Visualizzazione post con etichetta filosofia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta filosofia. Mostra tutti i post

lunedì 8 aprile 2019

FOLCO TERZANI - Il Cane, Il Lupo e Dio



DOVE: non specificato, tra una grande città e le montagne boscose
QUANDO: al giorno d'oggi

Ci sono libri che fanno, per citare Venditti, "dei giri immensi". Ecco dunque che una carissima amica, che pur avendo visto mio figlio solo due o tre volte pare averne perfettamente "captato" l'essenza, mi consiglia questo libro, che lei ha appena terminato, sostenendo che gli piacerà. Confesso di aver letto la trama, con un certo scetticismo riguardo al fatto che lui potesse capirlo; in ogni caso, fidandomi con tutto il cuore dell'istinto di lei, ecco dunque che gliel'ho proposto. Ed ecco dunque che lui lo divora in un'unica sera, avvolto nella luce calda della sua abat-jour, ed ecco che la mattina dopo, con gli occhi umidi (ahimè, ha ereditato dalla mamma oltre ai capelli indomabili pure la tendenza al luccicone ^_^ ) mi dice che è il libro più bello che lui abbia mai letto.
Ed ecco che, concludendo, questo libro come era inevitabile finisce tra le mie mani, con la raccomandazione "mamma, leggilo, è bellissimo".
Ammetto, prima di cominciare a snocciolare come sempre le mie impressioni con un flusso incontrollato, che non è il tipo di libro che mi avrebbe normalmente attratto. O meglio; è decisamente il tipo di libro che mi avrebbe chiamato a gran voce in un certo periodo della mia vita, quando digerivo ancora Hesse - eppure mi riprometto sempre di riaccostarmici adesso, con occhi maturi - e non disdegnavo tutti quei libri che, in modo più o meno aperto, strizzassero l'occhio ad una certa spiritualità. Ma in questa fase della mia vità, sarà l'età, saranno le mille cose da fare, sarà la continua stanchezza, è un genere letterario che ho temporaneamente accantonato, preferendo titoli che mi consentano semplicemente di viaggiare altrove con la mente, senza necessariamente trasmettermi dei messaggi.
E' con questo spirito duplice, dunque - scetticismo da un lato, "core de mamma" dall'altro - che, valigia alla mano, mi sono avventurata in questo breve viaggio, che in poco più di un'ora mi ha portato dall'asfalto di una città distratta al folto di un bosco umido fin sulla vetta bianchissima di una montagna, in compagnia di un anonimo cane divenuto improvvisamente un randagio arruffato, e dell'affascinante branco di lupi che di lui decide di prendersi cura.
È un libro particolare, un tantino naive e prevedibile in certi punti, che fatico forse a collocare (troppo complesso come testo "spirituale" da bambini, troppo semplice per gli adulti); un libro che, semplicemente, narra la sua storia a chi crede di volerla ascoltare.
E pur non essendo riuscita a commuovermi fino alle lacrime come mio figlio - sarà l'età, che mi ha privato di quel velo di magia con cui lui sa ancora guardare le cose - non posso dire che non mi abbia coinvolto. Complici i meravigliosi acquerelli che illustrano il cammino fisico e mentale del Cane, mi sono sentita avvolta da quel mondo umido e lontano, sforzandomi di distaccarmi dal presente per tornare al passato lontano in cui noi, piccoli e spauriti nella nebbia, affrontavamo i terribili e potenti spettacoli naturali con un timore reverenziale, costruendo attorno ad essi la nostra idea del "Divino".
Ecco, la chiave di lettura per gli adulti che si accostano a questo libro è forse semplicente questa; interrogarsi - da credenti o da atei, poco importa - sul senso della divinità, sul perchè l'Uomo ne abbia sentito il bisogno e su come il progresso ed il conseguente allontanamento dell'Uomo dallo splendore terribile della Natura abbia in parallelo spogliato il divino dalle sue manifestazioni primordiali, spostando il focus sulle relazioni tra gli uomini anzichè sui suoi bisogni elementari.
Una storia odorosa di terra, silenziosa come un bosco solcato dalle quiete falcate dei lupi, gorgogliante di ruscelli ghiacciati e intrisa dell'umido respiro della nebbia, destinato tutto sommato a sollevare interrogativi in coloro che scelgano di accostarvisi con la giusta predisposizione d'animo.

UN ASSAGGIO:

"Soffiava un vento nuovo che veniva dal nord. Portava l'odore di boschi d'abete e di neve. Il Cane lo sentiva quando chiudeva gli occhi. La neve non era ancora arrivata ma gli alberi si preparavano a modo loro al freddo, cambiando il colore degli abiti e poi svestendosi completamente. Il bosco era pieno del fruscio delle foglie che cadevano".

giovedì 5 ottobre 2017

UMBERTO ECO - L'Isola del Giorno Prima

DOVE: con un naufrago sperduto in prossimità di una misteriosa isola nell'Oceano
QUANDO: 1643

Complesso, onirico, a tratti lento e certamente non adatto a tutti, eppure avvolgente e suggestivo questo romanzo che ci trasporta intorno alla metà del Diciassettesimo Secolo, nella travagliata vita di Roberto de la Grive. Erede di una famiglia della piccola nobiltà del ducato di Milano, i Pozzo di San Patrizio, cresciuto sotto la guida di un precettore carmelitano, combattente valoroso - accanto al padre - durante l'assedio di Casale Monferrato (battaglia cardine della Guerra di Successione scoppiata alla morte senza eredi di Vincenzo Gonzaga Duca di Mantova, qui un sunto "wikipediesco" della storia) ed infine naufrago solitario in una regione sconosciuta dell'Oceano, aggrappato ai miseri resti della gloriosa Amarilli sulla quale si era imbarcato, tempo addietro, per una misteriosa missione della quale solo più avanti verrà svelato il fine; questa, molto in breve, la vita del giovane protagonista, dal carattere mite ma tenace e dall'amore sconfinato, puro e platonico per la bella e lontana Lilia.
Dunque, dicevamo, naufrago. Iniziamo infatti questa avventura aggrappati ad una tavola di legno, sballottati tra le onde, sfiniti, intrisi d'acqua fino alle ossa, bruciati da sole e seccati dalla salsedine; sembrerebbe a tutti gli effetti la fine, più che l'inizio; ma ecco, all'orizzonte, comparire una nave. Una nave - a dirla tutta - anch'essa in un certo senso naufraga, orfana com'è di qualunque membro dell'equipaggio e priva di scialuppe, ma pur sempre un qualcosa di solido su cui poggiare le stanche membra di naufrago dopo tanto sciabordare di marosi; perciò, traendo a sè le ultime forze, Roberto sale a bordo. E qui, sulla misteriosa e deserta Daphne, inizia la sua vita di duplice naufrago. Naufrago dell'Amarilli, come abbiamo detto; e di nuovo, naufrago sulla Daphne, che scopre ben presto essere attraccata di fronte ad un'isola sconosciuta, irraggiungibile a nuoto eppure perfettamente visibile all'orizzonte. Che cosa fa una nave zeppa di provviste ed acqua potabile, senza alcun segno di lotta, nè alcun danno visibile, sola ed abbandonata - apparentemente- di fronte ad una misteriosa isola? che fine ha fatto l'intero equipaggio? Riprese le forze, Roberto inizia ad indagare, ben presto iniziando a sospettare che da qualche parte, laggiù nelle profondità della stiva, essa nasconda anche un'intruso ostile.
Una storia che inizia con i toni del giallo ma sfuma ben presto nel trattato scientifico, quando man mano dipaniamo la matassa della misteriosa missione che ha condotto Roberto sull'Amarilli e sul perchè la maestosa Daphne sia stata abbandonata al suo destino dai membri dell'equipaggio.
Un romanzo storico che ci porta lontano, un pelino più indietro dell'Illuminismo, in un mondo di passione per l'ignoto, per l'esplorazione geografica, la scoperta del mondo al di là dei confini conosciuti. Un'epoca in cui si iniziava a manifestare interesse per i mondi esotici, e d'altro canto si cercava di razionalizzarli, di renderli individuabili matematicamente, identificabili numericamente sulle mappe geografiche. L'epoca in cui si cominciavano a calcolare latitudini e longitudini, per dare riproducibilità a viaggi facilitando l'individuazione dei luoghi; eppure un'epoca in cui ancora - in Italia, soprattutto - il pensiero religioso cozza prepotentemente con la scienza ed il progresso, con la filosofia, a tratti anche con l'ingegno umano. E poi, un romanzo che parla di solitudine, disperazione, tenacia, abbandono. Del delirio della mente umana quando l'uomo si ritrova lontano dai suoi simili, costretto ad una prigionia seppur apparentemente confortevole.
Ripeto, un libro che non è per tutti, lo stile è - come si confà ad un romanzo storico - ben lungi dall'essere scorrevole e contemporaneo, le lunghe digressioni di stampo filosofico o tecnico richiedono di essere affrontate con la curiosità di chi osserva sotto il microscopio un mondo lontano dal nostro, ma un libro completo, da leggere. ù
Che poi, mi viene quasi da sorridere, e dire: "E' Umberto Eco. Non c'è certo bisogno che sia tu, a dire che è un libro che vale la pena leggere" ^_^

UN ASSAGGIO:

"Aveva barcollato verso l'altro bordo e aveva intravisto - ma questa volta lontano, quasi a filo di orizzonte - i picchi di un altro profilo, anche quello delimitato da due promontori. Il resto mare, come a dare l'impressione che la nave fosse attraccata in una rada in cui era entrata passando per un vasto canale che separava le due terre. Roberto aveva deciso che, se non si trattava di due isole, certo si trattava di un'isola prospiciente una terra più vasta. Non credo avesse tentato altre ipotesi, visto che non aveva mai saputo di baie così ampie da dar l'impressione, a chi vi si trovi in mezzo, di star di fronte a terre gemelle. Così, per ignoranza di continenti smisurati, aveva colto nel segno.
Una bella vicenda per un naufrago: con i piedi sul solido e terraferma a portata di braccio. Ma Roberto non sapeva nuotare, entro poco avrebbe scoperto che a bordo non c'era nessuna scialuppa,e  la corrente aveva frattanto allontanato a tavola con cui era arrivato. Per cui al sollievo per la morte scampata si accompagnava ormai lo sgomento per quella triplice solitudine: del mare, dell'Isola vicina e della nave."

martedì 4 luglio 2017

BANANA YOSHIMOTO - Un viaggio chiamato Vita


DOVE e QUANDO: in giro tra Giappone ed Europa, nel corso degli anni.

 Dunque, da dove inizio nel commentare questo libro? Mi butto a capofitto sull'onda delle emozioni che mi ha suscitato? O inizio in punta di piedi, cercando di parlarne prima in maniera obiettiva?
Bene, rimbocchiamoci le maniche e cerchiamo di andare con ordine. Punto primo: Banana Yoshimoto è uno di quegli autori che o si ama alla follia, o proprio non si digerisce. Non so perchè accada questo, ma gironzolando un po' nella blogosfera letteraria mi rendo conto che - un po' come accade con Baricco - non ci sono vie di mezzo nei post che parlano di lei.Qualcuno l'adora alla follia, qualcuno non riesce proprio a sopportarla.
Io - lo dico subito, ma chi ha sbirciato qua e là nel blog credo lo abbia capito - faccio parte del primo gruppo, di quelli che per lei hanno avuto fin da subito un colpo di fulmine e che, a distanza quasi di vent'anni dal primo incontro col suo stile delicato e poetico, continuano ad amarla.
Ecco, forse la chiave di lettura per "Un viaggio chiamato Vita" è proprio lì. Se non amate lei, il suo stile, i suoi libri, i suoi personaggi, state lontani da questo. Tantopiù che non è neanche un romanzo in senso stretto, ma una raccolta di frammenti sparsi di alcune "istantanee" della sua vita, impressioni, sensazioni, moti dell'animo che potrebbero anche sembrare senza capo nè coda.

Io, manco a dirlo, l'ho amato alla pazzia, e forse anche di più. Non sono neanche andata in giro a leggere altre recensioni per questo titolo, per non restare magari delusa scoprendo che sono la sola ad averlo apprezzato così, ma per me è uno di quei libri da tenere fissi sul comodino, a portata di mano, e da aprire a caso nei momenti cupi, per cercare una boccata di ossigeno.
Si tratta, dunque, di frammenti di vita, impressioni, diapositive fermate dalla sua penna mentre, negli anni, il suo lavoro da scrittrice la portava in giro per il mondo. Tokio, l'Italia, le Piramidi di Giza; luoghi ed istanti "fissati" dal suo occhio di autrice per salvarli dall'oblio, preservandone il ricordo, un po' come una fotografia. Ma, più che in fotografia, lei riesce a fissare nel tempo non solo le immagini, ma le emozioni che l'hanno accompagnata. Che si tratti di appunti di scrittrice in attesa di essere trasferiti nei suoi romanzi e poi sapientemente sfruttati dalla casa editrice per partorire un nuovo titolo - coi relativi incassi - poco importa; io, in queste righe, ho trovato l'essenza di lei, dei suoi personaggi, della sua visione poetica del mondo.
La sua capacità di emozionarsi per una piccola, rachitica piantina di rosmarino nel suo appartamento giapponese, in grado di evocare nella sua mente le fiere, possenti piante di rosmarino che ha visto ergersi contro il vento in Sicilia.
Essere in grado di percepire e fissare su carta il calore umano di un piccolo hotel di Kochi, al tramonto.
I frammenti sparsi della sua maternità, la meraviglia nel veder crescere suo figlio, quel misto di orgoglio e struggente nostalgia nel vederlo rendersi giorno dopo giorno indipendente (sensazione che conosco fin troppo bene, come madre).
La frenesia disumana di Tokio. La magia di una lontana nevicata, quand'era bambina. L'amore tra cani ed esseri umani, ed il vuoto catramoso nel quale ci lasciano, quando se ne vanno.
Decine e decine di appunti, fissati con delicatezza nero su bianco, intrisi di poesia. Piccole lezioni di magia del quotidiano, di empatia nei confronti del mondo, della struggente bellezza dei ricordi.

Sarà che anche io sono una grafomane; da piccola appuntavo puntualmente sul mio diario i momenti che desideravo fermare, confidando nel fatto che, rileggendoli, mi avrebbero riavvolto nel morbido piacere che dà la rievocazione dei ricordi; e tutt'ora nel cassetto del mio comodino, sotto alla Canon ed ai libri in attesa di essere letti, c'è una moleskine alla quale ahimè non riesco mai a dedicare il tempo che vorrei, e che continua a rimanere bianca, ad eccezione di una piccola manciata di fogli, testimoniando la quantità di momenti che ho lasciato scorrere senza essere stata in grado di fissarli.
Sarà anche che - come accade alla Yoshimoto in queste pagine - sono una che vive in balia delle emozioni, a cui bastano piccoli dettagli, piccoli quanto il profumo di una fogliolina di rosmarino, per evocare un mondo di sensazioni.
Sarà un insieme di tutte queste cose, ma questo libro io l'ho amato alla follia. E sono certa che tornerò a leggerlo e a rileggerlo, in futuro. Consapevole, certo, del fatto che il mio potrebbe essere un folle parere isolato, e che là fuori il mondo dei lit-blog sia pieno di prepotenti, sicure stroncature.
Chissà, mi chiedo, se qualcuno di voi che passano ogni tanto di qua lo hanno letto, e hanno voglia di condividere con me le loro impressioni?

UN ASSAGGIO:

"Nelle sere d'inverno, quando l'aria all'improvviso prende il profumo delle foglie secche bruciate, e le le finestre delle case cominciano ad illuminarsi e a fluttuare, quadrate, nella semioscurità azzurrina, in quel momento mi sembra sempre che tutti siano a metà di una strada, di ritorno verso qualcosa. Certo, ognuno di noi è sempre di ritorno verso qualche luogo, indipendentemente dalle stagioni, ma in inverno in particolare mi sembra che sia così."




domenica 4 giugno 2017

EPICURO - Lettera sulla Felicità / SENECA - La vita felice

DOVE e QUANDO: in un viaggio virtuale attraverso due pilastri della filosofia classica

Non sono mai stata un'appassionata di filosofia, devo premetterlo. Anche al liceo classico, è sempre stata una materia che digerivo con difficoltà, nonostante fossi per il resto una allieva brillante e senza problemi. Negli anni a seguire, difficilmente mi sono accostata di nuovo a questo tipo di libri; probabilmente perchè per me la lettura è sempre stata un modo per allontanarmi, evadere, sognare e come tale sono sempre stata attratta più dalla narrativa che non dalla filosofia.
Nonostante ciò -sarà perchè il mondo classico, vuoi o non vuoi, mi è rimasto nel cuore, sarà perchè in fondo la filosofia classica è stata quella che ho trovato a suo tempo meno "ostica" - quelle poche volte che l'ho fatto, è stato leggendo Seneca.
Mi accosto, dunque, alla filosofia in punta di piedi e con il dovuto rispetto, consapevole che la mia formazione di tipo prettamente chimico-farmacologico non mi consente forse di sviscerarla a fondo, ma consapevole anche del fatto che se loro, duemila anni fa, hanno parlato, lo hanno fatto affinchè ascoltassimo anche noi. E di cose da ascoltare, ne abbiamo eccome, ancora oggi.
Ecco qui, dunque, due autori a confronto - con la preziosissima introduzione di Giuseppe Dino Baldi che prende per mano e guida chi, come me, la filosofia l'ha accantonata da vent'anni - su uno stesso tema: la felicità.
Da un lato Epicuro, filosofo greco vissuto a Samo intorno al 300 a.C.; dall'altro Lucio Anneo Seneca, vissuto a Roma nel primo secolo a.c. Il primo, fondatore della scuola epicurea, il cui pensiero è stato poi in parte "distorto" nei secoli fino a renderlo sinonimo di "amante dei piaceri" in modo quasi amorale; il secondo, padre dello stoicismo e fortemente impegnato anche in politica, impegno che lo porterà al suicidio. Entrambi hanno lasciato in eredità il loro pensiero - per quanto riguarda Epicuro, in forma di frammenti e di massime; per Seneca, in una sorta di "botta e risposta", un dialogo tra il filosofo e un immaginario "oppositore"- che risulta tutt'altro che sepolto, a distanza di duemila anni.
Epicuro ci insegna a cercare la felicità nelle cose semplici, nella natura, nell'allontanarsi dalla bramosa ricerca del piacere, nel non temere la morte, nel "liberarsi dalla prigione degli affari e della politica"; Seneca, dal canto suo, rivede e rielabora la visione di Epicuro (del quale per esempio non può condividere quest'ultima affermazione, essendo lui in primis un personaggio di spicco della politica romana), sottolineando come la felicità derivi  dall'affrancarsi dalla spasmodica ricerca dei beni materiali per porre invece l'attenzione verso la ricerca della virtù e nel godere di piaceri miti, controllati, senza eccessi.
Entrambi continuano a darci interessantissimi spunti di riflessione; ecco dunque un libro assolutamente prezioso per chi non si lasci spaventare dallo stile - inutile mentirci, questo è un testo che richiede una mente aperta, sgombra e concentrata - e voglia addentrarsi nella lettura di un messaggio vecchio di duemila anni.
Mi riservo di dedicare un post un po' più corposo sul tema nell'altro mio blog (http://cartolinedimetedinchiostro.blogspot.it/), non appena avrò un pochino più di tempo per mettermi comoda e dipanare con calma tutti i miei pensieri; per ora questa voleva essere una segnalazione un tantino "diversa" per chi voglia avventurarsi in un viaggio mentale, più che fisico, indietro di duemila anni. Scoprendo che, incredibilmente, le parole di questi due "padri" del pensiero filosofico siano ben più moderne di quanto crediamo.

UN ASSAGGIO:

"Quella considerazione che ci ha incoraggiato a ritenere che nessun male è eterno o durevole per molto tempo è la medesima che ci attesta che in queste condizioni limitate si può far soprattutto affidamento sull'amicizia" EPICURO, Massime sulla felicità, XXVIII

"Nessuno, se vede un male, lo sceglie in quanto tale, ma perchè si inganna valutando che sia un bene rispetto a un male maggiore di quello" EPICURO, Sentenze sulla felicità, 15

"Perchè allora - mi obietta- mi deridi se per te le ricchezze hanno la stessa importanza che hanno per me?" Vuoi sapere in quale misura non hanno la stessa importanza? A me, se le ricchezze dovessero svanire, non porteranno via niente altro che se stesse; tu, invece, rimarrai stordito se esse ti abbandoneranno, e ti sembrerà di essere privato di te stesso. Per me le ricchezze hanno un certo valore, per te il massimo valore; in conclusione, nel mio caso le ricchezze sono mie, nel tuo caso sei tu che appartieni alle ricchezze" SENECA, Lettera sulla felicità, XXII

"Un generale non si fida main della pace, al punto da non prepararsi alla guerra, che, se non è ancora combattuta, è stata però dichiarata; voi invece siete resi insolenti da una bella casa, come se non potesse andare in fiamme o crollare, e perdete la testa per delle ricchezze, quasi fossero al di là di ogni pericolo e tanto grandi che la fortuna non abbia sufficienti forze per distruggerle." SENECA, Lettera sulla felicità, XXVI