DOVE: in Sicilia, tra Sarentini e Palermo
QUANDO: a cavallo dell'Unità d'Italia
Viaggio pieno di fascino, quello appena concluso; e se come me avete apprezzato lo splendido scenario in cui si muovono con romantica tristezza le anime de Il Gattopardo, non potete non tornare a gettare un'occhio su quel mondo e quel tempo.
Qui siamo a Sarentini, nella possente e lussosa dimora di un'antica famiglia, saldamente ancorata ai principi storici che ne hanno, nei secoli, scandito i ritmi; famiglia che, come molte altre, si sente scuotere le fondamenta mentre l'Italia intera è attraversata come da un rosso fremito di rivolta. E sì che loro, i Safamita, di rivolte ne hanno viste, senza mai per questo vedersi veder meno la solida fedeltà dei propri dipendenti; ma stavolta corre voce che le cose siano diverse, che questi garibaldini fiammeggianti riescano a smuovere anche gli animi più assopiti, e che il rischio di veder crollare tutto sia più che tangibile.
In quest'atmosfera di ansiosa attesa, nel palazzo austero dei baroni Safamita, la vita quotidiana continua a scorrere con i consueti rituali, così come ci viene narrata dalla voce di Amalia Cuffaro, costretta dalla suocera a separarsi dal figlio per divenire balia in quel palazzo; ed in un formicolare operoso di domestiche, che sotto l'occhio vigile del mastro di casa sciorinano biancheria scintillante per poi riporla, odorosa di sole, o impastano dolcetti profumati nell'umido tepore delle cucine, sussurrando sottovoce vizi e virtù dei propri padroni, tra sbuffi di farina, i giovani Safamita vengono al mondo.
Come la sorprendente Costanza, amatissima secondogenita del barone, dai capelli rossi come il fuoco, piccola anima rifiutata dalla sua stessa madre appena messa al mondo ed accolta dall'infinito e premuroso amore della balia Amalia, che la vede anno dopo anno fiorire e farsi donna splendida eppur fragile. Costanza, affamata d'amore, vittima nel corso degli anni anche dell'ostilità dei due fratelli - Giacomo il minore e l'amatissimo Stefano, il maggiore - cresciuta lontana dalle stanze lussuose dei Safamita e relegata durante la sua infanzia nel mondo sotterraneo della servitù, divenuta poi donna capace di tenere le redini di un piccolo impero eppure priva dello stesso polso quando si tratta di mettere mano alle questioni di cuore. Un ritratto femminile straordinario, delicato, a tratti inconsueto e moderno, tracciato con sapienza dal linguaggio semplice di Amalia, l'unica forse oltre al padre ad aver pienamente compreso ed amato questa straordinaria creatura, in cerca costantemente della propria identità.
Una storia bellissima ed una prosa evocativa, piena di profumi e suoni lontani, di colori sbiaditi dal sole, di appezzamenti di terra contornati di siepi gobbe di fichi d'india, di porcellane finissime ordinate dietro i vetri delle credenze, di lunghi corridoi silenziosi lungo i quali le domestiche si muovono, rapide ed invisibili, pronte a rispondere alla chiamata della propria padrona.
Ma anche una storia in cui, sullo sfondo, c'è tanta, tantissima Storia. Quella di un paese che fatica a trovare una propria identità, di un Sud rimasto ai margini, abbandonato a sè stesso ed al sorgere bellicoso dei primi germi di un'organizzazione mafiosa che - ahimè, ben lo sappiamo - metterà radici solide, qui come nel resto dello stivale. E qui, come nel Gattopardo, di nuovo tutto è soffusamente avvolto in un sentore di tramonto, di cose che stanno lentamente mutando, di inevitabile, scivolosa decadenza alla quale tutti sembrano abbandonarsi con malinconica rassegnazione.
Nella storia di Costanza, nella sua modernità di donna educata dal padre non come "sposa" ma come "padrona delle proprie sostanze", nella sua fame di affetto, nella ricerca di sè stessa, nel suo voler essere accettata ed amata per quella che è, si intravede in fondo un seme di quella società che va trasformandosi, portando ad un lento cambiamento anche e soprattutto nella condizione femminile e nei costumi sociali.
Una piccola storia incastonata nella Grande Storia, destinata a perdersi in essa eppure al contempo a simboleggiarne una certa fase, una storia pervasa da una sottile tristezza e che lascia in bocca un sapore dolcemente amaro; un bellissimo ritratto di un'epoca storica straordinaria, nella quale coesistevano gli entusiastici slanci di chi nel cambiamento vede una nuova vita e la malinconia con la quale, invece, altri vedono in esso il tramonto della loro esistenza così come era stata tramandata solidamente, secolo dopo secolo.
UN ASSAGGIO:
"Costanza pranzò per la prima volta con gente del continente e rimase affascinata dagli ospiti. Il prefetto era alto ed elegante. Aveva barba e capelli rossi come i suoi, ricci e folti.. Non aveva mai incontrato faccia a faccia qualcuno con i capelli del suo colore. Aveva intravisto dei giovani con i capelli rossi a Marsala durante una visita ai cugini Limuna; glieli avevano indicati, mentre passavano in calesse per la via principale, ridacchiando: li chiamavano ' i 'Nofri'. Alfonsina le aveva spiegato che tutti i rossi di capelli di Marsala discendevano da un inglese, un certo Onofrio, che aveva disseminato la città di figli bastardi. Costanza era impallidita e si era calcata il cappello sulla testa.
"Non sei mai stato il capitano Nemo intrappolato nel tuo sottomarino mentre la piovra ti sta attaccando?" (Dal film 'La Storia infinita')
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domenica 5 maggio 2019
SIMONETTA AGNELLO HORNBY - La zia Marchesa
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giovedì 29 giugno 2017
MARCELA SERRANO - L'albergo delle donne tristi
DOVE: isola di Chiloè, al largo delle coste Cilene
QUANDO: anni' 90
Chiloè, piccola isola battuta dal vento, al largo delle coste cilene. Il luogo perfetto in cui donne ferite, amareggiate, deluse dall'amore e dalla vita possano trovare tre mesi di quiete e riparo per lenire le ferite dei loro cuori tristi. Ed è proprio qui che Elena - brillante psicologa, anch'essa donna "ferita" in primis - decide di dare vita ad un alloggio, una specie di casa-famiglia in cui queste anime in tempesta possano trovare la serenità dell'animo e ricostruire le loro vite più o meno a brandelli. Le "donne tristi" che trovano rifugio presso il silenzio dell'albergo sono madri, mogli, donne in carriera, casalinghe, più o meno giovani, tutte accomunate dall' avere un cuore in pezzi e il desiderio struggente di riprendere le redini delle proprie vite. Al di là di tutto, al di là di quello che la società esige, al di là delle convenzioni, al di là delle aspettative altrui, queste donne imparano di nuovo a rimettere sè stesse al centro dei loro pensieri, per essere in grado di spiccare di nuovo il volo ed affrontare la vita. Perchè le donne, si sa, hanno riserve di forza inimmaginabili, sempre. Solo che a volte le troppe lacrime, le troppe delusioni, la troppa sensibilità finiscono per fiaccarle. Come Floreana, secondogenita di tre femmine in una famiglia che di figli in totale ne conta cinque, la quale dopo un matrimonio naufragato ed un grave lutto in famiglia si sente vacillare, e sceglie di isolarsi nell'inverno di Chiloè per ritrovare sè stessa con l'aiuto di Elena e delle altre ospiti del suo albergo. Angelina, bellissima e insicura vittima di un matrimonio "sbagliato"; Costanza, brillante economista; Tona, attrice di mezza età oltre che donna d'impeto deciso ed apparentemente inaffondabile. Tutte con le proprie cicatrici, tutte con le proprie insicurezze, tutte in cerca di una ritrovata fiducia nel futuro.
A far da cornice alla loro lenta guarigione spirituale, il mare invernale di Chiloè, il vento impetuoso, la prorompente natura selvaggia di una piccola isola al largo delle coste del Sudamerica, battuta dalle onde tempestose, intrisa dei profumi della terra umida e dell'aria salmastra, con il suo ritmo di vita lento, ben lontano dalla frenetica corsa in tondo delle grandi metropoli.
Per certi versi, un libro che mi ha richiamato alla memoria quello della Pancol letto pochi mesi fa; anche qui una protagonista insicura, poco consapevole del suo essere donna, ripiegata sul suo lavoro di ricercatrice universitaria. Ed anche qui, un lieto fine che personalmente mi fa storcere un po' il naso - come ho scritto nella recensione al libro della Pancol, al momento i lieto fine in stile favola poco mi piacciono, ma il problema è mio e della vita che mi sta rendendo terribilmente cinica, al punto che forse dovrei ritirarmi anche io nel silenzio selvaggio di Chiloè, a riflettere su me stessa.
Nonostante questo mio punto di vista del tutto discutibile e personale, un libro delicato, lento eppure coinvolgente, intriso della forza dirompente della natura tanto che sembra quasi di sentir scrosciare la pioggia irruenta e percepire nelle narici l'armonia profumata della terra bagnata.
Un libro pieno di sensualità, di musica, di tenera e incauta speranza, di cucina speziata, di lentezza.
La storia di una lenta rinascita, perfetta da leggere in riva al mare, col sottofondo delle onde e null'altro. Lo stesso sottofondo che accompagna le fredde notti stellate di Chiloè e la lenta, quieta cicatrizzazione dei cuori feriti.
PS: ci sono libri fortemente musicali, e questo è uno di quelli. Raccomando pertanto, per entrare nello spirito, un sottofondo musicale per la mia recensione....
UN ASSAGGIO:
"Il cimitero del paese, con le sue tombe rivolte verso il mare, indifferente al frangersi sonoro delle onde, si trova a metà strada fra il paese e l'Albergo. Un paesaggio maestoso per umili, definitive dimore. A Floreana è sempre piaciuto avventurarsi nei cimiteri dei posti che visita, convinta che vi si trovino le chiavi per capire i vivi. Si dirige così a questo suo primo appuntamento deviando dalla strada per l'albergo. Per Floreana, da quando abita lì, il pomeriggio comincia tra le quattro e mezza e le cinque. Sono le quattro, c'è ancora tempo.
Alcune lapidi sono adagiate a terra, altre si ergono senza protervia. Non c'è ombra di marmo, ci sono solo lapidi di pietra o di legno grezzo. Avvolgendosi stretta nella sua mantella di lana, Floreana passeggia tra quei nomi sconosciuti con le loro date remote o recenti e i fiori appassiti. I piccoli cimiteri di paese hanno un fascino speciale, pensa, e sceglie un piccolo dosso di sabbia circondato da erba alta per sedersi ad ammirare il mare. Da quel luogo ideale, fissa il profilo del sole.
Avanti, è il momento della predica. Ora che ci pensa, non è passato neanche un mese da quella sera, in quel bar."
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domenica 31 gennaio 2016
DEBORAH MEYLER - Lo strano caso dell'apprendista libraia
DOVE: New York
QUANDO: nei giorni nostri
Rieccomi a New York, città che non ho mai avuto il piacere di vedere dal vivo (il lavoro, il tempo, il bimbo piccolo, i soldi..) ma che di tanto in tanto "vivo" attraverso un buon libro. Ci ero stata con Cathleen Schine, tempo fa, e ci ritorno oggi con una storia semplice e poetica, anzi, incentrata completamente sul posto più poetico tra tutti i posti poetici, perlomeno per una ossessionata dalla lettura come me: una piccola, quasi anonima libreria, precariamente sopravvissuta nell'Upper West Side alla poderosa esplosione delle grosse catene. La Civetta, questo il suo nome, non è che un negozietto dall'aspetto stropicciato, dagli scaffali e i pavimenti invasi dai libri, che incurante delle lustre ed asettiche grandi metrature delle Barnes & Nobles che vanno fagocitando man mano le piccole librerie indipendenti, continua a brillare di luce propria, nel cuore di Broadway. Esme, trasferitasi dalla placida Inghilterra per motivi di studio - ha un prestigioso Master in Storia dell'Arte presso la Columbia University da portare a termina - vi si imbatte quasi per caso, e se ne innamora all'istante. Adora la disposizione deliziosamente caotica dei libri, adora il personale, adora le piccole chicche che giacciono, sepolte ed inesplorate, sui suoi scaffali impolverati.
E quando si ritrova, fulmine a ciel sereno, incinta e con un rapporto sentimentale più che traballante e tutti i suoi progetti di vita sembrano andare in frantumi, ecco che dalla vetrina della Civetta spunta un barlume di speranza: "CERCASI AIUTO".
Esme si aggrappa a quella speranza con tutta sè stessa, si mette in gioco, prende in mano la vita sua e quella della piccola creatura silenziosa annidata dentro di lei, ed incastrando orari delle lezioni e tempo libero inizia il primo passo verso una vita assolutamente nuova, lavorando nella piccola libreria, ed entrando così nel suo piccolo mondo di stravaganti clienti abituali - il giovanotto appassionato di Nabokov, o l'eccentrico newyorkese con l'asciugamano avvolto in testa a mo' di turbante, per citarne un paio - e di homeless in cerca di qualche lavoretto, o semplicemente di qualcuno con cui scambiare due chiacchiere.
E mentre Mitchell, il suo brillante e snob fidanzato/ ex fidanzato nonchè padre della creatura continuamente tentenna tra lei e "le altre", Esme procede dritta, consapevole, forte come solo una donna sa essere, anche quando ha solamente ventitrè anni, ed è sola a migliaia di chilometri dalla sua famiglia con un lavoretto part-time, un figlio in arrivo e un Master che richiede piena concentrazione.
Ma dopotutto, non ci hanno insegnato che a New York tutto è possibile, perfino rifarsi una vita quando tutto sembra disperato? ^_^
Una bellissima storia di forza, di coraggio, di speranza e di libri. Di persone che ancora credono che il commercio sia fatto anche di sorrisi e piccole attenzioni per l'individuo. Di una città piena di stimoli, di vetrine scintillanti, di neon, di luci, di negozietti orientali aperti tutti i giorni a tutte le ore, di taxi gialli e di senzatetto che si spengono nell'indifferenza di tutti, sebbene sotto ai loro occhi.
UN ASSAGGIO:
"Sono in anticipo, perciò posso concedermi una passeggiatina sulla Broadway. Fuori dal mercatino di Brunori c'è del crescione nel ghiaccio, voluminose cassette di succulente ciliegie scure e asparagi legati con nastri viola. Appartiene ad una famiglia di iraniani che, dopo una scrupolosa indagine di mercato sull'Upper West Side ha deciso di darsi una patina di sapore italiano. Entro, e sulla soglia mi accoglie un buon profumino di pane caldo all'uvetta e cannella. Se fai due passi sulla destra, si sente odore di caffè appena fatto. Se vai al reparto di frutta e verdura, senti odore di erba e terra. Non è un negozio grande, è solo strapieno di roba. Compro sei albicocche tra il rosso e l'arancione, vellutate e perfette, importate da qualche posto in cui è ancora estate.
Sono incerta se tradire il mio abituale rivenditore di bagel per uno appena aperto sulla strada, ma una folla di gente ansiosa di provarlo mi rende la decisione più facile. Gli inservienti saranno nuovi, i clienti non sapranno cosa devono scegliere, e io non sono brava ad aspettare. Non so mai a cosa pensare durante l'attesa."
QUANDO: nei giorni nostri
Rieccomi a New York, città che non ho mai avuto il piacere di vedere dal vivo (il lavoro, il tempo, il bimbo piccolo, i soldi..) ma che di tanto in tanto "vivo" attraverso un buon libro. Ci ero stata con Cathleen Schine, tempo fa, e ci ritorno oggi con una storia semplice e poetica, anzi, incentrata completamente sul posto più poetico tra tutti i posti poetici, perlomeno per una ossessionata dalla lettura come me: una piccola, quasi anonima libreria, precariamente sopravvissuta nell'Upper West Side alla poderosa esplosione delle grosse catene. La Civetta, questo il suo nome, non è che un negozietto dall'aspetto stropicciato, dagli scaffali e i pavimenti invasi dai libri, che incurante delle lustre ed asettiche grandi metrature delle Barnes & Nobles che vanno fagocitando man mano le piccole librerie indipendenti, continua a brillare di luce propria, nel cuore di Broadway. Esme, trasferitasi dalla placida Inghilterra per motivi di studio - ha un prestigioso Master in Storia dell'Arte presso la Columbia University da portare a termina - vi si imbatte quasi per caso, e se ne innamora all'istante. Adora la disposizione deliziosamente caotica dei libri, adora il personale, adora le piccole chicche che giacciono, sepolte ed inesplorate, sui suoi scaffali impolverati.
E quando si ritrova, fulmine a ciel sereno, incinta e con un rapporto sentimentale più che traballante e tutti i suoi progetti di vita sembrano andare in frantumi, ecco che dalla vetrina della Civetta spunta un barlume di speranza: "CERCASI AIUTO".
Esme si aggrappa a quella speranza con tutta sè stessa, si mette in gioco, prende in mano la vita sua e quella della piccola creatura silenziosa annidata dentro di lei, ed incastrando orari delle lezioni e tempo libero inizia il primo passo verso una vita assolutamente nuova, lavorando nella piccola libreria, ed entrando così nel suo piccolo mondo di stravaganti clienti abituali - il giovanotto appassionato di Nabokov, o l'eccentrico newyorkese con l'asciugamano avvolto in testa a mo' di turbante, per citarne un paio - e di homeless in cerca di qualche lavoretto, o semplicemente di qualcuno con cui scambiare due chiacchiere.
E mentre Mitchell, il suo brillante e snob fidanzato/ ex fidanzato nonchè padre della creatura continuamente tentenna tra lei e "le altre", Esme procede dritta, consapevole, forte come solo una donna sa essere, anche quando ha solamente ventitrè anni, ed è sola a migliaia di chilometri dalla sua famiglia con un lavoretto part-time, un figlio in arrivo e un Master che richiede piena concentrazione.
Ma dopotutto, non ci hanno insegnato che a New York tutto è possibile, perfino rifarsi una vita quando tutto sembra disperato? ^_^
Una bellissima storia di forza, di coraggio, di speranza e di libri. Di persone che ancora credono che il commercio sia fatto anche di sorrisi e piccole attenzioni per l'individuo. Di una città piena di stimoli, di vetrine scintillanti, di neon, di luci, di negozietti orientali aperti tutti i giorni a tutte le ore, di taxi gialli e di senzatetto che si spengono nell'indifferenza di tutti, sebbene sotto ai loro occhi.
UN ASSAGGIO:
"Sono in anticipo, perciò posso concedermi una passeggiatina sulla Broadway. Fuori dal mercatino di Brunori c'è del crescione nel ghiaccio, voluminose cassette di succulente ciliegie scure e asparagi legati con nastri viola. Appartiene ad una famiglia di iraniani che, dopo una scrupolosa indagine di mercato sull'Upper West Side ha deciso di darsi una patina di sapore italiano. Entro, e sulla soglia mi accoglie un buon profumino di pane caldo all'uvetta e cannella. Se fai due passi sulla destra, si sente odore di caffè appena fatto. Se vai al reparto di frutta e verdura, senti odore di erba e terra. Non è un negozio grande, è solo strapieno di roba. Compro sei albicocche tra il rosso e l'arancione, vellutate e perfette, importate da qualche posto in cui è ancora estate.
Sono incerta se tradire il mio abituale rivenditore di bagel per uno appena aperto sulla strada, ma una folla di gente ansiosa di provarlo mi rende la decisione più facile. Gli inservienti saranno nuovi, i clienti non sapranno cosa devono scegliere, e io non sono brava ad aspettare. Non so mai a cosa pensare durante l'attesa."
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giovedì 2 ottobre 2014
Gabriel Garcia Marquez - L'Amore ai Tempi del Colera

DOVE: in una città coloniale dei Caraibi
QUANDO: a cavallo tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento.
Che meraviglia, Marquez. Mi rendo conto di dire una banalità, ma lo ritengo uno dei più straordinari scrittori del nostro tempo. In poche righe, è in grado di trasportarti lontano, in quei Caraibi verdi e lussureggianti che ti sa pennellare davanti agli occhi con tanta maestria che finisci per sentire sulla pelle l'aria afosa e umida, il profumo dei fiori, il ronzio degli insetti e la confusione delle strade umide di una città coloniale affollata e rumorosa. I suoi libri sono così, temi quasi di rimanerci invischiato dentro come il Bastian de "La Storia Infinita", intrappolato nell'incanto di quelle descrizioni.
Ed è con Marquez che ritorno finalmente al mio blog, dopo un anno di assenza dovuto a stravolgimenti nella mia vita personale che mi hanno fatto vacillare non poco. Nulla che non sia capitato ad altri, per carità. Ma in questo periodo di grandi cambiamenti ed atrettanto grandi riflessioni i libri non mi hanno mai abbandonato; ed ora che sto, lentamente ed a fatica, riprendendo il bandolo della matassa e ricominciando a far scorrere la mia vita, rientro nel piccolo mondo del blog con un piccolo capolavoro.
Tanto per cominciare, si parla d'amore. Lui è il giovane Florentino Ariza, impiegato dell'ufficio postale dai capelli da indio e dall'ardente spirito poetico celato dietro un aspetto gracile ed un carattere riservato. Lei Fermina Daza, fiera rampolla di un uomo agiato, di cui Florentino s'innamora con la violenza che solo uno spirito Romantico può conoscere, perdendo il sonno, l'appetito e la salute dietro lunghissimi appostamenti nella folla della Messa di Natale e sotto le folte chiome dei mandorli lungo la strada che Fermina percorre due volte al giorno scortata dalla zia Escolastica per recarsi a scuola. E con costanza incrollabile Florentino continua a covare per anni nel profondo del suo cuore l'amore per la sua bella Fermina, malgrado lei sia diventata nel frattempo la splendente sposa del dottor Juvenal Urbino, filantropo e punto di riferimento per la comunità.
E quando poi a distanza di anni l'anziano dottore muore per un bizzarro incidente lasciando vedova la ancor bella Fermina ecco che Florentino, ormai avanti negli anni, col cuore in subbuglio si ripropone alla sua antica fiamma.
Poesia allo stato puro, sullo sfondo di una città coloniale disordinatamente affascinante anche nei suoi scorci più decadenti, sotto un sole implacabile o sferzata dagli uragani; e mentre il mondo si evolve, tra l'entusiasmo quasi infantile con cui il paese accoglie le prime stampe fotografiche ed i viaggi in battello lungo il fiume, l'amore di Florentino brilla con la fissità cocciuta di una stella, mentre Fermina, bella e ricca ma originaria di una famiglia dal passato oscuro, affronta a testa alta le difficoltà di un matrimonio con il dicendente di un'antica e rispettatissima classe del luogo.
Personalmente, il viaggio che preferisco nel mondo caraibico di Gabriel Garcia Marquez.
UN ASSAGGIO:
"Finì per non sopportare nulla e nessuno all'infuori di lui nella casa della sua sventura. La deprimevano la solitudine, il giardino da cimitero, l'incuria del tempo nelle enormi stanze senza finestre. Si sentiva impazzire nelle notti dilatate dagli urli delle pazze nel manicomio vicino. Si vergognava dell'abitudine di preparare tutti i giorni la tavola per i banchetti, con tovaglie ricamate, servizi d'argento e candelabri da funerale, affinchè cinque fantasmi cenassero con una tazza di caffelatte e frittelle. Detestava il rosario all'imbrunire, le smancerie a tavola, le critiche costanti al suo modo di prendere le posate, di camminare con quei passi mistici da donna di strada, di vestirsi come al circo, e persino dei suoi metodi contadini di trattare il marito e di allattare il figlio senza coprirsi il seno con lo scialle. Quando fece i primi inviti per prendere il tè alle cinque di pomeriggio, con biscottini al burro e confetture di fiori, secondo una recente moda inglese, donna Blanca si oppose al fatto che in casa sua si bevessero medicine per sudare la febbre invece del cioccolato con formaggio fuso e fette di pane di manioca. "
Personalmente, il viaggio che preferisco nel mondo caraibico di Gabriel Garcia Marquez.
UN ASSAGGIO:
"Finì per non sopportare nulla e nessuno all'infuori di lui nella casa della sua sventura. La deprimevano la solitudine, il giardino da cimitero, l'incuria del tempo nelle enormi stanze senza finestre. Si sentiva impazzire nelle notti dilatate dagli urli delle pazze nel manicomio vicino. Si vergognava dell'abitudine di preparare tutti i giorni la tavola per i banchetti, con tovaglie ricamate, servizi d'argento e candelabri da funerale, affinchè cinque fantasmi cenassero con una tazza di caffelatte e frittelle. Detestava il rosario all'imbrunire, le smancerie a tavola, le critiche costanti al suo modo di prendere le posate, di camminare con quei passi mistici da donna di strada, di vestirsi come al circo, e persino dei suoi metodi contadini di trattare il marito e di allattare il figlio senza coprirsi il seno con lo scialle. Quando fece i primi inviti per prendere il tè alle cinque di pomeriggio, con biscottini al burro e confetture di fiori, secondo una recente moda inglese, donna Blanca si oppose al fatto che in casa sua si bevessero medicine per sudare la febbre invece del cioccolato con formaggio fuso e fette di pane di manioca. "
giovedì 7 marzo 2013
MURAKAMI HARUKI - Kafka sulla spiaggia
QUANDO: ai giorni nostri
E' sempre difficile, delineare una trama quando si parla di Murakami Haruki; perchè pochi come lui hanno la capacità di farti costantemente oscillare tra reale e immaginario, fino al punto in cui perdi totalmente l'orientamento e lasci che siano semplicemente le sensazioni a cullarti. Per quanto mi riguarda, già un romanzo ambientato in Giappone è capace di farmi perdere la via del ritorno, talmente lontano è quel mondo che ho potuto ahimè visitare solo attraverso le pagine dei libri. E quando poi in quella terra di treni dalla velocità spaziale, udon, inchini, megalopoli e laghetti in cui si specchiano ciliegi fioriti, si aprono a un tratto le porte per un mondo fantastico, beh, una come me ci va a nozze.
Figuriamoci poi quando il tutto ruota attraverso una biblioteca, l'austera, antica, silenziosa biblioteca Komura entro la quale si muovono figure a metà tra il reale e l'onirico, come la dolce, triste e misteriosa signora Saeki e l'efficiente e quieto signor Oshima, con le matite dalla punta sempre perfettamente affilata. E' proprio qui che l'adolescente Kafka trova riparo nella sua fuga da Tokio e da un padre distante, rimanendo avviluppato in un intrico di dolce quiete, lontani segreti e soprattutto di ricordi malinconici. E mentre il ragazzo incuriosito cerca di ripercorrere la storia della signora Saeki e del suo sfortunato amore di gioventu', in un quartiere di Tokio si aggira un vecchio strambo - più che strambo, ingenuo - che non solo pretende di saper parlare con i gatti, ma di questa sua capacità ha fatto addirittura un mezzo per arrotondare l'esiguo sussidio che il governo fornisce a quelli come lui, ritrovando i gatti smarriti.
Peccato che anche il vecchio, ingenuo signor Nakata finisce per ritrovarsi impelagato in una storia più grande di lui, quando resta coinvolto, suo malgrado, in un omicidio dai contorni oscuri. E allora, cosa fa? Fugge, naturalmente, via dal caos metropolitano di Tokio, seguendo una voce interiore che gli dice dove andare.
Inutile dire che ben presto la sua strada intreccerà quella del quindicenne Kafka...
UN ASSAGGIO:
"Mentre sono seduto sul divano e mi guardo intorno, mi accorgo che la sala è il posto che stavo cercando da tempo. Sì, stavo cercando esattamente un posto così, nascosto in una nicchia del mondo. Fino ad ora, però, era stato per me solo un luogo fantasticato e segreto. Non riesco a credere che esistesse davvero da qualche parte. Chiudo gli occhi, inspiro a fondo, e l'aria rimane sospesa in me com una nuvola dolcissima. E' una sensazione meravigliosa. Accarezzo lentamente col palmo della mano il divano ricoperto da un rivestimento color crema. Mi alzo, vado davanti al pianoforte, sollevo il coperchio e provo a posare delicatamente le dieci dita sulla tastiera ingiallita. Abbasso il coperchio e faccio qualche passo sul vecchio tappeto dal disegno di grappoli d'uva. Provo a girare una vecchia maniglia che serve ad aprire e chiudere la finestra. Accendo e spengo una lampada da terra. Guardo a uno a uno i quadri appesi alle pareti. Poi torno a sedermi sul divano e ricomincio a leggere dal punto in cui avevo lasciato. Mi concentro sul libro.
Verso mezzogiorno tiro fuori dallo zaino l'acqua minerale ed il cestino con il pranzo e mi siedo a mangiare sulla veranda che dà sul giardino. Si avvicinano degli uccelli: volano da un albero all'altro e scendono sull'orlo del laghetto a bere o a darsi una rinfrescata."
mercoledì 6 marzo 2013
GASTON LEROUX - Il Fantasma dell'Opera
QUANDO: agli inizi del 1900
Niente di meglio di una giornata di pioggia e vento come questa per concedersi un viaggetto assolutamente insolito, sia per l'ambientazione - perchè gran parte della storia si svolge negli intricatissimi corridoi dell'Opera di Parigi, che snodandosi dietro le quinte discendono fino al sottosuolo - sia per la storia in sè. Una tazza di tè bollente, un bel plaid caldo, ed eccoci pronti per immergerci in un mondo scintillante e leggero, quello in cui le giovanissime allieve della scuola di danza svolazzano chiassose, le più belle Voci della lirica si lasciano coccolare dai propri ammiratori dentro sontuosi e fioritissimi camerini e una miriade di invisibili, operosi aiutanti muove gli innumerevoli ingranaggi di quella straordinaria macchina che è il Teatro dell'Opera di Parigi. Siamo agli inizi del Ventesimo secolo ed è proprio lì, che sboccia - o sarebbe meglio dire, rinasce - l'amore tra il giovane Conte di Chagny e la bellissima Christine Daaè, astro nascente del bel canto parigino. Tutto potrebbe filare liscio come l'olio, se non fosse che la cantante porta nel cuore un terribile segreto, che teme di confidare perfino al suo fedele spasimante. Chi è il misterioso Angelo della Musica che ogni sera le dà lezioni private nel suo camerino? E il temibile Fantasma dell'Opera, che estorce denaro ai direttori del teatro tenendoli sotto scacco con la minaccia di sanguinose sventure, e che molti giurano di aver visto aggirarsi dietro le quinte, esiste veramente? E chi è il misterioso Persiano, che si aggira anch'egli come un'ombra nei corridoi del teatro, e che pare conoscere più a fondo di chiunque altro la storia del Fantasma?Quando poi, in circostanze misteriose, la Daaè viene rapita - rapimento che non è che il culmine di una serie di piccole sparizioni ed altrettanti incidenti che tempo prima avevano cominciato a turbare con la loro aura sovrannaturale la quiete del Teatro - mentre la polizia brancola letteralmente nel buio il Conte decide di agire...
Un classico dell'orrore e delle storie d'amore disperato, in grado di trasmettere ancora qualche sano brivido d'inquietudine - a patto che ci scrolliamo di dosso un po' del nostro distaccato scetticismo da Ventunesimo Secolo ed accettiamo di lasciarci guidare dal potere delle parole. Perchè, diciamolo, anche abituati come siamo a saturarci di immagini e suoni che poco spazio lasciano alla nostra fantasia, è bello ancora cedere di tanto in tanto alla bellezza del racconto scritto, che mentre fuori il vento fischia minaccioso ci consente, nel silenzio della nostra casa, di percepire quegli stessi scricchiolii che tanto fanno sussultare il Conte di Chaigny mentre discende nei sotterranei dell'Opera, in cerca della sua amata.
UN ASSAGGIO:
"Quella sera - proprio quella sera in cui i signori Debienne e Poligny, direttori dimissionari dell'Opera, davano la loro ultima serata di gala in occasione del loro commiato - il camerino della Sorelli, una delle stelle della danza, fu improvvisamente invaso da una mezza dozzina di quelle signorine del corpo di ballo che risalivano dalla scena dopo aver danzato Polyeucte. Vi si riversarono facendo una gran confusione, alcune scoppiando in risate eccessive e poco naturali, altre in grida di terrore.
La Sorelli, che desiderava restare sola per un istante per "ripassare" il discorso di saluto che doveva pronunciare poco dopo nel foyer della danza dinanzi a Debienne e Poligny, aveva assistito seccata a tutta quella folla sventata che si era precipitata da lei. Si girò verso le compagne e si adirò per quell'agitazione così tumultuosa. Fu la piccola Jammes - un naso caro a Grevin, occhi di mysotis, guance di rosa, un seno di giglio - a spiegarne la causa in tre parole, con una voce tremante, soffocata dall'angoscia:
'E' il Fantasma!'e chiuse la porta a chiave. Il camerino della Sorelli era di un'eleganza ufficiale e comune. Una psiche, un divano, una toeletta e qualche armadio ne costituivano l'essenziale arredo. Poche incisioni dulle pareti, ricordi della madre, che aveva conosciuto i bei giorni del vecchio Teatro dell'Opera di rue Le Peletier. Ritratti di Vestris, di Gardel, di Dupont, di Bigottini. Quel camerino sembrava un palazzo alle ragazzine del corpo di ballo, che erano sistemate in stanzette comuni dove trascorrevano il tempo cantando, litigando, picchiando i parrucchieri e le vestiariste, pagandosi bicchierini di cassis, di birra o magari di rhum, fino all'ultimo scampanellio di avvertimento."
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venerdì 9 novembre 2012
MAHBOD SERAJI -Le notti di Teheran
DOVE: Teheran, Iran
QUANDO: a cavallo tra il 1973 e il 1974
Una poetica immersione nelle tiepide notti stellate del Medio Oriente, dove per ritemprarsi dopo le afose e secche giornate estive Pasha e il suo migliore amico Ahmed, diciassettenni pieni di sogni e di vita, hanno l'abitudine di incontrarsi sul tetto della casa di Pasha. E lì, tra una sigaretta fumata di nascosto, sotto la luce ambrata dei lampioni che scivola sul vicolo deserto sotto di loro, si scambiano sogni, battute, si confidano i primi, timidi amori. Come quello impetuoso di Ahmed per Faheemeh, o quello timido, silenzioso, devoto di Pasha per la bella vicina di casa Zari. Ma siamo nell'Iran del 1973, e quelle stelle che punteggiano il cielo estivo così brillanti e numerose assistono con impotenza ai primi rigurgiti di una rivoluzione che, di lì a poco, avrebbe rovesciato lo Scià e che finirà per travolgere, tra repressioni, vendette, perquisizioni, arresti, anche i quattro giovani e la loro voglia di essere giovani, di amare, di essere felici. E, attraverso lo sguardo dolcemente innocente di Pasha, voce narrante scelta da Seraji per aprirci la porta della quotidianità di chi vive nel terrore di una visita a sorpresa della Savak, la temibile polizia dello Scià, scivoliamo come spettatori silenziosi su quei tetti accarezzati dalla luna, dove si sussurrano brani di Hafiz e Kayyam, si sorseggiano confortanti tazze di tè bollenti, si sospira e ci si ama. Sì, perchè ci si puo' amare malgrado tutto, malgrado la violenza che scoppia come un petardo nei vicoli della città millenaria, perfino davanti al portone di casa, in una notte di perquisizioni. E, soprattutto, si puo' continuare a credere nei valori- l'amore, l'amicizia, il coraggio, la lealtà - anche quando "i grandi" sembano mostrare che ciò che conta è piuttosto l'omertà, la sottomissione, la paura.
UN ASSAGGIO:
"Trascorriamo le notti estive sul tetto, crogiolandoci nell'infallibilità del nostro sguardo rapace e attento nel cielo aperto. I nostri discorsi non hanno limiti e non vi sono paure a condizionare i nostri pensieri. Trascorro ore ascoltando le storie dei silenziosi incontri tra Ahmed e Faheemeh, la ragazza di cui è innamorato. La sua voce si addolcisce e l'espressione del suo viso si tranquillizza mentre descrive il modo in cui lei, guardandolo, ha scrollato all'indietro i lunghi capelli neri, e di come questo debba significare che lo ama. Quale altro motivo avrebbe per allungare il collo se non quello di comunicare con lui? Mio padre dice che i persiani credono nella comunicazione silenziosa; uno sguardo o un gesto rivelano molto più di un intero libro di parole. Mio padre e' un grande comunicatore del silenzio. Quando io mi comporto male, lui mi rivolge un'occhiataccia che mi fa molto più male di centinaia di ceffoni.
Ascolto la voce di Ahmed che continua a parlare di Faheemeh, ma il mio sguardo vaga solitamente nei cortili del vicinato, dove una ragazza che si chiama Zari vive insieme ai suoi genitori e al fratellino piccolo, Keivan. Non ho mai visto Faheemeh così da vicino, così quando Ahmed mi parla di lei, io immagino Zari nella mia mente: i suoi zigomi delicati, gli occhi sorridenti e la pelle morbida e pallida. La maggior parte delle sere estive, Zari sta seduta all'estremità della piccola hose di famiglia sotto un ciliegio, e mentre legge fa dondolare i piedi aggraziati nell'acqua fresca. Faccio attenzione a non lasciare che i miei occhi indugino troppo a lungo su di lei perchè è fidanzata con il mio amico e mentore, Ramin Sobhi, uno studente del terzo anno di Scienze Politiche all'Università di Teheran che tutti, compresi i suoi genitori, chiamano il Dottore. E' vile innamorarsi della ragazza di un amico, e allontano il pensiero di Zari dalla mia mente ogni volta che penso al Dottore, ma i vaneggiamenti innamorati di Ahmed mi rendono difficile restare lucido."
QUANDO: a cavallo tra il 1973 e il 1974
Una poetica immersione nelle tiepide notti stellate del Medio Oriente, dove per ritemprarsi dopo le afose e secche giornate estive Pasha e il suo migliore amico Ahmed, diciassettenni pieni di sogni e di vita, hanno l'abitudine di incontrarsi sul tetto della casa di Pasha. E lì, tra una sigaretta fumata di nascosto, sotto la luce ambrata dei lampioni che scivola sul vicolo deserto sotto di loro, si scambiano sogni, battute, si confidano i primi, timidi amori. Come quello impetuoso di Ahmed per Faheemeh, o quello timido, silenzioso, devoto di Pasha per la bella vicina di casa Zari. Ma siamo nell'Iran del 1973, e quelle stelle che punteggiano il cielo estivo così brillanti e numerose assistono con impotenza ai primi rigurgiti di una rivoluzione che, di lì a poco, avrebbe rovesciato lo Scià e che finirà per travolgere, tra repressioni, vendette, perquisizioni, arresti, anche i quattro giovani e la loro voglia di essere giovani, di amare, di essere felici. E, attraverso lo sguardo dolcemente innocente di Pasha, voce narrante scelta da Seraji per aprirci la porta della quotidianità di chi vive nel terrore di una visita a sorpresa della Savak, la temibile polizia dello Scià, scivoliamo come spettatori silenziosi su quei tetti accarezzati dalla luna, dove si sussurrano brani di Hafiz e Kayyam, si sorseggiano confortanti tazze di tè bollenti, si sospira e ci si ama. Sì, perchè ci si puo' amare malgrado tutto, malgrado la violenza che scoppia come un petardo nei vicoli della città millenaria, perfino davanti al portone di casa, in una notte di perquisizioni. E, soprattutto, si puo' continuare a credere nei valori- l'amore, l'amicizia, il coraggio, la lealtà - anche quando "i grandi" sembano mostrare che ciò che conta è piuttosto l'omertà, la sottomissione, la paura.
UN ASSAGGIO:
"Trascorriamo le notti estive sul tetto, crogiolandoci nell'infallibilità del nostro sguardo rapace e attento nel cielo aperto. I nostri discorsi non hanno limiti e non vi sono paure a condizionare i nostri pensieri. Trascorro ore ascoltando le storie dei silenziosi incontri tra Ahmed e Faheemeh, la ragazza di cui è innamorato. La sua voce si addolcisce e l'espressione del suo viso si tranquillizza mentre descrive il modo in cui lei, guardandolo, ha scrollato all'indietro i lunghi capelli neri, e di come questo debba significare che lo ama. Quale altro motivo avrebbe per allungare il collo se non quello di comunicare con lui? Mio padre dice che i persiani credono nella comunicazione silenziosa; uno sguardo o un gesto rivelano molto più di un intero libro di parole. Mio padre e' un grande comunicatore del silenzio. Quando io mi comporto male, lui mi rivolge un'occhiataccia che mi fa molto più male di centinaia di ceffoni.
Ascolto la voce di Ahmed che continua a parlare di Faheemeh, ma il mio sguardo vaga solitamente nei cortili del vicinato, dove una ragazza che si chiama Zari vive insieme ai suoi genitori e al fratellino piccolo, Keivan. Non ho mai visto Faheemeh così da vicino, così quando Ahmed mi parla di lei, io immagino Zari nella mia mente: i suoi zigomi delicati, gli occhi sorridenti e la pelle morbida e pallida. La maggior parte delle sere estive, Zari sta seduta all'estremità della piccola hose di famiglia sotto un ciliegio, e mentre legge fa dondolare i piedi aggraziati nell'acqua fresca. Faccio attenzione a non lasciare che i miei occhi indugino troppo a lungo su di lei perchè è fidanzata con il mio amico e mentore, Ramin Sobhi, uno studente del terzo anno di Scienze Politiche all'Università di Teheran che tutti, compresi i suoi genitori, chiamano il Dottore. E' vile innamorarsi della ragazza di un amico, e allontano il pensiero di Zari dalla mia mente ogni volta che penso al Dottore, ma i vaneggiamenti innamorati di Ahmed mi rendono difficile restare lucido."
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lunedì 7 maggio 2012
EMILY BRONTE - Cime Tempestose
DOVE: nella selvaggia quiete della brughiera dello Yorkshire, Inghilterra.
QUANDO: tra la fine del Diciottesimo e l'inizio del Diciannovesimo secolo.
Doverosamente, una premessa. Ricevo - con un po' di ritardo, dimenticandomi spesso di controllare la posta del blog, ahimè.. - un graziosissimo invito da Irene&Alessia del delizioso salottino di Cipria e Merletti, per la loro iniziativa dedicata alle sorelle Bronte. Personalmente, avevo già dedicato un post alla mia amatissima JANE EYRE ed ho inoltre da parte - sulla "rampa di lancio" dei prossimi libri di lettura - Agnes Grey, della più giovane delle tre, Anne. Non potevo quindi che scegliere la riservata Emily e quel suo capolavoro di passione, romanticismo, tormento e lande brulle battute dal vento che è Wuthering Heights. Aggiungo solo che stiamo parlando di uno dei primissimi libri entrati a far parte della mia biblioteca ( e del mio cuore), quand'ero poco più che adolescente, e che ho letto e riletto in più occasioni, riscoprendolo di volta in volta con occhi nuovi.
E come non innamorarsi di quei paesaggi solitari dello Yorkshire più selvaggio, che avvolgono la solitudine furiosa di Wuthering Heights, antica tenuta alla quale un cortese signor Lockwood si reca, in apertura, per conoscere e salutare il suo padrone di casa, l'ombroso signor Heathcliff? La quiete fredda e nebbiosa della brughiera pare riflettere l'animo di questo suo scontroso abitante, che pare ben poco propenso a ricambiare la cortese premura del suo nuovo inquilino.
E ben presto, attraverso le parole della sua governante Nelly, quest'ultimo potrà conoscere l'intricata, passionale ed oscura storia che lega Heathcliff alla sua massiccia dimora ed a quei solitari e burrascosi paesaggi. Egli infatti, un tempo silenzioso orfanello portato a Wuthering Heights dall'allora proprietario Mr. Earnshaw e cresciuto assieme ai suoi due figli Hindley e Catherine, ben presto si ritrova in balia di una oscura, irrefrenabile passione per la sorellastra che da quel momento in poi sarà la molla che darà la spinta a tutte le azioni della sua vita, a cominciare dalla pazienza certosina con cui, passo dopo passo, s'impegna a contrastare in ogni modo l'amore di lei per il giovane Edgar Linton. E tra il vento sibilante della brughiera, le vicende s'intrecciano ruotando attorno a questo amore tanto forte quanto distorto - un amore che è smania di possesso, ossessione, furia autodistruttiva.
Per antonomasia, la passione con la P maiuscola. Quella che, come le tempeste richiamate alla mente dal nome della tenuta, è tanto violenta da poter distruggere.
UN ASSAGGIO:
"Il pomeriggio di ieri s'era annunciato nebbioso e freddo: ed io avevo quasi una mezza idea di passarlo vicino al mio caminetto, piuttosto che mettermi in istrada attraverso l'erica e la fanghiglia verso la Tempestosa. Tuttavia, risalendo nella mia camera dopo il pranzo (NB: io pranzo tra mezzogiorno e la una. La governante, una rispettabile matrona che ho preso in affitto insieme con la casa, come una sua dipendenza, non ha saputo o voluto capire il mio desiderio d'esser servito alle cinque.) risalendo dunque i gradini con tale pigro intendimento, vidi proprio là nella mia stanza una giovane serva inginocchiata al suolo davanti al camino, circondata di spazzole e di secchi da carbone, che suscitava un fumo infernale nel cercar di estinguere le fiamme con monti di cenere. Tale spettacolo mi respinse immediatamente; presi il mio cappello e, dopo una camminata di quattro miglia, arrivai al cancello del giardino di Heathcliff, appena in tempo per ripararmi dai primi morbidi fiocchi di un gran rovescio di neve imminente.
Su quel nudo cucuzzolo di collina la terra era dura, nera, gelata; e soffiava un'aria pungente che mi faceva tremare per tutte le membra. Non riuscendo a levar la catena, scavalcai il cancello, e correndo lungo il viale lastricato che sparsi cespugli d'uvaspina costeggiano, mi misi a bussare perchè mi aprissero; picchiai a lungo, invano; le nocche mi facevano male e i cani urlavano."
QUANDO: tra la fine del Diciottesimo e l'inizio del Diciannovesimo secolo.
Doverosamente, una premessa. Ricevo - con un po' di ritardo, dimenticandomi spesso di controllare la posta del blog, ahimè.. - un graziosissimo invito da Irene&Alessia del delizioso salottino di Cipria e Merletti, per la loro iniziativa dedicata alle sorelle Bronte. Personalmente, avevo già dedicato un post alla mia amatissima JANE EYRE ed ho inoltre da parte - sulla "rampa di lancio" dei prossimi libri di lettura - Agnes Grey, della più giovane delle tre, Anne. Non potevo quindi che scegliere la riservata Emily e quel suo capolavoro di passione, romanticismo, tormento e lande brulle battute dal vento che è Wuthering Heights. Aggiungo solo che stiamo parlando di uno dei primissimi libri entrati a far parte della mia biblioteca ( e del mio cuore), quand'ero poco più che adolescente, e che ho letto e riletto in più occasioni, riscoprendolo di volta in volta con occhi nuovi.
E come non innamorarsi di quei paesaggi solitari dello Yorkshire più selvaggio, che avvolgono la solitudine furiosa di Wuthering Heights, antica tenuta alla quale un cortese signor Lockwood si reca, in apertura, per conoscere e salutare il suo padrone di casa, l'ombroso signor Heathcliff? La quiete fredda e nebbiosa della brughiera pare riflettere l'animo di questo suo scontroso abitante, che pare ben poco propenso a ricambiare la cortese premura del suo nuovo inquilino.
E ben presto, attraverso le parole della sua governante Nelly, quest'ultimo potrà conoscere l'intricata, passionale ed oscura storia che lega Heathcliff alla sua massiccia dimora ed a quei solitari e burrascosi paesaggi. Egli infatti, un tempo silenzioso orfanello portato a Wuthering Heights dall'allora proprietario Mr. Earnshaw e cresciuto assieme ai suoi due figli Hindley e Catherine, ben presto si ritrova in balia di una oscura, irrefrenabile passione per la sorellastra che da quel momento in poi sarà la molla che darà la spinta a tutte le azioni della sua vita, a cominciare dalla pazienza certosina con cui, passo dopo passo, s'impegna a contrastare in ogni modo l'amore di lei per il giovane Edgar Linton. E tra il vento sibilante della brughiera, le vicende s'intrecciano ruotando attorno a questo amore tanto forte quanto distorto - un amore che è smania di possesso, ossessione, furia autodistruttiva.
Per antonomasia, la passione con la P maiuscola. Quella che, come le tempeste richiamate alla mente dal nome della tenuta, è tanto violenta da poter distruggere.
UN ASSAGGIO:
"Il pomeriggio di ieri s'era annunciato nebbioso e freddo: ed io avevo quasi una mezza idea di passarlo vicino al mio caminetto, piuttosto che mettermi in istrada attraverso l'erica e la fanghiglia verso la Tempestosa. Tuttavia, risalendo nella mia camera dopo il pranzo (NB: io pranzo tra mezzogiorno e la una. La governante, una rispettabile matrona che ho preso in affitto insieme con la casa, come una sua dipendenza, non ha saputo o voluto capire il mio desiderio d'esser servito alle cinque.) risalendo dunque i gradini con tale pigro intendimento, vidi proprio là nella mia stanza una giovane serva inginocchiata al suolo davanti al camino, circondata di spazzole e di secchi da carbone, che suscitava un fumo infernale nel cercar di estinguere le fiamme con monti di cenere. Tale spettacolo mi respinse immediatamente; presi il mio cappello e, dopo una camminata di quattro miglia, arrivai al cancello del giardino di Heathcliff, appena in tempo per ripararmi dai primi morbidi fiocchi di un gran rovescio di neve imminente.
Su quel nudo cucuzzolo di collina la terra era dura, nera, gelata; e soffiava un'aria pungente che mi faceva tremare per tutte le membra. Non riuscendo a levar la catena, scavalcai il cancello, e correndo lungo il viale lastricato che sparsi cespugli d'uvaspina costeggiano, mi misi a bussare perchè mi aprissero; picchiai a lungo, invano; le nocche mi facevano male e i cani urlavano."
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lunedì 5 marzo 2012
AZHAR ABIDI - La Casa degli amori sognati
DOVE: Karachi,Pakistan
QUANDO: metà degli anni '80
Se -come ormai ripeto fino alla nausea - per me leggere è intraprendere un viaggio, va da sè che adoro in particolar modo i libri che sono in grado di portarmi lontano da quella che è la mia realtà. Per esempio, nel Pakistan degli anni '80, sospeso a metà tra un passato fatto di rigidi principi familiari, disciplina, serenità ed un presente in cui la violenza lacera ed infiamma corpi ed animi di coloro che, in nome degli ideali, si lanciano nella follia di una guerra "giusta".
Bilqis, vedova, distinta signora discendente di un'antica famiglia di Karachi, colta ed elegante osserva impotente attorno a sè il lento declino di tutto ciò che un tempo era stato il suo presente; così come le tappezzerie vede gli antichi principi ed ideali ingiallirsi e farsi improvvisamente lisi, vetusti, muffosi agli occhi dei giovani. Come quelli dell'amato figlio Samad, fresco sposo della bella australiana Kate, che seppur combattuto nel proprio intimo con i sensi di colpa - abbandonare l'anziana madre, sempre più sola nella vecchia casa cadente - sceglie comunque di restare in Australia, tentando in tutti i modi di sradicare l'ostinata Bilqis dal Pakistan in rapido decadimento per portarla con sè a Melbourne. O quelli della giovane Mumtaz, domestica nata e cresciuta nella sua casa - come sua madre prima di lei - che in barba ai sani principi della tradizione che vorrebbero un matrimonio accuratamente selezionato e scelto da altri per lei, insegue il suo cuore imbarcandosi in una pericolosa relazione "non autorizzata" con Omar, focoso combattente per l'indipendenza.
Tutto ruota intorno all'amore nelle sue diverse forme - per i genitori, per la propria patria, per la religione, fino al più tradizionale, quello che toglie il fiato e fa battere il cuore - tra i profumi esotici del silenzioso giardino in mezzo al quale sorge l'ormai cadente casa di Bilquis, che pare precedere di qualche passo i piccoli "acciacchi" della sua ultima, tenace inquilina, fedelmente accudita da un esile manipolo di domestici a lei devoti.
UN ASSAGGIO:
"La mattina successiva, Bilqis si svegliò presto. Aveva piovuto prima dell'alba. Quando smise, le rane cominciarono a gracidare. Bilqis si svegliò da un sogno vivido, pensando che suo marito, Hashmat, fosse ancora vivo. Le ci volle qualche istante per rendersi conto che era morto da sette anni, anche se le sembrava che fossero passati solo pochi giorni. Seccata con sè stessa, si alzò e andò in bagno. Era uno spazio piccolo senza finestre, con un'apertura vicino al soffitto, i muri imbiancati e un bouquet di lavanda fresca in una nicchia. Si lavò le mani e il viso con una saponetta trasparente Pear's e si asciugò con uno spesso asciugamano. Moderni accessori in acciaio avevano sostituito l'impianto idraulico originale; era rimasta soltanto una vecchia vasca da bagno in ghisa che, quando gli operai avevano osato cercare di toglierla, aveva affondato le sue zampe artigliate nel pavimento, minacciando di portare con sè tutta la muratura. Si tolse le pantofole rosse di pelle e si sedette sul bordo della vasca. Le piaceva quel bagnetto, che sembrava la cella di un monastero. Si sentiva al sicuro lì dentro. Era il sancta sanctorum della sua casa."
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martedì 31 maggio 2011
HA JIN - L'attesa
DOVE: Cina
QUANDO: tra la fine degli anni '60 e gli anni '80
Tra le mete più suggestive che i libri mi hanno consentito di conoscere, c'è certamente la Cina descritta da Ha Jin; siamo alla fine degli anni '60, gli anni della guerra in Vietnam, delle grandi manifestazioni, del Sergent Pepper. L'anno, per intenderci, del primo trapianto di cuore.
In tutto questo pullulare di ideali, di creatività, di progresso, il gigante cinese comincia mollemente a far rotolare i suoi ingranaggi, avviandosi a diventare la brulicante potenza che siamo abituati a conoscere; ma il vento di rinnovamento spira lentamente attraverso la sterminata estensione di questa terra millenaria. Da un lato, nelle grandi città, le donne istruite, brillanti, indipendenti. Dall'altro, nel silenzio dei piccoli villaggi di campagna, le loro coetanee annodano ancora i capelli in una stretta crocchia, ondeggiano sui loro piedi fasciati e vengono educate alla disciplina, alla silenziosa devozione, alla pazienza. E' qui che nasce una storia d'amore di quelle che finiscono per spezzarti il cuore, quella del medico Lin Kong per la bella infermiera Manna Wu, storia nata tra le corsie dell'ospedale di Muji, fiorente città del nord della Cina, ma destinata a restare sospesa e fragile come una bolla di sapone, a causa della minuta, ostinata, anacronistica Shuyu. E' lei, infatti, la moglie che i genitori di Lin avevano scelto per lui - e che lui aveva accettato, secondo i rigidi principi che regolano il rapporto tra genitori e figli nella Cina di allora: una "buona moglie" dai piedi fasciati e dalla faccia rugosa, silenziosa e disciplinata ma ostinata e tenace quando si tratta di negare il consenso al divorzio. Intrappolato in un matrimonio senza amore, Lin vive una vita in continuo conflitto fra ciò che desidera e ciò che deve, a metà tra la passione tenera e sincera che lo lega a Manna e la rigida legge che lo inchioda al fianco di Shuyu.
Un libro che offre una splendida occasione per visitare quel tempo in cui le antiche millenarie tradizioni orientali cominciano a cigolare sotto il peso del progresso portato dall'occidente (in questo, forse, mi ricorda un tantino le Memorie di una Geisha di Golden).
UN ASSAGGIO:
"La domenica seguente si incontrarono e passeggiarono nuovamente assieme, e così la domenica successiva. Nell'arco di un mese presero a vedersi più spesso, due o tre volte la settimana, prima del crepuscolo. Lin si attaccava sempre più a Manna. Una volta che non riuscirono a vedersi perchè lei era stata incaricata di accompagnare un paziente in un altro ospedale militare, lui passò due ore, quella sera, a misurare a grandi passi il proprio ufficio, tale era l'irrequietezza che l'aveva preso. Era la prima volta che sentiva tanto forte il desiderio di trovarsi con una donna. Alla fine di agosto lui e Manna non avevano più bisogno di mettersi d'accordo su dove e quando vedersi. In mensa mangiavano allo stesso tavolo; insieme andavano nello stanzino dell'acqua calda, ciascuno con il suo thermos in mano; alle riunioni e ai gruppi di studio politici si sedevano uno accanto all'altra; giocavano sempre insieme a ping-pong e a volano; la sera, tempo permettendo, facevano due passi nei paraggi, chiacchierando e a volte discutendo. Capitava che Lin si domandasse se non fossero diventati una coppia di fidanzati, anche se tra loro non c'era mai stato niente di fisico, non si erano nemmeno sfiorati con le mani. Continuava a rammentare a sè stesso di essere un uomo sposato."
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nella Cina sospesa tra tradizione e innovazione alla metà del Ventesimo Secolo,
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venerdì 13 maggio 2011
DAVID HERBERT LAWRENCE - L'amante di Lady Chatterley
DOVE: Wragby, Inghilterra
QUANDO: inizi del Ventesimo secolo
Che sorpresa per me avventurarmi nella lettura de L'Amante di Lady Chatterley! Mi ci ero accostata con i piedi di piombo, profondamente scettica e convinta di dovermi aspettare niente più che la descrizione brutale di una torbida storia di sesso tra una Lady annoiata ed il suo aitante servitore. Ed invece - complice anche la mia mania di andarmi a "spulciare" le note biografiche degli autori - mi sono trovata davanti ad una storia di amore vero, puro, carnale (questo è indubbio ) eppure dolcemente preziosa. Specialmente se si pensa che la storia ha un consistente spunto autobiografico e che - sorpresa dele sorprese - D.H. Lawrence non ha vestito i panni del focoso amante bensì quelli del marito invalido e "cornuto". Sorprendente pensare come, di fronte al dolore che deve aver provato a suo tempo, scoprendo il tradimento della moglie dopo che la sua infermità l'aveva già privato dell'attività di insegnante presso l'Università di Nottigham, abbia saputo trovare tanta comprensione e delicatezza nel raccontare la storia attraverso il punto di vista della moglie infelice e perciò infedele.
Sì, perchè lei, la giovane e bella Lady Chatterley, si trova suo malgrado improgionata in una vita che capricciosamente le ha voluto voltare le spalle, togliendole, a solo un mese dal matrimonio, il marito Clifford e restituendoglielo a due anni di distanza, rattoppato alla bell'e meglio da medici volenterosi ma paralizzato dalla cintola in giù. Tutto ad un tratto, di fronte all'orizzonte della giovane sposa, si profila un futuro ben lontano da quello che aveva sognato: sola nella cadente dimora dei Chatterley accanto ad un marito dipendente da lei in tutto e per tutto, immerso nella solitaria stesura di racconti e senza alcuna possibilità di darle un figlio. Un esistenza che certo non ha scelto e che l'avrebbe stretta fino a soffocarla se non avesse fatto la sua comparsa Mellors, il guardiacaccia dagli occhi penetranti e dalla vita solitaria, nel suo cottage immerso nel silenzio del bosco di Wragby. Tanto Lord Clifford è formale e prevedibile quanto Mellors è impenetrabile e misterioso.
La colta e passionale Constance, dapprima prevedibilmente combattuta, finisce poi per lasciarsi andare ad una passione finalmente autentica, scrollandosi di dosso l'austero grigiore della malconcia magione dei Chatterley e dei formali tète-a-tète con il legittimo consorte per cercare, nella quiete profonda del bosco e nell'abbraccio appassionato del suo amante, i brandelli della tanto anelata felicità.
Sono onesta, è un libro che mi ha piacevolmente sorpresa nella capacità di evocare con tanta intensità i sentimenti di una donna colpevole perchè infelice, nella semplicità con cui descrive i delicati moti dell'animo femminile, nell'appassionato messaggio di amore che porta con sè, a dispetto dei lunghi anni in cui il romanzo è stato messo al bando. Difficilmente ho trovato nella penna di un uomo altrettanta capacità di penetrare nella psiche femminile, portandomi a dire all'eroina di turno "ti capisco perfettamente". E ancor più sorprende se pensiamo che tanta delicatezza venga dalla penna di chi è stato colpito, ferito, tradito da quella donna.
UN ASSAGGIO:
"La lettura fnì. Connie sobbalzò. Gli lanciò un'occhiata e fu sconvolta dal notare che Clifford la osservava con uno sguardo sinistro, come di odio.
'Grazie! Leggi Racine in modo splendido!" Disse gentilmente.
'Quasi come tu l'ascolti!' Ribattè lui con crudeltà. Poi, osservò: ' che stai facendo?'
'Cucio un vestitino per la bimba dei Flint.'
Lui distolse lo sguardo. Un bambino! Sempre e solo un bambino! Una vera ossessione per Connie!
'Dopo tutto' disse declamando ' in Racine si trova tutto quello che si desidera. Le emozioni che hanno ordine e forma sono più forti di quelle disordinate.'
Connie lo guardò con i suoi occhi grandi, vaghi e velati.
'E' vero' rispose.
'Il mondo moderno ha solo banalizzato le emozioni, liberandole. Ciò di cui abbiamo bisogno è il controllo formale.'
'Sì!' replicò lei attentamente, pensando a come ascoltava con volto rapito le emozionanti idiozie della radio. 'La gente finge di avere emozioni, ma in realtà non prova nulla. Credo sia questo il romanticismo.'
'Esatto!' commentò lui.
Ma era stanco. La serata lo aveva affaticato. Forse avrebbe preferito stare con i suoi libri di chimica o di tecnica mineraria, oppure ascoltare la radio.
La signora Bolton entrò con due bicchieri di latte al malto, uno per Clifford, per invogliarlo al sonno, e uno per Connie, per farle riprendere un po' di peso. Era una consuetudine serale introdotta da lei a Wragby.
Dopo aver bevuto il suo latte, Connie fu lieta di ritirarsi e grata che Clifford non avesse bisogno di lei per coricarsi. Mise il bicchiere di lui sul vassoio e lo portò fuori con sè mentre usciva.
'Buonanotte, Clifford! Dormi bene! I versi di Racine ti avvolgano come un sogno. Buonanotte!'
Si era spinta fino alla porta. Se ne andava senza dargli il bacio della buonanotte. La guardò con occhi gelidi, taglienti. Era così, dunque! Nemmeno più il bacio della buonanotte, dopo che lui aveva passato la serata a leggerle Racine. Che insensibilità pazzesca! Anche se il bacio era solo una formalità, purtuttavia l'esistenza civile dipendeva anche da quel tipo di formalità."
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lunedì 9 maggio 2011
Alexandre Dumas (figlio) - LA SIGNORA DELLE CAMELIE
DOVE: Parigi
QUANDO: prima metà del Diciannovesimo secolo
Bellissima, chiacchierata, biasimata eppure tutto sommato ammirata, questa è Marguerite Gautier, scintillante rappresentante della schiera di mantenute che, tra eleganti appartamenti, serate a teatro, preziosi regali accolti quasi con noncuranza orbitavano attorno ai potenti nella raffinata atmosfera parigina di un paio di secoli fa.
Consapevole della propria bellezza, forzatamente superficiale, Marguerite dunque conduce nella capitale una vita tanto lussuosa quanto sregolata, malgrado il fisico fiaccato da una violenta tisi. Tutto sembra perfetto, il denaro scorre a fiumi, il calessino è a disposizione sua e dei suoi piccoli capricci, le brave donne borghesi, pur disprezzandola in società, sono nell'intimo rose da una punta d'invidia per la sua giovane, sfacciata bellezza; peccato che, all'improvviso, nella sua vita entri quasi in punta di piedi Armand Duval, giovane di buona famiglia timido e goffo che, di fronte alla bella Marguerite seduta maestosamente nel suo palco dell'Opera-Comique, viene colto dal più classico dei colpi di fulmine. La passione travolgente e pura del giovane sembra in un primo momento naufragare di fronte alla reazione gelida di lei, che anzi approfittando della timidezza dell'ammiratore coglie l'occasione per umiliarlo con una delle sue battute pungenti ed argute. Ma Armand, seppure timido, è tenace e forte della purezza del proprio amore; non demorde, finendo per fare breccia nel cuore di Marguerite, tanto indurito dall'abitudine ad una vita superficiale da aver finito per perdere di vista, nel corso degli anni, i sentimenti veri, quelli che il cuore sembrano strappartelo via dal petto.
Si passeggia tra gli Champs-Elysee, si attende trepidanti nell'anticamera del lussuoso appartamento di Rue D'Antin, si scrutano ansiosamente i mille volti perfettamente truccati nei palchi del teatro in cerca dello sguardo ed il sorriso di uno solo di essi, ci si dispera ed infine si gioisce per un semplice sfiorare di mani, nella tradizione più romantica e più classica, mentre intorno a noi Parigi splende, sciama, chiacchiera.
E s'intuisce, lì sotto la trama perfettamente ordinata, lo scintillio di qualcosa di più vivo : la personale esperienza dell'autore che, ancora giovanissimo, in quella stessa struggente e festosa Parigi fu travolto da una uguale passione per la bellissima Alphonsine Marie Duplessis.
UN ASSAGGIO:
"In un primo momento, avevo cercato di stordirmi, di rendere il cuore e la mente indifferenti allo spettacolo che avevo davanti agli occhi, e di unirmi a quell'allegria che sembrava far parte integrante della cena; ma, a poco a poco, mi ero isolato dal chiasso che mi circondava, il mio bicchiere restava pieno, e mi sentivo sempre più triste vedendo quella bella creatura di vent'anno bere, parlare come un facchino, e ridere di gran cuore quando venivano dette cose scandalose.
Tuttavia, quell'eccessiva allegria, quel modo di parlare e di bere, che negli altri commensali mi sembravano il risultato di una vita sregolata, dell'abitudine, o di una giovanile sovrabbondanza di vita, in Marguerite mi facevano pensare a un bisogno di dimenticare, a un'irrequietezza, a un'irritabilità nervosa. A ogni coppa di champagne, le guance si coprivano di un rossore di febbre, e la tosse, leggera all'inizio della cena, era diventata così insistente da costringerla, a ogni accesso, a gettare indietro la testa sullo schienale della sedia e a comprimersi il petto con ambedue le mani."
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giovedì 28 aprile 2011
EDMOND ROSTAND - Cyrano de Bergerac
DOVE: Francia
QUANDO: alla metà del '600
Fino dove può arrivare, l'amore (Quello vero, con la A maiuscola, cui solo forse una penna d'altri tempi è in grado di dare corpo e sostanza)? In un'epoca come la nostra, fatta di superficialità, culto dell'aspetto esteriore e ahimè sempre troppo poca attenzione all'importanza delle parole, vale davvero la pena di prendersi una pausa romantica avventurandosi nella lettura del Cyrano. Mi rendo conto che possa risultare per qualcuno un'opera ostica dal punto di vista stilistico; ma come spesso accade, lasciare che i pregiudizi ci frenino impedisce spesso di godere dei tesori nascosti - e quale migliore occasione per dimostrarlo, che offrire una chance al romantico spadaccino dall'imponente naso? Lasciamoci andare al ritmo dei versi, allora, e scivoliamo in questo spicchio di Borgogna, dove il clamore delle armi bianche, lo svolazzare impalpabile delle piume sui cappelli sfilati dalle teste ad accompagnare l'inchino, il biancheggiare di farsetti tutti trine e polsini traboccanti di merletti, accompagnano lo sbocciare di una passione tanto intensa quanto platonica per la bellissima Rossana. Abilissimo con la spada e con la lingua, indipendente fino a rasentare la scontrosità, condizionato da un impietoso aspetto fisico, il coraggioso e romantico Cyrano è però capace di grande generosità, fino a soffocare il proprio sentimento in nome dell'amicizia che lo lega al giovane cadetto Cristiano, bello ma non altrettanto intelligente. Quando dunque quest'ultimo chiede aiuto all'irriverente spadaccino per conquistare il cuore di Rossana, Cyrano accetta di porre al servizio del giovane la propria abilità poetica, componendo per lui lettere e poesie e ponendosi come suo "suggeritore" durante gli struggenti convegni con la bella e ignara Rossana. Difficile immaginare qualcosa di più straziante che ascoltare il proprio canto d'amore pronunciato dalle labbra di qualcun altro, e ancor peggio di questo, vederlo andare a segno proprio nel cuore di colei cui era stato dedicato. Eppure Cyrano sceglie senza indugio di mettersi in ombra e rinunciare ad alimentare la propria passione affinchè il meno brillante cadetto possa conquistare la donna amata, perfino quando il destino sembra volergli arridere, stravolgendo le carte che tanto accuratamente egli stesso aveva disposto nell'ombra, per il suo protetto.
Pura poesia. In un'epoca in cui siamo capaci di tutto - ma spesso non di grandi sentimenti - direi che la lezione di sacrificio estremo del Cyrano possa avere ancora molto da dire.
UN ASSAGGIO:
"La gente comincia a uscire, mentre Cyrano guarda intorno soddisfatto. Ma tosto di ferma, udendo il battibecco seguente. Le donne che nei palchetti erano già in piedi con le mantelline indosso si fermano per udire e finiscono per tornare a sedersi.
LA BRET (A Cyrano): E' una follia!
UN SECCATORE: ( che si è accostato a Cyrano) : L'attore Montfleury! Ma, cospetto! Sapete che dal Duca di Candale è protetto?
CYRANO: No!
IL SECCATORE: come, no?
CYRANO: No!
IL SECCATORE: come?
CYRANO (irritato): No, per la terza volta; e ne sono felice. No, non ho protettori.... (con la mano alla spada) Ma una protettrice!
IL SECCATORE: Ma, dunque, lascerete Parigi?
CYRANO: Si vedrà
IL SECCATORE: Ma il Duca ha lungo il braccio...
CYRANO: Meno lungo sarà del mio.. (mostrando la spada) quando vi metta quest'aggiunta in compenso.
IL SECCATORE: Ma voi non penserete di pretendere..
CYRANO: Penso!
IL SECCATORE: Ma..
CYRANO: Fuor dai piedi adesso!
IL SECCATORE: Ma..
CYRANO: Sbrigati! - O rispondi! Perchè mi guardi il naso?
IL SECCATORE (sbigottito): Io...
CYRANO (saltandogli addosso): Perchè ti confondi?
IL SECCATORE (retrocedendo): Vostra Grazia s'inganna..
CYRANO: Dimmi: è molle e cascante siccome la proboscide, forse, d'un elefante?
IL SECCATORE (come sopra): Io non...
CYRANO: E' adunco a guisa di un becco di civetta?
IL SECCATORE: Io...
CYRANO: C'è forse alla punta qualche pustoletta?
IL SECCATORE: Ma...
CYRANO: Qualche mosca forse vi passeggia o vi dorme! Che v'è di strano?
IL SECCATORE: Oh! ..
CYRANO: Forse ch'è un fenomeno abnorme?
IL SECCATORE: Ma di non porvi gli occhi m'ero fatto un dovere!
CYRANO: E perchè non guardarlo, se è lecito sapere?
IL SECCATORE: Io...
CYRANO: Vi disgusta adunque?
IL SECCATORE: Signore...
CYRANO: Vi fa pena il suo color?
IL SECCATORE: Signore!
CYRANO: Vi par di forma oscena?
IL SECCATORE: Ma niente affatto!
CYRANO: E allora, perchè fate quel muso?
IL SECCATORE (balbettando): Ma io lo trovo invece piccolo, impercettibile!
CYRANO: Come! Di un tal ridicolo accusarmi? Possibile? Piccolo il naso mio?
IL SECCATORE: Cielo!
CYRANO: Enorme il mio naso? Vilissimo camuso, siate ben persuaso che di quest'appendice mi glorio e mi delizio; avvenga che un gran naso sia il vero e proprio indizio di un uomo buono, affabile, cortese, liberale, di coraggio e di spirito, qual io mi sono e quale non vi sarà mai lecito di credervi, marrano! Perchè la ingloriosa faccia che la mia mano se degna di cercare sul vostro collo è priva..... (lo schiaffeggia)
IL SECCATORE: Ahi! ahimè!
CYRANO: .. di fierezza, di slancio, d'inventiva, di lirismo, di genio, di grandezza morale, di naso, insomma, come quella.. (lo rivolge per le spalle, aggiungendo il gesto alla parola) .. che il mio stivale viene a cercarvi sotto le terga!
IL SECCATORE (fuggendo): Aiuto!"
PS: solitamente nei miei post non lo faccio mai, ma stavolta, concedetemi un piccolo strappo alla regola per postare la bellissima versione della storia di Cyrano scritta da Francesco Guccini:
perfetta colonna sonora per il post.. ^_^
(io sono solo un povero cadetto di Guascogna, però non la sopporto la gente che non sogna...)
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mercoledì 2 marzo 2011
LOUISA MAY ALCOTT - Un lungo, fatale inseguimento d'amore
DOVE: tra Inghilterra, Germania, Francia e Italia
QUANDO: Diciannovesimo secolo
Quando sei una ex bambina/adolescente cresciuta a pane e "Piccole Donne" che s'imbatte, una volta adulta, in un libro della Alcott con un titolo tanto accattivante, non c'è che una sola, inevitabile conclusione: arraffi il libro dalla bancarella - col timore che un'altra "alcottiana", sbucando dal nulla, te lo sfili da sotto il naso - e ti avvii trionfante con le tue monetine tra le dita, già pregustando il momento in cui potrai immergerti di nuovo in quel mondo di crinoline, pianoforti e ampie gonne fruscianti.
A dire il vero, in questo libro siamo lontani anni luce dal rassicurante tepore familiare di casa March; la storia ha infatti inizio in una remota isola al largo delle coste inglesi, uno scoglio inospitale battuto dal vento sopra al quale cresce e sogna la romantica Rosamond Vivian.
Orfana, cresciuta da un nonno a dir poco burbero,con la sola compagnia dei romanzi che divora a dozzine, cullata dal russare del mare in lontananza, Rosamond è passionale, ingenua, idealista.
E quando, nella sua solitaria esistenza, il destino fa irrompere il seducente Phillip Tempest, condotto fin lì dalla rabbia di un mare in burrasca, con quel nome che ha il sapore della libertà e dello sferzare salato delle onde, il cuore della giovane Rosamond non può che lasciarsi andare. Affascinata, desiderosa di libertà, guidata dal desiderio di vivere sulla propria pelle le emozioni dei libri, lascia la sua inospitale isola e, divenuta sua moglie, lo segue sulla terraferma; ben presto però le rose mostreranno tutte le loro spine e l'affascinante e misterioso marito lascerà trasparire un lato tutt'altro che romantico, che spingerà la spaventata - ma avventurosa - moglie ad una rocambolesca fuga attraverso l'Europa. Nella spoglia penombra di una soffitta parigina, nei corridoi silenziosi di un austero convento, nella soleggiata e scintillante Nizza, in un manicomio: dovunque la sua fuga la porti, la piccola e tenace Rosamond sembra non avere scampo, di fronte ad un inseguitore che le tiene il passo attraverso Germania, Francia e Italia.
Riuscirà la giovane e sfortunata sognatrice ad uscire infine dall'incubo che sembra stringerla in una morsa serrata?
Un libro che si lascia leggere con semplicità, ricco di tutta la suspence che il titolo promette, tra intrighi, pallottole e incombenti minacce.
UN ASSAGGIO:
"A una seconda e più attenta ispezione scoprì la prova che un altro piede oltre al suo era passato recentemente di lì. Nel venire aveva visto uno degli allegri anemoni scarlatti che spuntano dovunque in mezzo ai sentieri e aveva evitato con cura di calpestarlo; ora giaceva malamente piegato da un passo frettoloso e mentre lei lo osservava, lo stelo si raddrizzò lentamente come se fosse stato schiacciato di recente.
'Julie! Lucille!' chiamò Rosamond, pensando che potesse essere stata una delle cameriere che aveva scelto la grotta come luogo di convegni amorosi ed era sfuggita spaventata dalla sua presenza. Non ricevette risposta, ma il suo orecchio captò un fruscio di foglie a una certa distanza. Lo seguì a passo rapido, sbirciando nella penombra profumata dell'aranceto a destra e a sinistra, ma invano, giacchè non vide anima viva tranne Giuseppe, che trovò adagiato sull'erba all'imboccatura dell'unico sentiero che portava alla grotta.
'Hai visto Justine in giardino?' chiese Rosamond, sicura che il ragazzo avesse incontrato l'intrusa chiunque essa fosse, se era passata di lì.
'No, Madame, ho visto soltanto Mademoiselle Bahette che viene a giocare con me' e scoprì i denti bianchi, mentre carezzava sorridendo la piccola antilope che brucava l'erba accanto a lui.
'Sei sicuro che non sia passato nessuno, Giuseppe?'
'Nessuno, Madame, può credermi. Non c'è altra strada per andare alla sorgente e le domestiche non ci vanno mai di notte; hanno paura, dicono che ci sia un fantasma. Forse Madame lo ha visto?' Il ragazzo sgranò gli occhi neri con tale genuina curiosità e timore che Rosamond non potè dubitare della sua sincerità."
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