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giovedì 17 maggio 2018

Shirley Jackson - L'Incubo di Hill House



DOVE: provincia americana
QUANDO: più o meno, inizio anni '60

Dopo due viaggi attraverso i meandri della psiche e della natura umana - con Saramago prima e con Huxley poi -  sentivo il bisogno di un po' di respiro con qualcosa di meno impegnato. Ed eccomi quindi ad avventurarmi tra le pagine di un horror di quelli che piacciono a me, molto "vintage", molto "psicologici", molto giocati sulla tensione e sulle emozioni dei protagonisti che non su ciò che di fatto avviene "concretamente". Un viaggetto che si consuma in pochi giorni, dallo stile scorrevole e coinvolgente, e che ci porta in una oscura e inquieta abitazione racchiusa in una tenuta dalla vegetazione fitta ed intricata, nel cuore della provincia americana. Una costruzione di quelle che ti danno un brivido lungo la schiena anche soltanto a guardarne la facciata durante il giorno, figuriamoci poi se devi passarci dentro una o più notti, in balia dei misteriosi cigolii che si disperdono in un intricato groviglio di corridoi e stanze comunicanti. Hill House è così, una casa che sembra avere un'anima, ed un'anima particolarmente inospitale, inquieta e violenta. Un po' come la Rose Red de "Il Diario di Ellen Rimbauer", per intenderci.
In questo caso, i nostri compagni di viaggio sono tre, oltre al misterioso professor Montague, studioso del paranormale e dell'occulto ed organizzatore di questa bizzarra "vacanza", il quale dopo un'attenta selezione ha contattato tre individui - due donne ed un uomo - che per le loro caratteristiche gli sono sembrati particolarmente idonei allo scopo. Che poi altro non è che quello di stimolare, vivere ed annotare eventuali vicende paranormali che dovessero verificarsi all'interno della casa.
Dunque, dicevamo, i nostri compagni di viaggio. Luke Sanderson, nipote della proprietaria di Hill House, dal passato non proprio irreprensibile e futuro erede dell'inquietante abitazione. Theodora - o semplicemente "Theo": esuberante e passionale artista e la timida Eleanor Vance, trentaduenne senza ambizioni vissuta per anni nell'ombra ingombrante di una madre invalida e ritrovatasi improvvisamente sola e senza aspirazioni alla morte di quest'ultima.
Assieme a loro, ma soprattutto assieme alla protagonista Eleanor Vance, raggiungiamo dunque la cupa dimora, ne varchiamo titubanti la soglia, prendiamo posto sistemando i nostri effetti personali nelle camere da tanto tempo disabitate, sotto l'occhio arcigno della vecchia e scorbutica coppia di custodi - i quali tengono bene a sottolineare che non metteranno mai piede ad Hill House dopo il tramonto, qualunque cosa accada.
Immaginatevi dunque la casa, avvolta in una nebbiolina piovosa, la sua assoluta quiete, le stanze comunicanti una con l'altra attraverso una intricata rete di corridoi. Immaginatevi di veder scendere la notte, lentamente, avviluppando la casa in una morsa scura, e di ritirarvi in solitudine nella vostra stanza, col cuore in gola in attesa di ciò che potrebbe accadere. Giorni che scorrono prigramente, notti che inaspettatamente sembrano animarsi di strani suoni, venti che spazzano i corridoi, porte scosse da colpi violenti. Ma soprattutto, l'attesa angosciosa di ciò che può accadere.
Ecco, la storia di Hill House è una storia così. Di angoscia, di attesa, di misteriosi accadimenti. Di una casa inanimata che pare avere occhi ed orecchie, ed un passato di malignità e strani accadimenti fin da quando le sue fondamenta sono state gettate, decenni prima. La potenza dello spirito di Hill House pare suggestionare - o fare presa, a seconda che vogliamo vederla in maniera più o meno scettica - sull'anello debole, la piccola e sola Eleanor Vance, succube di sè stessa, mai stata amata, mai stata in grado di scuotersi di dosso l'etichetta di ragazza calma e devota alla madre anima e corpo.
L'anima più fragile e più tormentata del gruppo finisce inevitabilmente per essere quella che più di tutte percepisce l'opprimente e malvagio spirito di Hill House, ne viene soggiogata, dalla prima all'ultima pagina.
Fino alla strana, inattesa eppure inevitabile conclusione.
Un horror classico, dalla penna di una grande maestra del genere, per chi ama la tensione psicologica, l'attesa angosciosa di ciò che potrebbe essere,  il fascino innegabile delle case dal passato oscuro.

PS: se volete seguirmi anche sull'altro blog, qui si parla invece di personaggi femminili che lasciano un segno...

UN ASSAGGIO:

"L'occhio umano non può isolare l'infelice combinazione di linee e spazi che evoca il male sulla facciata di una casa, e tuttavia per qualche ragione un accostamento folle, un angolo sghembo, un convergere accidentale di tetto e cielo, facevano di Hill House un luogo di disperazione, tanto più spaventoso perchè la facciata sembrava sveglia, con le finestre vuote e vigili a un tempo e un tocco di esultanza nel sopracciglio di un cornicione. Quasi ogni casa, colta di sorpresa o da un'angolazione bizzarra, può volgere uno sguardo profondamente burlesco su chi la osservi; perfino un comignolo dispettoso, o un abbaino che sembri una fossetta possono suscitare nell'osservatore un senso di intimità; ma una casa arrogante e carica d'odio, sempre in guardia, non può che essere malvagia.
Quella casa, che sembrava quasi aver preso forma da sola, assemblandosi in quel suo possente schema indipendentemente dai muratori, incastrandosi nella struttura di linee ed angoli, drizzava la testa imponente contro il cielo e senza concessioni all'umanità."

domenica 22 agosto 2010

JOHN STEINBECK - In viaggio con Charley


DOVE: attraverso gli Stati Uniti d'America
QUANDO: anni'60

Se avete - o avete avuto - la fortuna di condividere una parte della vostra vita con un cane, non perdetevi questo libro. L'autore è addirittura John Steinbeck, uno dei più grandi scrittori americani di tutti i tempi. Parliamo, per intenderci, del "padre" di capolavori come "Uomini e Topi" e "La Valle dell'Eden", nonchè premio Nobel per la letteratura nel 1962. Ebbene, quello stesso John Steinbeck, agli inizi degli anni '60, decise di intraprendere un viaggio attraverso l'America a bordo di un pittoresco furgoncino ribattezzato "Ronzinante" e con l'unica compagnia del suo barboncino francese Charles Le Chien detto "Charley". Assieme allo scrittore e al suo quadrupede ci inoltriamo, da New York al Texas, con una puntata in Canada, attraverso l'America più verace, quella delle piccole chiesette lustre e dei piccoli moli di legno affacciati su acque in cui si pescano "le migliori aragoste al mondo", quella delle case mobili che corrono lungo le strade trainate da appositi autocarri, dei motel odorosi di muffa e polvere, delle lunghe strade lisce arginate solo dal cielo terso e delle piccole cittadine di provincia che lungo queste strade affacciano le loro botteghe.
L'America dei grandi parchi naturali, con gli orsi lungo il ciglio della strada; l'America dei distributori automatici di minestre calde, che funzionano a monete. Miglio dopo miglio ne scopriamo il sapore più autentico, mentre Charley, talvolta insofferente a causa di qualche piccolo acciacco dovuto all'età, ma altrimenti tranquillo e diplomatico, ascolta pazientemente i lunghi monologhi del suo padrone, risponde a modo suo, condivide, come solo l'amore di un cane può fare, la pazza idea di intraprendere un viaggio attraverso una terra tanto estesa da non poter essere mai compresa a fondo.
Ecco, questo è un libro per chi ama i viaggi, ma anche e soprattutto per chi sa cosa significhi lo sguardo ambrato di un cane che con quello sguardo sa commuoverti, sorriderti e talvolta perfino rimproverarti. E' in un certo senso la storia senza tempo di un amicizia nella quale siamo noi uomini a prendere molto più di quanto non riceviamo.


UN ASSAGGIO:

" ' Che ti succede, Charley, non stai bene?'
La coda, lentamente, mi dava le risposte. 'Ah, sì. Molto bene, direi.'
'Perchè non sei venuto quando ti ho fischiato?'
'Non ho sentito il tuo fischio.'
'Che cosa stai guardando?'
'Non lo so. Forse nulla.'
'Ma non vuoi la cena?'
'Veramente non ho fame. Ma almeno il gesto facciamolo.'
Dentro, si lasciò andare giù e posò il muso sulle zampe.
'Vieni sul letto, Charley. Siamo tristi insieme.'"