"Non sei mai stato il capitano Nemo intrappolato nel tuo sottomarino mentre la piovra ti sta attaccando?" (Dal film 'La Storia infinita')
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sabato 2 febbraio 2019
GERALD DURRELL - La mia Famiglia e Altri Animali
DOVE: Corfù, Grecia
QUANDO: anni '30
Anche ora che mio figlio maggiore è grande (quest'anno compirà dieci anni, il tempo vola), abbiamo mantenuto l'abitudine di leggere alcuni libri insieme. Non so bene in base a quale criterio lui scelga di affrontare alcune storie da solo, avvolto nella luce giallastra della sua abat-jour e quali invece ritenga siano più idonee ad essere lette ad alta voce; fatto sta che di tanto in tanto ci sforziamo di ritagliarci questi piccoli momenti, che lui a quanto pare continua a gradire, nonostante ormai da parecchi anni sia perfettamente in grado di leggere da solo ( per chi volesse, qui ho dedicato un post proprio all'importanza di leggere anche ai bambini grandi; sarei curiosa di avere altre opinioni.. ^_^ )
C'è stato Willy Wonka, in primis; poi, tre libri e mezzo della saga di Harry Potter. Poi, Sepulveda, con la sua serie di libri dedicati all'amicizia (dalla Gabbianella e il Gatto in poi).
E adesso, appunto, Durrell.
Gli ho regalato questo libro ricordandomi di quanto mi fosse piaciuto, da bambina, ed immaginando che si sarebbe facilmente immedesimato in questo suo coetaneo del secolo scorso, appassionato come lui di natura e con una spiccata, travolgente voglia di scoprire il mondo; ed ammetto di essermi quasi commossa quando lui, con fermezza, ha deciso che lo avremmo letto insieme.
Talvolta soli, io e lui, talvolta con la compagnia della sorella, mentre allattavo, abbiamo dunque intrapreso il viaggio che tutti, una volta nella vita, dovrebbero fare: quello nell'infanzia di un grande naturalista, e più nello specifico nei cinque luminosi, entusiasmanti anni da lui trascorsi nello splendore di una Corfù selvaggia e lontana anni luce dalla grigia e umida Inghilterra che i Durrell si lasciano alle spalle.
Una storia d'altri tempi, certo. Una madre sola che può permettersi di partire armi e bagagli con i suoi quattro figli (tre maschi ed una ragazza) approdando dopo un lunghissimo viaggio in un mondo romanticamente caotico, dai ritmi talvolta sonnolenti, odoroso di sole e salsedine, cordiale e accogliente come solo le terre bagnate dal Mediterraneo, nelle sue varie sfaccettature, sanno essere.
Una famiglia atipica, bizzarra, dai tratti talvolta caricaturali, con una mamma affettuosa, dolcemente paziente, un tantino svampita e quattro figli ciascuno con il proprio carattere e le proprie ossessioni. Margot, adolescente bellissima e ossessionata dalla cura di sè; Larry, fratello maggiore ed in quanto tale col peso sulle spalle dell'essere per certi versi l'uomo di casa, letterato assennato fino a rendersi pedante e noioso; Leslie, rude ed appassionato di caccia, ed il piccolo Gerry, appunto, carico di tutto l'entusiasmo dei suoi dieci anni verso quel mondo nuovo e splendente.
Lui, che un giorno sarà quel Gerald Durrell che fonderà la Durrell Wildlife Conservation Trust, dedicando la sua vita allo studio ed alla conservazione della biodiversità, ci accompagna nelle sue lunghe, oziose eppur pienissime giornate di scorribande attraverso l'isola e le sue meraviglie, con la compagnia del fedele cane Roger e dei tanti, straordinari personaggi che lo affiancheranno in questa esperienza, dal bizzarro Spiro, che li prende sotto la sua ala protettrice assistendoli nei loro primi passi in terra greca, fino ai tanti precettori che si occuperanno di imbrigliare l'entusiasmo di Gerry affiancando alle sue scorribande sul campo un'educazione più tradizionale e teorica.
Il mondo in cui ci accompagna è un mondo meravigliosamente ricco di profumi intensi, di colori, di ronzare di insetti nei sonnolenti pomeriggi estivi e di inverni piovosi che tingono il mare di un blu plumbeo. Di piccole pozze d'acqua trasparente, che come scrigni di vetro custodiscono meravigliosi mondi in miniatura. Di mare azzurro venato di spruzzi color panna là dove si infrange sugli scogli. Di muretti di pietra scottati dal sole, uliveti che chiazzano d'ombra la terra brulla, fichi succosi addentati direttamente sotto la pianta. Di sentieri polverosi che si perdono nel frinire assordante delle cicale.
Di tante straordinarie creature che, ben presto, malgrado le proteste di Larry, finiranno per entrare a far parte della famiglia, occupando man mano gli spazi comuni delle tre case che li vedranno, nel corso degli anni, come residenti. Tartarughe, gufi, mantidi, perfino un enorme e ostile albatros: il mondo di Gerry è quello di un naturalista d'altri tempi, che anzichè osservare sul campo cattura, ingabbia, addomestica; ma siamo pur sempre negli anni '30, e bisogna essere indulgenti verso una visione dell' "essere naturalisti" che negli anni si è evoluta lentamente.
Una storia forse più descrittiva che d'azione, in cui poco accade dal punto di vista della trama ma molto, moltissimo se anzichè attendere eventi clamorosi e colpi di scena ci lasciamo coinvolgere dalle atmosfere, dalle emozioni, dalle descrizioni talmente minuziose che pare di sentire nelle narici l'odore dell'erba secca scaldata dal sole.
Matteo l'ha adorata al punto tale da commuoversi fino alle lacrime quando abbiamo finito, come accade ai lettori veri, quando incontrano un libro capace di coinvolgerli a tal punto che, nel chiuderli, si ha la sensazione di salutare dei cari amici. Con loro ha spesso sorriso, si è emozionato, ed insieme abbiamo spesso finito per cercare su google le immagini degli insetti che Gerry catturava e che credevamo di non conoscere, dalle tipule alle cetonie.
Per lui, Gerry, Larry e gli altri sono diventati questo: amici carissimi coi quali si è condiviso un viaggio straordinario, che ti verrebbe voglia di intraprendere di nuovo, ancora e ancora.
Ed ammetto anche io che, sera dopo sera, capitolo dopo capitolo, l'effetto era quello di riemergere da una sorta di tunnel spazio temporale, ritrovandomi smarrita in una cameretta buia, con la piccola abat-jour di ikea accesa, laddove fino ad un'istante prima mi sembrava di camminare su un sentiero pietroso perso tra gli uliveti.
UN ASSAGGIO:
"La primavera si immerse lentamente nei lunghi, caldi, assolati giorni d'estate tutti canori di cicale, stridule ed eccitate, che facevano vibrare l'isola coi loro gridi. Nei campi il granturco cominciava a gonfiarsi, mentre le seriche barbe, da castane si facevano di un biondo color burro; quando strappavi via l'involucro di foglie e piantavi i denti nei chicchi perlacei, il succo ti sprizzava in bocca come fosse latte. Sulle viti l'uva pendeva in piccoli grappoli macchiettati e caldi. gli ulivi sembravano piegarsi sotto il peso dei loro frutti, gocce levigate di giada verde tra le quali friniva il coro delle cicale. Negli aranceti, tra le foglie scure e lucenti, i frutti cominciavano a colorirsi, come se una vampata di rossore si spandesse sulle loro verdi pelli butterate."
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venerdì 25 agosto 2017
PATRICK MC GRATH- Spider
DOVE: Londra, Inghilterra
QUANDO: tra gli anni '30 e la fine degli anni '50
Già anni fa, quando lessi "Grottesco", mi innamorai dello stile di McGrath e della sua capacità di trasmetterti l'inquietudine cupa della mente umana, lasciandoti quasi senza fiato, con una sensazione di claustrofobia e disorientamento, quasi, una volta richiusa l'ultima pagina.
Mi ero ripromessa di leggere altri titoli di questo autore ma poi, per un motivo o per un altro, mi sono sempre ritrovata fra le mani altro; fino a quest'anno, quando finalmente incontro di nuovo la penna affilata di McGrath e la sua capacità spietata di frugare tra le pieghe più oscure dell'anima umana.
Devo ammettere che, ahimè, avendo già visto il film tratto da questo romanzo - un film di David Chroneberg altrettanto cupo ed angosciante - in parte ho perso il gusto del colpo di scena finale; nonostante questo, Spider è riuscito comunque ad attanagliarmi la gola ed opprimermi il petto d'angoscia.
Siamo a Londra, intorno alla fine degli anni '30, in una stradina di un quartiere popolare - casette cadenti con il bagno ricavato all'esterno, piccoli giardini recintati ed un pub in cui riversare, la sera, lo stress di una dura e poco gratificante giornata di lavoro. Dennis Claig, o "Spider", come lo ha soprannominato la mamma, è un ragazzino inquieto, solitario, magro ed allampanato, con pochi amici. Un ragazzino divenuto uomo che cerca, nei meandri della sua memoria disordinata i pezzi di un puzzle complesso, per ricostruire e capire una storia cupa ed angosciosa rimastagli annodata dentro per venti lunghi anni. Da quando, così gli sembra di ricordare, il padre Horace - idraulico severo ed incline all'alcol - ha ucciso la sua amata mamma rimpiazzandola con Hilda, volgare e vistosa ex prostituta, la quale si insinua con prepotenza nella vita di Spider, cercando di prendere il posto della madre defunta ed il controllo sulla vita sua e di suo padre.
Isolato, disperato, aggrappato al ricordo della mamma, Spider cresce soffocato dal dolore e dall'angoscia, divenendo un adulto disturbato attraverso i cui occhi, a distanza di venti anni, ricostruiamo pezzo a pezzo quello che è veramente accaduto.
Perchè le cose, manco a dirlo, sono diverse da quelle che Dennis ricorda. E pagina dopo pagina, appunto dopo appunto, è lui stesso inconsapevolmente a fare luce su quanto accaduto.
Soffocante, allucinato, paranoico. Un romanzo che oscilla continuamente tra l'incubo e la realtà, sullo sfondo della periferia di Londra, con le strade lucide di pioggia, i piccoli pub affollati, le casupole popolari, gli enormi gasometri che svettano al di là del canale, sulle cui rive lo Spider giovane e quello adulto si siedono in cerca di chiarezza, contemplando l'acqua melmosa.
Lontanissimo dalla Londra luminosa, dal Big Ben, dagli autobus rossi a due piani e i grossi taxi cab neri e lucenti che scivolano sotto il traffico, qui è cresciuto Dennis; in una periferia fangosa, con piccoli orti urbani nei quali gli operai sfiancati da una settimana di lavoro cercano di recuperare il fiato distendendo i nervi, una periferia di vicoli solitari e silenziosi, di lampioni che lanciano una stanca luce giallognola nella nebbia, di donne pazienti che attendono sedute in cucina i passi stanchi dei mariti di rientro dal pub, annebbiati dall'alcol e schiantati dalla vita.
E mentre lui, lentamente, srotola davanti a noi vividi frammenti della sua vita di bambino, in un continuo oscillare di passato e presente, flashback e realtà, scendiamo fino nei meandri più oscuri della mente umana, lì dove si annidano i traumi, i ricordi sgradevoli che non possiamo e non vogliamo che risalgano in superficie.
Fino a che, come le onde del mare, la memoria di Dennis non vomita frammenti inquieti di passato, ad uno ad uno. Lasciandoti, infine, senza fiato.
UN ASSAGGIO:
"Ma almeno non sono lontano dal canale. Ho trovato una panchina vicino all'acqua, in un punto riparato che posso definire 'personale', dove mi piace passare il pomeriggio senza che nessuno mi disturbi. Da questa panchina, ho una chiara visuale dei gasometri, e la vista mi ricorda sempre mio padre: non so perchè, forse per il fatto che era un idraulico e una figura familiare in questo quartiere quando pedalava sulla bicicletta con la borsa di stoffa degli attrezzi buttata su una spalla come una faretra piena di frecce. Le strade erano strette a quel tempo, fiancheggiate da scure, squallide catapecchie accostate l'una all'altra, con dietro dei cortiletti minuscoli- tubazioni esterne e fili per stendere tesi fra muro e muro, e i cortili davano su vicoli in cui magri gatti randagi rovistavano nei bidoni della spazzatura. Londra sembra così grande e vuota, adesso, e questa è un'altra cosa che trovo strana: mi aspettavo il contrario, perchè le scene della propria infanzia tendono ad apparire enormi e immense nella memoria, come sono state vissute a quel tempo."
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mercoledì 27 aprile 2016
HARPER LEE - Va', metti una sentinella
DOVE: Maycomb, Alabama
QUANDO: anni '50
Avete presente Scout, la brillante e combattiva ragazzina protagonista del capolavoro di Harper Lee, Il buio Oltre la Siepe? Sì, proprio lei, la scalza maschiaccia di Maycomb, figlia del pacato avvocato Atticus Finch, finalmente è tornata. Ed è esattamente come la immaginiamo una volta cresciuta; una donna testarda, indipendente, allergica a pregiudizi ed etichette sociali, trasferitasi a New York e di ritorno nella piccola Maycomb in visita a ciò che resta della sua famiglia, dopo la morte - ahimè - del fratello Jem.
E se da piccola già stentava a tenere a freno la lingua di fronte a quelle che reputava ingiustizie, figuriamoci adesso, quando la maturità di una giovane ventiseienne residente nella grande mela consente a Jean Louise di vedere ancor più chiaramente l'asfissiante grettezza e la mentalità meschina della provincia americana. Anche Maycomb è più o meno come ce la immaginiamo negli anni '50; strade asfaltate, piccoli giardini curati, un piccolo chiosco di gelati là dove un tempo lei e Jem giocavano insieme ad Henry (Hank) Clinton, lo storico amico d'infanzia divenuto ora un tranquillo ed affidabile praticante avvocato nello studio di Atticus Finch, nonchè corteggiatore di Jean Louise. Inutile dire che la tranquilla vita di provincia a Jean Louise - che nel profondo del cuore continua ad essere la burrascosa Scout - comincia presto ad andare stretta; quelle che un tempo erano state le sue compagne di scuola sembrano essersi tramutate una dopo l'altra in amabili casalinghe, che scrollatesi di dosso qualsivoglia ambizione personale vivono contemplando amorevolmente i loro mariti, riflettendone persino le opinioni, incapaci perfino di concepire propri pensieri indipendenti. Il germe del razzismo, che da tempo covava sotto la superficie dorata della piccola cittadina, continua a germogliare e spandere il suo veleno ipocrita; la comunità nera e quella "rispettabile" bianca vivono a debita distanza, in un precario equilibrio.
Ma soprattutto, il mondo di Jean Louise comincia a vacillare nel momento in cui perfino Atticus - suo padre, Atticus Finch, che per lei era il sole attorno a cui ruotava l'intero universo - sembra apparentemente deluderla, tradendo quelli che fino ad allora per lei erano stati i principi fermi ed indiscutibili della sua cieca fede in Atticus. Scavando in un passato talvolta dolce, spesso doloroso, Scout porta alla luce i piccoli, inconfessabili segreti di famiglia che la costringono inevitabilmente a maturare, rivedendo i suoi rapporti familiari, quello con Hank ma soprattutto rivedendo il rapporto con sè stessa. E, anche se sarà un processo doloroso - i cambiamenti lo sono sempre, specialmente quelli bruschi - la giovane Scout sopravvivrà. Perchè d'altronde continua ad essere la tosta figlia di Maycomb che scazzottava coi maschi.
Non aggiungo altro; per chi ha amato Harper Lee sarà certamente un piacere ritrovare la sua protagonista. Per tutti gli altri, un'occasione magari per accostarsi a lei, considerando fra l'altro che quest'opera era stata concepita dall'autrice prima di comporre Il Buio Oltre la Siepe, ma che poi da una serie di considerazioni di carattere editoriale è venuta fuori quest'ultima.
(Rimando alla pagina di Wikipedia tutti coloro che fossero interessati all storia di Va', Metti una Sentinella)
Infine, ultimo ma non per importanza, con questo post completo la mia partecipazione al Link Party del Blog Cinebooks Blog, dedicato ai libri ed alla primavera ^_^.
Cliccando sul link arriverete direttamente alla pagina dell'iniziativa, dove potete trovare la lista di tutti i blog partecipanti: una vera miniera d'oro, per gli amanti della lettura!
UN ASSAGGIO:
"La Seconda Guerra Mondiale ebbe una certa influenza su Maycomb: i suoi figli che tornavano a casa avevano strane idee su come fare quattrini e una gran fretta di recuperare il tempo perduto. Pitturavano le case dei genitori di colori atroci; imbiancavano i negozi di Maycomb e montavano insegne al neon; per se stessi costruivano case in muratura in quelli che una volta erano campi di granoturco e pinetine; rovinavano l'aspetto della vecchia città. Le sue strade non furono soltanto latricate, ma anche battezzate (Adeline Avenue, dal nome di Miss Adeline Clay), a i vecchi residenti si astenevano dall'usare i nomi delle vie: per orientarsi bastava indicare "la strada che passa davanti a Tompkins Place". Dopo la guerra, da tutte le aziende agricole della contea affluirono in massa a Maycomb giovani che costruivano casette di legno che sembravano scatole di fiammiferi e mettevano su famiglia. Nessuno capiva come facessero a sbarcare il lunario, ma in un modo o nell'altro ci riuscivano, e se il resto della città avesse riconosciuto la loro esistenza avrebbero creato a Maycomb un nuovo strato sociale.
Anche se l'aspetto della città era cambiato, nelle case nuove battevano gli stessi cuori, davanti ai frullatori e ai televisori. Si poteva dare una mano di bianco a tutto quello che si voleva, e montare buffe insegne al neon, ma le vecchie case di legno reggevano bene allo sforzo anche sotto questo peso supplementare."
QUANDO: anni '50
Avete presente Scout, la brillante e combattiva ragazzina protagonista del capolavoro di Harper Lee, Il buio Oltre la Siepe? Sì, proprio lei, la scalza maschiaccia di Maycomb, figlia del pacato avvocato Atticus Finch, finalmente è tornata. Ed è esattamente come la immaginiamo una volta cresciuta; una donna testarda, indipendente, allergica a pregiudizi ed etichette sociali, trasferitasi a New York e di ritorno nella piccola Maycomb in visita a ciò che resta della sua famiglia, dopo la morte - ahimè - del fratello Jem.
E se da piccola già stentava a tenere a freno la lingua di fronte a quelle che reputava ingiustizie, figuriamoci adesso, quando la maturità di una giovane ventiseienne residente nella grande mela consente a Jean Louise di vedere ancor più chiaramente l'asfissiante grettezza e la mentalità meschina della provincia americana. Anche Maycomb è più o meno come ce la immaginiamo negli anni '50; strade asfaltate, piccoli giardini curati, un piccolo chiosco di gelati là dove un tempo lei e Jem giocavano insieme ad Henry (Hank) Clinton, lo storico amico d'infanzia divenuto ora un tranquillo ed affidabile praticante avvocato nello studio di Atticus Finch, nonchè corteggiatore di Jean Louise. Inutile dire che la tranquilla vita di provincia a Jean Louise - che nel profondo del cuore continua ad essere la burrascosa Scout - comincia presto ad andare stretta; quelle che un tempo erano state le sue compagne di scuola sembrano essersi tramutate una dopo l'altra in amabili casalinghe, che scrollatesi di dosso qualsivoglia ambizione personale vivono contemplando amorevolmente i loro mariti, riflettendone persino le opinioni, incapaci perfino di concepire propri pensieri indipendenti. Il germe del razzismo, che da tempo covava sotto la superficie dorata della piccola cittadina, continua a germogliare e spandere il suo veleno ipocrita; la comunità nera e quella "rispettabile" bianca vivono a debita distanza, in un precario equilibrio.
Ma soprattutto, il mondo di Jean Louise comincia a vacillare nel momento in cui perfino Atticus - suo padre, Atticus Finch, che per lei era il sole attorno a cui ruotava l'intero universo - sembra apparentemente deluderla, tradendo quelli che fino ad allora per lei erano stati i principi fermi ed indiscutibili della sua cieca fede in Atticus. Scavando in un passato talvolta dolce, spesso doloroso, Scout porta alla luce i piccoli, inconfessabili segreti di famiglia che la costringono inevitabilmente a maturare, rivedendo i suoi rapporti familiari, quello con Hank ma soprattutto rivedendo il rapporto con sè stessa. E, anche se sarà un processo doloroso - i cambiamenti lo sono sempre, specialmente quelli bruschi - la giovane Scout sopravvivrà. Perchè d'altronde continua ad essere la tosta figlia di Maycomb che scazzottava coi maschi.
Non aggiungo altro; per chi ha amato Harper Lee sarà certamente un piacere ritrovare la sua protagonista. Per tutti gli altri, un'occasione magari per accostarsi a lei, considerando fra l'altro che quest'opera era stata concepita dall'autrice prima di comporre Il Buio Oltre la Siepe, ma che poi da una serie di considerazioni di carattere editoriale è venuta fuori quest'ultima.
(Rimando alla pagina di Wikipedia tutti coloro che fossero interessati all storia di Va', Metti una Sentinella)
Infine, ultimo ma non per importanza, con questo post completo la mia partecipazione al Link Party del Blog Cinebooks Blog, dedicato ai libri ed alla primavera ^_^.
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UN ASSAGGIO:
"La Seconda Guerra Mondiale ebbe una certa influenza su Maycomb: i suoi figli che tornavano a casa avevano strane idee su come fare quattrini e una gran fretta di recuperare il tempo perduto. Pitturavano le case dei genitori di colori atroci; imbiancavano i negozi di Maycomb e montavano insegne al neon; per se stessi costruivano case in muratura in quelli che una volta erano campi di granoturco e pinetine; rovinavano l'aspetto della vecchia città. Le sue strade non furono soltanto latricate, ma anche battezzate (Adeline Avenue, dal nome di Miss Adeline Clay), a i vecchi residenti si astenevano dall'usare i nomi delle vie: per orientarsi bastava indicare "la strada che passa davanti a Tompkins Place". Dopo la guerra, da tutte le aziende agricole della contea affluirono in massa a Maycomb giovani che costruivano casette di legno che sembravano scatole di fiammiferi e mettevano su famiglia. Nessuno capiva come facessero a sbarcare il lunario, ma in un modo o nell'altro ci riuscivano, e se il resto della città avesse riconosciuto la loro esistenza avrebbero creato a Maycomb un nuovo strato sociale.
Anche se l'aspetto della città era cambiato, nelle case nuove battevano gli stessi cuori, davanti ai frullatori e ai televisori. Si poteva dare una mano di bianco a tutto quello che si voleva, e montare buffe insegne al neon, ma le vecchie case di legno reggevano bene allo sforzo anche sotto questo peso supplementare."
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mercoledì 27 gennaio 2016
Neil Gaiman L'Oceano in fondo al sentiero
DOVE: Sussex, Inghilterra
QUANDO: tra gli anni cinquanta ed oggi
Neil Gaiman, sempre lui. Ti rapisce e ti porta in mondi sospesi tra reale e irreale, a volte cupi e violenti come in Nessun Dove, altre volte pervasi da una particolarissima atmosfera di inquieta poesia.
Tutto ha inizio nel Sussex, in Inghilterra, quando un uomo di mezza età si ritrova per caso - come spesso accade, per i capricci della vita a cui piace ogni tanto costringerci a fare i conti col nostro passato - a tornare sui luoghi della sua infanzia. E qui, inevitabilmente, si rituffa indietro di quarant'anni, tra i ricordi sopiti di un tempo in cui "qui era tutta campagna" e lui era un ragazzetto di una decina d'anni,vivace ed amante dei libri, quando l'estate la scuola finiva e si avevano a disposizione lunghi, interi mesi per dedicarsi a sè stessi, quando, per farla breve, conosceva una ragazzina di nome Lettie Hempstock.
Una tipetta sicura, decisa, che viveva con la mamma e la nonna in un casale circondato dalla quiete della campagna, bevendo latte appena munto in una cucina sempre profumata di torte che lievitano silenziose e placide in forno.
Tutto qui? Direte voi. Un cinquantenne che ricorda con nostalgia le sue estati scalze e nullafacenti, gironzolando per le campagne del Sussex con una sua amica?
Neanche per sogno, signori miei, questo, d'altronde, è il mondo di Neil Gaiman.
Ed ecco dunque che, nella pace bucolica di quei ricordi, riaffiorano lentamente elementi bizzarri ed inquietanti. Un cercatore di opali, morto in circostanze misteriose. Una baby-sitter diabolica che pareva aver stregato tutti col suo fascino, tranne lui. Delle oscure forze primordiali che qualcuno pare aver risvegliato, e che ribollono di notte nella campagna un tempo quieta.
E poi loro, le tre Hempstock. Straordinarie, meravigliose Hempstock. Tre creature misteriose e piene di magia, inafferrabili e indefinite come lo stagno tranquillo che si stende alle spalle del loro casale, e che le tre donne sembrano proprio convinte che sia invece un oceano...
Inutile allungare il brodo di questa recensione... Gaiman va letto. Anzi, letto è dire poco.... Gaiman va assaporato. Bisogna lasciare che lui ti guidi, assaporare i profumi ed i sapori, percepire le sensazioni, ascoltare i suoni dei suoi straordinari mondi incantati.
E, qualsiasi cosa accada, ricordate: mai, e ripeto MAI lasciare la mano di Lettie. ;-)
UN ASSAGGIO:
"Non era venuto nessuno al mio settimo compleanno. C'era una tavola imbandita di gelee e budini, cappelli colorati come segnaposto e al centro una torta con sette candeline. Sulla torta, con la glassa era stato disegnato un libro. A mia madre, che aveva organizzato la festa, la signora della pasticceria aveva detto di non aver mai disegnato un libro su una torta di compleanno, che per i maschietti in genere metteva un pallone o una navicella spaziale. Ero stato il loro primo libro.
Quando fu chiaro che non sarebbe venuto nessuno, mia madre accese le sette candeline e io ci soffiai sopra. Mangiai una fetta di torta, come fecero anche mia sorella minore e una sua amica (entrambe presenti in veste di osservatrici, non di partecipanti), prima di filarsela, sghignazzando, in giardino.
Mia madre aveva preparato qualche gioco di società, ma poichè non c'era nessuno, nemmeno mia sorella, non ne facemmo neanche uno e fui io stesso a strappare, da solo, i vari fogli di giornale avvolti intorno al premio dello scarta-la-carta, scoprendo un pupazzo di plastica di Batman tutto blu. Ero triste perchè alla mia festa non era venuto nessuno, ma felice di avere un pupazzo di Batman. Per non parlare del regalo di compleanno che aspettava di essere divorato, un'edizione in cofanetto delle Cronache di Narnia che portai subito di sopra."
QUANDO: tra gli anni cinquanta ed oggi
Neil Gaiman, sempre lui. Ti rapisce e ti porta in mondi sospesi tra reale e irreale, a volte cupi e violenti come in Nessun Dove, altre volte pervasi da una particolarissima atmosfera di inquieta poesia.
Tutto ha inizio nel Sussex, in Inghilterra, quando un uomo di mezza età si ritrova per caso - come spesso accade, per i capricci della vita a cui piace ogni tanto costringerci a fare i conti col nostro passato - a tornare sui luoghi della sua infanzia. E qui, inevitabilmente, si rituffa indietro di quarant'anni, tra i ricordi sopiti di un tempo in cui "qui era tutta campagna" e lui era un ragazzetto di una decina d'anni,vivace ed amante dei libri, quando l'estate la scuola finiva e si avevano a disposizione lunghi, interi mesi per dedicarsi a sè stessi, quando, per farla breve, conosceva una ragazzina di nome Lettie Hempstock.
Una tipetta sicura, decisa, che viveva con la mamma e la nonna in un casale circondato dalla quiete della campagna, bevendo latte appena munto in una cucina sempre profumata di torte che lievitano silenziose e placide in forno.
Tutto qui? Direte voi. Un cinquantenne che ricorda con nostalgia le sue estati scalze e nullafacenti, gironzolando per le campagne del Sussex con una sua amica?
Neanche per sogno, signori miei, questo, d'altronde, è il mondo di Neil Gaiman.
Ed ecco dunque che, nella pace bucolica di quei ricordi, riaffiorano lentamente elementi bizzarri ed inquietanti. Un cercatore di opali, morto in circostanze misteriose. Una baby-sitter diabolica che pareva aver stregato tutti col suo fascino, tranne lui. Delle oscure forze primordiali che qualcuno pare aver risvegliato, e che ribollono di notte nella campagna un tempo quieta.
E poi loro, le tre Hempstock. Straordinarie, meravigliose Hempstock. Tre creature misteriose e piene di magia, inafferrabili e indefinite come lo stagno tranquillo che si stende alle spalle del loro casale, e che le tre donne sembrano proprio convinte che sia invece un oceano...
Inutile allungare il brodo di questa recensione... Gaiman va letto. Anzi, letto è dire poco.... Gaiman va assaporato. Bisogna lasciare che lui ti guidi, assaporare i profumi ed i sapori, percepire le sensazioni, ascoltare i suoni dei suoi straordinari mondi incantati.
E, qualsiasi cosa accada, ricordate: mai, e ripeto MAI lasciare la mano di Lettie. ;-)
UN ASSAGGIO:
"Non era venuto nessuno al mio settimo compleanno. C'era una tavola imbandita di gelee e budini, cappelli colorati come segnaposto e al centro una torta con sette candeline. Sulla torta, con la glassa era stato disegnato un libro. A mia madre, che aveva organizzato la festa, la signora della pasticceria aveva detto di non aver mai disegnato un libro su una torta di compleanno, che per i maschietti in genere metteva un pallone o una navicella spaziale. Ero stato il loro primo libro.
Quando fu chiaro che non sarebbe venuto nessuno, mia madre accese le sette candeline e io ci soffiai sopra. Mangiai una fetta di torta, come fecero anche mia sorella minore e una sua amica (entrambe presenti in veste di osservatrici, non di partecipanti), prima di filarsela, sghignazzando, in giardino.
Mia madre aveva preparato qualche gioco di società, ma poichè non c'era nessuno, nemmeno mia sorella, non ne facemmo neanche uno e fui io stesso a strappare, da solo, i vari fogli di giornale avvolti intorno al premio dello scarta-la-carta, scoprendo un pupazzo di plastica di Batman tutto blu. Ero triste perchè alla mia festa non era venuto nessuno, ma felice di avere un pupazzo di Batman. Per non parlare del regalo di compleanno che aspettava di essere divorato, un'edizione in cofanetto delle Cronache di Narnia che portai subito di sopra."
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domenica 13 marzo 2011
EDMONDO DE AMICIS - Cuore
DOVE:Torino, terza elementare sezione Baretti
QUANDO: fine '800
So che molti storcono il naso davanti al libro Cuore, ritenendolo niente più che uno stucchevole, superato libro per bambini che non ha più nulla da raccontarci. Eppure io, al di là del valore sentimentale - il bellissimo ricordo di mia nonna, romagnola trapiantata a Roma da 60 anni, che mi raccontava la storia di Ferruccio - ho deciso di scegliere proprio De Amicis per celebrare - nel mio piccolo - i 150 anni dell'Italia unita (tra pochi giorni, il 17 marzo: qui il sito ufficiale con tutte le iniziative).
Perchè è proprio lì che veniamo catapultati fin dalle primissime pagine: in un'Italia neonata, per certi versi ancora incredula, con la voglia di sentirsi unita e di celebrare senza tristezza tutti coloro che, spinti dalla passione per un'ideale, avevano sacrificato la propria vita affinchè i propri figli, i propri successori - noi - potessero vivere il loro sogno. Siamo a Torino, intorno al 1882, in una terza elementare nella quale la tanto sospirata unità nazionale si comincia a toccare con mano; bambini che fino a pochi anni prima sarebbero stati stranieri gli uni per gli altri, provenienti da aree diverse dello stivale che si trovano a condividere, un banco accanto all'altro, un intero anno scolastico. Provate a immaginare cosa voleva dire, allora, spostarsi dalla Calabria a Torino: due mondi diversi, due lingue diverse, due climi diversi. Eppure c'era la voglia di credere nelle potenzialità di questo nuovo stato, c'era ancora la fiamma dell'ideale che ardeva nei petti, c'era il desiderio di sentirsi, prima di tutto, italiani.
E' qui, in questa scuola d'altri tempi - siamo ben prima della riforma Gentile, in epoca di grembiuli, di "buon giorno signor maestro", di Sezioni Maschili e Sezioni Femminili, di medaglie ai primi della classe - che si intrecciano le vicende di piccoli studenti (il buon Garrone, il piccolo "gobbino" Nelli, lo scapestrato Franti, il biondissimo primo della classe Derossi), narrate dalla voce di uno di loro.
Enrico Bottini, questo il suo nome, in un semplice diario ci racconta di un tempo in cui l'infanzia, sebbene spesso costretta ad aprire gli occhi sulla malattia, il dolore, la morte, la miseria, manteneva una sua aura di candida ingenuità, un tempo in cui la figura del maestro ispirava un misto tra timore e rispetto, e nel quale operai, falegnami e fochisti, sfiniti dopo una giornata di lavoro, trovano le ultime forze per frequentare la scuola serale. E, soprattutto, ci racconta le avvincenti storie che il maestro talvolta raccontava loro; più che storie, delle parabole il cui fine è quello di illustrare ai suoi studenti - con esempi concreti - valori come il coraggio, l'amore per il prossimo, la forza morale, l'amore per la famiglia e la patria. Insegnando loro che, molto spesso, grandi sentimenti albergano nei cuori più piccoli; e talvolta proprio in quelli sui quali la maggior parte di noi non scommetterebbe un soldo.
E' vero, il linguaggio può suonare per qualcuno un tantino "impolverato" - anche se io, personalmente, adoro il potere evocativo che il linguaggio ha.. espressioni come "figliuolo dell'erbivendola" hanno il sapore d'altri tempi che poche immagini cinematografiche riescono a dare con identica suggestione - ma la forza dei valori e dei sentimenti non ha tempo nè età.
E l'entusiasmo di un popolo che - ben lungi dal prevedere di dover affrontare due conflitti mondiali ed un Ventennio di dittatura tra uno e l'altro - si scopre finalmente unito; entusiasmo che forse dovremmo provare a coltivare e riscoprire, immedesimandoci in questi uomini e donne di centocinquant'anni fa che, malgrado la miseria riuscivano a scaldarsi al fuoco dei loro valori.
E allora, BUON COMPLEANNO, ITALIA!
UN ASSAGGIO:
"Non furon che due giorni di vacanza, e mi parve di stare tanto tempo senza riveder Garrone. Quanto più lo conosco, tanto più gli voglio bene, e così segue a tutti gli altri, fuorchè ai prepotenti, che con lui non se la dicono, perchè egli non lascia far prepotenze. Ogni volta che uno grande alza la mano su uno piccolo, il piccolo grida: - Garrone! - e il grande non picchia più. Suo padre è macchinista della strada ferrata; egli cominciò tardi le scuole, perchè fu ammalato due anni. E' il più alto e il più forte della classe, alza un banco con una mano, mangia sempre, è buono. Qualunque cosa gli domandino, matita, gomma, carta, temperino, impresta o dà tutto; e non parla e non ride in iscuola: se ne sta sempre immobile nel banco troppo stretto per lui, con la schiena arrotondata e il testone dentro le spalle; e quando lo guardo, mi fa un sorriso con gli occhi socchiusi, come per dirmi: - Ebbene, Enrico, siamo amici?- Mi fa ridere, grande e grosso com'è, che ha la giacchetta, calzoni, maniche, tutto troppo stretto e troppo corto, un cappello che non gli sta in capo, il capo rapato, le scarpe grosse, e una cravatta sempre attorcigliata come una corda. Caro Garrone, basta guardarlo in viso una volta per prendergli affetto."
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giovedì 30 settembre 2010
PATRICK SUSKIND - Storia del Signor Sommer
DOVE: Untersee, piccolo villaggio sulla riva di un lago della Baviera
QUANDO: in un tempo non specificato.
Probabilmente esagero, ma questo libro mi ha riportato per molti versi alla mente uno dei miei libri preferiti, Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupery. Diversa la trama, eppure c'è un che di simile, nell'atmosfera candidamente favolistica con cui Suskind racconta la storia dell'eccentrico signor Sommers, vista attraverso gli occhi di un suo piccolo concittadino. Ben lontano dalle atmosfere cupe de "Il Profumo", ma mantenendo lo stesso potere evocativo, stavolta ci conduce in un paesello bavarese, Untersee, adagiato sulla riva di un lago e quasi tutt'uno col confinante Obernsee, tanto da fondersi, agli occhi de forestieri, in un unico paese. In questa terra verde di boschi vive un singolare personaggio, del quale i più ignorano tutto, tranne una cosa: che il Signor Sommers cammina. Lo si vedeva con la neve e con la grandine, con l'afa, alle prime luci dell'alba e con la luna alta nel cielo, quando i bambini assonnati si incamminano di malavoglia verso la scuola e quando la sera, chiudendo le finestre per andare a dormire, si affacciavano in strada. Instancabile, inconfondibile, accompagnato solo dal suo bastone e dallo zaino.
Ed inevitabilmente finisce per essere l'oggetto delle chiacchiere degli adulti, che consapevoli di cosa vuol dire crescere lo bollano come "svitato" e biasimano le sue solitarie scorribande senza una meta, mentre la moglie lavora ininterrottamente nel loro scantinato, fabbricando bambole. Perchè il Signor Sommer cammina? Dove lo spinge il suo camminare senza meta?
Attraverso lo sguardo attento di un bambino, prende lentamente forma la storia del suo curioso concittadino.
UN ASSAGGIO:
"Era facile riconoscerlo. Il suo aspetto era inconfondibile, anche a distanza. D'inverno portava un lungo cappotto nero, eccessivamente ampio e stranamente rigido, che a ogni passo gli ballava sul corpo come un involucro troppo grande, stivali di gomma e sulla pelata un berretto rosso con il fiocco. D'estate però - e l'estate per lui durava dall'inizio di marzo fino alla fine di ottobre, cioè il periodo senz'altro più lungo dell'anno - il signor Sommer portava una paglietta con un nastro nero, una camicia di lino color caramello e pantaloni corti, dello stesso colore, da cui spuntavano, ridicolmente scarne, le sue gambe lunghe, fibrose, quasi soltanto un groviglio di tendini e di vene varicose, che in basso sparivano entro un paio di rozzi scarponi da montagna."
martedì 21 settembre 2010
HARPER LEE - Il buio oltre la siepe
DOVE: profondo Sud degli Stati Uniti
QUANDO: anni'50
Cosa succede quando una giovane nativa dell'Alabama e amica fin dall'infanzia del grande Truman Capote decide di mettersi a scrivere i suoi ricordi di bambina?
Nasce, naturalmente, un capolavoro.
Questa, in poche righe, la genesi de Il buio oltre la siepe, pubblicato - con gran successo - negli anni '60 e divenuto ormai un classico, complice anche l'adattamento cinematografico con Gregory Peck.
Un libro estremamente moderno, nella sua capacità di dipingere con semplicità un affresco delle meschinità più bieche del razzismo e della straordinaria caparbietà di chi a ciò sceglie di opporsi, anche quando questo significa scontrarsi contro un'intera comunità. La storia, vista attraverso gli occhi della piccola Scout, ragazzina anticonvenzionale e intelligente, narra la storia di suo padre Atticus Finch, avvocato che sceglie di difendere dall'accusa di violenza carnale il giovane (e innocente) Tom Robinson. Peccato però che Tom sia un "negro", e come tale, nella grettezza di opinioni della "brava gente" di Maycomb, certamente meritevole di castigo. D'altronde, come poter pensare di opporre la parola di un nero che proclama la sua innocenza a quella di una giovane bianca? Scout e il fratellino Jem, con la semplicità disarmante dei bambini, guardano ed ascoltano ogni cosa, sforzandosi di capire. Sullo sfondo, un'America agricola e bigotta, in cui i bambini corrono scalzi in strada e mettono alla prova il loro coraggio entrando nel giardino della "casa maledetta" dei Radley, nella quale - si dice - viva in perfetta solitudine il giovane Boo, malato di mente la cui malattia, nell'immaginario dei concittadini, sfuma nei toni della mostruosità.
Un romanzo che, pur nella sua delicatezza, colpisce con la violenza della verità più cruda. Perchè ci ricorda le nostre responsabilità di adulti nel costruire un mondo migliore. E ci ricorda che i bambini ci guardano, sempre.
UN ASSAGGIO:
"Il signor Avery stava a pensione di fronte alla casa della signora Lafayette-Dubose. Tutte le domeniche posava una banconota sul piatto delle elemosine prendendosi tutti gli spiccioli in cambio, e tutte le sere sedeva sulla veranda fino alle nove e starnutiva. Una sera fummo così fortunati da assistere ad una sua esibizione, che doveva essere la prima e l'ultima perchè per quanto lo spiassimo non la ripetè mai più. Jem e io scendevamo una sera gli scalini della casa di miss Rachel quando Dill ci fermò:'Accidenti!' disse 'Guardate un po' là!' E indicò la casa al di là della strada. Dapprima vedemmo soltanto una veranda coperta da rampicanti, ma a una più attenta osservazione scoprimmo un getto d'acqua che dalle foglie cadeva schizzando nel cerchio giallo della luce del lampione; a quanto ci parve, dalla fonte dello zampillo a terra potevano esserci tre metri. Jem disse che il signor Avery aveva calcolato male le distanze e Dill aggiunse che doveva bere almeno quattro litri d'acqua al giorno, e la discussione che seguì per determinare le relative distanze e le rispettive prodezze ancora una volta mi diede l'impressione d'esser tagliata fuori, visto che in materia non me ne intendevo."
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