DOVE: Lisbona, Portogallo
QUANDO: anni '90, in un torrido luglio
Già in Sostiene Pereira con Tabucchi ci eravamo immersi in una Lisbona inquieta, torrida, umida d'afa e sudore; qui la ritroviamo più intensa, più moderna, immersa in un torpore onirico che la ammanta di un fascino ancora maggiore, lasciandoci percepire tutto l'amore che l'autore nutre per questa città, che l'ha adottato accompagnandolo fino al suo ultimo respiro.
Qui Lisbona non è un semplice sfondo su cui i personaggi si muovono, ma un qualcosa di vivo, che pare respirare, avvolgere, accompagnare il cammino del protagonista in un luglio torrido e accecante, in cerca di quiete dell'anima, e di risposte. Tutto inizia lontano, su un'amaca ad Azeitao, nella campagna ronzante di insetti. Un'amaca sulla quale, pigramente abbandonato alle sue ferie, un'uomo sta leggendo Borges, finendo per assopirsi cullato dal frinire delle cicale; ed immediatamente, eccolo catapultato a Lisbona, in una città semideserta, bollente, arrostita dal sole di luglio, in un sogno talmente vivido che lo sentiamo sudare ed arrancare a fatica sull'asfalto rovente mentre si muove, in parte incredulo, in parte sicuro di ciò che questo strano sogno vivido sta a significare, diretto ad uno strano appuntamento.
Dipanare la trama sarebbe un peccato; perchè di sogno si tratta, e come tale va vissuto, senza un'idea chiara di ciò che accadrà, ma semplicemente lasciandosi trasportare assieme al protagonista, attraverso le strade semideserte, sciogliendosi di sudore e lentamente fondendosi con la città, quartiere dopo quartiere, tappa dopo tappa. Godersi il viaggio senza pensare alla meta, semplicemente assaporando il racconto che Tabucchi fa della città e dei meravigliosi personaggi - meravigliosi come solo le creature dei sogni sanno essere - dal sapore a tratti malausseniano, bizzarri, straordinariamente vivi, colorati e sfuggenti.
Ma soprattutto, assaporando la bellezza sudata di un luglio a Lisbona, attraversando la città semideserta, rifugiandoci nella confortevole frescura di un ristorante, assaporando lentamente il gusto della cucina semplice della Casimira, o sorseggiando un Sumol di ananas nella quiete del museo di arte antica, nel delizioso giardino interno riparato dall'afa, in attesa di poter contemplare Le Tentazioni di Sant'Antonio con tutta calma, dopo l'orario di chiusura. Ed ancora, a Santos, nell'afa del giardino deserto, con la sola compagnia di un ragazzo drogato in cerca di spiccioli e di un bizzarro venditore di biglietti della lotteria, sfogliando distrattamente "A Bola" per far passare il tempo in attesa del bizzarro appuntamento; e poi in treno fino a Cascais, in una villa disabitata ad un passo dal mare rombante, scrostata dalla salsedine ed accudita saltuariamente da una coppia di anziani. Passo dopo passo, seguendo l'onda di ciò che accade, il sogno si dipana e con esso prendono forma le risposte a domande che la vita aveva lasciato appese, in attesa di qualcosa.
Il protagonista ripercorre i momenti salienti della sua esistenza e noi, silenziosi accompagnatori accaldati, vediamo scorrere davanti ai nostri occhi istantanee di luoghi meravigliosi, perlopiù carichi della malinconia che inevitabilmente il peso dei ricordi si porta appresso. Come soffiando sulla brace, passo dopo passo le emozioni impolverate riprendono vita, fino al sorprendente incontro finale che prelude poi al risveglio, nella quiete della campagna e finalmente anche dell'anima del protragonista.
E noi? Noi che lo abbiamo accompagnato in silenzio, passo passo, innamorandoci di quei luoghi?
Noi non possiamo che chiudere l'ultima pagina con un sospiro. Perchè sì, ecco fatto, ci siamo innamorati di Lisbona.
Per una come me, che legge soprattutto per compensare il fatto di non riuscire - ahimè - a viaggiare quanto vorrebbe, che sceglie i libri in base all'ambientazione, che si immerge nella lettura spesso cercando le sensazioni, la suggestione dell'ambiente piuttosto che gli eventi, questo libro è stato una manna dal cielo; anche se dire "dal cielo" non è corretto, diciamo piuttosto che è stata una scelta consapevole dettata dal fatto che adoro Tabucchi ed il suo stile e che, dalla quarta di copertina, avevo intuito che sarebbe stato nelle mie corde.
Se cercate letture "d'azione", o libri con un principio ed una fine ed eventi nettamente delineati, questo certamente non è il libro adatto; perchè di un sogno si tratta, e come tale procede, con salti di luoghi, con lunghe e silenziose soste riflessive, con tanti sottintesi su ciò che è accaduto,che affiorano a tratti senza mai completamente delineare il quadro complessivo.
Si termina la lettura ritemprati, un po' malinconici, con la sensazione di aver provato sulla nostra pelle emozioni che erano su carta, a patto di saper entrare nell'ottica di lasciar condurre il gioco allo scrittore, senza cercare di ricostruirne la storia ma assaporandola, trasportati dal vento caldo e godendosi il viaggio.
Un sogno, appunto. Prendetelo come tale, e non resterete delusi.
UN ASSAGGIO:
"Finalmente ero riuscito ad aprire il finestrino, ma l'aria che entrava era torrida. Chiusi gli occhi e pensai ad altre cose, alla mia infanzia, mi ricordai di quando era estate e andavo in bicicletta a prendere l'acqua fresca alle 'caroline', con la bottiglia nel cestino di paglia. Una frenata brusca mi fece riaprire gli occhi. L'uomo era uscito dal tassì e si guardava attorno con aria desolata. Mi sono sbagliato, disse, siamo a Campo de Ourique, io ho preso a sinistra la strada che lei mi aveva detto, ma non credo che sia la Saraiva de Carvalho, ho preso un'altra strada che è in senso vietato, guardi un po', tutte le macchine sono parcheggiate contromano, mi sono infilato in un senso vietato. Niente di male, replicai, l'importante è che abbia svoltato a sinistra, adesso ci facciamo questo senso vietato e arriviamo a Largo Dos Prazeres."
"Non sei mai stato il capitano Nemo intrappolato nel tuo sottomarino mentre la piovra ti sta attaccando?" (Dal film 'La Storia infinita')
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venerdì 19 luglio 2019
ANTONIO TABUCCHI - Requiem
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giovedì 15 novembre 2018
GABRIEL GARCIA MARQUEZ - Cent'anni di Solitudine
DOVE: A Macondo, minuscolo e afoso villaggio sudamericano
QUANDO: a cavallo di un secolo, in un tempo non specificato tra la fine dell'800 e il '900
Parlando dell biografia di Frida Kahlo, più o meno un anno fa, ho scritto di come ci siano libri, per me, legati indissolubilmente ad eventi della mia vita, e di come quello sarebbe rimasto impresso della mia memoria come il libro che stavo leggendo quando ho scoperto di essere incinta prima, e che avrei avuto una bimba poi.
Ecco, allo stesso modo Cent'Anni di Solitudine di Gabriel Garcia Marquez - che avevo a dire la verità già letto anni fa, durante l'università - resterà il libro che mi ha accompagnato durante il travaglio.
Questa foto l'ho scattata a qualche ora dall'inizio dell'induzione, quando ero sola in ospedale con i primi doloretti e ingannavo il tempo cercando di concentrarmi sulla lettura. Era una sera di luglio calda e appiccicosa, perfetta per entrare nello spirito e nel clima di Macondo.
La trama è complessa, i personaggi sono tanti e intrecciati da parentele intricate, ma il viaggio è davvero impagabile (non a caso quest'opera valse al suo autore il Premio Nobel nel lontano 1982).
Dunque, Macondo e i Buendia. Il primo, uno sperduto villaggio nato per caso, per l'ostinata impenetrabilità delle foreste e delle paludi sudamericane che impedirono ai sognanti viaggiatori di giungere, come speravano, sulla costa. I secondi, una articolata famiglia che con la storia di Macondo è strettamente intrecciata fin dalla sua fondazione, una famiglia in cui le figure di spicco sono perlopiù le donne, dominate dalla tenacia e dalla passione, ciascuna con le proprie sfaccettature, mentre gli uomini, rimasti negli anni ancorati ad una bizzarra tradizione di battezzarli con i nomi di Josè Arcadio o Aureliano - o piccole variazioni sul tema - sembrano restare appesi non solo ad essi, ma anche ad alcuni stereotipati destini che ciclicamente sembrano condannarli all'isolamento mentale o fisico, alla rassegnazione, alla sconfitta.
Per comodità, a chi volesse partire per questo straordinario e lungo viaggio, consiglio di tenere a portata di mano una piccola guida genealogica alla famiglia Buendia, sul tipo di questa:
![]() |
| fonte: http://anna-lotus.tumblr.com/post/27555084597/albero-genealogico-famiglia-buendia-centanni-di |
perchè facilmente si smarrisce la via, tra i contorti intrecci di passioni che sbocciano sotto il sole gocciolante di Macondo, e gli altrettanto contorti tentativi di nascondere - talora - le reali parentele per salvaguardare le convenzioni sociali.
Albero genealogico alla mano, immergiamoci dunque in questo mondo afoso, umido, di case dalle porte spalancate per far circolare il vento sottile durante la siesta, di notti stellate e piene di passioni, di febbri divoranti, di piogge torrenziali che oscurano il villaggio per settimane, un piccolo microcosmo isolato dalla civiltà che, neanche tanto lontano, in quei lontani anni silenziosamente progredisce, e che a Macondo non arriva se non di striscio, portando con sè probabilmente tutto ciò che di peggio ha da offrire, a cominciare dai gringos che impiantano una fiorente industria bananiera retta sulle spalle degli operai locali, per passare alla sanguinosa repressione delle rivolte sociali, ed alla guerra.
Malgrado tutto, malgrado dunque il mondo insinui di tanto in tanto i suoi tentacoli di modernità fin nelle polverose strade di Macondo, richiedendo per esempio ai suoi allibiti abitanti di dipingere di azzurro le facciate delle abitazioni in ossequio ad una festa nazionale della quale questi ignorano perfino l'esistenza, o portando assieme ad una pianola - la prima che si fosse mai vista a Macondo, orgoglio di casa Buendia , un azzimato ed impeccabile professore di musica dai pantaloni attillati, presto divenuto scintilla di passioni ed ostilità mai sopite negli anni a venire, malgrado tutto ciò, dunque, nulla sembra mutare.
A tutte le bizzarrie del progresso, all'autorità del governo centrale, perfino alla guerra, Macondo resiste con sonnolenta pacatezza, con rassegnata noncuranza, lasciando correre ciò che deve correre e restando un piccolo universo a sè, orbitante intorno alle vicende straordinarie e sempre in bilico tra reale e irreale, della folta famiglia Buendia.
A cominciare da Ursula, perno della casa e della famiglia, una donna tosta, fondatrice della città ed amministratrice instancabile della famiglia e della casa per oltre cento anni, oltre che ideatrice di una fiorente fabbrica di animaletti di caramello, unica industria nata sul suolo di Macondo prima dell'avvento dei gringos sudaticci. Dopo di lei, una fitta schiera di donne dalla bellezza sconvolgente, alcune sue dirette discendenti, altre prese sotto la sua ala protettrice ma tutte accomunate da un fascino quasi stregato, da personalità spesso bizzarre, dalla capacità di tenersi ostinatamente attaccate alle passioni che ardono loro nel petto. E, accanto ad esse, gli uomini, con le loro piccole fissazioni maniacali, con la loro passione per i prodigi portati in città dalle carovane di zingari, con la loro capacità di amare appassionatamente le donne più belle, conquistandole anche quando sembrano irragiungibili, con la loro solitudine atavica, con il dolore che si portano appresso come un karma.
Tra suggestive atmosfere tropicali, tra spettri che aleggiano per secoli incatenati nel cortile di casa, tra morbide canzoni malinconiche cantate nelle notti umide dagli schiavi caraibici trapiantati a Macondo affinchè lavorino per i gringos, tra le cruente lotte intestine fra le donne della famiglia, ed i segreti che alcune di esse celano negli anni, in Cent'Anni di Solitudine si attraversa un secolo di vita surreale, poetica, evocativa.
Come in L'Amore ai Tempi del Colera, tutto pare sospeso in una bolla fuori dal tempo, che talvolta sfiora il mondo reale per poi riprendere il volo verso quello impalpabile delle leggende, degli spiriti, delle superstizioni. Manco a dirlo, un capolavoro.
UN ASSAGGIO:
" Jose Arcadio Buendia ci mise parecchio a rimettersi dalla perplessità quando uscì in strada e vide la folla. Non erano zingari, Erano uomini e donne come loro, coi capelli sciolti e la pelle scura, che parlavano nella loro stessa lingua e si lamentavano degli stessi dolori. Avevano mule cariche di cose da mangiare, carrette da buoi con mobili e utensili domestici, puri e semplici accessori terrestri messi in vendita senza smancerie dagli imbonitori della realtà quotidiana. Venivano dall'altra parte della palude, a due soli giorni di viaggio, dove c'erano villaggi che ricevevano la posta tutti i mesi e conoscevano le macchine del benessere. Ursula non aveva raggiunto gli zingari, ma aveva trovato la strada che suo marito non aveva potuto scoprire nella sua vana ricerca delle grandi invenzioni.
mercoledì 30 maggio 2018
AA VV - I Confini della Realtà
DOVE e QUANDO: non sempre specificato, spesso in un'Italia contemporanea o in un futuro immaginario
Ecco un ennesimo caso di libro in cui mi imbatto per caso, frugando su una bancarella di libri usati.
Più e più volte ho detto di come il racconto non sia un genere a me congeniale, lasciandomi perlopiù con un senso di insoddisfazione di fronte a finali spesso frettolosi; ma più e più volte ho anche detto che, quando il racconto si addentra in mondi particolari, atmosfere noir, o horror, o fantascientifiche, trovo che al contrario diventi un genere interessante, e che spesso dia origine a vere e proprie piccole "chicche".
Ultimo in ordine cronologico tra le mie letture era stato Ray Bradbury, tanto per citarne uno.
In questo caso, invece, sono una serie di autori italiani (Licia Troisi, Violetta Bellocchio, Tullio Avoledo solo per citarne alcuni) ad accompagnarci attraverso un viaggio in un'Italia diversa da quella che conosciamo. Un'Italia in cui manco a dirlo accadono fatti misteriosi, inquetanti, a filo del paranormale. O, addirittura, un'Italia in cui la realtà che vediamo e percepiamo è completamente distorta rispetto al vero.
Il richiamo, già dal titolo, è evidente: la fortunata serie USA "Ai Confini della Realtà" ( "The Twilight Zone", se non avete mai avuto occasione di guardarla fatelo, se amate il genere, non resterete delusi) , nella quale in ogni puntata si raccontava una storia dal sapore surreale, angosciante, inquietante, paranormale, fantascientifico e chi più ne ha, più ne metta, dando vita a piccole "perle" di microcinema da gustarsi nell'arco di una mezz'ora, credo, o poco più.
Ripeto, se amate il genere (io da buona teenager anni'90 ho divorato quasi tutte le serie di X-Files) e non avete avuto modo di guardarla, fatelo. Spesso la RAI la rimette in onda, specialmente nel periodo estivo ^_^.
Dunque, dicevamo, la strana e inquieta Italia attraverso cui questi autori ci portano in viaggio.
Talvolta, come in "L'Odore" di Carla Vangelista, il viaggio è più nella mente e nella psiche di un uomo malato. Altre volte, come in "Lo zoo di Schroedinger" di Tullio Avoledo, ci ritroviamo in una sorta di ghetto allucinato, malsano, popolato da personaggi non completamente umani.
Altre ancora, come in "Plastic" di Chiara Palazzolo, ci muoviamo attraverso l'afa asfaltata di una Roma contemporanea, nella quale però ben presto alcune cose cominciano a non tornare.
Difficile riassumere qui in maniera sintetica i tanti sapori e le tante ambientazioni proposte dagli autori. Dieci capitoli, altrettante penne che magistralmente creano questi mondi stravolti, dieci differenti atmosfere. Tra città afose e placidi paesaggi di campagna, da Nord a Sud, tra mondi paralleli, strane presenze, leggende metropolitane, l'esilissimo confine tra reale e irreale viene varcato e rivarcato più volte, accompagnandoci in un viaggio scorrevole, gustoso, rilassante seppure con qualche colpo di scena.
Una evasione a tutti gli effetti dal mondo reale, per tanti piccoli viaggi in altrettanti bizzarri universi, ciascuno con la propria, avvolgente atmosfera, ciascuno perfettamente chiuso in sè stesso, ciascuno ricco di suspance e di curiosità.
Personalmente, a parte un paio di storie che ho trovato meno "entusiasmanti", ho amato molto tutti i capitoli. E, ovviamente, tanti spunti di lettura a cui attingere, nel caso in cui qualcuno degli autori risultasse un "nuovo incontro".
Un libro da non perdere, se amate il genere.
UN ASSAGGIO:
"E' all'altezza del lungotevere Flaminio, poco prima di imboccare il ponte, che Plasty nota la signora. Capelli corti, arruffati. Spessi occhiali da vista. Pantaloni dall'aria trasandata. Come lei, del resto. La tipica vecchia signora di mezza età. Ma per Plasty, che compirà ventinove anni in giugno, tutte le signore con i capelli grigi sono vecchie. E poi questa ha il bastone.
Un bastone di legno poggiato a lato del sedile dell'autobus.
La signora deve aver detto qualcosa, per questo Plasty l'ha notata. O forse ha bofonchiato. O solo sbuffato, strappando Plasty alla lettura degli annunci immobiliari del quotidiano che tiene in mano.
E che farebbe a meno di spulciare, se non fosse per questi stronzi della Sa.Va.Te Inc., che si sono messi in testa di dismettere il loro patrimonio immobiliare, buttando Plasty in mezzo a una strada."
Ecco un ennesimo caso di libro in cui mi imbatto per caso, frugando su una bancarella di libri usati.
Più e più volte ho detto di come il racconto non sia un genere a me congeniale, lasciandomi perlopiù con un senso di insoddisfazione di fronte a finali spesso frettolosi; ma più e più volte ho anche detto che, quando il racconto si addentra in mondi particolari, atmosfere noir, o horror, o fantascientifiche, trovo che al contrario diventi un genere interessante, e che spesso dia origine a vere e proprie piccole "chicche".
Ultimo in ordine cronologico tra le mie letture era stato Ray Bradbury, tanto per citarne uno.
In questo caso, invece, sono una serie di autori italiani (Licia Troisi, Violetta Bellocchio, Tullio Avoledo solo per citarne alcuni) ad accompagnarci attraverso un viaggio in un'Italia diversa da quella che conosciamo. Un'Italia in cui manco a dirlo accadono fatti misteriosi, inquetanti, a filo del paranormale. O, addirittura, un'Italia in cui la realtà che vediamo e percepiamo è completamente distorta rispetto al vero.
Il richiamo, già dal titolo, è evidente: la fortunata serie USA "Ai Confini della Realtà" ( "The Twilight Zone", se non avete mai avuto occasione di guardarla fatelo, se amate il genere, non resterete delusi) , nella quale in ogni puntata si raccontava una storia dal sapore surreale, angosciante, inquietante, paranormale, fantascientifico e chi più ne ha, più ne metta, dando vita a piccole "perle" di microcinema da gustarsi nell'arco di una mezz'ora, credo, o poco più.
Ripeto, se amate il genere (io da buona teenager anni'90 ho divorato quasi tutte le serie di X-Files) e non avete avuto modo di guardarla, fatelo. Spesso la RAI la rimette in onda, specialmente nel periodo estivo ^_^.
Dunque, dicevamo, la strana e inquieta Italia attraverso cui questi autori ci portano in viaggio.
Talvolta, come in "L'Odore" di Carla Vangelista, il viaggio è più nella mente e nella psiche di un uomo malato. Altre volte, come in "Lo zoo di Schroedinger" di Tullio Avoledo, ci ritroviamo in una sorta di ghetto allucinato, malsano, popolato da personaggi non completamente umani.
Altre ancora, come in "Plastic" di Chiara Palazzolo, ci muoviamo attraverso l'afa asfaltata di una Roma contemporanea, nella quale però ben presto alcune cose cominciano a non tornare.
Difficile riassumere qui in maniera sintetica i tanti sapori e le tante ambientazioni proposte dagli autori. Dieci capitoli, altrettante penne che magistralmente creano questi mondi stravolti, dieci differenti atmosfere. Tra città afose e placidi paesaggi di campagna, da Nord a Sud, tra mondi paralleli, strane presenze, leggende metropolitane, l'esilissimo confine tra reale e irreale viene varcato e rivarcato più volte, accompagnandoci in un viaggio scorrevole, gustoso, rilassante seppure con qualche colpo di scena.
Una evasione a tutti gli effetti dal mondo reale, per tanti piccoli viaggi in altrettanti bizzarri universi, ciascuno con la propria, avvolgente atmosfera, ciascuno perfettamente chiuso in sè stesso, ciascuno ricco di suspance e di curiosità.
Personalmente, a parte un paio di storie che ho trovato meno "entusiasmanti", ho amato molto tutti i capitoli. E, ovviamente, tanti spunti di lettura a cui attingere, nel caso in cui qualcuno degli autori risultasse un "nuovo incontro".
Un libro da non perdere, se amate il genere.
UN ASSAGGIO:
"E' all'altezza del lungotevere Flaminio, poco prima di imboccare il ponte, che Plasty nota la signora. Capelli corti, arruffati. Spessi occhiali da vista. Pantaloni dall'aria trasandata. Come lei, del resto. La tipica vecchia signora di mezza età. Ma per Plasty, che compirà ventinove anni in giugno, tutte le signore con i capelli grigi sono vecchie. E poi questa ha il bastone.
Un bastone di legno poggiato a lato del sedile dell'autobus.
La signora deve aver detto qualcosa, per questo Plasty l'ha notata. O forse ha bofonchiato. O solo sbuffato, strappando Plasty alla lettura degli annunci immobiliari del quotidiano che tiene in mano.
E che farebbe a meno di spulciare, se non fosse per questi stronzi della Sa.Va.Te Inc., che si sono messi in testa di dismettere il loro patrimonio immobiliare, buttando Plasty in mezzo a una strada."
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giovedì 29 settembre 2016
JONAS JONASSON - L'assassino, il prete, il portiere
DOVE: in giro per la Svezia, partendo da Stoccolma per arrivare ad una minuscola isola di pescatori a Gotland
QUANDO: oggi
Graffiante, politically scorrect, dissacrante. Questi i tre termini con cui definirei questo succoso ed irrestibile noir ironico, in perfetto stile Jonasson (se avete letto Il Centenario che Saltò dalla Finestra e Scomparve, sapete a cosa alludo).
Siamo ad Oslo, in un piccolo e squallido hotel ad una stella - o meglio, in un ex bordello promosso poi a sudicio alberghetto destinato a dare riparo a una variegata fetta di umanità dal dubbio spessore morale; qui lavora Per Persson, insoddisfatto receptionist apparentemente condannato ad una vita squallida. Figlio di una madre distaccata, nipote di un nonno che per cocciutaggine imprenditoriale ha visto dissiparsi come un miraggio la piccola fortuna che lui stesso aveva accumulato negli anni, l'abulico Per svolge il suo lavoro senza particolare entusiasmo nè convinzione, continuamente rimuginando su ciò che avrebbe potuto essere, finchè nella sua vita non arrivano due personaggi apparentemente agli antipodi.
Da un lato, il feroce Johan Andersson, più noto alla Svezia come Anders l'assassino, killer efferato che ha trascorso gli ultimi trent'anni alternandosi tra il carcere e le occasionali prestazioni omicide e limitandosi, nel resto del tempo, a vegetare imbottito di alcool e pasticche.
Dall'altro, Johanna Kjellander, donna-prete senza vocazione - per non dire "atea"- divenuta pastore in ossequio alle volontà del padre ed alla tradizione della famiglia Kjellander, ritrovatasi senza un tetto e senza soldi dopo una sua "spiacevole gaffe" durante la funzione religiosa.
E tanto Andersson è ottuso, ignorante, facilmente offuscabile dall'alcool, tanto il pastore Kjellander è sveglia, spregiudicata, ricca di inventiva; ecco dunque che i tre - accomunati seppur per motivi completamente diversi, dall'essere tre spiantati insoddisfatti dalla vita - si alleano in quella che sarà la miccia e l'innesco di una storia che dire scoppiettante è dire poco. Perchè, infatti, non creare una società che sfrutti il vasto curriculum di Anders l'omicida mettendo le sue competenze al servizio della malavita, offrendo - con opportuno tariffario - i più svariati servizi a coloro che, nei bassifondi di Stoccolma, avessero un nemico del quale vendicarsi (o nei casi più estremi, liberarsi)?
Detto, fatto. Johanna Kjellander e Per Persson si occupano - per così dire - delle pubbliche relazioni, mentre Anders l'assassino, opportunamente e costantemente addolcito da abbondanti dosi di vino, esegue il lavoro sporco. Ma questo non è che l'inizio, perchè la storia si dipana velocemente, srotolandosi davanti ai nostri occhi come un delizioso film oscillante tra il noir e la commedia brillante, mixando ingredienti su ingredienti: dalla fuga attraverso la Svezia alla fondazione di una bizzarra congregazione religiosa, fino a tirare in ballo addirittura Babbo Natale, e poi ancora, fino allo strambo finale.
Una storia leggera ma sorprendente, guizzante e piena di brio, che parla di truffatori e di truffati, di buoni e cattivi, di bene e di male, di individui apparentemente poco raccomandabili che si rivelano invece pezzi di pane, e di individui che invece sfruttano la loro apparenza rispettabile per raggirare gli altri. Il tutto, imprescindibilmente mescolato ad una grassa dose di ironia, in perfetto stile Jonasson.
UN ASSAGGIO:
"Nonostante tutto si scolarono insieme la bottiglia e forse fu grazie a essa che i due si trovarono d'accordo nel ritenere che una certa attenzione mediatica fosse un metodo in sè rischioso, ma efficace per raggiungere gli obiettivi prefissati. Venne stabilito che l'assassino avrebbe concesso un'intervista in esclusiva a uno dei mass media svedesi più adatti allo scopo, e così sarebbe emerso il suo insolito talento.
Il responsabile della reception si mise a leggere i giornali del mattino, i tabloid, i settimanali e le riviste, prese a seguire i programmi offerti da diversi canali televisivi e ad ascoltare la radio e alla fine decise che il risultato migliore e più immediato lo avrebbero ottenuto ricorrendo alla pubblicità che si sarebbero fatti comparendo su uno dei due tabloid nazionali di spicco. La scelta finale cadde sull' "Expressen", perchè sembrava più facilmente abbordabile dell' "Aftonbladet".
Nel frattempo il pastore informò Anders l'assassino del motivo di quell'iniziativa e di cosa essa comportava, poi pazientemente si esercitò con lui nella preparazione dell'immimente intervista. Gli riempì la testa di informazioni sul messaggio che intendevano lanciare, che cosa bisognava dire e che cosa invece non bisognava dire. Dulcis in fundo, lui doveva apparire sul giornale come:
1. in vendita
2. pericoloso, e
3. pazzo"
QUANDO: oggi
Graffiante, politically scorrect, dissacrante. Questi i tre termini con cui definirei questo succoso ed irrestibile noir ironico, in perfetto stile Jonasson (se avete letto Il Centenario che Saltò dalla Finestra e Scomparve, sapete a cosa alludo).
Siamo ad Oslo, in un piccolo e squallido hotel ad una stella - o meglio, in un ex bordello promosso poi a sudicio alberghetto destinato a dare riparo a una variegata fetta di umanità dal dubbio spessore morale; qui lavora Per Persson, insoddisfatto receptionist apparentemente condannato ad una vita squallida. Figlio di una madre distaccata, nipote di un nonno che per cocciutaggine imprenditoriale ha visto dissiparsi come un miraggio la piccola fortuna che lui stesso aveva accumulato negli anni, l'abulico Per svolge il suo lavoro senza particolare entusiasmo nè convinzione, continuamente rimuginando su ciò che avrebbe potuto essere, finchè nella sua vita non arrivano due personaggi apparentemente agli antipodi.
Da un lato, il feroce Johan Andersson, più noto alla Svezia come Anders l'assassino, killer efferato che ha trascorso gli ultimi trent'anni alternandosi tra il carcere e le occasionali prestazioni omicide e limitandosi, nel resto del tempo, a vegetare imbottito di alcool e pasticche.
Dall'altro, Johanna Kjellander, donna-prete senza vocazione - per non dire "atea"- divenuta pastore in ossequio alle volontà del padre ed alla tradizione della famiglia Kjellander, ritrovatasi senza un tetto e senza soldi dopo una sua "spiacevole gaffe" durante la funzione religiosa.
E tanto Andersson è ottuso, ignorante, facilmente offuscabile dall'alcool, tanto il pastore Kjellander è sveglia, spregiudicata, ricca di inventiva; ecco dunque che i tre - accomunati seppur per motivi completamente diversi, dall'essere tre spiantati insoddisfatti dalla vita - si alleano in quella che sarà la miccia e l'innesco di una storia che dire scoppiettante è dire poco. Perchè, infatti, non creare una società che sfrutti il vasto curriculum di Anders l'omicida mettendo le sue competenze al servizio della malavita, offrendo - con opportuno tariffario - i più svariati servizi a coloro che, nei bassifondi di Stoccolma, avessero un nemico del quale vendicarsi (o nei casi più estremi, liberarsi)?
Detto, fatto. Johanna Kjellander e Per Persson si occupano - per così dire - delle pubbliche relazioni, mentre Anders l'assassino, opportunamente e costantemente addolcito da abbondanti dosi di vino, esegue il lavoro sporco. Ma questo non è che l'inizio, perchè la storia si dipana velocemente, srotolandosi davanti ai nostri occhi come un delizioso film oscillante tra il noir e la commedia brillante, mixando ingredienti su ingredienti: dalla fuga attraverso la Svezia alla fondazione di una bizzarra congregazione religiosa, fino a tirare in ballo addirittura Babbo Natale, e poi ancora, fino allo strambo finale.
Una storia leggera ma sorprendente, guizzante e piena di brio, che parla di truffatori e di truffati, di buoni e cattivi, di bene e di male, di individui apparentemente poco raccomandabili che si rivelano invece pezzi di pane, e di individui che invece sfruttano la loro apparenza rispettabile per raggirare gli altri. Il tutto, imprescindibilmente mescolato ad una grassa dose di ironia, in perfetto stile Jonasson.
UN ASSAGGIO:
"Nonostante tutto si scolarono insieme la bottiglia e forse fu grazie a essa che i due si trovarono d'accordo nel ritenere che una certa attenzione mediatica fosse un metodo in sè rischioso, ma efficace per raggiungere gli obiettivi prefissati. Venne stabilito che l'assassino avrebbe concesso un'intervista in esclusiva a uno dei mass media svedesi più adatti allo scopo, e così sarebbe emerso il suo insolito talento.
Il responsabile della reception si mise a leggere i giornali del mattino, i tabloid, i settimanali e le riviste, prese a seguire i programmi offerti da diversi canali televisivi e ad ascoltare la radio e alla fine decise che il risultato migliore e più immediato lo avrebbero ottenuto ricorrendo alla pubblicità che si sarebbero fatti comparendo su uno dei due tabloid nazionali di spicco. La scelta finale cadde sull' "Expressen", perchè sembrava più facilmente abbordabile dell' "Aftonbladet".
Nel frattempo il pastore informò Anders l'assassino del motivo di quell'iniziativa e di cosa essa comportava, poi pazientemente si esercitò con lui nella preparazione dell'immimente intervista. Gli riempì la testa di informazioni sul messaggio che intendevano lanciare, che cosa bisognava dire e che cosa invece non bisognava dire. Dulcis in fundo, lui doveva apparire sul giornale come:
1. in vendita
2. pericoloso, e
3. pazzo"
domenica 19 aprile 2015
Daniel Pennac - La Prosivendola
DOVE: Belleville, quartiere di Parigi
QUANDO: ai giorni nostri
Prendete Benjamin Malaussene, di professione "capro espiatorio", fortunato personaggio creato dall'ingegno di un genio contemporaneo della letteratura quale Daniel Pennac.
Aggiungete la sua immancabile e poco convenzionale famiglia (una mamma in perenne fuga d'amore, Therese e la sua incrollabile fede nell'astrologia, Verdun col suo inquietante sguardo di neonata, il festoso cane Julius con le sue crisi epilettiche, e chi più ne ha più ne metta), un misterioso e brutale omicidio che coinvolge il direttore di un penitenziario modello - nonchè futuro marito di Clara, sorella prediletta di Malaussene; aggiungete ancora la tirannica Zabo, "regina" e direttrice della Casa Editrice Edizioni del Taglione e un misterioso scrittore di scialbi ma fortunati best-seller che chiede a quest'ultima di procurargli un "volto" per presenziare al suo posto le conferenze stampa in occasione del lancio della sua prossima opera. Metteteci infine un attentato che riduce - ahimè - in fin di vita il nostro protagonista, proprio in occasione di uno di tali incontri con la stampa (perchè, manco a dirlo, il "volto" prescelto altri non è che quello di Malaussene).
Questi, molto in breve, gli ingredienti che fanno de "La Prosivendola" uno scoppiettante intreccio tra il grottesco ed il noir, il tutto naturalmente abbondantemente condito coi colori sgargianti e i profumi pungenti e speziati della multietnica Belleville, sfondo immancabile delle vicende targate Malaussene.
Che altro aggiungere? Pennac è Pennac, con il suo stile ironico, surreale, rapido e diretto. Di lui avevo già recensito un'insolita vicenda ambientata in un pronto soccorso parigino; ma è con la famiglia Malaussene che Pennac a mio parere sfodera tutte le sue armi. Tra il dolce e l'amaro - ebbene sì, poichè in questo romanzo il povero Malaussene lo ritroviamo per tutto il dipanarsi della vicenda ridotto a un vegetale su un letto di ospedale, vigile e cosciente eppure nell'impossibilità di comunicare coi suoi familiari - scorrono pagina dopo pagina le storie dei suoi personaggi dai tratti inconfondibili, coloratissimi e piccanti come Belleville, mentre un confusissimo commissario Rabdomant, che già era incappato nella bizzarra tribù Malaussene ( ne Il Paradiso degli Orchi) cerca di dipanare l'intreccio. Esiste davvero un legame tra l'omicidio dell'angelico direttore di penitenziario e la sparatoria che ha coinvolto Benjiamin Malaussene, colpevole solo di indossare i panni dell'anonimo J.L.B.?
Se adorate Pennac come lo adoro io, adorerete anche questo viaggio a Belleville, carico di colpi di scena. ^_^
UN ASSAGGIO:
"Il peggio, nel peggio, è l'attesa del peggio. Il peggio, nei matrimoni, è la carovana di clacson che annuncia al mondo intero la prossima inaugurazione della sposa. Mi auguravo che si potesse scampare almeno a questo, ma pare che avremmo privato i bambini di un grande piacere. Visto che il carcere di Champrond è a sessanta chilometri da Parigi, ci siamo dovuti sciroppare sessanta chilometri di clacsonate. Un automobilista che ci avesse incrociato e guardato con un po' di attenzione avrebbe forse trovato buffo che un corteo nuziale così rumoroso scarrozzasse nelle auto infiocchettate una simile collezione di facce da funerale. Fatta eccezione per l'ultima macchina, dove hanno preso posto gli sbarbatelli (Jeremy, il Piccolo, Nourdine e Leila, paggetti e damigella d'onore), guidata da Theo, un amico fidatissimo che ho conosciuto all'epoca in cui facevo il Capro Espiatorio al Grande Magazzino in Rue du Temple. Quando gli ho chiesto se non gli scocciava venire, Theo ha risposto: "Adoro i matrimoni, non perdo mai l'occasione di vedere a cosa sono scampato. Quindi figurati, un matrimonio in galera...."
La macchina più bella è ovviamente quella della sposa, una Chambord bianca, appositamente noleggiata da Hadouch, dopo un incontro in cui ho creduto che il noleggiatore si sarebbe sparato un colpo. "No, non una BMW" diceva Hadouch "fa troppo protettore, una Mercedes nemmeno, fa zingaro, no, questa Traction no, non dobbiamo mica girare un film sulla Gestapo, niente Buick, sembrano carri funebri, è un matrimonio, cazzo, non un funerale-cioè non proprio." La cosa è andata avanti per ore, fino a quando: " E quella Chambord lì, si può noleggiare?" poi, serissimo: "Capisci, Benjamin? una Chambord bianca, quella sì, fa molto Clara."
QUANDO: ai giorni nostri
Prendete Benjamin Malaussene, di professione "capro espiatorio", fortunato personaggio creato dall'ingegno di un genio contemporaneo della letteratura quale Daniel Pennac.
Aggiungete la sua immancabile e poco convenzionale famiglia (una mamma in perenne fuga d'amore, Therese e la sua incrollabile fede nell'astrologia, Verdun col suo inquietante sguardo di neonata, il festoso cane Julius con le sue crisi epilettiche, e chi più ne ha più ne metta), un misterioso e brutale omicidio che coinvolge il direttore di un penitenziario modello - nonchè futuro marito di Clara, sorella prediletta di Malaussene; aggiungete ancora la tirannica Zabo, "regina" e direttrice della Casa Editrice Edizioni del Taglione e un misterioso scrittore di scialbi ma fortunati best-seller che chiede a quest'ultima di procurargli un "volto" per presenziare al suo posto le conferenze stampa in occasione del lancio della sua prossima opera. Metteteci infine un attentato che riduce - ahimè - in fin di vita il nostro protagonista, proprio in occasione di uno di tali incontri con la stampa (perchè, manco a dirlo, il "volto" prescelto altri non è che quello di Malaussene).
Questi, molto in breve, gli ingredienti che fanno de "La Prosivendola" uno scoppiettante intreccio tra il grottesco ed il noir, il tutto naturalmente abbondantemente condito coi colori sgargianti e i profumi pungenti e speziati della multietnica Belleville, sfondo immancabile delle vicende targate Malaussene.
Che altro aggiungere? Pennac è Pennac, con il suo stile ironico, surreale, rapido e diretto. Di lui avevo già recensito un'insolita vicenda ambientata in un pronto soccorso parigino; ma è con la famiglia Malaussene che Pennac a mio parere sfodera tutte le sue armi. Tra il dolce e l'amaro - ebbene sì, poichè in questo romanzo il povero Malaussene lo ritroviamo per tutto il dipanarsi della vicenda ridotto a un vegetale su un letto di ospedale, vigile e cosciente eppure nell'impossibilità di comunicare coi suoi familiari - scorrono pagina dopo pagina le storie dei suoi personaggi dai tratti inconfondibili, coloratissimi e piccanti come Belleville, mentre un confusissimo commissario Rabdomant, che già era incappato nella bizzarra tribù Malaussene ( ne Il Paradiso degli Orchi) cerca di dipanare l'intreccio. Esiste davvero un legame tra l'omicidio dell'angelico direttore di penitenziario e la sparatoria che ha coinvolto Benjiamin Malaussene, colpevole solo di indossare i panni dell'anonimo J.L.B.?
Se adorate Pennac come lo adoro io, adorerete anche questo viaggio a Belleville, carico di colpi di scena. ^_^
UN ASSAGGIO:
"Il peggio, nel peggio, è l'attesa del peggio. Il peggio, nei matrimoni, è la carovana di clacson che annuncia al mondo intero la prossima inaugurazione della sposa. Mi auguravo che si potesse scampare almeno a questo, ma pare che avremmo privato i bambini di un grande piacere. Visto che il carcere di Champrond è a sessanta chilometri da Parigi, ci siamo dovuti sciroppare sessanta chilometri di clacsonate. Un automobilista che ci avesse incrociato e guardato con un po' di attenzione avrebbe forse trovato buffo che un corteo nuziale così rumoroso scarrozzasse nelle auto infiocchettate una simile collezione di facce da funerale. Fatta eccezione per l'ultima macchina, dove hanno preso posto gli sbarbatelli (Jeremy, il Piccolo, Nourdine e Leila, paggetti e damigella d'onore), guidata da Theo, un amico fidatissimo che ho conosciuto all'epoca in cui facevo il Capro Espiatorio al Grande Magazzino in Rue du Temple. Quando gli ho chiesto se non gli scocciava venire, Theo ha risposto: "Adoro i matrimoni, non perdo mai l'occasione di vedere a cosa sono scampato. Quindi figurati, un matrimonio in galera...."
La macchina più bella è ovviamente quella della sposa, una Chambord bianca, appositamente noleggiata da Hadouch, dopo un incontro in cui ho creduto che il noleggiatore si sarebbe sparato un colpo. "No, non una BMW" diceva Hadouch "fa troppo protettore, una Mercedes nemmeno, fa zingaro, no, questa Traction no, non dobbiamo mica girare un film sulla Gestapo, niente Buick, sembrano carri funebri, è un matrimonio, cazzo, non un funerale-cioè non proprio." La cosa è andata avanti per ore, fino a quando: " E quella Chambord lì, si può noleggiare?" poi, serissimo: "Capisci, Benjamin? una Chambord bianca, quella sì, fa molto Clara."
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lunedì 14 novembre 2011
DANIEL PENNAC - La lunga notte del dottor Galvan
DOVE: Parigi, Clinica Universitaria Postel-Couperine
QUANDO: ai giorni nostri
Delizioso e breve racconto dello straordinario Pennac, che ci catapulta nella caotica e bizzarra notte di guardia del giovane dottor Galvan, discendente da una famiglia di medici "fin dai tempi di Moliere" e assorbito fino al limite dell'ossessione nel progetto di un biglietto da visita all'altezza della propria ambizione. E qui, al pronto soccorso della Clinica Postel-Couperine, in una nottata caotica di incidenti stradali, tentati suicidi, crisi asmatiche, ambulanze che ululando si arrestano vomitando fuori in fretta e furia una barella cigolante , fa la sua comparsa un paziente silenzioso ("Non mi sento tanto bene", questo tutto ciò che è in grado di dire), che dopo aver diligentemente atteso il proprio turno, vedendosi passare avanti tutte le classiche urgenze di una frenetica notte al pronto soccorso senza battere ciglio, crolla pesantemente sul pavimento, prima di manifestare uno dopo l'altro una sfilza di sintomi tanto complessi e discordanti da mettere in crisi non solo il giovane Galvan - distogliendolo perfino dalle sue ossessive fantasie sul proprio biglietto da visita - ma anche il chirurgo Angelin, l'urologo Saliege, lo pneumologo Verhaen e tutti i colleghi specialisti che, uno dopo l'altro, svegliatisi di soprassalto e buttati giù dalle loro brande, accorrono al capezzale del misterioso infermo, tentando di venire a capo del mistero.
Ma proprio quando tutto sembra perduto, l'abile colpo di penna di Pennac rimescola le carte, preparandoci ad un finale sorprendente.
UN ASSAGGIO:
"Era Domenica ed eravamo nel pieno della classica frenesia notturna: incidenti domestici, infezioni eruttive, suicidi abortiti, aborti mancati, sbronze comatose, infarti, attacchi epilettici, embolie polmonari, coliche nefritiche, bambini bollenti come pentole, automobilisti in polpette, spacciatori fatti a colabrodo, barboni in cerca di alloggio, donne picchiate e mariti pentiti, adolescenti fumati, adolescenti catatonici... Insomma, la tipica domenica notte al pronto soccorso, e per giunta con la luna piena. Tutta quella bella gente faceva il possibile per sottrarsi al lunedì mattina, e io come sempre iniettavo, otturavo, intubavo, cucivo, suturavo, sondavo, zaffavo, drenavo, medicavo, facevo partorire, qualche volta addirittura prevenivo e depistavo! Insomma, dispensavo. Ero un dispensario fatto persona. Sostituivo Pansard, Verdier, Samel, Desonge 'A Buon rendere, Galvan..' ' Lasciate stare, ragazzi, lo faccio volentieri.' (tutti baroni, oggi, quelli.)
mercoledì 4 maggio 2011
PATRICK MCGRATH - Grottesco
DOVE: Crook, austera dimora cinquecentesca nella campagna inglese
QUANDO: Prima metà del 1900
Inquietante, cupo, ansiogeno: questo il mondo in cui ci introduce McGrath attraverso gli occhi del misantropo Sir Hugo Coal, che una grave emorragia cerebrale ha costretto sulla sedia a rotelle, ridotto - almeno così credono i suoi familiari - al bozzolo inerte dell'uomo che era. Trasportato attraverso le silenziose stanze della sua dimora cinquecentesca, spesso lasciato con noncuranza a fissare il nulla di un muro, il vecchio e scorbutico padrone di casa mantiene in realtà una mente perfettamente lucida ed un ultimo, disperato brandello di vita negli occhi avidi. Occhi con cui continua silenziosamente a guardarsi attorno - perlomeno, fino a dove il suo campo visivo anatomicamente glielo consente - cercando di intuire l'oscura trama che sembra legare la moglie Harriet all'ambiguo maggiordono Fledge. E qual'è in tutto ciò il ruolo di sua figlia diciottenne, Cleo? Prigioniero del suo stesso corpo, completamente ignorato dagli abitanti di Crook, pienamente in balia delle sue visionarie interpretazioni, il burbero Sir Hugo si sforza di carpire indizi, per smascherare ciò che viene ordito sotto le silenziose volte di una casa della quale egli stesso pare divenuto poco più di un ingombrante pezzo d'arredamento che qualcuno più o meno pietosamente si preoccupa di spostare da una stanza all'altra.
Fortemente introspettivo eppure scorrevole, questo libro è un viaggio nel viaggio. Da un lato, una silenziosa e austera dimora sperduta nella campagna inglese, un maggiordomo, stanze dai soffitti alti e dagli arredi sontuosi, e paesaggi che si stendono a perdita d'occhio attraverso le ampie vetrate. I silenzi dei corridoi deserti, le giornate scandite da rigide abitudini al confine con il rito.
Dall'altra, un viaggio claustrofobico e delirante nella mente di un uomo perfettamente lucido ma incapace di comuinicare con il mondo esterno, in balia del flusso incontrollato dei suoi pensieri, a tratti ossessivo, mentre tra luminosi flashback e cupe interpretazioni dei brandelli di presente che Sir Hugo riesce a carpire dalla sua silenziosa e costante osservazione, cerca di ricostruire la realtà di quanto gli accade intorno.
Una perla, per gli amanti delle atmosfere inquiete e del thriller psicologico.
UN ASSAGGIO:
"Quella sera, come ho detto, eravamo in sette a tavola e la tavolata era piuttosto curiosa. Essendo spenta la caldaia, in casa faceva davvero molto freddo e di conseguenza aveva deciso che insieme all'abito da sera sarebbe stato lecito indossare una maglia. La scena, quindi, presentava un Henry Horn ridicolmente infagottato con un pesante maglione grigio da pescatore sotto lo smoking che, di concerto con la barba, lo faceva sembrare più che mai un lupo di mare. Hilary, Harriet e Cleo avevano tutte un'aria assai goffa, tutte con indosso il cardigan più pesante che erano riuscite a trovare e un fazzoletto in testa, legato sotto il mento. Victor, intrepido, portava soltanto la divisa della scuola e la signora Giblet, evidentemente acclimatatasi, ritenendo senza dubbio inopportuno, a prescindere dalle condizioni climatiche, cenare in una villa di campagna con la pelliccia, se l'era fatta scivolare giù dalle spalle, mettendo a nudo tutto lo splendore e la maestà del suo abito da sera.
Era questo un indumento di raso nero che senzameno, congetturai, aveva risieduto per quarant'anni buoni in qualche armadio di mogano di quella casa tetra nei dintorni del british Museum: un abito lucido, sbracciato, lungo fino a terra, che ricadeva in tante pieghe rigide e che, notai, frusciava ad ogni suo movimento. Non appena la signora Giblet mi si sedette accanto, avvertii subito un netto olezzo di naftalina; ma non era quello l'unico odore che emanava. Al contrario, sopra quella specie di basso continuo si levava una vera e propria sinfonia di aromi, dei quali, per così dire, sostenerva la melodia un profumino pungente acquistato, come mi informò lei stessa (avendoglielo io chiesto) nell'anno 1934 a Strasburgo."
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mercoledì 2 febbraio 2011
MURAKAMI HARUKI - Dance Dance Dance
DOVE: Dolphin Hotel, Sapporo
QUANDO: Anni 80
Difficile definire "dove" si svolge questo romanzo.. perchè sì, tutto prende l'avvio da questo piccolo e misterioso hotel di Sapporo, nel quale il protagonista ha trascorso una sola - perlopiù insignificante - settimana della sua vita e che, inspiegabilmente, compare tutt' a un tratto nei suoi sogni. Ma quello è solo l'inizio.
Ben presto, infatti, la storia comincia ad oscillare tra la realtà ed un inquietante universo parallelo che all'improvviso stende la sua oscurità fin al Sedicesimo Piano dell'albergo, un mondo buio nel quale dimora in silenzio l'inquietante Uomo Pecora e che sembra essere in qualche modo legato alla sparizione della bella Kiki, squillo di lusso alla ricerca della quale il protagonista - giornalista freelance senza particolari ambizioni- si lancia convulsamente.
E poi la misteriosa tredicenne Yuki, figlia "dimenticata" da una mamma troppo presa dalla propria carriera e dal proprio compagno, sola con la compagnia delle sue cuffiette, della musica rock e di una speciale capacità di "percepire" gli altri. E Gotanda, ex compagno di studi divenuto star del cinema e incontrato per caso, a distanza di anni, col quale il protagonista condivide una solitudine i cui silenzi incominciano a pesare. E ancora, la piccola e timida Yumihoshi, receptionist del nuovo Dolphin hotel, quello che ha fagocitato il vecchio e decadente alberghetto nella sua scintillante e lussuosa gola.
Un gran ribollire di personaggi e idee, un intreccio lungo il quale l'autore ci guida con semplicità, al ritmo degli Stynx e dei Fleetwood Mac, fino al prevedibile - eppur sorprendente- finale.
Un viaggio meraviglioso, che ho voluto ripetere per ben due volte; ed ogni volta l'atmosfera decadente e misteriosa del Dolphin hotel ha saputo compiere il suo incanto.
UN ASSAGGIO:
"Era un albergo piccolo e modesto, del quale sembravamo essere gli unici clienti. Durante quella settimana, nella hall mi capitò di incontrare al massimo due o tre persone, e non ebbi modo di capire se anche loro pernottassero lì. Ma siccome sul quadro alla reception a volte mancavano alcune chiavi, ne dedussi che forse c'erano altri clienti oltre noi. Magari non molti, ma c'erano. D'altra parte era abbastanza improbabile che in una grande città un albergo indicato da un'insegna e segnalato sulle pagine Gialle resti vuoto. Ma ammesso che ci fossero altri clienti, doveva trattarsi di persone straordinariamente discrete. Non solo non avemmo mai occasione di vederle, ma nemmeno sentimmo mai il minimo rumore o scorgemmo alcun segno della loro presenza. A parte la posizione delle chiavi alla reception, che ogni giorno cambiava leggermente."
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mercoledì 22 dicembre 2010
Nikolai Gogol - I racconti di Pietroburgo
DOVE: San Pietroburgo, Russia
QUANDO: metà del diciannovesimo secolo.
Sono di parte; adoro gli scrittori russi. Adoro immergermi nelle loro atmosfere fatte di neve che scricchiola sotto i piedi, thè bollenti custoditi nelle pance dei loro samovar, nuvolette di fiato gelido che sbuffano di sotto i baveri rialzati. C'è qualcosa che mi attrae, nel loro stile, e che mi ha spinto ad archiviare San Pietroburgo tra le città da visitare, un giorno.
Nell'attesa, mi accontento di brevi immersioni in una Russia che non c'è più e che proprio per questo mi affascina profondamente.
Se dovessi consigliare ad un lettore "occasionale" un nome per accostarsi alla letteratura russa non esiterei a rispondere "Nikolaj Gogol". E, subito dopo, gli porgerei questo libro, nel quale in cinque racconti si conciliano le atmosfere nevose della Russia di metà ottocento con un surrealismo dal sapore assolutamente moderno. Quello di Gogol, tanto per capirci, è un mondo in cui l'assessore di collegio Kovalev, una mattina, si sveglia scoprendo con sgomento che il suo naso è svanito nel nulla. Lo stesso naso che il barbiere ubriacone Ivan Jakovlevic ritrova, non sensa disgusto, nella pagnotta con cui si accinge a fare colazione. Lo stesso naso che misteriosamente se ne va poi a zonzo per San Pietroburgo, inseguito dal suo legittimo proprietario.
Ma è anche il mondo in cui il piccolo impiegatuccio Akaki Akakievic si vede rubare il cappotto, faticosamente acquistato dopo anni di risparmi da formichina, ed aggirandosi per le vie gelide della città tenta disperatamente di venire a capo della sua piccola tragedia, nell'indifferenza di una città nella morsa dell'inverno russo.
O il mondo in cui due giovanotti a passeggio sulla Prospettiva Nevskij, si mettono impulsivamente a pedinare due belle - una bionda, l'altra brunetta - lasciandosi andare al corso dei loro sogni, e finendo per cacciarsi in un bizzarro intrigo.
Il mondo in cui il giovane artista Cartkov, curiosando in una polverosa botteguccia d'arte, entra in possesso del ritratto di un vecchio, che pare essere avvolto da un'oscura maledizione.
Ed è infine il mondo in cui si aggira, perso nelle bizzarre volute del suo pensiero acciaccato dalla schizofrenia, un impiegato le cui giornate Gogol ci descrive attraverso un delirante diario.
Insomma, un mondo pieno di figure ed emozioni contrastante, cui fa da sfondo lo sferragliare delle slitte sull'affollata Prospettiva Nevskij, in un turbinare di folla del tutto indifferente alle disavventure piccole e grandi dei singoli personaggi dei quali Gogol tiene le fila.
Una città attualissima nel suo disinteresse nei confronti degli individui, colpiti più o meno bizzarramente dai capricci della sorte.
UN ASSAGGIO:
"Quel giovanotto apparteneva ad una classe che da noi rappresenta un fenomeno piuttosto strano, e che fa parte della popolazione di Pietroburgo quanto un viso apparsoci in sogno fa parte del mondo reale. Questo ceto singolare è assai insolito in questa città in cui tutti sono funzionari o mercanti o artigiani tedeschi. Era un artista. Non è vero che è un fenomeno strano? Un artista pietroburghese! Un artista nella terra delle nevi, un artista nel paese dei finnici, dove tutto è umido, piatto, uniforme, pallido, grigio, nebbioso. Questi artisti non assomigliano affatto agli artisti italiani, orgogliosi, ardenti come l'Italia ed il suo cielo; al contrario, sono perlopiù gente buona, mite, timida e spensierata, che ama pacatamente la sua arte, prende il thè con due amici nella sua stanzetta, ragiona modestamente dell'oggetto amato e disdegna del tutto il superfluo. Continuerà a portarsi in casa qualche vecchia mendicante e la farà posare per sei ore buone per trasferire sulla tela la sua faccia misera e inespressiva."
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