si posò sul tetto della casa parrocchiale, la quale sorge al sommo del paese.
All'insaputa degli uomini che erano già rientrati nelle case, l'ordigno si calò verticalmente giù dagli spazi, esitò qualche istante, mandando una specie di ronzio, poi toccò il tetto senza strepito, come colomba. Era grande, lucido, compatto, simile ad una lenticchia mastodontica; e da certi sfiatatoi continuò ad uscire zufolando un soffio. Poi tacque e restò fermo, come morto.

domenica 3 giugno 2018

SUSANNA TAMARO - Và dove ti porta il cuore



DOVE: in una grande, solitaria casa nel Carso
QUANDO: anni'90

Quanto ho amato questo libro, non so esprimerlo, credo, a parole. L'ho amato come lo hanno amato molte adolescenti degli anni'90, l'ho letto evidenziandone i passaggi che più mi colpivano, ricopiandoli poi nelle pagine della Smemoranda, straripante di queste e di altre citazioni.
Erano tempi diversi, senza instagram nè facebook, fatti di carta, evidenziatori colorati e di diari che raddoppiavano di volume sotto la spinta di cartoline, biglietti del cinema, foto.
Ecco, è in quel mondo lì che ha visto la luce questo piccolo classico - posso permettermi di chiamarlo classico, anche se le generazioni successive forse non lo avranno mai letto? - a metà tra il romanzo fine a sè stesso e la filosofia "leggera".
Qualche tempo fa l'ho visto riapparire sotto forma di recensione in un blog ( ahimè, mi scuso con l'autore ma ho completamente rimosso di quale blog si trattasse ) e mi sono detta: ecco un altro titolo da recuperare e rileggere adesso.
All'epoca ero una figlia ( e una nipote), oggi sono passata dalla parte opposta della barricata e sono innanzitutto una mamma; l'idea era di intraprendere di nuovo questo viaggio a metà tra fisico e psiche, per vedere semplicemente l'effetto che fa. Manco a dirlo, ora come allora, l'ho amato. Con una nuova consapevolezza, certo, con occhi nuovi su certe sfaccettature; ma indubbiamente non ne sono rimasta delusa.
La storia è quella di tre generazioni di donne. La prima, quella della nonna, voce narrante nonchè figlia di una famiglia borghese dell'estremo nord Italia, formata come tutta la sua generazione dal dolore della guerra e da un'educazione rigida focalizzata sulle apparenze più che sull'affetto.
La seconda, quella della figlia di lei, turbolenta rappresentante della ribellione giovanile degli anni '70, dell'inquietudine, dei "tempi nuovi" che hanno visto la luce dopo le macerie della guerra e dopo il boom economico. L'ultima, quella della nipote, una giovane degli anni '90 emigrata negli USA in cerca di esperienze, voce muta eppure presente attraverso le parole ed i ricordi della nonna.
Tre generazioni che si intrecciano, si sovrappongono e si allontanano, ciascuna sotto la spinta del proprio modo d'essere, e che la nonna cerca di riunire - se non fisicamente, almeno emotivamente - scrivendo alla nipote una lunga lettera.
Una lettera che sgorga spontanea dal suo cuore, nella quale i ricordi si ammucchiano e si dipanano senza necessariamente seguire il filo cronologico, spinti dall'urgenza dei sentimenti contrastanti che la animano mentre cerca di spiegare alla nipote lontana la storia di lei, e delle donne della sua famiglia.
Noi siamo con lei, in una immensa villa nel ventoso inverno del Carso, una casa divenuta improvvisamente troppo grande e troppo silenziosa, nella quale lei, con la sola compagnia del cane Buck e dei suoi ricordi, si aggira ricostruendo la sua esistenza, mettendo nero su bianco aneddoti della sua vita, cercando di spianare le incomprensioni con la nipote riportando alla luce ricordi dei loro anni insieme, anni sereni e splendenti nei quali erano state unite, ma non solo.
Perchè con uno straordinario coraggio, la nonna decide di aprirle completamente il suo cuore, raccontandole finalmente un segreto che portava sepolto nell'animo da anni, un segreto pieno di spine che aveva dovuto inghiottire in nome di una rispettabilità borghese che negli anni '90 già cominciava a scricchiolare come concetto.
Una storia straordinaria che ha come voce narrante quella pacata di una donna anziana, la quale lontana ormai dai tumulti rabbiosi della giovinezza ripercorre passo a passo la sua vita, i suoi errori, cercando di fare luce negli angoli bui e di dare alla giovane nipote proiettata verso quel futuro che a lei sta sfuggendo dalle mani delle solide basi sulle quali costruire la donna che sceglierà di diventare.
Una storia delicata che spinge a riflettere sulle convenzioni, su ciò che davvero conta nella vita, sulle scelte, sul tempo che scorre e che non torna indietro.
Sulle fratture che talvolta si creano tra un essere umano e l'altro, e che non sempre si riescono a sanare.


UN ASSAGGIO:

"Per mio padre, come per mia madre, i figli prima di ogni altra cosa erano un dovere mondano. Tanto trascuravano il nostro sviluppo interiore, altrettanto trattavano con rigidità estrema gli aspetti più banali dell'educazione. Dovevo sedermi dritta a tavola con i gomiti vicino al corpo. Se, nel farlo, dentro di me pensavo soltanto al modo migliore di darmi la morte, non aveva nessuna importanza. L'apparenza era tutto, al di là di essa esistevano soltanto cose sconvenienti.
Così sono cresciuta con il senso di essere qualcosa di simile ad una scimmia da addestrare bene e non un essere umano, una persona con le sue gioie, i suoi scoramenti, il suo bisogno di essere amata. Da questo disagio molto presto è nata dentro di me una grande solitudine, una solitudine che con gli anni è diventata enorme, una specie di vuoto pneumatico nel quale mi muovevo con i gesti lenti e goffi di un palombaro."

giovedì 17 maggio 2018

Shirley Jackson - L'Incubo di Hill House



DOVE: provincia americana
QUANDO: più o meno, inizio anni '60

Dopo due viaggi attraverso i meandri della psiche e della natura umana - con Saramago prima e con Huxley poi -  sentivo il bisogno di un po' di respiro con qualcosa di meno impegnato. Ed eccomi quindi ad avventurarmi tra le pagine di un horror di quelli che piacciono a me, molto "vintage", molto "psicologici", molto giocati sulla tensione e sulle emozioni dei protagonisti che non su ciò che di fatto avviene "concretamente". Un viaggetto che si consuma in pochi giorni, dallo stile scorrevole e coinvolgente, e che ci porta in una oscura e inquieta abitazione racchiusa in una tenuta dalla vegetazione fitta ed intricata, nel cuore della provincia americana. Una costruzione di quelle che ti danno un brivido lungo la schiena anche soltanto a guardarne la facciata durante il giorno, figuriamoci poi se devi passarci dentro una o più notti, in balia dei misteriosi cigolii che si disperdono in un intricato groviglio di corridoi e stanze comunicanti. Hill House è così, una casa che sembra avere un'anima, ed un'anima particolarmente inospitale, inquieta e violenta. Un po' come la Rose Red de "Il Diario di Ellen Rimbauer", per intenderci.
In questo caso, i nostri compagni di viaggio sono tre, oltre al misterioso professor Montague, studioso del paranormale e dell'occulto ed organizzatore di questa bizzarra "vacanza", il quale dopo un'attenta selezione ha contattato tre individui - due donne ed un uomo - che per le loro caratteristiche gli sono sembrati particolarmente idonei allo scopo. Che poi altro non è che quello di stimolare, vivere ed annotare eventuali vicende paranormali che dovessero verificarsi all'interno della casa.
Dunque, dicevamo, i nostri compagni di viaggio. Luke Sanderson, nipote della proprietaria di Hill House, dal passato non proprio irreprensibile e futuro erede dell'inquietante abitazione. Theodora - o semplicemente "Theo": esuberante e passionale artista e la timida Eleanor Vance, trentaduenne senza ambizioni vissuta per anni nell'ombra ingombrante di una madre invalida e ritrovatasi improvvisamente sola e senza aspirazioni alla morte di quest'ultima.
Assieme a loro, ma soprattutto assieme alla protagonista Eleanor Vance, raggiungiamo dunque la cupa dimora, ne varchiamo titubanti la soglia, prendiamo posto sistemando i nostri effetti personali nelle camere da tanto tempo disabitate, sotto l'occhio arcigno della vecchia e scorbutica coppia di custodi - i quali tengono bene a sottolineare che non metteranno mai piede ad Hill House dopo il tramonto, qualunque cosa accada.
Immaginatevi dunque la casa, avvolta in una nebbiolina piovosa, la sua assoluta quiete, le stanze comunicanti una con l'altra attraverso una intricata rete di corridoi. Immaginatevi di veder scendere la notte, lentamente, avviluppando la casa in una morsa scura, e di ritirarvi in solitudine nella vostra stanza, col cuore in gola in attesa di ciò che potrebbe accadere. Giorni che scorrono prigramente, notti che inaspettatamente sembrano animarsi di strani suoni, venti che spazzano i corridoi, porte scosse da colpi violenti. Ma soprattutto, l'attesa angosciosa di ciò che può accadere.
Ecco, la storia di Hill House è una storia così. Di angoscia, di attesa, di misteriosi accadimenti. Di una casa inanimata che pare avere occhi ed orecchie, ed un passato di malignità e strani accadimenti fin da quando le sue fondamenta sono state gettate, decenni prima. La potenza dello spirito di Hill House pare suggestionare - o fare presa, a seconda che vogliamo vederla in maniera più o meno scettica - sull'anello debole, la piccola e sola Eleanor Vance, succube di sè stessa, mai stata amata, mai stata in grado di scuotersi di dosso l'etichetta di ragazza calma e devota alla madre anima e corpo.
L'anima più fragile e più tormentata del gruppo finisce inevitabilmente per essere quella che più di tutte percepisce l'opprimente e malvagio spirito di Hill House, ne viene soggiogata, dalla prima all'ultima pagina.
Fino alla strana, inattesa eppure inevitabile conclusione.
Un horror classico, dalla penna di una grande maestra del genere, per chi ama la tensione psicologica, l'attesa angosciosa di ciò che potrebbe essere,  il fascino innegabile delle case dal passato oscuro.

PS: se volete seguirmi anche sull'altro blog, qui si parla invece di personaggi femminili che lasciano un segno...

UN ASSAGGIO:

"L'occhio umano non può isolare l'infelice combinazione di linee e spazi che evoca il male sulla facciata di una casa, e tuttavia per qualche ragione un accostamento folle, un angolo sghembo, un convergere accidentale di tetto e cielo, facevano di Hill House un luogo di disperazione, tanto più spaventoso perchè la facciata sembrava sveglia, con le finestre vuote e vigili a un tempo e un tocco di esultanza nel sopracciglio di un cornicione. Quasi ogni casa, colta di sorpresa o da un'angolazione bizzarra, può volgere uno sguardo profondamente burlesco su chi la osservi; perfino un comignolo dispettoso, o un abbaino che sembri una fossetta possono suscitare nell'osservatore un senso di intimità; ma una casa arrogante e carica d'odio, sempre in guardia, non può che essere malvagia.
Quella casa, che sembrava quasi aver preso forma da sola, assemblandosi in quel suo possente schema indipendentemente dai muratori, incastrandosi nella struttura di linee ed angoli, drizzava la testa imponente contro il cielo e senza concessioni all'umanità."

venerdì 11 maggio 2018

ALDOUS HUXLEY - Il Mondo Nuovo

DOVE: Londra
QUANDO: in un ipotetico futuro

Insieme alla Guida Galattica per gli autostoppisti, il Mondo Nuovo di Huxley era un altro di quei viaggi letterari che è rimasto, inspiegabilmente, in sospeso per anni. Un classico contemporaneo del quale avevo sentito tanto parlare e che tanto desideravo leggere, ma che poi, per un motivo o per un altro, è rimasto sempre un titolo nella mia wishlist "mentale".
Fino a quest'anno, quando finalmente ho fatto le mie valigie virtuali e mi sono immersa in questo strano, geniale, ipotetico universo. Siamo a Londra, in un futuro non meglio identificato ma che a occhio e croce collocherei negli anni '50-60 del nostro mondo, se proprio vogliamo trovare un parallelismo. Ma il Mondo Nuovo di Huxley, corre su binari profondamente diversi.
L'umanità - in contrasto con quella descritta da Saramago, in Cecità, appena recensito - pare aver finalmente raggiunto uno stato al limite della perfezione, eliminando da sè stessa tutti gli aspetti negativi correlati alle emozioni umane, ritrovandosi compatta, efficiente, sana. Nessuna guerra, nessuna carestia, nessuna lite nel piccolo come nel grande. Una produttività calcolata in maniera infinitesimale. Uno Stato estremamente presente, che in maniera capillare controlla, modula, definisce ogni singolo aspetto della vita umana, a cominciare dalla nascita, divenuta una sorta di disciplina scientifica nella quale gli embrioni vengono coltivati in provetta, e predestinati - con il controllo genetico prima e con un'educazione controllata poi - ad occupare uno specifico ruolo in società. Zero disoccupazione, zero infelicità, zero insoddisfazione. Un mondo che su carta sembrerebbe perfetto.Perfino il sesso, scorporato dal fastidioso inconveniente annesso della procreazione - della quale, appunto, si occupa premurosamente lo Stato - viene vissuto in maniera assolutamente libera, priva di legami sentimentali.
In questo mondo perfetto, gestito capillarmente ed asettico entriamo in punta di piedi, come osservatori, scoprendone ben presto le falle e le imperfezioni. Perchè, evidentemente, neppure il culto di Ford - bizzarra divinità postmoderna alla quale si deve la trasformazione della società umana in questo perfetto incastrarsi di ingranaggi - basta a tenere completamente sotto controllo le seppur soffocate emozioni umane. Che, anche in una società che ne pare priva, per una qualche anomalia nel processo di crescita embrionale sembrano affliggere alcuni individui, destinati pertanto ad essere bollati come "strani" dal resto della società.
Non voglio scendere troppo nei dettagli, perchè il libro in sè va gustato passo passo, seguendo pagina dopo pagina i tanti dettagli su come questa immaginaria civiltà perfetta sia nata e come sia perfettamente e minuziosamente gestita per evitare dispersioni di energia, profitti, denaro e salute.
E' un viaggio strano, surreale, dal sapore diverso rispetto - sempre per fare un parallelismo con una lettura recente - con il mondo immaginario ipotizzato da Saramago. Lì è il trionfo delle emozioni umane - in negativo - della violenza, dell'abiezione, dei bisogni fisici e corporali. Qui, al contrario, l'essere umano è accuratamente ed attentamente privato di tutto ciò che lo rende imperfetto, fisicamente e psicologicamente. Esseri eternamente giovani, eternamente controllati, eternamente perfetti, eternamente destinati ad un solo lavoro ed un solo posto in società, in grado di controllare perfettamente le emozioni, assumendone surrogati perfettamente dosati, di tanto in tanto, senza mai eccedere. Una società perfettamente pianificata come una sorta di gigantesco alveare, nel quale ciascuno fa quello che gli compete.
Una società, d'altro canto, in cui non c'è spazio per l'amore - neanche quello tra madre e figlio- nè per le emozioni positive, in cui tutto è freddo e controllato per evitare i rischi connessi all'impetuosità della natura umana.
Ma vale davvero la pena privare l'uomo della sua parte umana, per proteggerlo da sè stesso impedendogli di essere violento? Vale la pena restare eternamente giovani e perfetti, se non si può provare amore?
La risposta a tutto questo la troveremo più avanti, quando insieme a due giovani londinesi - la bella Lenina, perfetta incarnazione del sistema fordiano, ed il bizzarro Bernard, del quale si vocifera che un'anomalia incorsa durante il suo processo di sviluppo embrionale abbia causato la sua eccessiva e pericolosa tendenza alle emozioni - visiteremo una riserva di selvaggi, ultimo baluardo di quella che un tempo, prima dell'era Ford, era stata la civiltà umana e che adesso è ridotta ad un piccolo manipolo di individui isolati ed abbrutiti, cui i fordiani guardano con un misto di terrore e disprezzo.
E verso i quali, manco a dirlo, l'anomalo Bernard nutre una strana, pericolosa attrazione...

Un viaggio che porta lontano, lontanissimo, e che di nuovo ci pone interrogativi sull'uomo, su ciò che siamo, sul nostro ruolo sul pianeta terra e sulla nostra spiccata, irrefrenabile tendenza all'autodistruzione.

(PS: per chi volesse seguirmi anche nell'altro blog, qui parliamo invece di racconti classici per ragazzi con un potente messaggio ai contemporanei..)

UN ASSAGGIO:

"Ci fu una pausa, poi la voce riprese.
'I bambini Alfa sono vestiti di grigio. Lavorano molto più di noi, perchè sono tanto tanto intelligenti. Sono veramente contento di essere un Beta perchè non sono costretto a lavorare così duramente. E poi, noi siamo superiori ai Gamma e ai Delta. I Gamma sono stupidi. Sono vestiti tutti di verde, e i bambini Delta sono vestiti di cachi. Oh no, non voglio giocare con i bambini Delta. E gli Epsilon sono ancora peggio. Sono troppo stupidi per...'
Il Direttore girò di nuovo l'interruttore. La voce tacque. Soltanto il suo sottile fantasma continuò a mormorare sotto gli ottanta guanciali.
'Se lo sentiranno ripetere ancora quaranta o cinquanta volte prima di svegliarsi: poi di nuovo giovedì e ancora sabato. Centoventi volte, tre volte alla settimana, per trenta mesi. Dopo di che, passerammo a una lezione più avanzata.'

giovedì 1 giugno 2017

UMBERTO ECO - Il nome della rosa

DOVE: in una imponente abbazia benedettina del centro italia
QUANDO: agli inizi del 1300

 Quando anni fa ho aperto il blog, ho detto che sarebbe stata un po' una piccola raccolta di "viaggi" virtuali. Leggo per pura e semplice evasione, fin da quando ho scoperto che quelle fredde ed asettiche letterine che tanto avevo faticato ad imparare all'inizio della prima elementare, erano in realtà frammenti d'incanto in grado di dare vita ad una vera magia e trasmettere a distanza nel tempo e nello spazio sentimenti ed emozioni. Di conseguenza, più lontano un libro mi porta, più lo amo.
Stavolta, mi sono concessa un viaggio che ho sempre temuto e rimandato, soprattutto perchè, avendo già visto un paio di volte il film, temevo che sarei rimasta delusa. Siamo nell'anno del Signore 1327, in un'austera, fredda, impenetrabile abbazia benedettina arroccata nel silenzio di un Italia Centrale dilaniata all'epoca da scontri sanguinari che non risparmiano nemmeno gli ordini religiosi. Con lo spettro mminaccioso dell'Inquisizione che aleggia ovunque, con Papa Clemente V trasferitosi ad Avignone e la sede apostolica di Roma rimasta vacante, con due imperatori (Ludovico di Baviera e Federico d'Austria) a contendersi il potere e con l'ordine francescano che rischia di minare dalle radici il potere temporale del papa, rivendicando la povertà come fondamento della dottrina cattolica, correvano tempi oscuri, tra il clamore delle spade, e le silenziose minacce di eresia e scomunica.
E' in quegli anni che un giovane novizio benedettino, Adso da Melk, si trova ad accompagnare in un viaggio attraverso l'Italia il carismatico e dotto Guglielmo da Baskerville, spirito brillante ed ex inquisitore, incaricato di presiedere ad un complicato incontro tra i sostenitori del Papa e quelli dell'Imperatore (Ludovico di Baviera, risultato nel frattempo vincitore ed alleatosi con i francescani vedendo in essi e nella loro contestazione al potere temporale del papa uno spiraglio per aprire una "breccia" in quello stesso, solido potere). E, come se la questione non fosse già di per sè abbastanza delicata, nell'abbazia che li ospita iniziano a verificarsi, una dopo l'altra, una serie di morti sospette che ben presto assumono i chiari contorni di un delitto. Chi o che cosa sta operando nell'oscurità della nebbiosa abbazia, e per quale scopo? Il giovane Adso, testimone ed ingenuo osservatore, seguirà passo passo, con ammirazione il brillante intelletto di Guglielmo da Baskerville mentre dipana filo a filo la questione, il nocciolo della quale ruota intorno all'impenetrabile e sconfinata biblioteca, vanto dell'abbazia stessa.
Immergendosi nel silenzio e nel freddo delle mura omertose dell'abbazia - sembra quasi di percepire, attraverso le pagine del libro, il silenzio che domina incontrastato su quello sperone di roccia, interrotto solo dallo stridere di un rapace e dai canti dei monaci che riecheggiano sotto le volte, scandendo la progressione delle ore - si procede lentamente, a tentoni, insieme a Guglielmo ed al fido Adso, osservando, interrogando, deducendo. Bisogna prepararsi mentalmente a digerire alcune digressioni storiche tanto lunghe e dettagliate quanto necessarie, nonchè una serie di dibattiti di etica e filosofia intricati ma fondamentali per giungere alla sudata conclusione, non senza qualche colpo di scena che spezza il ritmo lento del romanzo - e della vita stessa dell'abbazia, governata da una rigida progressione di celebrazioni e di incarichi "pratici", in ossequio alla regola "ora et labora" che di quell'ordine era ed è tuttora il fulcro.
Un viaggio sconsigliato agli appassionati dei gialli in chiave "moderna" (quelli più di azione, alla Highsmith, per intenderci), ma consigliatissimo a chi voglia lasciarsi andare ad un lento viaggio in un'epoca oscura della nostra storia; doppiamente interessante se pensiamo che, probabilmente, anche quella che stiamo attraversando - ahimè - oggi verrà descritta come un'epoca "oscura".
Come a dire: ne siamo venuti fuori una volta, ne verremo fuori ancora.

UN ASSAGGIO:

"L'essere alle nostre spalle pareva un monaco, anche se la tonaca sudicia e lacera lo faceva assomigliare piuttosto a un vagabondo, e il suo volto non era dissimile da quello dei mostri che avevo appena visto sui capitelli. Non mi è mai accaduto in vita, come invece accade a molti dei miei confratelli, di essere visitato dal diavolo, ma credo che se esso dovesse apparirmi un giorno, incapace per decreto divino di celare appieno la sua natura anche quando volesse farsi simile all'uomo, esso non avrebbe altre fattezze di quelle che mi presentava in  quell'istante il nostro interlocutore. La testa rasata, ma non per penitenza, bensì per l'azione remota di qualche viscido eczema, la fronte bassa, chè se egli avesse avuto capelli sul capo essi si sarebbero confusi con le sopracciglia (che aveva dense e incolte), gli occhi erano rotondi, con le pupille piccole e mobilissime, e lo sguardo non so se innocente o maligno, o forse entrambe le cose, a tratti e in momenti diversi. Il naso non poteva dirsi tale se non perchè un osso si dipartiva dalla metà degli occhi, ma come si staccava dal volto subito ne rientrava, trasformandosi in null'altro che due oscure caverne, narici amplissime e folte di peli. La bocca, unita alle narici da una cicatrice, era ampia e sgraziata, più estesa a destra che a sinistra, e tra il labbro superiore, inesistente, e l'inferiore, prominente e carnoso, emergevano con un ritmo irregolare denti neri e aguzzi come quelli di un cane. "

martedì 15 novembre 2016

DOUGLAS ADAMS - Guida galattica per gli autostoppisti



DOVE: in giro per lo spazio
QUANDO: più o meno negli anni '80 del Pianeta Terra

Ecco un viaggetto che pregustavo da tempo, pur non essendo, lo ammetto, quel che si dice una estimatrice del genere fantascientifico (nè in formato cartaceò nè in quello cinematografico). Ma della Guida Galattica ho sempre sentito così tanto parlare, che non potevo non avventurarmi tra le sue pagine, prima o poi. E così, con l'acquolina in bocca, assolutamente digiuna di viaggi interstellari, mi sono lasciata andare.
Certo, per apprezzarlo bisogna essere, se non proprio degli appassionati del genere, perlomeno dei lettori privi di pregiudizi e pronti ad addentrarsi di tanto in tanto in qualche intricato ragionamento di statistica, probabilità e pensiero computazionale, che rallenta un tantino il ritmo altrimenti serrato della storia. Ma se siete pronti a saltare nello spazio interstellare, il risultato sarà un viaggio assolutamente appassionante e non convenzionale.
La trama è complicata da dipanare, se non si vogliono rovinare i piccoli e saporiti colpi di scena in cui si incappa, tra una pagina e l'altra; diciamo solo che siamo in un anonimo giovedì mattina nell'Inghilterra Sudoccidentale, e l'anonimo trentenne ed ex londinese Arthur Dent, impiegato in una radio locale, conduce la sua vita anonima in una altrettanto anonima casa destinata ad essere abbattuta per far posto ad una scintillante tangenziale.
Tutto inizia da qui, da una pigra e soleggiata mattina, in una casa di mattoni immersa in un giardino reso fangoso dal temporale notturno, con un bulldozer che borbotta scalpitando mentre Arthur, all'interno, l'umore grigio e il passo pesante, si lava per quella che probabilmente sarà la sua ultima mattina in quella casa.
Ecco, una di quelle giornate che sembrano pessime, e nelle quali - ti verrebbe da dire - tocchi il fondo, tanto che "peggio di così non può andare"...
Peccato che, per Arthur Dent, solitario, grigio ed apatico cittadino del Pianeta Terra, le cose stanno per andare peggio, eccome... Se perdere la propria casa per un intestardimento della burocrazia vi sembra già un evento disperato, cosa pensereste se vi dicessi che il piccolo e insignficante (se lo guardiamo dall'ottica dell'Universo) Dent sta per perdere il suo stesso pianeta?
E qui mi fermo, senza scendere più di così nei dettagli; perchè la guida galattica va gustata, pagina dopo pagina. Uno stile scorrevole, una storia di viaggi intergalattici, navi interstellari, creature poliformi, con un retrogusto un tantino retrò, di quella fantascienza "di una volta", di quando ancora ascoltavamo la musica con il mangianastri ignorando che un giorno avremmo avuto Spotify e YouTube.
Una storia ricca di umorismo ed autoironia, di robot umanizzati - anche troppo - e di esseri bicefali, di ricchi rampolli annoiati che intraprendono in  autostop (anche questo, un termine dal sapore estremamente vintage) lunghi viaggi "low-comfort" attraverso le galassie, di misteriosi e leggendari fabbricanti di pianeti, di un asettico e distante Governo Galattico Imperiale, di irritabili e disgustose creature aliene, di immense navi spaziali dai lunghi corridoi metallici.
Ma non aspettatevi un libriccino tutto esplosioni nello spazio e tentacoli melmosi; questo è anche e soprattutto un libro che fa pensare. Uno di quei libri che - un po' come Flatlandia, che recensii millenni fa - mentre lo leggi ti dà la sensazione di dare "respiro" ai neuroni resi asfittici dall'era degli smartphone. Perchè qui, al di là dei salti interstellari, si parla di convivenza e conflitti tra i diversi, di grandi domande e grandi risposte, degli intrecci imperscrutabili del destino e del senso recondito della vita sul nostro pianeta.
Un libro che ti cattura e si fa leggere in poche ore, ma che ti lascia dentro un piccolo germoglio di riflessione su chi siamo noi, all'interno dell'immensità dell'universo.

UN ASSAGGIO:

"Il prostetnico vogon Jeltz non era piacevole a vedersi. Nemmeno per gli altri vogon. Il suo nasone a volta saliva alto sopra la piccola fronte da porcello. La sua pelle verde scuro, gommosa, era abbastanza spessa da permettegli di giocare bene al gioco della politica del Servizio Civile vogon, ed era abbastanza impermeabile da permettergli di sopravvivere tranquillamente, senza effetti collaterali, a una profondità sottomarina di trecento metri.
Non che lui andasse mai a nuotare, beninteso. Era sempre troppo occupato per farlo. Il suo aspetto era quello perchè miliardi di anni prima, quando i vogon erano usciti strisciando dai pigri mari primordiali di Vogsfera ed erano approdati ansimanti alle rive vergini del pianeta, quando i primi raggi del giovane brillante Vogsole loi aveva investiti col suo splendore, era successo che le forze dell'evoluzione avevano rinunciato ad occuparsi di loro: si erano come tirate in disparte, disgustate, e li avevano esclusi dal loro elenco, considerandoli un orrido ed increscioso errore. Così, i vogon non si erano più evoluti. Anzi, non sarebbero mai dovuti sopravvivere."

domenica 7 giugno 2015

ANTOINE DE SAINT EXUPERY - Volo di Notte e L'Aviatore

DOVE: in volo sopra al Sudamerica
QUANDO: agli inizi del '900

Decisamente, la Newton Compton continua ad avere il merito di proporre, a un prezzo tutto sommato contenuto, piccole "chicche", testi meno noti di autori celebri che costituiscono uno sfizioso spuntino per gli amanti dei classici come me.
Ecco qui che nel cestone di un supermercato mi imbatto in Antoine de Saint Exupery, il cui Piccolo Principe è stato uno dei miei primi approcci al mondo della lettura ( assieme a Pinocchio e Alice nel Paese delle Meraviglie) ed ha poi continuato ad accompagnarmi, anno dopo anno, con il suo preziosissimo spirito poetico. Stavolta però, l'occasione era ghiottissima, perchè il romanzo in questione  ( o sarebbe meglio dire, la coppia di racconti) rappresenta una finestra autobiografica nella quale l'autore racconta la sua esperienza di pilota. Potevo lasciarmi sfuggire l'occasione di viaggiare seduta a fianco ai coraggiosissimi pionieri che, quando l'aviazione muoveva i primi traballanti passi sui cieli del mondo, si lanciano in una sfida contro i limiti dell'uomo per congiungere tra loro luoghi lontanissimi, consentendo alla posta di valicare tempeste, montagne dai ghiacciai aguzzi e boschi intricati per raggiungere il calore di una casa nella quale dischiudere come un fiore profumato il proprio messaggio?
Eccoci dunque, in viaggio. E che viaggio, ragazzi. Perchè per noi gente del Ventunesimo Secolo pare tutto estremamente semplice, perfino superato, nell'epoca di Skype e Whatsapp. Imbucare una lettera è un gesto ormai desueto, ed in ogni caso senza alcunchè di miracoloso. La lettera viene inghiottita dalla cassetta in una parte del mondo e una più o meno solerte catena di uomini e mezzi fa sì che, qualche giorno dopo, venga depositata nella cassetta del destinatario, anche a centinaia di chilometri di distanza. In mezzo, una semplice routine.
Ma salite con Fabien su uno dei primissimi aerei, minuscoli agglomerati di metallo e luci che, in barba alle leggi della fisica - e sotto la spinta dell'ordine rigidissimo impartito da Riviere, responsabile del servizio postale - decolla in una notte di tempesta per consegnare la posta, da uno scalo all'altro, attraverso la Patagonia fino alla sua partenza per l'Europa, e vi renderete conto di quello che voleva dire, per questi uomini, compiere il loro lavoro.
Nella quieta notte sudamericana, mentre le città addormentate punteggiano il paesaggio con le loro migliaia di luci, sono in pochi a vegliare, sotto la tempesta che avvolge come un manto il cielo notturno.
Riviere, appunto, nel suo ufficio, insonne sotto il peso della responsabilità di aver preso forse la decisione sbagliata.
Fabien, in alto, in balia della nebbia e degli strumenti che non obbediscono, con l'occhio alla spia di carburante, insieme al telegrafista, piccoli esseri umani abbandonati a sè stessi in mezzo ad un uragano.
La moglie di Fabien, tormentata dall'ansia di un letto vuoto, in attesa di notizie che tardano ad arrivare.
Un racconto breve, denso di silenzi, pioggia e sentimenti, così come il secondo, quello in cui conosciamo Bernis - pilota esperto, infilato nella sua giacca che odora di naftalina - e il giovane allievo Pichon, a lui assegnato per il suo primo volo.
Anche in questo caso, emozione, adrenalina e la consapevolezza di essere testimoni di un qualcosa di umanamente miracoloso; il sogno dei sogni, l'uomo che smettere di essere ancorato alla terra ed è in grado di librarsi in volo sfidando forse uno dei più grandi limiti che la Natura sembrerebbe avergli imposto.
Quando il confine tra schiantarsi e atterrare era ancora tutto sommato labile, riscopriamo la meraviglia e lo stupore degli uomini comuni verso questi eroi moderni in lotta contro la forza di gravità.
Un delizioso balzo indietro nel tempo, che si legge d'un fiato, anche solo per il gusto di poter rivivere - con gli occhi degli uomini di allora - uno dei più grandi passi in avanti compiuti dal progresso.

UN ASSAGGIO:

"La moglie del pilota, svegliata dal telefono, guardò il marito e pensò:
'Lo lascio dormire ancora un po''
Lo guardava. Le piaceva quel torace nudo, ampio, carenato come una bella nave.
Lui riposava nel letto calmo, come in un porto, e, perchè nulla disturbasse il suo sonno, lei cancellava con un dito una piega, un'onda, un'ombra, quietava quel letto, come un dito divino il mare.
La donna si alzò, aprì la finestra e il vento le sferzò il viso. La camera dominava Buenos Aires. Da una casa vicina, dove si ballava, giungevano melodie portate dal vento, era l'ora del piacere e del riposo. La città racchiudeva gli uomini in centomila fortezze; tutto era calmo e sicuro; ma alla donna pareva che stessero per gridare 'all'armi!' e un solo uomo, il suo, sarebbe accorso.
Lui dormiva ancora, ma il suo sonno era il riposo tremendo dei soldati in trincea in procinto di esporsi al fuoco. Quella città addormentata non lo proteggeva: le sue luci gli sarebbero parse un nulla quando si fosse sollevato, giovane dio, dal loro sfavillio. Lei guardava quelle braccia forti che, tra un'ora, avrebbero tenuto in pugno il destino del corriere dell'Europa, responsabili di qualcosa di grande, quasi la sorte di una città"

domenica 19 aprile 2015

Daniel Pennac - La Prosivendola

DOVE: Belleville, quartiere di Parigi
QUANDO: ai giorni nostri

Prendete Benjamin Malaussene, di professione "capro espiatorio", fortunato personaggio creato dall'ingegno di un genio contemporaneo della letteratura quale Daniel Pennac.
Aggiungete la sua immancabile e poco convenzionale famiglia (una mamma in perenne fuga d'amore, Therese e la sua incrollabile fede nell'astrologia, Verdun col suo inquietante sguardo di neonata, il festoso cane Julius con le sue crisi epilettiche, e chi più ne ha più ne metta), un misterioso e brutale omicidio che coinvolge il direttore di un penitenziario modello - nonchè futuro marito di Clara, sorella prediletta di Malaussene; aggiungete ancora la tirannica Zabo, "regina" e direttrice della Casa Editrice Edizioni del Taglione e un misterioso scrittore di  scialbi ma fortunati best-seller che chiede a quest'ultima di procurargli un "volto" per presenziare  al suo posto le conferenze stampa in occasione del lancio della sua prossima opera. Metteteci infine un attentato che riduce - ahimè - in fin di vita il nostro protagonista, proprio in occasione di uno di tali incontri con la stampa (perchè, manco a dirlo, il "volto" prescelto altri non è che quello di Malaussene).
Questi, molto in breve, gli ingredienti che fanno de "La Prosivendola" uno scoppiettante intreccio tra il grottesco ed il noir, il tutto naturalmente abbondantemente condito coi colori sgargianti e i profumi pungenti e speziati della multietnica Belleville, sfondo immancabile delle vicende targate Malaussene.
Che altro aggiungere? Pennac è Pennac, con il suo stile ironico, surreale, rapido e diretto. Di lui avevo già recensito un'insolita vicenda ambientata in un pronto soccorso parigino; ma è con la famiglia Malaussene che Pennac a mio parere sfodera tutte le sue armi. Tra il dolce e l'amaro - ebbene sì, poichè in questo romanzo il povero Malaussene lo ritroviamo per tutto il dipanarsi della vicenda ridotto a un vegetale su un letto di ospedale, vigile e cosciente eppure nell'impossibilità di comunicare coi suoi familiari - scorrono pagina dopo pagina le storie dei suoi personaggi dai tratti inconfondibili, coloratissimi e piccanti come Belleville, mentre un confusissimo commissario Rabdomant, che già era incappato nella bizzarra tribù Malaussene ( ne Il Paradiso degli Orchi) cerca di dipanare l'intreccio. Esiste davvero un legame tra l'omicidio dell'angelico direttore di penitenziario e la sparatoria che ha coinvolto Benjiamin Malaussene, colpevole solo di indossare i panni dell'anonimo J.L.B.?
Se adorate Pennac come lo adoro io, adorerete anche questo viaggio a Belleville, carico di colpi di scena. ^_^

UN ASSAGGIO:

"Il peggio, nel peggio, è l'attesa del peggio. Il peggio, nei matrimoni, è la carovana di clacson che annuncia al mondo intero la prossima inaugurazione della sposa. Mi auguravo che si potesse scampare almeno a questo, ma pare che avremmo privato i bambini di un grande piacere. Visto che il carcere di Champrond è a sessanta chilometri da Parigi, ci siamo dovuti sciroppare sessanta chilometri di clacsonate. Un automobilista che ci avesse incrociato e guardato con un po' di attenzione avrebbe forse trovato buffo che un corteo nuziale così rumoroso scarrozzasse nelle auto infiocchettate una simile collezione di facce da funerale. Fatta eccezione per l'ultima macchina, dove hanno preso posto gli sbarbatelli (Jeremy, il Piccolo, Nourdine e Leila, paggetti e damigella d'onore), guidata da Theo, un amico fidatissimo che ho conosciuto all'epoca in cui facevo il Capro Espiatorio al Grande Magazzino in Rue du Temple. Quando gli ho chiesto se non gli scocciava venire, Theo ha risposto: "Adoro i matrimoni, non perdo mai l'occasione di vedere a cosa sono scampato. Quindi figurati, un matrimonio in galera...."
La macchina più bella è ovviamente quella della sposa, una Chambord bianca, appositamente noleggiata da Hadouch, dopo un incontro in cui ho creduto che il noleggiatore si sarebbe sparato un colpo. "No, non una BMW" diceva Hadouch "fa troppo protettore, una Mercedes nemmeno, fa zingaro, no, questa Traction no, non dobbiamo mica girare un film sulla Gestapo, niente Buick, sembrano carri funebri, è un matrimonio, cazzo, non un funerale-cioè non proprio." La cosa è andata avanti per ore, fino a quando: " E quella Chambord lì, si può noleggiare?" poi, serissimo: "Capisci, Benjamin? una Chambord bianca, quella sì, fa molto Clara."

giovedì 2 ottobre 2014

Gabriel Garcia Marquez - L'Amore ai Tempi del Colera

                                                               

DOVE: in una città coloniale dei Caraibi

QUANDO: a cavallo tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento.

Che meraviglia, Marquez. Mi rendo conto di dire una banalità, ma lo ritengo uno dei più straordinari scrittori del nostro tempo. In poche righe, è in grado di trasportarti lontano, in quei Caraibi verdi e lussureggianti che ti sa pennellare davanti agli occhi con tanta maestria che finisci per sentire sulla pelle l'aria afosa e umida, il profumo dei fiori, il ronzio degli insetti e la confusione delle strade umide di una città coloniale affollata e rumorosa. I suoi libri sono così, temi quasi di rimanerci invischiato dentro come il Bastian de "La Storia Infinita", intrappolato nell'incanto di quelle descrizioni.
Ed è con Marquez che ritorno finalmente al mio blog, dopo un anno di assenza dovuto a stravolgimenti nella mia vita personale che mi hanno fatto vacillare non poco. Nulla che non sia capitato ad altri, per carità. Ma in questo periodo di grandi cambiamenti ed atrettanto grandi riflessioni i libri non mi hanno mai abbandonato; ed ora che sto, lentamente ed a fatica, riprendendo il bandolo della matassa e ricominciando a far scorrere la mia vita, rientro nel piccolo mondo del blog con un piccolo capolavoro.
Tanto per cominciare, si parla d'amore. Lui è il giovane Florentino Ariza, impiegato dell'ufficio postale dai capelli da indio e dall'ardente spirito poetico celato dietro un aspetto gracile ed un carattere riservato. Lei Fermina Daza, fiera rampolla di un uomo agiato, di cui Florentino s'innamora con la violenza che solo uno spirito Romantico può conoscere, perdendo il sonno, l'appetito e la salute dietro lunghissimi appostamenti nella folla della Messa di Natale e sotto le folte chiome dei mandorli lungo la strada che Fermina percorre due volte al giorno scortata dalla zia Escolastica per recarsi a scuola. E con costanza incrollabile Florentino continua a covare per anni nel profondo del suo cuore l'amore per la sua bella Fermina, malgrado lei sia diventata nel frattempo la splendente sposa del dottor Juvenal Urbino, filantropo e punto di riferimento per la comunità.
E quando poi a distanza di anni l'anziano dottore muore per un bizzarro incidente lasciando vedova la ancor bella Fermina ecco che Florentino, ormai avanti negli anni, col cuore in subbuglio si ripropone alla sua antica fiamma.
Poesia allo stato puro, sullo sfondo di una città coloniale disordinatamente affascinante anche nei suoi scorci più decadenti, sotto un sole implacabile o sferzata dagli uragani; e mentre il mondo si evolve, tra l'entusiasmo quasi infantile con cui il paese accoglie le prime stampe fotografiche ed i viaggi in battello lungo il fiume, l'amore di Florentino brilla con la fissità cocciuta di una stella, mentre Fermina, bella e ricca ma originaria di una famiglia dal passato oscuro, affronta a testa alta le difficoltà di un matrimonio con il dicendente di un'antica e rispettatissima classe del luogo.
Personalmente, il viaggio che preferisco nel mondo caraibico di Gabriel Garcia Marquez.

UN ASSAGGIO:

"Finì per non sopportare nulla e nessuno all'infuori di lui nella casa della sua sventura. La deprimevano la solitudine, il giardino da cimitero, l'incuria del tempo nelle enormi stanze senza finestre. Si sentiva impazzire nelle notti dilatate dagli urli delle pazze nel manicomio vicino. Si vergognava  dell'abitudine di preparare tutti i giorni la tavola per i banchetti, con tovaglie ricamate, servizi d'argento e candelabri da funerale, affinchè cinque fantasmi cenassero con una tazza di caffelatte e frittelle. Detestava il rosario all'imbrunire, le smancerie a tavola, le critiche costanti al suo modo di prendere le posate, di camminare con quei passi mistici da donna di strada, di vestirsi come al circo, e persino dei suoi metodi contadini di trattare il marito e di allattare il figlio senza coprirsi il seno con lo scialle. Quando fece i primi inviti per prendere il tè alle cinque di pomeriggio, con biscottini al burro e confetture di fiori, secondo una recente moda inglese, donna Blanca si oppose al fatto che in casa sua si bevessero medicine per sudare la febbre invece del cioccolato con formaggio fuso e fette di pane di manioca. "

lunedì 6 maggio 2013

Anonimo - IL DIARIO DI ELLEN RIMBAUER

DOVE: Seattle, USA
QUANDO: Prima metà del Ventesimo Secolo

Ecco un libro perfetto per i giorni di pioggia. Specialmente quelli in cui i tuoni borbottano e qualche lampo si schianta con fragore, facendoci sobbalzare. Perchè questa è una storia di fantasmi, signore e signori; e ho voluto - forse non tutti saranno d'accordo in questa mia personalissima visione - inserirla tra i miei tag 'classici moderni' proprio perchè, complice anche la miniserie TV firmata da Stephen King (della quale il libro è un gustoso, inquietante antefatto), ormai Rose Red è diventata, per antonomasia, LA casa stregata.
Ecco qui, dunque, come tutto ebbe inizio; da una giovanissima, brillante, affascinante donna e della passione travolgente che la legherà a John Rimbauer, lungimirante imprenditore che, agli inizi del Ventesimo secolo, intuisce le potenzialità economiche celate dietro il nascente impero del petrolio e vi si getta a capofitto. Lei, Ellen, soggiogata dal fascino di quell'uomo maturo, sensuale, severo, misterioso, comincerà ben presto a sentire il peso soffocante di quella relazione morbosa, riversando tutta la sua attenzione - ed il suo crescente odio verso un marito assente e fedifrago - nella loro sontuosa casa coniugale, la più imponente magione di Seattle, sottoposta ad un costante e continuo lavoro di ampliamento.
Peccato che, la casa in questione si sia resa protagonista fin dalla posa della primissima pietra di coincidenze inquietanti; e quando poi, tra i corridoi e le stanze che sembrano mutare di posizione ad ogni sguardo, alcuni ospiti cominciano a svanire nel nulla, le voci cominciano a circolare...
Qual'è il segreto che si cela dietro le mura e sotto le pietre di Rose Red? E c'è davvero un qualche tipo di legame sovrannaturale tra lei e la padrona di casa, della quale Rose Red pare assorbire gli umori, riversandoli poi in inquietanti eventi che atterriscono la servitù - ad eccezione della fidata domestica di Ellen, l'africana Sukeena, che pare dotata anch'essa di straordinari poteri?
Silenzi, tensione psicologica, colpi di scena: gli ingredienti per divorare 273 pagine in poche ore, direi che ci sono tutti.

UN ASSAGGIO:
"Non erano passati dieci minuti quando, ritiratami nelle mie stanze, nell'Ala  Occidentale, vi ho trovato ad attendermi Sukeena e Linda. Mentre invitavo Linda, tutta tremante, a sedersi, Sukeena si è ritirata dietro la porta - non si prende mai confidenza, altra sua dote apprezzabile - ma io l'ho pregata di rimanere. Ho sistemato uina sedia di fronte a Linda, ho stretto fra le mie mani fredde le sue e abbiamo parlato.
'Cara ragazza, cosa volevi dirmi poco fa?'
'Nulla, signora'
'Cara figliola, sappiamo entrambe che stavi per parlare, te l'ho letto nello sguardo. Se sai qualcosa su dove possa essere Laura... Non so dirti quanto sia importante, è una questione di vita o di morte, forse. Non possiamo dimenticare la sorte della nostra cara signora Fauxmanteur, vero?'
Atterrita, la ragazza ha guardato prima Sukeena, poi me,mentre gli occhi le si riempivano di lacrime.
'Su, avanti, figliola.. Non ti succederà nulla di male.'
'Io.. è... è come ha detto Rodney.'
'Il Solarium'
Ha annuito con le labbra tremanti, a testa bassa.
'Va tutto bene, bambina'
'No, signora.' Ha sussurrato."

NB: tanto per stuzzicare la curiosità di quelli attratti un tantino dalle storie da brivido, pare che la Rose Red del romanzo sia stata ispirata da una altrettanto inquietante e bizzarra casa realmente esistente, la Winchester House in California, costruita dall'erede della famiglia Winchester - proprio quelli ideatori della celebre pistola omonima! - la quale era convinta di essere perseguitata dagli spiriti: qui il sito ufficiale, con tanto di immagini e storia...

lunedì 23 gennaio 2012

JOSEPH ROTH - La leggenda del Santo bevitore


DOVE: Parigi, Francia
QUANDO: 1934

Racconto breve ma ricco d'atmosfera, sulle bizzarrie della Vita - quella con la "V" maiuscola - che talvolta, per un capriccio, decide di offrire una chance perfino a chi non ha nulla. Come Andreas Kartak, barbone che trascorre la sua ciondolante esistenza d'alcolista tra i silenziosi lastroni umidi lungo le rive della Senna e qualche osteria a poco prezzo. Fino a quando, in una quieta sera primaverile, un misterioso individuo ben vestito non scende, uno dopo l'altro, gli scalini di pietra che conducono al lungofiume e, incontrato lo sfortunato Andreas, non gli mette in mano duecento franchi. Una cifra spropositata, per un uomo che, fuggito da un passato difficile, si barcamena vivendo giorno dopo giorno con i pochi spiccioli rimediati da qualche buon cuore parigino: immaginarsi dunque lo stupore, l'incredulità, il sospetto di chi tutto ad un tratto si vede offrire da uno sconosciuto una cifra di denaro che disperava mai di poter vedere. Andreas inizialmente tenta di rifiutare, poichè la sua coscienza - seppur annebbiata dall'alcol - gli proibisce di accettare un prestito che difficilmente sarebbe stato in grado di restituire. Ma lo sconosciuto insiste talmente tanto che alla fine il barbone cede ed intasca il denaro, congedandosi dal misterioso benefattore con la promessa che avrebbe restituito quanto prestato non a lui ma alla piccola santa Therese de Lisieux, alla quale il filantropo è particolarmente devoto e una statuetta della quale si trova nella cappella di Ste Marie des Batignolles.
Detto fatto, il giovane Andreas impiega quell'insperata fortuna per tanti piccoli piaceri - un bagno, una rasatura, un pasto caldo - da troppo tempo negati; ma quando decide che è venuto il momento di saldare il debito....
Non anticipo altro, perchè la storia è già breve di per sè, eppure intensa in quanto a significato; una di quelle storie che spingono ad interrogarsi sulla vita, sul destino, su quanto esso sia nelle nostre mani e sull'importanza di cogliere le occasioni quando queste ci si presentano.

UN ASSAGGIO:

"Anche il signore ben vestito svanì nelle tenebre. Aveva davvero ricevuto il miracolo della conversione. E aveva deciso di guidare la vita dei più poveri. E per questo, viveva sotto i ponti.
Quanto all'altro, invece era un bevitore, anzi, un ubriacone. Si chiamava Andreas e viveva alla giornata, come molti bevitori. Era passato tanto tempo dall'ultima volta che aveva posseduto duecento franchi. E forse proprio perchè era passato tanto tempo, alla debole luce dei lampioni prese un pezzetto di carta ed un mozzicone di matita e scrisse l'indirizzo della piccola santa Therese e la somma di duecento franchi che da quel momento le doveva. Salì una delle scale che, dalle rive della Senna, conducono al lungofiume. Là, lo sapeva, c'era un ristorante. Entrò, mangiò e bevve in abbondanza, spese molti soldi e portò via una bottiglia intera per la notte, che aveva pensato di trascorrere come di consueto sotto un ponte. Raccolse anche un giornale dal cestino dei rifiuti, ma non per leggerlo, per coprirsi. I giornali tengono caldo, tutti i barboni lo sanno."

lunedì 23 maggio 2011

EDGAR WALLACE - King Kong

DOVE: Tra New York ed una sperduta isola al largo delle Indie Orientali

QUANDO: Anni '30.

Solo qualche giorno fa, sul blog del GdL di Bryce House si parlava dell'importanza di contestualizzare un libro prima di giudicarlo. Sostanzialmente, il succo è: vale per i libri lo stesso principio che vale per gli esseri umani: mai lasciarsi condizionare da commenti superficiali.
Ecco, trovo che King Kong sia un perfetto esempio di come un libro debba essere letto nel contesto in cui è nato. Certo che, ad un occhio del duemilaundici, l'avventura del cigolante Vagabondo ai confini del mondo conosciuto per assecondare il capriccio di un eccentrico produttore cinematografico mettendo a repentaglio la vita di quanti avrebbero preso alla spedizione, risulta forzatamente artificiosa, per non parlare per la facilità con cui, di fronte a creature credute estinte, si mette mano a bombe soporifere e pistole, completando con lo scatto di un grilletto ciò che l'evoluzione aveva miracolosamente lasciato in sospeso per anni.
Ma non dobbiamo dimenticare da dove nasce il poderoso e sfortunato gorilla: siamo infatti nell'America degli anni Trenta, sospesi tra due guerre mondiali, ancora scossa da una grave crisi economica, un'America nella quale la nascente industria cinematografica incomincia a costruire a tavolino opere che riempiano le sale facendo tintinnare le monete nei botteghini. Ecco quindi che, reclutato il genio del romanzo poliziesco Edgar Wallace, gli viene chiesto di scrivere una storia spaventosa eppure sentimentale, nella quale l'eterna lotta tra Uomo e Natura vede infine il primo trionfante, grazie ai vigliacchi espedienti che l'evoluzione delle armi ha messo in mano ad una creatura altrimenti debole ed inerme. Anche se, a onor del vero, va detto che Wallace morì nel 1932 contribuendo ben poco alla realizzazione effettiva della scenografia, pur mantenendo per questioni legali il proprio nome come autore dell'opera.
Nasce così l'infelice e terrificante scimmione, vissuto per anni nell'ombra della sua isola, venerato e temuto da una piccola tribù di indigeni con l'usanza di sacrificare al dio-bestia una fanciulla, fino a che sulle sue rive non sbarca una piccola ciurma capitanata dal produttore cinematografico Denham, guidato fin lì dai deliranti racconti di alcuni di quegli stessi indigeni, fuggiti all'isola e raccolti da una nave norvegese. Denham è in cerca di storie portentose, ed il suo fiuto gli dice che lì, nell'intrico della vegetazione, si nasconde qualcosa che potrebbe fruttargli un bel po' di verdoni; per questo ha convinto la giovane e disperata Ann, tanto bella quanto sola e senza il becco di un quattrino, a seguirlo nella sua folle avventura, assieme ad un manipolo di marinai scelti e ben equipaggiati di armi e munizioni.
Inutile dilungarmi nel raccontare la trama, che immagino sia ben nota a tutti, fin al tragico epilogo sulla vetta dell'Empire State Building, tra il ronzare degli aerei , le urla della biondissima Ann ed il ra-ta-ta-ta-ta delle mitragliatrici; quello che voglio sottolineare è l'atmosfera assolutamente ingenua, quasi naive, che traspira attraverso le pagine di questo libro; un'atmosfera che parla di come eravamo come pubblico, di un'epoca in cui bastava poco per farci spalancare la bocca dallo stupore o dal terrore, in cui al cinema ci accontentavamo di una storia senza troppi fronzoli, in cui si piantano pallottole nel cranio di innocenti bestioni - poco importa poi che fossero effettivamente carnivori, quel che importa è che lì, sullo schermo del cinema, un brontosauro è perfettamente credibile mentre azzanna un cristiano, anche se a noi "moderni" strappa un sorriso di tenerezza - in cui la bellissima protagonista dalla belle bianca e i capelli color oro suscita il tenero amore del capitano della nave ma, ahimè, anche quello pericoloso dell'enorme scimmione, in cui la gente fa la fila sciamando ai botteghini per vedere dal vivo Kong, l'Ottava Meraviglia del Mondo.
Insomma, ad un analisi superficiale, un guazzabuglio di tutto ciò che farebbe inorridire i moderni paleontologi, etologi ed animalisti; eppure siamo stati anche questo, in passato. Ma la chiave di tutto, probabilmente, è quella che sottolinea Mattia Carratello nell'interessante postfazione al libro, in quella mitragliatrice che pone fine a tutto, restituendo la tranquillità ad un mondo minacciato; è lei, in un certo senso, il simbolo di quegli anni in bilico tra le due guerre mondiali. Eravamo spaventati, avevamo bisogno di sicurezza, di controllo. Ecco quindi che l'immagine del possente gorilla, che così a lungo aveva terrorizzato i "poveri indigeni ignoranti ed incivili", viene reso inerme dalla società del cemento e delle pistole, dimostrando a noi piccoli seduti nel buio della sala che non c'è nulla da temere, che noi abbiamo il "progresso", la "civiltà", il completo controllo sul mondo.

UN ASSAGGIO:

"La folla s'era accalcata bloccando quattro isolati interi sopra Times Square, e si riversava a Broadway in un flusso continuo. I vigili scuotevano impotenti la testa, facendo inutili 'no' col dito e incoraggiando stancamente i taxi a deviare verso le strade laterali. Nel punto in cui la folla si accalcava di più, occupando non metà, ma quasi tutta la strada, un'insegna spiccava dall'alto annunciando a tutto il mondo a chiare lettere:

KING KONG! L'OTTAVA MERAVIGLIA DEL MONDO

Sotto la scritta luminosa i cappelli a cilindro di Park Avenue urtavano quelli a bombetta del Bronx, gli abiti da sera in stile parigino frusciavano contro i grembiuli da lavoro, maglioni contro soprabiti eleganti, e ancora i cappelli portati di traverso della Decima Strada che graffiavano le tese a quelli di Riverside Drive. C'erano proprio tutti; addirittura una delegazione molto ben rappresentativa della malavita, come non se ne vedevano da nessuna parte se non in una stazione di polizia il giorno dopo una retata. C'erano ragazze di Greenwich Village, e altre più serie e giovani da Columbia Heights. C'erano strilloni, venditori ambulanti, commessi viaggiatori, impiegati, cassiere, stenodattilografe, debuttanti, capoinfermiere, segretarie e fanciulle d'ogni sorta. C'era davvero tutta la città, che attendeva il proprio turno al botteghino per avere il biglietti e nel frattempo guardava in alto la scritta:


KING KONG! L'OTTAVA MERAVIGLIA DEL MONDO

'Ma cosa sarà?' chiede la Decima Strada in persona, da sotto un cappello portato di traverso.
'Una specie di gorilla, dicono.' rispose Park Avenue da sotto un cappello a cilindro, di traverso anche quello.
'Volete scherzare!' disse la Decima Strada con una certa diffidenza.
'Ehi' disse una bombetta del Bronx 'Più grande di un elefante ho sentito dire. Un mio amico conosce un tipo che lavora dietro le quinte.'
'Ah sì?' disse il grembiule da lavoro ' E che tipo di spettacolo farà, dei trucchi?'
'Santo cielo!' disse un abito in stile parigino 'Che gentaglia!'
'Ma sentitela!' sibilò la tesa di un cappello di Riverside "Venti dollari per un biglietto e quella ci chiama gentaglia."

venerdì 13 maggio 2011

DAVID HERBERT LAWRENCE - L'amante di Lady Chatterley



DOVE: Wragby, Inghilterra
QUANDO: inizi del Ventesimo secolo

Che sorpresa per me avventurarmi nella lettura de L'Amante di Lady Chatterley! Mi ci ero accostata con i piedi di piombo, profondamente scettica e convinta di dovermi aspettare niente più che la descrizione brutale di una torbida storia di sesso tra una Lady annoiata ed il suo aitante servitore. Ed invece - complice anche la mia mania di andarmi a "spulciare" le note biografiche degli autori - mi sono trovata davanti ad una storia di amore vero, puro, carnale (questo è indubbio ) eppure dolcemente preziosa. Specialmente se si pensa che la storia ha un consistente spunto autobiografico e che - sorpresa dele sorprese - D.H. Lawrence non ha vestito i panni del focoso amante bensì quelli del marito invalido e "cornuto". Sorprendente pensare come, di fronte al dolore che deve aver provato a suo tempo, scoprendo il tradimento della moglie dopo che la sua infermità l'aveva già privato dell'attività di insegnante presso l'Università di Nottigham, abbia saputo trovare tanta comprensione e delicatezza nel raccontare la storia attraverso il punto di vista della moglie infelice e perciò infedele.
Sì, perchè lei, la giovane e bella Lady Chatterley, si trova suo malgrado improgionata in una vita che capricciosamente le ha voluto voltare le spalle, togliendole, a solo un mese dal matrimonio, il marito Clifford e restituendoglielo a due anni di distanza, rattoppato alla bell'e meglio da medici volenterosi ma paralizzato dalla cintola in giù. Tutto ad un tratto, di fronte all'orizzonte della giovane sposa, si profila un futuro ben lontano da quello che aveva sognato: sola nella cadente dimora dei Chatterley accanto ad un marito dipendente da lei in tutto e per tutto, immerso nella solitaria stesura di racconti e senza alcuna possibilità di darle un figlio. Un esistenza che certo non ha scelto e che l'avrebbe stretta fino a soffocarla se non avesse fatto la sua comparsa Mellors, il guardiacaccia dagli occhi penetranti e dalla vita solitaria, nel suo cottage immerso nel silenzio del bosco di Wragby. Tanto Lord Clifford è formale e prevedibile quanto Mellors è impenetrabile e misterioso.
La colta e passionale Constance, dapprima prevedibilmente combattuta, finisce poi per lasciarsi andare ad una passione finalmente autentica, scrollandosi di dosso l'austero grigiore della malconcia magione dei Chatterley e dei formali tète-a-tète con il legittimo consorte per cercare, nella quiete profonda del bosco e nell'abbraccio appassionato del suo amante, i brandelli della tanto anelata felicità.
Sono onesta, è un libro che mi ha piacevolmente sorpresa nella capacità di evocare con tanta intensità i sentimenti di una donna colpevole perchè infelice, nella semplicità con cui descrive i delicati moti dell'animo femminile, nell'appassionato messaggio di amore che porta con sè, a dispetto dei lunghi anni in cui il romanzo è stato messo al bando. Difficilmente ho trovato nella penna di un uomo altrettanta capacità di penetrare nella psiche femminile, portandomi a dire all'eroina di turno "ti capisco perfettamente". E ancor più sorprende se pensiamo che tanta delicatezza venga dalla penna di chi è stato colpito, ferito, tradito da quella donna.

UN ASSAGGIO:

"La lettura fnì. Connie sobbalzò. Gli lanciò un'occhiata e fu sconvolta dal notare che Clifford la osservava con uno sguardo sinistro, come di odio.
'Grazie! Leggi Racine in modo splendido!" Disse gentilmente.
'Quasi come tu l'ascolti!' Ribattè lui con crudeltà. Poi, osservò: ' che stai facendo?'
'Cucio un vestitino per la bimba dei Flint.'
Lui distolse lo sguardo. Un bambino! Sempre e solo un bambino! Una vera ossessione per Connie!
'Dopo tutto' disse declamando ' in Racine si trova tutto quello che si desidera. Le emozioni che hanno ordine e forma sono più forti di quelle disordinate.'
Connie lo guardò con i suoi occhi grandi, vaghi e velati.
'E' vero' rispose.
'Il mondo moderno ha solo banalizzato le emozioni, liberandole. Ciò di cui abbiamo bisogno è il controllo formale.'
'Sì!' replicò lei attentamente, pensando a come ascoltava con volto rapito le emozionanti idiozie della radio. 'La gente finge di avere emozioni, ma in realtà non prova nulla. Credo sia questo il romanticismo.'
'Esatto!' commentò lui.
Ma era stanco. La serata lo aveva affaticato. Forse avrebbe preferito stare con i suoi libri di chimica o di tecnica mineraria, oppure ascoltare la radio.
La signora Bolton entrò con due bicchieri di latte al malto, uno per Clifford, per invogliarlo al sonno, e uno per Connie, per farle riprendere un po' di peso. Era una consuetudine serale introdotta da lei a Wragby.
Dopo aver bevuto il suo latte, Connie fu lieta di ritirarsi e grata che Clifford non avesse bisogno di lei per coricarsi. Mise il bicchiere di lui sul vassoio e lo portò fuori con sè mentre usciva.
'Buonanotte, Clifford! Dormi bene! I versi di Racine ti avvolgano come un sogno. Buonanotte!'
Si era spinta fino alla porta. Se ne andava senza dargli il bacio della buonanotte. La guardò con occhi gelidi, taglienti. Era così, dunque! Nemmeno più il bacio della buonanotte, dopo che lui aveva passato la serata a leggerle Racine. Che insensibilità pazzesca! Anche se il bacio era solo una formalità, purtuttavia l'esistenza civile dipendeva anche da quel tipo di formalità."

giovedì 17 febbraio 2011

MICHAIL BULGAKOV - Il Maestro e Margherita


DOVE: Mosca, Unione Sovietica
QUANDO: inizio '900

Nella Mosca dei primi del '900, in una città florida e variegata dal punto di vista intellettuale, può accadere di tutto: perfino di assistere, in un teatro di varietà, allo spettacolo dell'oscuro Woland, esperto di magia nera e forse - perlomeno agli occhi del poeta Ivan, casualmente sfortunato spettatore della vera natura dei suoi poteri - qualche cosa di più. E quando il giovane poeta viene internato in manicomio proprio a causa delle deliranti accuse da lui rivolte all'artista, i suoi sospetti trovano infine una dolorosa conferma; è infatti il Maestro, un anziano professore anch'egli internato a causa di un grave esaurimento nervoso ed autore di un voluminoso testo su Ponzio Pilato, a rivelargli la vera identità del misterioso prestigiatore. Si tratterebbe addirittura del demonio, giunto a Mosca con il suo bizzarro manipolo di seguaci (il gatto nero Behemot ed il minaccioso demone Azazello, ad esempio) perseguendo un suo fine oscuro. Da questo prende l'avvio una vicenda intricata, che oscillando tra la fredda Mosca degli albori del Ventesimo secolo e la polverosa Gerusalemme dei tempi di Gesù, svela infine la delicata storia d'amore tra il Maestro e la bellissima ed infelice Margherita.
Difficile tratteggiarne più dettagliatamente la trama; suggerisco invece di lasciarsi andare ed immergersi in un mondo unico nel suo genere, continuamente sospeso tra ciò che è reale - perlomeno, ciò che lo è per i protagonisti del romanzo - e ciò che invece è frutto della penna del Maestro, in un'atmosfera carica di suggestioni cupe come di tenerezza di sentimenti. Tra la soffocante sensazione di angoscia che pervade ogni qualvolta Bulgakov ci conduce nel quartier generale dell'oscuro Woland, all'emozione di assistere, attraverso gli occhi di Ponzio Pilato, al supplizio di Gesù. Un romanzo unico nel suo genere, che ho riletto due volte, a distanza di tempo, scoprendolo sì con occhi diversi, ma con identico piacere.

UN ASSAGGIO:

"Veniva da me quotidianamente, di giorno, e ad aspettarla io cominciavo sin dal mattino. Questa attesa si manifestava col fatto che spostavo gli oggetti sul tavolo. Dieci minuti prima mi sedevo vicino alla finestra e mi mettevo in ascolto, aspettando che il vecchio cancello sbattesse. E' strano: prima che l'incontrassi, poca gente veniva nel nostro cortiletto, anzi, non veniva mai nessuno, mentre adesso mi sembrava che tutta la città vi si precipitasse. Sbatteva il cancello, sbatteva il mio cuore, e si figuri, dietro il finestrino, al livello del mio viso, appariva immancabilmente un paio di stivali sporchi. L'arrotino. Ma chi aveva bisogno di un arrotino nella nostra casa? Arrotare che cosa? Quali coltelli?
Lei entrava una sola volta dal cancello, ma io avevo provato il batticuore almeno dieci volte, non dico una bugia. Poi, quando giungeva la sua ora e le lancette indicavano mezzogiorno, il batticuore continuava senza ticchettio, quasi silenziose, davanti alla finestra non mi passavano le scarpe con un nodo di camoscio nero, stretto da una fibbia d'acciaio."

giovedì 4 novembre 2010

William Golding - IL SIGNORE DELLE MOSCHE


DOVE: su un'isola deserta
QUANDO: in un ipotetico futuro in cui la terra è infiammata da un sanguinoso conflitto planetario.

I ragazzi, si usa dire, sono il nostro futuro. E' nelle loro mani che lasceremo il pianeta, è sulle loro spalle che ricadranno i nostri errori ed è per loro che dobbiamo impegnarci a costruire delle solide basi sulle quali loro possano, a loro volta, far poggiare le proprie vite. Lampante e incontrovertibile? Non del tutto, se per una volta, volendoci districare dalla banalità di certi luoghi comuni, ci immergiamo in una singolare avventura proposta dallo scrittore William Golding, premio Nobel per la letteratura nel 1983.
Immaginiamo dunque che la Terra- la nostra Terra - venga improvvisamente ( e non così tanto inverosimilmente) dilaniata da un conflitto di proporzioni planetarie. Immaginiamo poi che, mentre la guerra infiamma, un aereo precipiti in una piccola isola, sperduta nella solitudine salata dell'Oceano, lasciando come soli superstiti uno sparuto gruppo di ragazzini, spaventati e confusi. Immaginiamo che questi ragazzi, rimboccandosi le maniche, decidano infine di organizzarsi e riprendere in mano le loro vite, non potendo contare sull'aiuto degli adulti, con l'intento di dare vita ad una piccola comunità che non lasci alcuno spazio alla violenza ed alle meschinità dei grandi.
Nascerebbe così - potremmo infine immaginare - il primo germe di una nuova era per il genere umano, in cui ci si lasci alle spalle gli errori che l'hanno portato sull'orlo della distruzione; una nuova età dell'Oro, nella quale tutti vivrebbero felici e contenti. Peccato che, ben presto, la buona lena dei giovani sopravvistuti cominci a vacillare, lasciando emergere sprazzi di un lato oscuro che tutti noi, in quanto Uomini, ci portiamo dentro.
Questo, molto in sintesi, il pensiero di Golding, che con straordinaria capacità evocativa ci immerge in un mondo silenzioso, fatto di salsedine, sabbia e notti buie come la pece, nel folto di una natura che osserva, neutrale e cinica. Un libro che apre gli occhi su quel lato selvaggio che tutti noi portiamo dentro, ben custodito sotto la scorza della nostra millenaria "civiltà."

UN ASSAGGIO:

"Vide che era possibile arrampicarsi sulla parete, ma non ce n'era bisogno. C'era una specie di cornice che girava tutt'intorno alla roccia, e ci si poteva spostare a destra e girare l'angolo in modo da sparire alla vista di quelli ch'erano rimasti indietro. Non era difficile, e ben presto si trovò al di là dell'angolo.
Non c'era nient'altro di quello che ci si poteva aspettare: rosei macigni accavallati l'uno sull'altro, con sopra uno strato di guano come una spolveratura di zucchero; e un pendio ripido che conduceva alle rocce frastagliate in cima al bastione.
Un rumore alle sue spalle lo fece voltare: Jack strisciava verso di lui sulla cornice."