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mercoledì 20 marzo 2019

ANTONIO TABUCCHI -L'Angelo Nero


DOVE: Tra Italia e Portogallo, principalmente

QUANDO: in diversi tempi, tra gli anni'40 e gli anni '70

Ecco l'ennesima piccola raccolta di racconti in cui mi imbatto, e che finiscono per farmi dire "Sì, a me il racconto come genere è poco congeniale, ma..." .Spulciando anche qui, tra i post inseriti del blog nel corso degli anni, in più occasioni ho iniziato una recensione con questa premessa; diciamo che, tendenzialmente, il racconto breve riesce poco ad entusiasmarmi a meno che la storia non abbia una decisa tinta - o perlomeno, un certo retrogusto - surreale, inquieto, anomalo.
Nel caso di Tabucchi, diciamo pure che le sei piccole storie qui narrate - con quel suo stile magistralmente concreto, capace di evocare immagini e sensazioni con la potenza di una fotografia - più che anomale e inquiete sono decisamente amare, ombrose, angoscianti. Racconti che si sposano perfettamente con questo grigio assaggio di primavera, coi cieli color cemento e l'umidità che pare infiltrartisi fin dentro le ossa.
Storie che prendono l'avvio da una luminosa passeggiata domenicale, o da una cena tra amici, parlando di vino e poesia, in un appartamento portoghese, o in in una mattinata piovosa, nella sicura e ordinata casa di una ricca famiglia toscana, e che ben presto sfumano in un tono grigiastro, dietro le righe della storia se ne intravedono altre, si accennano, quasi bisbigliando, strani eventi, l'aria si fa rarefatta, ci stringe la gola in un nodo mentre ci rendiamo conto che qualcosa non quadra.
Di queste storie, dico subito, ho faticato ad accettare la conclusione, non sempre immediata, anzi; sembrano quasi restare sospese, senza che mai esplicitamente l'autore ci dicesse apertamente come sono andate le cose, ma lasciando a noi, alla nostra sensibilità, il compito di dipanare la questione, aggiungendo ad uno ad uno i tasselli del puzzle.
Racconti diversi, protagonisti diversi, luoghi e tempi diversi ( nel Portogallo del 1969, ad esempio, o nell'Italia del primo dopoguerra), legati indissolubilmente però da un unico, solido filo conduttore; quell'inquietudine, quel malessere, quel lato oscuro che sembra affiancare come una maledizione la storia dell'uomo, costringendolo, secolo dopo secolo, ad assecondare i suoi impulsi violenti. Lato Oscuro che, come avviene spesso nella vita reale, non è nulla di sovrannaturale, nulla di spirituale, nulla di demoniaco ma piuttosto una delle sfaccettature del nostro essere umani.
In questi racconti, Tabucchi delinea l'impronta di questo angelo nero, che accompagna la storia dell'uomo, con brevi pennellate ombrose, dietro le quali si intravedono nitidi i contorni di alcuni degli aspetti più crudi della nostra storia. Notti inquiete. Sotterranei dalle pareti imbrattate di sangue. Auto scure, guizzanti lungo le strade umide, portando nel ventre tre giovani impauriti. Volti aspri, sorrisi taglienti. Pistole che luccicano attraverso un finestrino.
Storie che lasciano addosso un'ansia appiccicosa, gocciolante, vischiosa come pece. Un vago senso di soffocante inquietudine, per certi versi simile a quello che mi ha lasciato addosso Cecità di Saramago (anche se lì il senso di soffocamento era più netto).
Una splendida riflessione su come il male sia insito in noi, nella nostra storia, nel nostro animo. Di come certe storie restino sospese sull'abisso, di come non sempre ci sia un lieto fine, di come sarebbe bello poter imputare ciò che va male a delle entità demoniache, mentre siamo solo e soltanto noi i responsabili delle nostre più sordide pulsioni, del Male, del dolore.

PS: su Le Cartoline di Mete d'Inchiostro propongo invece una breve riflessione su un personaggio letterario (femminile) da me molto amato.. per chi volesse, questo il link al post.
UN ASSAGGIO:

"Potrebbe essere un'idea sedersi a un caffè di piazza Dante, c'è una pasticceria con una spianata di tavolini all'aperto, davanti a un botteguccia che si chiama 'La Rapida' e dove si riparano borse e scarpe, a quest'ora ci sono sempre clienti che prendono il gelato e il caffè, oggi con questa bella giornata saranno venuti fuori anche i vecchietti sempre col cappello, sputano spesso, giocano a carte, ogni tanto borbottano frasi quasi incomprensibili e parlano con gli altri come se parlassero fra sè e sè, è il loro modo di comunicare chissà cosa a chissà chi, loro sono l'ideale per continuare una frase come quella che ha appena raccolto, vediamo cosa puoi mettere assieme."


sabato 30 giugno 2018

ANTONIO TABUCCHI - Sostiene Pereira

DOVE: Lisbona, Portogallo
QUANDO: estate del 1938

Eccomi qui, dopo una pausa di alcune settimane; ahimè, giugno è stato frenetico, la scuola è terminata, la gravidanza progredisce (meno di una settimana allo scadere del tempo) lasciandomi sempre più appesantita e stanca ed emozionata, e per un insieme di cose non ho più trovato il tempo di aprire il computer e dedicarmi al mio angolo letterario.
Inoltre, essendo uscita molto di meno e trovandomi al contempo a dover fronteggiare tutta una serie di spese, per il momento ho accantonato le spese "libresche" riversandomi sulla mia meravigliosa, piccola libreria personale e recuperando vecchie letture.
Il mio primo ripescaggio, dunque, è stato questo: un libro che mi aveva tanto emozionato allora e non ha mancato di farlo neanche oggi, a distanza di tanti anni.
Un piccolo capolavoro di storia che prende spunto - ci dice l'autore in una breve postfazione - dalla storia vera di un giornalista trovatosi, suo malgrado, a camminare su quel sottile confine che c'è tra l'accettazione rassegnata del fatto che la Storia è più grande di noi, e stritola nei suoi ingranaggi coloro che tentano di opporvisi, e il disperato tentativo di fare comunque qualcosa, qualunque cosa. Una storia che parla del coraggio inaspettato che infiamma talvolta proprio quelli che sembravano meno eroici, meno inclini ai colpi di testa, più docili, ecco.
Come, appunto, il dottor Pereira, placido vedovo di mezza età e direttore della pagina culturale del Lisboa, cardiopatico, abitudinario, che in una Lisbona rovente sotto il sole d'agosto srotola quotidianamente i piccoli rituali della sua vita senza pretese. La colazione al Cafè Orquidea, e le poche chiacchiere col cameriere Manuel. Le silenziose conversazioni quotidiane col ritratto della moglie defunta, alla quale continua a rivolgersi con un amore che sfiora la devozione. Il viaggio andata e ritorno da casa alla sua solitaria redazione. Le letture.
Una vita, insomma, assolutamente tranquilla, imperturbabile. Eppure siamo nell'agosto del 1938, e sotto il rovente sole di Lisbona c'è qualcosa che sembra ribollire. I giornali ufficiali non ne parlano, ma si vocifera che cose strane stiano accadendo, che le forze dell'ordine si siano fatte improvvisamente violente, che la censura inizi a pressare in modo soffocante i mezzi d'informazione, che sulla scia di quanto sta accadendo nella vicina Spagna ed in Italia, anche nel tranquillo Portogallo la democrazia inizi a vacillare.
Ma di tutto questo, al dottor Pereira, importa poco. Lui, attento a non uscire dal rassicurante tracciato della sua vita, a parte le poche informazioni scambiate con Manuel mentre sorseggia la sua limonata ghiacciata, evita accuratamente di occuparsi di politica. D'altronde, si dice, il mio compito è dirigere la pagina culturale settimanale di un giornale indipendente, cosa ha a che fare con me ciò che sta accadendo nel mondo? E, preoccupandosi piuttosto di arginare il sudore che impregna la sua camicia, si occupa maniacalmente di gestire la sua piccola redazione, della quale peraltro egli è l'unico e solo componente, pianificando di affiancare alla rubrica dedicata alle Ricorrenze un'attività di preparazione e stesura di necrologi dedicati ai grandi autori contemporanei, da tenere pronti in archivio per esser certi di uscire in tempo, al momento del bisogno.
Ed è qui, ahimè, che il diavolo rimescola le carte costringendo il placido Pereira a guardare negli occhi la storia. Perchè a chi decide di affidare la rubrica, il piccolo, umile direttore? Al giovane e pallido Francesco Monteiro Rossi, filosofo autore di un brillante saggio sulla morte che Pereira legge per puro caso e che decide di contattare affinchè lo affianchi come apprendista.
Peccato che, ben presto, Monteiro Rossi si riveli tutt'altro che l'affidabile giornalista che Pereira sognava per la sua redazione. Perchè il giovanotto - che chiede una paga anticipata, trovandosi in difficoltà - scrive articoli inutilizzabili, sparisce più volte nel nulla per settimane, riappare con la splendida fidanzata Marta chiedendo di nuovo soldi, sempre più pallido, sempre più agitato.
Ed è a questo punto che il calmo, metodico, quieto Pereira comincia a dubitare, riflettere su ciò che sta accadendo, trovandosi ben presto ad un bivio.
Un racconto straordinariamente vivo, tanto che sembra di essere lì, sotto un cielo sgombro di nubi, ad arrancare  in tram assieme a Pereira per le strade ardenti di Lisbona, zuppi di sudore, col conforto di una limonata non zuccherata e di quiete conversazioni con un ritratto muto, in una vita solitaria, pacata, volutamente discosta da tutto ciò che richieda impegno politico, scelte impegnative, colpi di testa.
Una storia stupenda di come la Storia, quella con la S maiuscola che poi finisce stampata sui libri di scuola, si insinui con la forza dirompente di un liquido negli spiragli che trova aperti, travolgendo le vite dei singoli, costringendoli a guardarla negli occhi e a guardare negli occhi loro stessi, decidendo il loro destino.
Uno dei viaggi più straordinari che la letteratura mi ha regalato in questi anni da lettrice vorace. La penna di Tabucchi sa trasferirci nella Lisbona degli anni '30 con la potenza di una rappresentazione olografica.
Accanto a tanti libri che - giustamente - vengono raccomandati agli studenti per la comprensione degli anni forse più bui della nostra storia moderna, ritengo sarebbe opportuno dare spazio anche a questo, che più di tutti si pone l'immenso, dilaniante quesito: e noi, cosa avremmo fatto?

UN ASSAGGIO:

"Disse così, sostiene, perchè non voleva invitare una persona sconosciuta in quella squallida stanzetta di Rua Rodrigo da Fonseca, dove ronzava un ventilatore asmatico e dove c'era sempre puzzo di fritto a causa della portiera, una megera che guardava tutti con aria sospettosa e non faceva altro che friggere. E poi non voleva che lo sconosciuto si accorgesse che la redazione culturale del Lisboa era solo lui, Pereira, un uomo che sudava dal caldo e dal disagio in quel bugigattolo, e insomma, sostiene Pereira, gli chiese se potevano incontrarsi in città,e  lui, Monteiro Rossi, gli disse: Stasera, in Praca da Alegria, c'è un ballo popolare con canzoni e schitarrate, io sono stato invitato a cantare una romanza napoletana, sa io sono mezzo italiano ma il napoletano non lo conosco, comunque il proprietario del locale mi ha riservato un tavolino all'aperto, sul mio tavolino c'è un cartellino con scritto 'Monteiro Rossi', che ne dice se ci vediamo là? E Pereira disse di sì, sostiene, riattaccò la cornetta, si asciugò il sudore, e poi gli venne una magnifica idea, di fare una breve rubrica intitolata 'Ricorrenze', e pensò di pubblicarla subito per il prossimo sabato, e così, quasi macchinalmente, forse perchè pensava all'Italia, scrisse il titolo: Due Anni fa Scompariva Luigi Pirandello."

domenica 6 maggio 2018

JOSE SARAMAGO - Cecità


DOVE e QUANDO: in un luogo e un tempo non meglio specificati, da qualche parte negli anni'90.

Ecco uno di quei libri che ti colpiscono con la potenza di un pugno allo stomaco. Disturbante, anche se a questo termine non voglio dare un'accezione completamente negativa, anzi. Ma come altro potrei definire un libro che, con semplicità e scorrevolezza ci pone davanti agli occhi tutta la cruda brutalità ed abiezione di cui noi esseri umani siamo capaci?
Un libro certo scorrevole ma che non consiglio a chi sia in cerca di letture leggere, spensierate, da ombrellone. Eppure un libro da leggere perchè spinge all'introspezione ed ad una attenta riflessione sulla natura umana.
Siamo da qualche parte, in una banalissima città come tante, più o meno intorno agli anni '90, quando improvvisamente qualcosa accade a stravolgere la quotidianità dei suoi abitanti. Una bizzarra epidemia di cecità, che pare colpire rapidamente e inaspettatamente i suoi cittadini, i quali di punto in bianco si ritrovano avvolti in una sorta di buio lattescente.Panico, naturalmente. Disperazione. Vite che di punto in bianco si ritrovano completamente stravolte, medici disorientati che frugano i loro voluminosi libri in cerca di risposte, un Governo che - in un primo momento - pare essere in grado di gestire con calma e lucidità la situazione. Gli ammalati vengano immediatamente isolati dalla popolazione sana, mentre la scienza si occupa di cercare una soluzione al "mal bianco".
Individuato il luogo idoneo - un vecchio ospedale psichiatrico dismesso - il solerte Governo provvede subito a deportarvi gli ammalati, in completo isolamento dal mondo esterno, promettendo tre consegne di cibo al giorno e facendo sentire la propria attenta e quotidiana presenza attaverso un asettico messaggio audio attraverso il quale, giorno dopo giorno, ribadisce l'estrema attenzione verso le loro esigenze, richiama essi stessi al proprio amore civico, stila l'elenco delle regole da rispettare durante la degenza.
Qui, dunque, ci ritroviamo anche noi. Rinchiusi tra le fredde pareti di un ex manicomio assieme ad un piccolo manipolo di disperati, strappati bruscamente alle loro famiglie ed alle loro vite, spaventati, privati della vista, con un piccolo bagaglio di effetti personali e null'altro a dar loro conforto, sorvegliati dall'esterno da uno schieramento di soldati con l'ordine di sparare a vista (loro che, almeno per ora, ne sono provvisti) a chiunque dovesse cercare la fuga. In nome, manco a dirlo, del bene comune, che spinge l'amorevole Governo a isolare i malati onde circoscrivere il più possibile lo strano contagio. In un primo momento, tutto scorre più o meno liscio. Il piccolo manipolo di ricoverati, con disciplina e amor proprio, tenta di gestire al meglio la circostanza, abituandosi a muoversi in quel liquido lattescente che imprigiona i loro occhi, convivendo civilmente, dandosi appoggio reciproco. Lentamente però, la situazione sfugge di mano, i contagi aumentano, il numero di cittadini stipati nel manicomio cresce vertiginosamente, il premuroso ed attento Governo si fa sempre più distante e meno presente, le condizioni igieniche peggiorano, il cibo scarseggia.
E, manco a dirlo, all'interno della struttura la situazione degenera.
Inizia dunque un viaggio claustrofobico, angoscioso, disturbante, durante il quale Saramago rinchiudendoci all'interno del vecchio manicomio fatiscente, via via impregnato degli odori corporali degli internati, della putrefazione di coloro che soccombono, del viscidume appiccicoso dei bagni dismessi che ben presto si rivelano insufficienti a gestire una popolazione di duecento individui, ci costringe a gettare uno sguardo sull'essenza dell'animo umano.
Perchè, in breve tempo, dalla convivenza civile, dalla solidarietà, dal sostegno reciproco si passa all'abbrutimento, alla violenza, al sudiciume, alla brutalità del forte contro il debole, all'inganno ed alla rapina. Prigionieri in quel delirante manicomio, sempre più soffocati dagli odori putrescenti, ci ritroviamo in preda ad una angoscia che stringe la gola, tormentati dai morsi della fame, in balia del capriccio dei violenti, abbandonati ben presto dal mondo civile, con un unico, piccolo barlume di umanità che - debole fiammella - tenta di resistere all'oscura brutalità della massa.
Un libro che disturba ma che lascia il segno. "Homo Homini Lupus", diceva Hobbes a cavallo del 1600; "ogni uomo è un lupo per gli altri uomini". E qui, nell'asfissiante piccolo microcosmo in cui Saramago ci costringe, la veridicità di questa intuizione emerge in tutta la sua violenza. Anche nel mondo pulito e civilizzato, se le circostanze cambiano l'uomo tira fuori la sua vera essenza. Fatta di violenza, abiezione, istinti immondi. La storia ahimè più e più volte ci ha messo in guardia su cosa l'uomo è in grado di fare, quando scende in basso; e qui, in poco meno di trecento pagine, troviamo condensato tutto questo e molto di più.
Perchè nonostante il sapore amaro, nonostante il terrore che sembra serrarci la gola, nonostante il pessimismo che ti si appiccica addosso pagina dopo pagina - perchè in cosa mai potrebbero sperare un gruppo di ciechi isolati dal mondo civile ed in balia della bestiale ferocia di altri ciechi?- nonostante tutto questo, permane quella piccola fiammella di umanità che tutto ciò non riesce a spegnere, malgrado tutto, nell'animo di un piccolo gruppetto di persone.
Basterà questa piccola scintilla a non farli soccombere?

Un libro da leggere, metabolizzare lentamente ed accettare così com'è, nella sua brutalità. Perchè in fondo anche di questo è fatto l'animo umano.

UN ASSAGGIO:

"All'inizio, quando i ciechi qui dentro si contavano ancora sulle dita, quando bastava lo scambio di due o tre parole perchè gli sconosciuti si trasformassero in compagni di sventura, e con tre o quattro in più si perdonavano reciprocamente tutte le mancanze, talune anche gravi, e se il perdono non poteva esser completo, bastava solo aver la pazienza di aspettare qualche giorno, si è visto benissimo quante ridicole angosce abbiano dovuto sopportare gli sventurati ogniqualvolta il corpo pretendeva una di quelle urgenti liberazioni che siamo soliti designare come soddisfazione di necessità. Malgrado ciò, e pur sapendo come siano rarissime le educazioni perfette e come persino i più discreti recessi abbiano i loro punti deboli, c'è da riconoscere che i primi ciechi messi in quarantena sono stati capaci, più o meno consapevolmente, di portare con dignità la croce della natura prevalentemente escatologica dell'essere umano. Ma adesso, con le brande tutte occupate, e sono duecentoquaranta, senza contare i ciechi che dormono per terra, non c'è immaginazione, per quanto fertile e creativa in paragoni, immagini e metafore, che possa descrivere con proprietà la distesa di schifezza che c'è qua dentro. Non è solo lo stato in cui si sono rapidamente ridotti i cessi, antri fetidi, come probabilmente saranno all'inferno le fogne delle anime dannate, ma è anche la mancanza di rispetto di alcuni o l'improvvisa urgenza di altri che, in pochissimo tempo, ha trasformato i corridoi e gli altri posti di passaggio in gabinetti che inizialmente erano occasionali e ormai sono diventati abituali."

venerdì 13 aprile 2018

ORHAN PAMUK - Il mio nome è Rosso



DOVE: Istanbul, Turchia
QUANDO: Fine del '500

Un libro strano, particolare, che per certi versi - la lentezza con cui scorre la storia, le lunghe digressioni "tecniche" e storiche, i dialoghi talvolta lenti da seguire - ha richiamato alla mia mente Il Nome della Rosa di Eco.
In entrambi i casi, un delitto efferato (più di uno, a dire il vero, nell'abbazia benedettina) maturato in una cerchia ristretta di individui. In entrambi i casi, l'ambientazione è strettamente legata alla conservazione della cultura: da un  lato gli amanuensi benedettini, dall'altro i miniaturisti al servizio del sultano. In entrambi i casi, un'indagine scandita dai ritmi lenti di un'epoca lontana dalla nostra.
Più o meno tre secoli di distanza tra le due storie, oltre a parecchi chilometri, ma una sorta di atmosfera che li accomuna: cupa, lenta, claustrofobica e asfittica.
Storie di tempi e luoghi lontani, di invidie represse, di sangue, di lunghi dibattiti tecnici che possono- per quanto a noi possa sembrare assurdo - sfociare in violenza.
Nel caso di Eco - non sveliamo troppi dettagli, si tratta pur sempre di un giallo, per quanto di fama amplissima - il dibattito sulla commedia e il riso, che ruota attorno alla Poetica di Aristotele. Nel caso dei miniaturisti di Pamuk, la diatriba su quale sia lo stile migliore da adottare, se quello tradizionale tramandato nei secoli - che prevede la visione del mondo dall'alto, come lo vedrebbe Allah - o quello nuovo importato dagli "infedeli" veneziani, che sposta l'occhio del disegnatore a terra, e adotta l'espediente della prospettiva.
In entrambi i romanzi, lunghe pause di digressioni tecnico-filosofiche che rallentano la storia e talvolta stentano a farne seguire il filo, perlomeno ad un lettore poco "presente".
Per il resto, due storie assolutamente differenti sul piano umano dei protagonisti.
Di Eco, del giovane Adso da Melk e dell'ex inquisitore Guglielmo da Baskerville ho già parlato in una precedente recensione; in questo caso, invece, la storia è quella di Nero, giovane miniaturista innamorato perdutamente fin da ragazzo della bella Sekure, che rientra ad Istanbul dopo dodici anni di assenza trovandola sposata e madre di due amatissimi bambini.
Il marito di lei, però, è disperso in guerra, il che riaccende la speranza di Nero di poterla riconquistare; se non fosse che la stessa speranza infiamma Hasan, fratello del marito scomparso, anch'egli innamorato di Sekure e fortemente intenzionato a farne sua moglie.
In mezzo lei, la bellissima ed indecisa Sekure, che ahimè con la complicità di una vecchia venditrice di corredi - e organizzatrice di incontri più o meno clandestini, e di matrimoni - tiene accese entrambe le fiamme intrattenendo con entrambi una corrispondenza seppure sporadica.
Tutto intorno, una caotica Istanbul, con i suoi viottoli fangosi, i mendicanti coperti di cenci, il profumo delle spezie, i piccoli giardini ombrosi delle case, il succo di amarena a dar refrigerio nelle ore più calde.
Quando poi, la calma confusione di Istanbul viene scossa dall'omicidio di un giovane miniaturista del sultano, l'onda d'urto non può che abbattersi anche sulle loro vite, poichè il padre di Sekure - nonchè zio di Nero- è anch'egli un noto miniaturista ed era per lui che la vittima stava lavorando ad un libro commissionato dal Sultano.
E sarà proprio lui, l'anziano zio Effendi, a chiedere a Nero di fare luce sul delitto in via ufficiosa, indagando ed interrogando gli altri miniaturisti, per dipanare la questione. Manco a dirlo, in nome dell'amore per Sekure, Nero accetta ed entra in punta di piedi in quest'avventura, muovendosi con prudenza tra i miniaturisti e le loro sanguinose invidie covate per anni, cercando di non attirare troppo l'attenzione e cercando di dipanare una matassa più intricata del previsto.
Cosa si nasconde dietro la ferocia dell'assassino, che torna a colpire prima che Nero abbia potuto far luce sull'accaduto?
Un libro non certo semplice - se volete accostarvi a Pamuk, vi consiglio piuttosto questo, già recensito tempo fa - ma che, esattamente come accaduto con il Nome della Rosa, sebbene il ritmo fosse lento e lo stile talvolta contorto, e sebbene le lunghe digressioni tecniche mi facessero perdere un po' il filo, mi ha comunque tenuta incatenata fino all'ultimo con l'atmosfera assolutamente inconsueta.
Un mondo lontano, nuovo, maestosamente malinconico, una città già immensa, fatta di contrasti tra il lusso straordinario del palazzo del Sultano e le strette stradine in cui alloggia il popolo, che di quell'invisibile Sultano vive in devota adorazione. Una terra ed una cultura sconfinata che comincia a scricchiolare sotto l'urto dell'innovazione portata da Occidente, da quei veneziani infedeli che anzichè restarsene a casa propria hanno il viziaccio di viaggiare verso Oriente, portando con sè pericolose deformazioni artistiche, accendendo contrasti che infiammano il dibattito artistico.
Un popolo vivo e vibrante, che si affolla nei mercati intrisi di odori e si disperde tra le viuzze umide, dove le donne scivolano via silenziose avvolte nei loro mantelli, e gli uccelli invisibili cantano fra i rami.
Un viaggio strano, distorto, in una storia dal sapore di sangue, amara, cupa eppure affascinante.
Lontana, questo è certo, dalle rotte conosciute.

UN ASSAGGIO:

"Non mi lamento del fatto che i denti mi siano caduti come ceci nella bocca piena di sangue, nè che il mio volto sia talmente fracassato da essere irriconoscibile, nè di essere rimasto schiacciato in fondo a un pozzo, mi lamento perchè mi credono ancora vivo. Sapere che chi mi vuole bene pensa continuamente a me immaginando che stia perdendo tempo in stupidaggini in qualche angolo di Istanbul, oppure che sia andato dietro a una donna, aumenta il dolore della mia anima inquieta. Basta! Trovate il mio cadavere, seppellitemi e fatemi un funerale con tutte le necessarie preghiere rituali! Ma soprattutto che venga scoperto il mio assassino! Sappiate che finchè non si scopre quel vigliacco, anche se sepolto nella più bella delle tombe, io attenderò girandomi inquieto per la tomba e insinuerò in tutti voi la miscredenza. Trovate quel figlio di puttana del mio assassino e io vi racconterò tutto quello che vedrò nell'aldilà!"

sabato 2 settembre 2017

PAOLO MAURENSIG - La variante di Luneburg

DOVE: Austria
QUANDO: Tra gli anni '30 e gli anni '90

Come in Canone Inverso, di nuovo Maurensig ci conduce a Vienna, stavolta nella vita di un ricco imprenditore e grande appassionato di scacchi, il quale però, al culmine della propria vita apparentemente senza spine e senza macchia, viene ritrovato morto in circostanze misteriose.
Anzi, più che misteriose, visto che il cadavere viene rinvenuto al centro del labrinto della sua maestosa casa di campagna e che, come unico possibile indizio collegato alla sua morte non c'è che una strana, sudicia e sdrucita scacchiera di stoffa sulla quale dei bottoni altrettanto sudici e malridotti, sono disposti come a voler richiamare una partita interrotta.
Archiviata la morte come suicidio, e tanti saluti. La vita di tutti ricomincia a scorrere come prima, con o senza il ricchissimo e abitudinario Frisch.
Eppure le cose sono ben lontane dall'essere semplici come appaiono in apparenza. Cosa potrebbe spingere, infatti, un ricco e soddisfatto uomo di successo al suicidio? E che legame esiste tra la sua morte e gli scacchi?
Di nuovo, come in Canone Inverso, le storie si aprono una dentro l'altra, come matrioske, consentendoci di ricostruire mano a mano la vita scintillante di Frisch, che però a ben guardare tanto scintillante non è e nasconde - inevitabilmente, verrebbe da dire col senno di poi - qualche scheletro nell'armadio.
Tutto inizia con un viaggio in treno, quello che ogni fine settimana conduce Frisch dal suo ufficio di Monaco fino alla  sua tenuta settecentesca poco distante da Vienna, circondata da un vasto parco attorniato a sua volta da una riserva di caccia di parecchi ettari. Insomma, un piccolo paradiso di quiete in cui l'uomo d'affari ama ritemprarsi nei fine settimana, verrebbe da dire. Come ogni venerdì, lungo il tragitto lo accompagna il signor Baum, direttore della sua filiale di Monaco oltre che grande appassionato di scacchi con il quale, ogni venerdì sul rapido per Vienna delle diciannove e venti, il nostro solido ed abitudinario signor Frisch amava intrattenersi con una lunga e stimolante partita. Ma in quel particolare fine settimana - quello precedente al misterioso suicidio dell'imprenditore - la loro partita viene interrotta da un giovane bizzarro, anch'egli evidentemente esperto di scacchi, il quale poi, rimasto solo con Frisch, comincia a raccontargli la propria lunga, noiosa e strana storia. Che però, ad un certo punto, s'intreccia con la storia di un uomo altrettanto bizzarro ed altrettanto brillante negli scacchi. Frisch ascolta, tra l'infastidito e il rassegnato, il lungo racconto del ragazzo, e man mano nella sua mente si apre uno squarcio verso un passato che credeva di aver sepolto.
E, mossa dopo mossa, uno scacco dopo l'altro, un avversario che credeva di aver dimenticato riemerge proprio da quel passato oscuro, per compiere una silenziosa ed altrettanto oscura vendetta.
Un  romanzo non semplice, un tantino contorto specialmente nei punti in cui si addentra nella descrizione dettagliata degli incontri di scacchi; eppure nonostante questo un romanzo appassionante, che nella sua brevità incastra una dentro l'altra tre storie tra loro apparentemente disgiunte eppure indissolubilmente legate dall'amore dei tre protagonisti per gli scacchi. Un amore forse incomprensibile per chi - come me - ha sempre faticato ad entrare nello spirito del gioco, e si limita a muovere più o meno casualmente i pezzi sulla scacchiera, cercando di addivenire ad una qualche conclusione, ma che per loro è essenza stessa della vita.
E per due di loro, che in passato sono stati loro malgrado pedine di colori diversi in una lunga e sanguinosa partita di scacchi compiuta dalla Storia, su quella scacchiera è rimasta in sospeso una vecchia partita nella quale la posta in gioco era alta, altissima....

UN ASSAGGIO:

"Immerso com'era nelle sue riflessioni, non si era neppure accorto che un viaggiatore era entrato nello scompartimento e stava prendendo posto accanto a loro. Capitava così di rado che qualcuno decidesse, nonostante le tendine tirate, di occupare proprio il loro scompartimento, che Frisch alzò il capo dalla scacchiera e rivolse all'intruso un'occhiata carica di fastidio. Frisch aveva un modo di guardare indiretto, che gli derivava da un passato trascorso nell'esercito: non fissava mai negli occhi una persona, ma il suo sguardo si accentrava con una sorta di disapprovazione su un punto della gola, come se osservasse una macchia sul colletto, o una mostrina scucita.
Sentendosi osservato, il giovane disse qualcosa a mezzavoce, mormorò un saluto e si sedette. L'intruso poteva avere poco più di vent'anni. Aveva i capelli biondicci che gli arrivavano fin sulle spalle, era mal rasato e si stringeva addosso un impermeabile, bianco ma non più candido, chiuso fino al collo. Un tipo di abbigliamento che Frisch naturalmente detestava."



giovedì 1 giugno 2017

UMBERTO ECO - Il nome della rosa

DOVE: in una imponente abbazia benedettina del centro italia
QUANDO: agli inizi del 1300

 Quando anni fa ho aperto il blog, ho detto che sarebbe stata un po' una piccola raccolta di "viaggi" virtuali. Leggo per pura e semplice evasione, fin da quando ho scoperto che quelle fredde ed asettiche letterine che tanto avevo faticato ad imparare all'inizio della prima elementare, erano in realtà frammenti d'incanto in grado di dare vita ad una vera magia e trasmettere a distanza nel tempo e nello spazio sentimenti ed emozioni. Di conseguenza, più lontano un libro mi porta, più lo amo.
Stavolta, mi sono concessa un viaggio che ho sempre temuto e rimandato, soprattutto perchè, avendo già visto un paio di volte il film, temevo che sarei rimasta delusa. Siamo nell'anno del Signore 1327, in un'austera, fredda, impenetrabile abbazia benedettina arroccata nel silenzio di un Italia Centrale dilaniata all'epoca da scontri sanguinari che non risparmiano nemmeno gli ordini religiosi. Con lo spettro mminaccioso dell'Inquisizione che aleggia ovunque, con Papa Clemente V trasferitosi ad Avignone e la sede apostolica di Roma rimasta vacante, con due imperatori (Ludovico di Baviera e Federico d'Austria) a contendersi il potere e con l'ordine francescano che rischia di minare dalle radici il potere temporale del papa, rivendicando la povertà come fondamento della dottrina cattolica, correvano tempi oscuri, tra il clamore delle spade, e le silenziose minacce di eresia e scomunica.
E' in quegli anni che un giovane novizio benedettino, Adso da Melk, si trova ad accompagnare in un viaggio attraverso l'Italia il carismatico e dotto Guglielmo da Baskerville, spirito brillante ed ex inquisitore, incaricato di presiedere ad un complicato incontro tra i sostenitori del Papa e quelli dell'Imperatore (Ludovico di Baviera, risultato nel frattempo vincitore ed alleatosi con i francescani vedendo in essi e nella loro contestazione al potere temporale del papa uno spiraglio per aprire una "breccia" in quello stesso, solido potere). E, come se la questione non fosse già di per sè abbastanza delicata, nell'abbazia che li ospita iniziano a verificarsi, una dopo l'altra, una serie di morti sospette che ben presto assumono i chiari contorni di un delitto. Chi o che cosa sta operando nell'oscurità della nebbiosa abbazia, e per quale scopo? Il giovane Adso, testimone ed ingenuo osservatore, seguirà passo passo, con ammirazione il brillante intelletto di Guglielmo da Baskerville mentre dipana filo a filo la questione, il nocciolo della quale ruota intorno all'impenetrabile e sconfinata biblioteca, vanto dell'abbazia stessa.
Immergendosi nel silenzio e nel freddo delle mura omertose dell'abbazia - sembra quasi di percepire, attraverso le pagine del libro, il silenzio che domina incontrastato su quello sperone di roccia, interrotto solo dallo stridere di un rapace e dai canti dei monaci che riecheggiano sotto le volte, scandendo la progressione delle ore - si procede lentamente, a tentoni, insieme a Guglielmo ed al fido Adso, osservando, interrogando, deducendo. Bisogna prepararsi mentalmente a digerire alcune digressioni storiche tanto lunghe e dettagliate quanto necessarie, nonchè una serie di dibattiti di etica e filosofia intricati ma fondamentali per giungere alla sudata conclusione, non senza qualche colpo di scena che spezza il ritmo lento del romanzo - e della vita stessa dell'abbazia, governata da una rigida progressione di celebrazioni e di incarichi "pratici", in ossequio alla regola "ora et labora" che di quell'ordine era ed è tuttora il fulcro.
Un viaggio sconsigliato agli appassionati dei gialli in chiave "moderna" (quelli più di azione, alla Highsmith, per intenderci), ma consigliatissimo a chi voglia lasciarsi andare ad un lento viaggio in un'epoca oscura della nostra storia; doppiamente interessante se pensiamo che, probabilmente, anche quella che stiamo attraversando - ahimè - oggi verrà descritta come un'epoca "oscura".
Come a dire: ne siamo venuti fuori una volta, ne verremo fuori ancora.

UN ASSAGGIO:

"L'essere alle nostre spalle pareva un monaco, anche se la tonaca sudicia e lacera lo faceva assomigliare piuttosto a un vagabondo, e il suo volto non era dissimile da quello dei mostri che avevo appena visto sui capitelli. Non mi è mai accaduto in vita, come invece accade a molti dei miei confratelli, di essere visitato dal diavolo, ma credo che se esso dovesse apparirmi un giorno, incapace per decreto divino di celare appieno la sua natura anche quando volesse farsi simile all'uomo, esso non avrebbe altre fattezze di quelle che mi presentava in  quell'istante il nostro interlocutore. La testa rasata, ma non per penitenza, bensì per l'azione remota di qualche viscido eczema, la fronte bassa, chè se egli avesse avuto capelli sul capo essi si sarebbero confusi con le sopracciglia (che aveva dense e incolte), gli occhi erano rotondi, con le pupille piccole e mobilissime, e lo sguardo non so se innocente o maligno, o forse entrambe le cose, a tratti e in momenti diversi. Il naso non poteva dirsi tale se non perchè un osso si dipartiva dalla metà degli occhi, ma come si staccava dal volto subito ne rientrava, trasformandosi in null'altro che due oscure caverne, narici amplissime e folte di peli. La bocca, unita alle narici da una cicatrice, era ampia e sgraziata, più estesa a destra che a sinistra, e tra il labbro superiore, inesistente, e l'inferiore, prominente e carnoso, emergevano con un ritmo irregolare denti neri e aguzzi come quelli di un cane. "

giovedì 12 gennaio 2017

BANANA YOSHIMOTO - A proposito di lei

DOVE: Giappone
QUANDO: oggi

Anno iniziato male, malissimo, per me. Otite, placche, punture di antibiotico con annessi e connessi (nausea, capogiri, spossatezza), il tutto con un figlio, due gatti e un cane da accudire.
Tutto sommato, però, la malattia mi ha consentito di riprendere in mano le fila del blog, questa mia povera creatura che ho abbandonato per un paio di mesi, inghiottita dal vortice del lavoro. Dunque, eccomi qui, nella mia piccola oasi di pace, per condividere le mie ultime letture. Cominciando da lei, la mia amatissima Banana Yoshimoto, già recensita in diverse occasioni. Lei è una compagna di viaggio di cui non mi stanco mai. Anche se, lo ammetto, con questo libro ho faticato un po' a ingranare. Di solito divoro in poche ore le sue creazioni, tuffandomi senza esitazione nel suo mondo sempre soffuso di malinconica poesia, riemergendone con un gran senso di calma interiore.
Come mai- mi chiedevo invece, pagina dopo pagina, mentre affrontavo "A proposito di lei" - questa volta Banana non riesce a catturarmi? Come mai tutta questa lentezza, come mai non c'è il tuo inconfondibile "timbro" di sognante poesia?
Ma eccola, l'inconfondibile penna di Banana. Eccola lì, nelle ultime pagine, quando davanti ai miei occhi delinea il colpo di scena finale, e tutto si fa improvvisamente chiaro.
Ho faticato, lo ammetto, ma alla fine non mi ha deluso. Pur non essendo in assoluto la mia opera preferita (continuo ad amare alla follia Moshi Moshi, e Kitchen sopra ogni cosa), anche qui ho ritrovato - per certi versi più che mai - la sua tenera poeticità nell'affrontare il dolore, la sua maliconia sognante, la sua capacità di lasciarti, attraverso una storia drammatica, un germe caldo di pace interiore.
Siamo nella vita di Yumiko, giovane donna proveniente da una ricca famiglia il cui passato è stato però lacerato da un orrendo, terribile delitto compiuto da sua madre. Anzi, più che lacerato, mutilato in piena regola; perchè traumatizzata dall'orrore a cui ha assistito, Yumiko conserva del passato poco più che qualche brandello sopravvissuto alle voraci amnesie di cui soffre, e che pezzo a pezzo glielo hanno divorato. Ad aiutarla a mettere ordine nei suoi ricordi, ecco riapparire da quel passato oscuro suo cugino Shoichi, figlio della gemella di sua madre, col quale un tempo erano legati da una strettissima amicizia; obbedendo all'ultimo desiderio di sua madre morente, il giovane Shoichi si è messo sulle tracce della cugina per tenderle finalmente la mano che a suo tempo non aveva avuto.
Insieme, dolorosamente, i due cominciano a ricostruire - tassello dopo tassello - la storia delle due gemelle; intensamente legate da piccole, entrambe apprendiste streghe così come lo era stata a suo tempo la loro mamma, cresciute poi su binari che hanno finito per divergere, conducendo da un lato la mamma di Yumiko alle seduzioni oscure della magia nera e dall'altro la madre di Shoichi ad impegnare tutte le sue energie per trovare un saldo equilibrio interiore.
Passo dopo passo, accompagnata dal solido Shoichi, la piccola, traballante Yumiko recupera la sua memoria, riacquistando fiducia in sè stessa e guardando finalmente in faccia la realtà delle cose. Dolorosamente, scopre chi erano veramente sua madre e sua zia, ricostruendo con fatica e con sguardo compassionevole il lento declino che le ha divise, conducendo sua madre al folle omicidio che aveva stravolto la vita dell'intera famiglia.

Una storia per molti versi oscura, inquieta, angosciante e dolorosa, ma d'altro canto soffusa di tenue speranza e poetico, velato ottimismo.

Non è un libro che consiglio a chi, per la prima volta, si accosta a lei; nè tantomeno lo consiglierei a chi avesse già letto, per citarne uno, kitchen, ed avesse trovato i suoi ritmi troppo "lenti" e poco occidentali.
Ma sarei curiosa di avere il parere di altri amanti di questa scrittrice. per capire se solo io ho faticato così tanto ad ingranare in questa storia, pur trovandomi a chiudere il libro dopo aver letto l'ultima pagina in preda ad una grande emozione.

UN ASSAGGIO:

"Sul tavolo, l'unico oggetto rimasto era un candelabro. Ricordai che la mamma vi accendeva spesso delle candele. Provai a toccarlo dolcemente. Era il punto che le mani morbide e bianche della mamma toccavano sempre. Mamma, pensai, e improvvisamente provai il desiderio di incontrarla.
Avrei voluto ritrovarla, sentire la sua voce, vederla camminare. Avrei voluto incontrarla. Da quel giorno non l'avevo più vista. Prima che perdesse la ragione, c'era stato un tempo in cui mi abbracciava con dolcezza, e sorrideva guardandomi.
Piangendo mi strinsi forte la mano da sola.
Shoichi mi aveva messo una mano sulla schiena e continuava a darmi dei leggeri colpetti. Come avrebbe fatto una madre. Probabilmente era quello che la zia faceva a lui, pensai. Se le persone possono restituire agli altri solo quello che hanno ricevuto dai propri genitori, allora io? Potevo considerarmi a posto?
Paragonata alla complessità di quello che avevo dentro, quella stanza, che ormai era solo una sala da pranzo in rovina, mi appariva quasi insignificante. Non era che una stanza buia, opprimente, dimenticata da tutto e tutti."

domenica 26 giugno 2016

ANDRE' BRINK - La polvere dei sogni

DOVE: Sudafrica
QUANDO: metà anni '90, alle soglie dell'elezione di Nelson Mandela

In una immaginaria città del Sudafrica, una donna sta morendo. Ouma Kristina, centenaria, minuta, coriacea vecchietta che si ostina a vivere sola in una immensa ed eccentrica costruzione di proprietà della sua famiglia da tempi immemori, si sta lentamente spegnendo. Ma non è la vecchiaia ad ucciderla, quanto piuttosto la violenza di ignoti che, in una notte turbolenta, hanno appiccato il fuoco ad un'ala del suo sterminato palazzo. Sono tempi cupi, per il Sudafrica; per la prima volta dopo anni la popolazione nera avrà accesso a delle libere elezioni, e nei giorni che le precedono l'entusiasmo, la rabbia covata in anni e anni di apartheid, il desiderio di riscatto, si miscelano in un cocktail esplosivo. Dall'altra parte del pianeta, sua nipote Kristien, fuggita anni prima dalla grettezza di un mondo claustrofobico, ma rimasta legatissima alla nonna, sente il richiamo del cuore, molla il suo fidanzato perfetto Michael, la sua vita ordinata e vola al capezzale di Ouma, pronta ad esaudire le sue ultime volontà. Numero uno: lasciare l'ospedale asettico per tornare a morire nella sua amatissima e bizzarra dimora, fatta di stanze incastrate una nell'altra come scatole cinesi e di misteriosi e labirintici corridoi. Numero due: avere la sua nipote prediletta accanto al letto, munita di penna e taccuino, per poterle lentamente raccontare la sua storia; anche se dire "sua" è riduttivo, perchè quello che Ouma lentamente, tenacemente, con un sottile filo di voce va dipanando è un inanellarsi di racconti, uno per ciascuna delle straordinarie donne che si sono succedute nella loro famiglia. Ouma stessa, con una segreta storia d'amore sconvolgente per un uomo diverso da quello che Kristien ha sempre considerato suo nonno. La sfortunata Rachel, imprigionata nei sotterranei della casa e svanita nel nulla, lasciando dietro di sè una serie di disegni osceni che (stregoneria?) continuamente riaffiorano dalle pareti, malgrado queste vengano pulite costantemente.
Wilhelmina, solida, mascolina, terrificante matrona che negli anni assunse dimensioni talmente spropositate da non essere in grado di passare attraverso le porte della sua stessa casa. E poi la sensuale Kamma, volitiva fanciulla khoihoi sacrificatasi per cercare di portare la pace con i bianchi; e l'affascinante Samuel, dai lunghissimi capelli biondi.
Notte dopo notte, accoccolata accanto alla piccola Ouma sofferente, Kristien scrive, ed assorbe lentamente i suoi strampalati racconti; e, inevitabilmente, mentre lo fa si trova a ripercorrere passo dopo passo la sua storia personale.
Intorno a lei, uno scorcio amaro del Sudafrica in trasformazione, enorme farfalla in procinto di lacerare il bozzolo oscuro in cui per anni ha covato; da un lato, la popolazione nera, sballottata tra rabbia e rassegnazione. Dall'altro, i bianchi, discendenti degli ex coloni, perfettamente incarnati da Anna - sorella di Kristien, mamma pluripara, sciatta, depressa, insoddisfatta ma perfettamente in linea con ciò che la società si aspettava da lei - e da suo marito Casper, violento, maschilista, capobranco di un piccolo manipolo di razzisti.
Una storia che oscilla continuamente tra presente e passato, speranza e disperazione, poesia e crudezza, reale e irreale. Tassello dopo tassello, il puzzle prende forma, fino allo sconcertante, tragico finale.

UN ASSAGGIO:

" 'I cognomi non hanno importanza. Sono stati tutti aggiunti dopo, non puoi farci conto. Ogni volta che un uomo diventa padre non vede l'ora di mettere avanti il suo cognome. Ma come può essere sicuro che quello che lui ha messo dentro è lo stesso di quello che viene fuori? Solo noialtre possiamo dirlo per certo, e qualche volta preferiamo tenerlo segreto. E' di noi che parlo. Le donne. Te l'ho detto che questo è il mio testamento. E adesso che mi sto avvicinando alla morte questo è tutto ciò che conta veramente.'
'Fino a che punto riesci a risalire nel passato con la storia?'
'Abbastanza in là. Nella nostra famiglia abbiamo avuto la fortuna di avere sempre donne che raccontavano storie. Tu hai me, io avevo Petronella, nei aveva Wilhelmina e così via, sempre più indietro, fino alla donna che aveva due nomi, Kamma e Maria. Se ricordo bene il totale fa nove.'
'Allora la prima fu Maria-Kamma?'
'Certo che no. Mi stai ad ascoltare? Nessuno sa da dove abbiamo cominciato. A un certo punto il passato è avvolto nell'ombra. Secondo me ci siamo sempre state. Ci sono vecchie storie che parlano di una donna, nel profondo cuore dell'Africa, che venne da un lago portando sulla schiena un bambino e spingendo davanti a sè una vacca nera. O da un fiume, la donna-serpente con il gioiello sulla fronte. O dal mare. Un giorno una piccola onda si infranse sulla spiaggia e lasciò dietro di sè della schiuma, e sotto la luce del sole la schiuma diventò una donna. Questo però non lo sappiamo per certo, e io preferisco solo parlare delle cose che conosco.' "

mercoledì 10 febbraio 2016

JONATHNAN COE - La Banda dei Brocchi

DOVE: Birmingham, Regno Unito
QUANDO: anni '70

Tutto ha inizio nel 1973, in una Birmingham marrone e piovosa,  ribollente del malumore di una classe operaia stanca ed affamata di diritti. Più o meno negli stessi anni in cui i due protagonisti di "Due di Due" di De Carlo vedono rinsaldarsi la loro amicizia, in una Milano benestante a malapena scossa dalle proteste studentesche, qui nel cuore dell'Inghilterra industriale altri quattro ragazzi vedono fiorire la loro amicizia.Benjiamin Trotter, Philip Chase, Doug Anderton (i cui padri sono legati per motivi diversi ai destini della locale fabbrica di automobili ed alle proteste violente degli operai), oltre al ribelle Harding, prolifico ideatore di scherzi più o meno feroci, frequentano tutti quanti il King Williams, prestigiosa scuola destinata - questo almeno sperano i loro genitori - a proiettarli verso una laurea ad Oxford ed un brillante futuro. Qui, tra le austere mura della scuola, i quattro intrecciano le loro vicende personali, fatte di insicurezze, musica, sogni infranti, piccole e grandi difficoltà quotidiane, cuori spezzati, vacanze in un Galles aspro e spigoloso.
Ma quelli non sono anni qualsiasi. In Inghilterra come in Italia, tutto sembra fremere, ribollire, come un lago di lava che qua e là scoppia in enormi, rosse bolle letali.
Freme la scena musicale, in una continua evoluzione (dagli Harthfield and the North, con il loro The Rotters' Club che ha ispirato il titolo, passando per gli Henry Cow, fino ai primi ruggiti del punk dei Damned.)
Freme la politica, con gli integralisti (cattolici!!) dell'IRA che seminano sangue e terrore piazzando autobombe nei pub, mentre gli scioperi paralizzano le aziende e la polizia scandalizza l'opinione pubblica caricando i manifestanti. Sudditi di sua Maestà che si mordono uno con l'altro, come cani rabbiosi.
Freme la società, quando al King Williams viene ammesso - primo nella storia - uno studente di colore, Steve Richards, unico in tutta la scuola, che affronta a testa alta il soprannome di Rastus immediatamente affibbiatogli dai suoi compagni.
Tutto è in evoluzione, tutto è sospeso, tutto e tutti sembrano impegnati in una lotta aspra tra passato ed innovazione, modernità e tradizione. Anni straordinari, tutto sommato, per essere degli adolescenti le cui menti, per definizione, sono proiettate in avanti, verso il progresso, verso il domani, verso le decine di migliaia di opportunità che il mondo sembra offrire.
Coe offre un viaggio straordinario verso anni che ci appaiono improvvisamente lontani, ingenui, spigolosi eppure traboccanti di speranza.Un viaggio da godersi comodi comodi, assaporando una tazza di tè bollente ma soprattutto mettendo in sottofondo i tanti, tantissimi riferimenti musicali di cui il libro è disseminato, per entrare DAVVERO nello spirito dell'epoca.


UN ASSAGGIO:

"Fu una serata fantastica. Ti ci potevi perdere in tutto quel rumore. I piccoli problemi, come il fatto che eri senza soldi e non sapevi dove andare a dormire scomparivano in quel mare di accordi e sudore e birra e distorsioni e corpi che saltavano e si lanciavano frenetici per aria e poi per terra come pazzi senza quasi seguire il ritmo della musica. Doug non aveva mai sentito prima nessuna di quelle canzoni, ma nei mesi e negli anni a venire sarebbero diventate i suoi migliori amici: Deny, London's burning, Janie Jones. Restò pietrificato per l'aspetto e per la voce di Joe Strummer che gridava, strillava, cantava, ululava nel microfono: i capelli fradici di sudore, appiccicati alla testa, le vene del collo tese e pulsanti. Doug si arrese a tutto quel rumore e per un'ora trampolò come un indemoniato nel cuore denso e palpitante di una folla di duecento e più persone. Il calore e l'energia erano irresistibili. Alla fine del concerto si avvicinò barcollando al bancone del bar e lottò per trovare un posto mentre i fan schiamazzavano cercando di placare la loro sete. Fu spinto e strattonato ma restituì alla pari spinte e strattoni e finì col sentirsi per la prima volta, quel giorno, meravigliosamente e inaspettatamente a posto."

domenica 19 aprile 2015

Daniel Pennac - La Prosivendola

DOVE: Belleville, quartiere di Parigi
QUANDO: ai giorni nostri

Prendete Benjamin Malaussene, di professione "capro espiatorio", fortunato personaggio creato dall'ingegno di un genio contemporaneo della letteratura quale Daniel Pennac.
Aggiungete la sua immancabile e poco convenzionale famiglia (una mamma in perenne fuga d'amore, Therese e la sua incrollabile fede nell'astrologia, Verdun col suo inquietante sguardo di neonata, il festoso cane Julius con le sue crisi epilettiche, e chi più ne ha più ne metta), un misterioso e brutale omicidio che coinvolge il direttore di un penitenziario modello - nonchè futuro marito di Clara, sorella prediletta di Malaussene; aggiungete ancora la tirannica Zabo, "regina" e direttrice della Casa Editrice Edizioni del Taglione e un misterioso scrittore di  scialbi ma fortunati best-seller che chiede a quest'ultima di procurargli un "volto" per presenziare  al suo posto le conferenze stampa in occasione del lancio della sua prossima opera. Metteteci infine un attentato che riduce - ahimè - in fin di vita il nostro protagonista, proprio in occasione di uno di tali incontri con la stampa (perchè, manco a dirlo, il "volto" prescelto altri non è che quello di Malaussene).
Questi, molto in breve, gli ingredienti che fanno de "La Prosivendola" uno scoppiettante intreccio tra il grottesco ed il noir, il tutto naturalmente abbondantemente condito coi colori sgargianti e i profumi pungenti e speziati della multietnica Belleville, sfondo immancabile delle vicende targate Malaussene.
Che altro aggiungere? Pennac è Pennac, con il suo stile ironico, surreale, rapido e diretto. Di lui avevo già recensito un'insolita vicenda ambientata in un pronto soccorso parigino; ma è con la famiglia Malaussene che Pennac a mio parere sfodera tutte le sue armi. Tra il dolce e l'amaro - ebbene sì, poichè in questo romanzo il povero Malaussene lo ritroviamo per tutto il dipanarsi della vicenda ridotto a un vegetale su un letto di ospedale, vigile e cosciente eppure nell'impossibilità di comunicare coi suoi familiari - scorrono pagina dopo pagina le storie dei suoi personaggi dai tratti inconfondibili, coloratissimi e piccanti come Belleville, mentre un confusissimo commissario Rabdomant, che già era incappato nella bizzarra tribù Malaussene ( ne Il Paradiso degli Orchi) cerca di dipanare l'intreccio. Esiste davvero un legame tra l'omicidio dell'angelico direttore di penitenziario e la sparatoria che ha coinvolto Benjiamin Malaussene, colpevole solo di indossare i panni dell'anonimo J.L.B.?
Se adorate Pennac come lo adoro io, adorerete anche questo viaggio a Belleville, carico di colpi di scena. ^_^

UN ASSAGGIO:

"Il peggio, nel peggio, è l'attesa del peggio. Il peggio, nei matrimoni, è la carovana di clacson che annuncia al mondo intero la prossima inaugurazione della sposa. Mi auguravo che si potesse scampare almeno a questo, ma pare che avremmo privato i bambini di un grande piacere. Visto che il carcere di Champrond è a sessanta chilometri da Parigi, ci siamo dovuti sciroppare sessanta chilometri di clacsonate. Un automobilista che ci avesse incrociato e guardato con un po' di attenzione avrebbe forse trovato buffo che un corteo nuziale così rumoroso scarrozzasse nelle auto infiocchettate una simile collezione di facce da funerale. Fatta eccezione per l'ultima macchina, dove hanno preso posto gli sbarbatelli (Jeremy, il Piccolo, Nourdine e Leila, paggetti e damigella d'onore), guidata da Theo, un amico fidatissimo che ho conosciuto all'epoca in cui facevo il Capro Espiatorio al Grande Magazzino in Rue du Temple. Quando gli ho chiesto se non gli scocciava venire, Theo ha risposto: "Adoro i matrimoni, non perdo mai l'occasione di vedere a cosa sono scampato. Quindi figurati, un matrimonio in galera...."
La macchina più bella è ovviamente quella della sposa, una Chambord bianca, appositamente noleggiata da Hadouch, dopo un incontro in cui ho creduto che il noleggiatore si sarebbe sparato un colpo. "No, non una BMW" diceva Hadouch "fa troppo protettore, una Mercedes nemmeno, fa zingaro, no, questa Traction no, non dobbiamo mica girare un film sulla Gestapo, niente Buick, sembrano carri funebri, è un matrimonio, cazzo, non un funerale-cioè non proprio." La cosa è andata avanti per ore, fino a quando: " E quella Chambord lì, si può noleggiare?" poi, serissimo: "Capisci, Benjamin? una Chambord bianca, quella sì, fa molto Clara."

mercoledì 4 marzo 2015

NEIL GAIMAN - Nessun Dove

DOVE: in una cupa Londra Sotterranea
QUANDO: in una dimensione parallela fuori dal tempo, ai giorni nostri

Dopo aver letto Coraline, non potevo non appassionarmi a Neil Gaiman ed al suo mondo cupo e surreale. Ma se Coraline restava tutto sommato una favola - dalle tinte parecchio fosche, per carità, ma pur sempre una favola - con Nessun Dove dalla favola ci allontaniamo, e di parecchio. O forse neanche tanto, perchè qui ci sono sangue, lotta, coraggio, squartamenti, un viaggio avventuroso, paura, ossa rotte e misteri da svelare come in ogni favola che si rispetti. Ma con i toni crudi e spietati della cronaca, delle dissezioni di cadaveri sotto la luce asettica degli obitori, dei verbali di polizia.
Una sorta di favola dark per adulti, ecco, diciamo così; anche se mi rendo conto che la definizione è riduttiva e banale.
Richard Mayew, trasferitosi senza troppo entusiasmo nella City per questioni lavorative, ha una vita ordinaria e pulita: un lavoro d'ufficio dai ritmi serrati, una fidanzata affascinante e capricciosa, un appartamento silenzioso. Fino a quando, in una serata come le altre, non si imbatte in una creatura spaventata, ferita, infagottata negli stracci, che gli ruzzola davanti comparendo dal nulla. Richard la soccorre,  provocando le ire della fidanzata Jessica, ed in quel momento perde tutto.  Casa, lavoro, fidanzata, direte voi.
Macchè, perde molto di più.. Risucchiato in un mondo cupo, cruento, in un mondo sotterraneo che vive in una lotta oscura lungo le stazioni della metropolitana londinese, Richard perde sè stesso. O meglio, perde il sè stesso che era, per diventare una delle creature invisibili al mondo di sopra che popolano questa Londra Di Sotto. 
Creature che affollano il Mercato Fluttuante,  nel deserto silenzioso dei grandi magazzini Harrods, di notte.
Creature che scompaiono nel nulla divorate dal buio sul Night's Bridge - la versione sotterranea della fermata di Knightsbridge, o tentando di superare gli enigmi dei Frati Neri a Brackfriars.
Sì, perchè è proprio lungo le linee della celeberrima metropolitana londinese che si snoda questa avventura sotterranea, in cerca di qualcosa e in fuga da qualcos'altro, in un mondo freddo, umido, nero, cruento ed animalesco in cui ben presto lo spirito cittadino viene soffocato per lasciar emergere il suo "io" più istintivo e coraggioso.
E non potrebbe essere altrimenti, quando sei in viaggio attraverso cunicoli bui ed intricati sapendo che sulle tracce tue e dei tuoi compagni di strada sono stati sguinzagliati due esseri spietati e senza tempo, devoti alla tortura come ad un'arte sopraffina....

Difficile anche dipanare una trama, senza rovinare il finale. Diciamo che si tratta di immergersi per qualche settimana in tunnel puzzolenti ed umidi, senza rivedere la luce del sole, provando la scarica di adrenalina dell'animale braccato e il sollievo di chi si ritrova vivo a dispetto di tutto in un mondo oscuro e terrificante.
E soprattutto, alla fine di tutto, riuscirà Richard a salvare la pelle e ritornare alla sua tanto agognata vita di superficie?

UN AGGAGGIO:

"Era tardo pomeriggio, e il cielo senza nubi stava passando dal blu reale a un violetto intenso, con una spruzzatina di rosso-arancio e giallo-verde sopra Paddington, quattro miglia a ovest, dove, dal punto di vista di Old Bailey, il sole era appena tramontato.
Cieli, pensà Old Bailey con una sorta di compiacimento. Mai due di essi uguali. Nè di giorno nè di notte. Era un esperto di cieli, Old Bailey, e questo era proprio un bel cielo. Il vecchio aveva piantato la tenda per la notte su un tetto di fronte alla cattedrale di St. Paul, nel centro della City di Londra.
Era affezionato a St. Paul, e almeno lei era cambiata poco negli ultimi trecento anni. Era stata costruita in pietra Portland bianca che, prima ancora di essere stata completata, aveva iniziato a diventare nera a causa della fuliggine e della sporcizia nella fumosa aria londinese, ma adesso, in seguito alla ripulitura di Londra negli anni Settanta, era ritornata più o meno bianca."

venerdì 8 marzo 2013

ROSA MONTERO - Storia del Re trasparente

DOVE: Francia
QUANDO: XII secolo

Sarà banale, ma per l'otto marzo ho scelto un libro che parla di donne. Anzi, di una donna, ma di una donna speciale, creata dalla penna di una scrittrice spagnola ed in grado di incarnare in sè le due anime contrastanti del Medioevo: da un lato il sangue, le lame affilate, le urla e la calca polverosa della battaglia; dall'altro, l'eleganza dei cavalieri che si confrontano nei tornei, le dame eleganti, l'amor cortese puro e poetico.
Lei, la protagonista, è una giovanissima contadina, Leola, costretta alla fine di una durissima giornata di lavoro uguale a tante altre - nei campi, mani scorticate, sudore e polvere ad avvolgere il corpo come un velo - completamente sola. Attorno a lei, l'orrore di un campo di battaglia al tramonto, i lamenti dei morenti, il sangue vischioso che penetra nel terreno, i cadaveri ancora chiusi nelle loro inutili armature, simili a grossi insetti. Gli Uomini di Ferro - quelli che continuamente si combattono, signorotto contro signorotto, imbrattando i loro campi sudati con la loro cieca violenza - si sono portati via suo padre e suo fratello, oltre al suo amore Jacques; ed a lei non resta altro da fare che fuggire. Ma come potrebbe mai, una giovane sola, sopravvivere al mondo maschio e violento in cui il destino ha voluto che nascesse? Ed ecco che, nella sua mente, balena l'unica via di salvezza: rubare l'armatura ad uno dei morti, ed indossarla. Non più Leola, ma Leo.
Detto, fatto; indossata l'armatura, viaggiamo assieme a lei  alla ricerca del suo amato attraverso la Francia del XII secolo e le sue contraddizioni, tra supertizione, incantesimi, brutale fanatismo religioso e antiche leggende. Come quella del Re Trasparente, nella quale Leola/Leo s'imbatte più volte, senza mai riuscire a conoscerne l'epilogo.
Assieme a lei la focosa e colta Nyneve, a suo dire una strega senza età, che indossati anch'essa indumenti maschili decide di accompagnarla in qualità di scudiero.
Una storia delicata eppure forte, nella quale con gli occhi puri di una giovane plebea osserviamo l'Europa buia, selvaggia, in cui centinaia di individui si muovono a piedi o a cavallo, chi inseguendo un ideale, chi trascinato dalle fiamme della fede, chi ancora in fuga da un segreto.
Un'epoca affascinante, nella quale gli idealisti sognano vivono nel culto di Avalon, con i suoi ideali, la sua lealtà, i suoi saldi valori, mentre molti si lasciano trascinare . dalla fede o dai meri interessi economici - verso l'ennesima, sanguinosa guerra.
Solida come un cavaliere ma sensibile come una dama, Leola/Leo scivola attraverso tutto ciò combattendo, amando, sperando, provando pietà.
Una bellissima storia di una donna nata serva, e morta libera.

UN ASSAGGIO:
"Obbediente, con una docilità poco adatta ad un cavaliere, sia pure un cavaliere senza cavallo, tiro fuori la borsa e mostro le monete. L'oste ci pensa su e torna a sedersi accanto a noi.
'Va bene. Vediamo un po' 'ste famose carte magiche'
E' un uomo piuttosto alto, con un po' di pancia, e si sorregge su due gambe incredibilmente magre. Si gratta il mento mal rasato con un'aria burlona e sputa per terra, in mezzo alle ginocchia ossute.
'E sono famose per davvero' dice la mia amica 'Non hai mai sentito parlare delle potentissime carte italiane, il Tarocco segreto?'
Nyneve ha tirato fuori dall'inesauribile tasca un mazzo di cartoncini colorati. Li distende sul tavolo; sono lisci e incerati e mostrano le figure più singolari: re maestosamente abbigliati, soli e lune, impiccati e scheletri dall'aspetto inquietante. L'oste si china sulla tavola son interesse.
'Ah, e così queste sarebbero quelle nuove carte tanto strane? Avevo sentito parlare della loro esistenza.'
'Sono nuove per noi. Ma il loro sapere è antico come la terra che t'uinsudicia le scarpe. Mescola e taglia.'

sabato 15 dicembre 2012

SUSAN PALWICK - Anime in volo

DOVE: Winsconsin, USA
QUANDO: ai giorni nostri

Una storia toccante e poetica quella che descrive la Palwick, trasportandoci - è il caso di dire - in volo nella provincia americana, quella delle piccole casette senza staccionata, delle spensierate gite in riva al lago, delle scuole con gli armadietti di metallo e la combinazione da tenere a mente. Qui vive Emma, adolescente timida ed impacciata, il cui infagottarsi dentro enormi felpe informi ed essere scostante verso le innocenti civetterie delle sue coetanee nasconde, forse, qualcosa di più di un'indole fortemente introversa. Anche se, agli occhi della comunità, la sua è una famiglia esemplare: il padre è un medico stimato, la madre una donna affascinante e colta. Certo, una famiglia segnata dalla perdita della primogenita Ginny, graziosa e prediletta dalla mamma, ma pur sempre una famiglia rispettabile.
Eppure, proprio nella perfezione di quel quadretto made in USA, si annida la piu' tremenda delle abiezioni umane; lo sa bene la piccola Emma, che ogni sera nel letto attende con cuore in gola la "visita" del padre, divisa tra la rabbia contro cecità della madre e quella contro il proprio corpo, reo di attirare verso la sua cameretta di bambina la bestia nera nascosta dietro l'aria sorridente ed affabile dello stimatissimo chirurgo. Ne' l'amicizia sincera di Jane, ne' l'affetto indagatorio della sua insegnante riescono a scalfire il muro che Emma ha costruito attorno a se'; l'unica via di fuga che la ragazza trova nella sua disperazione e' in quella capacità di allontanarsi dal proprio corpo, in quei terribili momenti, nell'attesa che tutto finisca. Ed e' proprio durante queste esperienze extracorporee che Emma incontra, sul soffitto della sua cameretta, l'odiatissima Ginny, la defunta sorella perfetta il cui paragone per lei è costante fonte di frustrazione, Ginny che era così brava, dolce e graziosa, mentre lei e' una piccola, goffa ed imbranata creatura. Ma quando con il tempo la loro amicizia cresce, Emma finisce per conoscere meglio quella ragazzina esile, così diversa da lei eppure così vicina, quella sconosciuta svanita nel nulla quando lei ancora non era venuta al mondo e che pero' ha con la sua esistenza molto più in comune di quanto non sembri.. Perchè anche la sorridente, leggiadra, graziosa Ginny ha avuto una vita tutt'altro che felice.....


UN ASSAGGIO:

"Si allontano' le mani dalla bocca: ' sei cattiva!' Esclamo' con voce rotta. Scoppio' a piangere, e lacrime rilucenti le scorrevano lungo le guance da Biancaneve.
'Hai ragione. Devo essere cattiva con qualcuno, e mi sei capitata tu sotto tiro. Tu non esisti nemmeno.'
Ginny si raggomitolo' di nuovo e prese a dondolare.
'Non è vero! Esisto come te!Anche se non ricordo nulla!'
'Invece no, sei morta. Comunque adoro essere cattiva. E lo saro' ancora di più, visto che sono viva e tu no. Sapevi che per due settimane dopo la mia nascita la mamma si e' rifiutata di prendermi in braccio perche' non ero te? Me l'ha confessato una volta. Io non me lo ricordavo, e' stata lei a dirmelo. Il quarto sabato del mese porta i fiori sulla tua tomba, con qualunque tempo, anche con venti gradi sotto zero, anzi, soprattutto quando fa freddo, perchè sei morta a gennaio. Nella tua stanza non entra, ma al cimitero ci va ogni mese. Figurati. E trascina anche me, per raccontarmi in continuazione episodi della tua vita, nella speranza che finisca per assomigliarti...'
'Ma se mi assomigliassi saresti morta' commento' Ginny, asciugandosi il viso con il dorso della mano. Le sue dita sottili tremavano come ramoscelli scossi da un vento gelido. 'La mamma non vorrebbe. Ne sono sicura.'
'Io no. Se morissi potrebbe illudersi che ero bella. Tu non sei bella come pensa lei, lo sai? Sembri uno stecchino,'
'Lo so.' si limito' a rispondere, e anche se la odiavo provai vergogna.Era carina davvero come nella foto; era così magra solo perchè prima di morire era stata molto male; aveva lottato con la polmonite per settimane mentre la mamma piangeva al suo capezzale e mio padre, l'onnipotente medico, incapace di salvarla, imprecava. Conoscevo a memoria quella storia."

venerdì 9 novembre 2012

MAHBOD SERAJI -Le notti di Teheran

DOVE: Teheran, Iran
QUANDO: a cavallo tra il 1973 e il 1974

Una poetica immersione nelle tiepide notti stellate del Medio Oriente, dove per ritemprarsi dopo le afose e secche giornate estive Pasha e il suo migliore amico Ahmed, diciassettenni pieni di sogni e di vita, hanno l'abitudine di incontrarsi sul tetto della casa di Pasha. E lì, tra una sigaretta fumata di nascosto, sotto la luce ambrata dei lampioni che scivola sul vicolo deserto sotto di loro, si scambiano sogni, battute, si confidano i primi, timidi amori. Come quello impetuoso di Ahmed per Faheemeh, o quello timido, silenzioso, devoto di Pasha per la bella vicina di casa Zari. Ma siamo nell'Iran del 1973, e quelle stelle che punteggiano il cielo estivo così brillanti e numerose assistono con impotenza ai primi rigurgiti di una rivoluzione che, di lì a poco, avrebbe rovesciato lo Scià e che finirà per travolgere, tra repressioni, vendette, perquisizioni, arresti, anche i quattro giovani e la loro voglia di essere giovani, di amare, di essere felici. E, attraverso lo sguardo dolcemente innocente di Pasha, voce narrante scelta da Seraji per aprirci la porta della quotidianità di chi vive nel terrore di una visita a sorpresa della Savak, la temibile polizia dello Scià, scivoliamo come spettatori silenziosi su quei tetti accarezzati dalla luna, dove si sussurrano brani di Hafiz e Kayyam, si sorseggiano confortanti tazze di tè bollenti, si sospira e ci si ama. Sì, perchè ci si puo' amare malgrado tutto, malgrado la violenza che scoppia come un petardo nei vicoli della città millenaria, perfino davanti al portone di casa, in una notte di perquisizioni. E, soprattutto, si puo' continuare a credere nei valori- l'amore, l'amicizia, il coraggio, la lealtà - anche quando "i grandi" sembano mostrare che ciò che conta è piuttosto l'omertà, la sottomissione, la paura.

UN ASSAGGIO:

"Trascorriamo le notti estive sul tetto, crogiolandoci nell'infallibilità del nostro sguardo rapace e attento nel cielo aperto. I nostri discorsi non hanno limiti e non vi sono paure a condizionare i nostri pensieri. Trascorro ore ascoltando le storie dei silenziosi incontri tra Ahmed e Faheemeh, la ragazza di cui è innamorato. La sua voce si addolcisce e l'espressione del suo viso si tranquillizza mentre descrive il modo in cui lei, guardandolo, ha scrollato all'indietro i lunghi capelli neri, e di come questo debba significare che lo ama. Quale altro motivo avrebbe per allungare il collo se non quello di comunicare con lui? Mio padre dice che i persiani credono nella comunicazione silenziosa; uno sguardo o un gesto rivelano molto più di un intero libro di parole. Mio padre e' un grande comunicatore del silenzio. Quando io mi comporto male, lui mi rivolge un'occhiataccia che mi fa molto più male di centinaia di ceffoni.
Ascolto la voce di Ahmed che continua a parlare di Faheemeh, ma il mio sguardo vaga solitamente nei cortili del vicinato, dove una ragazza che si chiama Zari vive insieme ai suoi genitori e al fratellino piccolo, Keivan. Non ho mai visto Faheemeh così da vicino, così quando Ahmed mi parla di lei, io immagino Zari nella mia mente: i suoi zigomi delicati, gli occhi sorridenti e la pelle morbida e pallida. La maggior parte delle sere estive, Zari sta seduta all'estremità della piccola hose di famiglia sotto un ciliegio, e mentre legge fa dondolare i piedi aggraziati nell'acqua fresca. Faccio attenzione a non lasciare che i miei occhi indugino troppo a lungo su di lei perchè è fidanzata con il mio amico e mentore, Ramin Sobhi, uno studente del terzo anno di Scienze Politiche all'Università di Teheran che tutti, compresi i suoi genitori, chiamano il Dottore. E' vile innamorarsi della ragazza di un amico, e allontano il pensiero di Zari dalla mia mente ogni volta che penso al Dottore, ma i vaneggiamenti innamorati di Ahmed mi rendono difficile restare lucido."



lunedì 5 novembre 2012

JOE R. LANSDALE - In fondo alla palude

DOVE: nel cuore del Texas orientale
QUANDO: anni '30

Rientro finalmente nel blog dopo tanti - troppi- mesi di sosta causa trasloco ( e tutte le piccole-grandi disavventure che cio' comporta, allaccio della linea telefonica in primis). Ma, complice anche il cambio di lavoro da full-time a part-time, l'estate mi ha consentito anche di dedicarmi alla lettura, e di scoprire tanti piccoli, preziosi capolavori.
Per esempio, l'amara storia di Joe R. Lansdale, ambientata in un Texas orientale cinico e razzista, dove - siamo negli anni 30, nel pieno della Grande Depressione americana, per intenderci -nella più arida indifferenza qualcuno incomincia ad uccidere. Ma poichè le giovani vittime non sono che delle "negre", poco importa; perchè nella piccola, aspra comunità di Marvel Creek, come in tutto il resto del Texas, l'abolizione della schiavitu' ha lasciato a tutti l'amaro in bocca, e in quei cuori rinsecchiti ha messo profonde radici il germe del razzismo. Quei pochi che mostrano una qualche accondiscendenza verso i neri, vivono preda del terrore del Klan e di una qualche brutale vendetta rivolta contro la propria famiglia. Come Pappy Treesome, sparuto esule bianco nella comunità nera. E come il papà di Harry e Tom, barbiere nonchè rappresentante della legge nella piccola comunità "semplicemente perchè nessuno voleva farlo", ritrovatosi suo malgrado a dover fare i conti con quanto di più abietto l'evoluzione umana è stata in grado di concepire: superstizione, violenza, razzismo. Perchè lui, il placido barbiere che crede fermamente nella giustizia - e che per molti tratti ricorda l'Atticus Finch de "Il buio oltre la siepe" - mette anima e cuore nella vana impresa di trovare un varco attraverso la rigida rete di omertà che avvolge queste brutalità, fino a mettere a repentaglio la tranquilla felicità della sua modesta famiglia. Ed è proprio attraverso gli occhi del suo primogenito Harry che, con la semplicità e la limpidezza che solo il candore di un bambino puo' avere, pagina dopo pagina sentiamo accapponarci la pelle di fronte all'orrore più crudo, annidatosi come un demone oscuro tra le modeste casupole sorte lungo il fiume Sabine, nella provincia americana rurale ancora ben lontana da quel Melting Pot da cui sarebbe scaturito, in un tempo ancora molto di là da venire, un Presidente Nero.

UN ASSAGGIO:

"Ci sarà anche stata gente coi soldi, all'epoca, ma noi di certo non ne avevamo. Erano gli anni della Depressione. E anche ad avercene, non c'era un granchè da comprare a parte maiali, galline, ortaggi e gli alimenti di prima necessità. Ma visto che alle prime tre ci pensavamo da soli, non restava che procurarsi le poche altre cose necessarie, e per quelle spesso ricorrevamo al baratto.
Papà coltivava un po' di terra, e dove vivevamo noi la roba cresceva bene. Il vento si era portato via quasi tutto il Texas Settentrionale e Occidentale, oltre all'Oklahoma, ma il Texas Orientale era rigoglioso, la terra era fertilee grazie alla pioggia le piante crescevano alla svelta belle e robuste. Anche nei periodi secchi il terreno tendeva a trattenere l'umidità e, seppure scarso, il raccolto non andava perduto. Anzi, quando tutto il resto del Texas era inaridito e ridotto in polvere, nel Texas orientale si scatenavano degli incredibili temporali, avevamo addirittura delle inondazioni: era più facile perdere un raccolto per le piogge che per la siccità".

lunedì 5 marzo 2012

AZHAR ABIDI - La Casa degli amori sognati


DOVE: Karachi,Pakistan
QUANDO: metà degli anni '80

Se -come ormai ripeto fino alla nausea - per me leggere è intraprendere un viaggio, va da sè che adoro in particolar modo i libri che sono in grado di portarmi lontano da quella che è la mia realtà. Per esempio, nel Pakistan degli anni '80, sospeso a metà tra un passato fatto di rigidi principi familiari, disciplina, serenità ed un presente in cui la violenza lacera ed infiamma corpi ed animi di coloro che, in nome degli ideali, si lanciano nella follia di una guerra "giusta".
Bilqis, vedova, distinta signora discendente di un'antica famiglia di Karachi, colta ed elegante osserva impotente attorno a sè il lento declino di tutto ciò che un tempo era stato il suo presente; così come le tappezzerie vede gli antichi principi ed ideali ingiallirsi e farsi improvvisamente lisi, vetusti, muffosi agli occhi dei giovani. Come quelli dell'amato figlio Samad, fresco sposo della bella australiana Kate, che seppur combattuto nel proprio intimo con i sensi di colpa - abbandonare l'anziana madre, sempre più sola nella vecchia casa cadente - sceglie comunque di restare in Australia, tentando in tutti i modi di sradicare l'ostinata Bilqis dal Pakistan in rapido decadimento per portarla con sè a Melbourne. O quelli della giovane Mumtaz, domestica nata e cresciuta nella sua casa - come sua madre prima di lei - che in barba ai sani principi della tradizione che vorrebbero un matrimonio accuratamente selezionato e scelto da altri per lei, insegue il suo cuore imbarcandosi in una pericolosa relazione "non autorizzata" con Omar, focoso combattente per l'indipendenza.
Tutto ruota intorno all'amore nelle sue diverse forme - per i genitori, per la propria patria, per la religione, fino al più tradizionale, quello che toglie il fiato e fa battere il cuore - tra i profumi esotici del silenzioso giardino in mezzo al quale sorge l'ormai cadente casa di Bilquis, che pare precedere di qualche passo i piccoli "acciacchi" della sua ultima, tenace inquilina, fedelmente accudita da un esile manipolo di domestici a lei devoti.


UN ASSAGGIO:

"La mattina successiva, Bilqis si svegliò presto. Aveva piovuto prima dell'alba. Quando smise, le rane cominciarono a gracidare. Bilqis si svegliò da un sogno vivido, pensando che suo marito, Hashmat, fosse ancora vivo. Le ci volle qualche istante per rendersi conto che era morto da sette anni, anche se le sembrava che fossero passati solo pochi giorni. Seccata con sè stessa, si alzò e andò in bagno. Era uno spazio piccolo senza finestre, con un'apertura vicino al soffitto, i muri imbiancati e un bouquet di lavanda fresca in una nicchia. Si lavò le mani e il viso con una saponetta trasparente Pear's e si asciugò con uno spesso asciugamano. Moderni accessori in acciaio avevano sostituito l'impianto idraulico originale; era rimasta soltanto una vecchia vasca da bagno in ghisa che, quando gli operai avevano osato cercare di toglierla, aveva affondato le sue zampe artigliate nel pavimento, minacciando di portare con sè tutta la muratura. Si tolse le pantofole rosse di pelle e si sedette sul bordo della vasca. Le piaceva quel bagnetto, che sembrava la cella di un monastero. Si sentiva al sicuro lì dentro. Era il sancta sanctorum della sua casa."

martedì 24 gennaio 2012

THOMAS HARDY - Tess dei D'Urberville


DOVE: Dorset, Inghilterra
QUANDO: seconda metà del Diciannovesimo secolo

Se avete il debole per quelle belle storie strappalacrime in cui una povera fanciulla si ritrova sola ad affrontare povertà, fame ed insidie, Tess dei d'Urberville è la storia che fa per voi. Nella verde campagna inglese la giovane e bella Tess vive una vita semplice ma serena fino a quando, malgrado le rimostranze della giovane, i genitori non le impongono di recarsi fuori dalla Valle di Blackmoore - quello che, fino ad allora, era stato il suo mondo - per rivendicare la parentela con i D'Urberville, stirpe nobiliare che a quanto pare è lontanamente legata ai Durbeyfield, la famiglia di Tess. Lontana da casa, accompagnata dalle avide speranze dei suoi, Tess entra infine nella famiglia di ricchi sconosciuti dove finisce per attirare le brame del giovane figlio Alec, che invita la ragazza a lavorare nella sua proprietà al solo scopo di poter più facilmente soddisfare il proprio desiderio, indipendentemente dal consenso di lei. Peccato che questa non sarà che la prima delle aspre vicissitudini che costelleranno la sfortunata vita di Tess, fino all'amaro finale.
Sullo sfondo della placida campagna inglese, ben lungi dai pic-nic e i party da ballo che nel nostro immaginario fanno da contorno all'immagine di una bella giovinetta del diciannovesimo secolo, ci immergiamo in una realtà di dure sveglie all'alba, di paglia, mani callose, giovani capricciosi ed annoiati e rigidi principi religiosi che non ammettono sconti, nemmeno a chi è vittima degli eventi, nella quale la penna di Hardy ci guida con concretezza quasi fotografica.
E Tess, bellissima e fiera ma impotente spesso di fronte agli eventi, combatte con tutta la forza di una giovane donna contro la sua stessa vita, tentando fino alla fine di riscattarsi. Splendido affresco di fine Ottocento, con tutte le contraddizioni di una religione che finisce per schiacchiare negli ingranaggi delle sue regole gli sventurati che dovrebbe invece risollevare, con la prepotente arroganza di chi si sente forte delle divisioni sociali, con l'amarezza di chi si spezza la schiena nei campi senza avere il diritto di alzare il capo e dire "no" al proprio padrone.


UN ASSAGGIO:

"Rimasero seduti al tavolino del tè in attesa del loro bagaglio, che il lattaio aveva promesso di mandare prima che facesse scuro. Ma la sera cominciava a calare, il bagaglio non arrivava ed essi non avevano portato con sè che quanto avevano indosso. Con la scomparsa del sole l'umor quieto del giorno invernale subì un cambiamento. Fuori cominciarono rumori come di seta strofinata energicamente; le pacifiche foglie morte dell'autunno precedente risorsero irritate e turbinarono riluttanti, battendo contro le imposte. Ben presto cominciò a piovere.
- Quel gallo sapeva che il tempo sarebbe cambiato - disse Claire
La donna che li aveva serviti se n'era tornata a casa sua per la notte, ma aveva posato delle candele sulla tavola ed essi le accesero. Ogni fiammella si chinava verso il focolare.
- Queste case antiche sono piene di correnti d'aria - continuò Angel, guardando le fiamme ed il sego che gocciolava giù dai lati. - Mi chiedo dove mai possano essere i nostri bagagli. Non abbiamo nemmeno una spazzola e un pettine. -
- Non lo so - rispose ella con aria assente.
-Tess, non sei per nulla allegra stasera..niente affatto com'eri solita essere. Quelle megere sui pannelli del piano superiore ti hanno sconcertata. Sono spiacente di averti condotta qui. Mi domando, dopotutto, se mi ami veramente.
Sapeva che ella lo amava, e le sue parole non avevano alcuna intenzione seria; ma ella era satura di emozioni, e sussultò come un animale ferito. Sebbene cercasse di non spargere lacrime non potè fare a meno di lasciarsene sfuggire una o due. "

venerdì 29 luglio 2011

MARSHA MEHRAN - Caffè Babilonia


DOVE: Ballinacroagh, minuscolo villaggio sulla costa irlandese
QUANDO:Anni '80

Tre sorelle - Marjan, Bahar e Layla - fuggite dall'Iran inghiottito dalle fiamme della rivoluzione khomeinista, approdano in un piccolo villaggio dal nome a malapena pronunciabile, appollaiato intorno alle sue strade medievali sull'umida e verde costa irlandese, e rimboccandosi le maniche cercano di ricostruire le loro vite lacerate.
Cosa non facile, quando hai la mente e il cuore pieni di immagini di sangue e violenza così difficili da strappare via; eppure le tre ragazze si animano di buona volontà e aprono un ristorantino pieno di colori e profumi, in grado di portare una ventata di innovazione perfino tra le tranquille e statiche viuzze di Ballinacroagh.
Attratti come da un silenzioso incantesimo dal profumo del basmati e dell'acqua di rose e dall'irresistibile fascino dell'esotico, i loro concittadini cominciano ben presto a sciamare numerosi nel locale, mentre le tre sorelle, assaporando ogni gesto, si dedicano con cura alla preparazione dei loro piatti, lasciando che in questo modo i brutti ricordi si affievoliscano. Ma ecco che l'amore ci mette lo zampino, facendo incontrare la bella Layla con Malachy Mc Guire, figlio di quel Thomas che, a suon di sputi e imprecazioni, manifesta prepotentemente il suo status di "signorotto" locale, nonchè proprietario di un infinito numero di pub; il quale, inutile dirlo, non approva affatto la relazione tra il suo figliolo e quella "straniera" catapultata assieme alle sue sorelle e al loro strampalato bagaglio di spezie e puzze penetranti a scompigliare la tranquillità della sua cittadina.
E tra dolmeh, palpiti del cuore, dolorosi flashback e la triste realtà di chi, tra mille difficoltà, cerca di radicarsi in una terra nuova e sconosciuta, le tre sorelle sapranno - ricetta dopo ricetta - tener fede al loro sogno di crearsi una vita nuova.
(E quando dico: "ricetta dopo ricetta" non è tanto per dire; ogni capitolo è dedicato ad un piatto, con tanto di ricetta ( dalla Baklava, alla Zuppa di Lenticchie Rosse, alla Bevanda allo yoghurt dough) per poter ricreare i profumi e i sapori del libro.)


UN ASSAGGIO:

" Il Caffè Babilonia doveva aprire entro cinque ore. Cinque ore! E a Bal-li-na-croag, la nuova cittadina di cui a stento riusciva a pronunciare il nome, figurarsi scriverlo. Un intero villaggio pieno di gente che sarebbe venuta ad assaggiare i suoi piatti con sguardi interrogativi e lingue curiose. E, al contrario dei suoi precedenti incarichi in cucina, stavolta sarebbe stata lei la responsabile di tutto. Il cuore prese a batterle più forte mentre faceva rosolare la carne tritata e le cipolle sulla fiamma bassa e guizzante. La padella sfrigolò soddisfatta quando Marjan aggiunse le preziose erbe essiccate, le uniche che fosse riuscita a trovare in così poco tempo. Anche in Iran le era capitato di doverle usare, ma aveva scoperto che, se le metteva a mollo durante la notte, andavano ugualmente bene, quasi come quelle fresche. Poi unì la carne rosolata al riso e condì con succo di lime fresco, sale e pepe. A questo punto iniziò a mescolare con tutta la forza nonostante il dolore alle spalle, perchè quelle energiche rotazioni di tutto il busto erano necessarie all'armonia dei dolmeh."