DOVE: Lisbona, Portogallo
QUANDO: anni '90, in un torrido luglio
Già in Sostiene Pereira con Tabucchi ci eravamo immersi in una Lisbona inquieta, torrida, umida d'afa e sudore; qui la ritroviamo più intensa, più moderna, immersa in un torpore onirico che la ammanta di un fascino ancora maggiore, lasciandoci percepire tutto l'amore che l'autore nutre per questa città, che l'ha adottato accompagnandolo fino al suo ultimo respiro.
Qui Lisbona non è un semplice sfondo su cui i personaggi si muovono, ma un qualcosa di vivo, che pare respirare, avvolgere, accompagnare il cammino del protagonista in un luglio torrido e accecante, in cerca di quiete dell'anima, e di risposte. Tutto inizia lontano, su un'amaca ad Azeitao, nella campagna ronzante di insetti. Un'amaca sulla quale, pigramente abbandonato alle sue ferie, un'uomo sta leggendo Borges, finendo per assopirsi cullato dal frinire delle cicale; ed immediatamente, eccolo catapultato a Lisbona, in una città semideserta, bollente, arrostita dal sole di luglio, in un sogno talmente vivido che lo sentiamo sudare ed arrancare a fatica sull'asfalto rovente mentre si muove, in parte incredulo, in parte sicuro di ciò che questo strano sogno vivido sta a significare, diretto ad uno strano appuntamento.
Dipanare la trama sarebbe un peccato; perchè di sogno si tratta, e come tale va vissuto, senza un'idea chiara di ciò che accadrà, ma semplicemente lasciandosi trasportare assieme al protagonista, attraverso le strade semideserte, sciogliendosi di sudore e lentamente fondendosi con la città, quartiere dopo quartiere, tappa dopo tappa. Godersi il viaggio senza pensare alla meta, semplicemente assaporando il racconto che Tabucchi fa della città e dei meravigliosi personaggi - meravigliosi come solo le creature dei sogni sanno essere - dal sapore a tratti malausseniano, bizzarri, straordinariamente vivi, colorati e sfuggenti.
Ma soprattutto, assaporando la bellezza sudata di un luglio a Lisbona, attraversando la città semideserta, rifugiandoci nella confortevole frescura di un ristorante, assaporando lentamente il gusto della cucina semplice della Casimira, o sorseggiando un Sumol di ananas nella quiete del museo di arte antica, nel delizioso giardino interno riparato dall'afa, in attesa di poter contemplare Le Tentazioni di Sant'Antonio con tutta calma, dopo l'orario di chiusura. Ed ancora, a Santos, nell'afa del giardino deserto, con la sola compagnia di un ragazzo drogato in cerca di spiccioli e di un bizzarro venditore di biglietti della lotteria, sfogliando distrattamente "A Bola" per far passare il tempo in attesa del bizzarro appuntamento; e poi in treno fino a Cascais, in una villa disabitata ad un passo dal mare rombante, scrostata dalla salsedine ed accudita saltuariamente da una coppia di anziani. Passo dopo passo, seguendo l'onda di ciò che accade, il sogno si dipana e con esso prendono forma le risposte a domande che la vita aveva lasciato appese, in attesa di qualcosa.
Il protagonista ripercorre i momenti salienti della sua esistenza e noi, silenziosi accompagnatori accaldati, vediamo scorrere davanti ai nostri occhi istantanee di luoghi meravigliosi, perlopiù carichi della malinconia che inevitabilmente il peso dei ricordi si porta appresso. Come soffiando sulla brace, passo dopo passo le emozioni impolverate riprendono vita, fino al sorprendente incontro finale che prelude poi al risveglio, nella quiete della campagna e finalmente anche dell'anima del protragonista.
E noi? Noi che lo abbiamo accompagnato in silenzio, passo passo, innamorandoci di quei luoghi?
Noi non possiamo che chiudere l'ultima pagina con un sospiro. Perchè sì, ecco fatto, ci siamo innamorati di Lisbona.
Per una come me, che legge soprattutto per compensare il fatto di non riuscire - ahimè - a viaggiare quanto vorrebbe, che sceglie i libri in base all'ambientazione, che si immerge nella lettura spesso cercando le sensazioni, la suggestione dell'ambiente piuttosto che gli eventi, questo libro è stato una manna dal cielo; anche se dire "dal cielo" non è corretto, diciamo piuttosto che è stata una scelta consapevole dettata dal fatto che adoro Tabucchi ed il suo stile e che, dalla quarta di copertina, avevo intuito che sarebbe stato nelle mie corde.
Se cercate letture "d'azione", o libri con un principio ed una fine ed eventi nettamente delineati, questo certamente non è il libro adatto; perchè di un sogno si tratta, e come tale procede, con salti di luoghi, con lunghe e silenziose soste riflessive, con tanti sottintesi su ciò che è accaduto,che affiorano a tratti senza mai completamente delineare il quadro complessivo.
Si termina la lettura ritemprati, un po' malinconici, con la sensazione di aver provato sulla nostra pelle emozioni che erano su carta, a patto di saper entrare nell'ottica di lasciar condurre il gioco allo scrittore, senza cercare di ricostruirne la storia ma assaporandola, trasportati dal vento caldo e godendosi il viaggio.
Un sogno, appunto. Prendetelo come tale, e non resterete delusi.
UN ASSAGGIO:
"Finalmente ero riuscito ad aprire il finestrino, ma l'aria che entrava era torrida. Chiusi gli occhi e pensai ad altre cose, alla mia infanzia, mi ricordai di quando era estate e andavo in bicicletta a prendere l'acqua fresca alle 'caroline', con la bottiglia nel cestino di paglia. Una frenata brusca mi fece riaprire gli occhi. L'uomo era uscito dal tassì e si guardava attorno con aria desolata. Mi sono sbagliato, disse, siamo a Campo de Ourique, io ho preso a sinistra la strada che lei mi aveva detto, ma non credo che sia la Saraiva de Carvalho, ho preso un'altra strada che è in senso vietato, guardi un po', tutte le macchine sono parcheggiate contromano, mi sono infilato in un senso vietato. Niente di male, replicai, l'importante è che abbia svoltato a sinistra, adesso ci facciamo questo senso vietato e arriviamo a Largo Dos Prazeres."
"Non sei mai stato il capitano Nemo intrappolato nel tuo sottomarino mentre la piovra ti sta attaccando?" (Dal film 'La Storia infinita')
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venerdì 19 luglio 2019
ANTONIO TABUCCHI - Requiem
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giovedì 6 dicembre 2018
DINO BUZZATI - La boutique del mistero
DOVE: Italia
QUANDO: in diversi tempi, tra gli inizi del secolo scorso e gli anni '50.
Ancora a casa in maternità, continuo a sfruttare le lunghe sedute di allattamento per leggere ^_^ ; ed ho approfittato, tra le altre cose, per recuperare un autore dallo stile straordinario, scoperto ahimè troppo tardi.
Dino Buzzati è stato per anni solamente un nome allineato tra gli altri nomi su un piccolo scaffale a casa dei miei nonni - la libreria adiacente a quello che era stato il letto di mio padre da bambino, la stessa libreria a cui io mi affacciavo con curiosità infantile, innamorata com'ero dei libri e degli straordinari viaggi che essi contenevano, silenziosamente nascosti fra le pagine.
Dicevamo, dunque, Dino Buzzati. Poliedrico personaggio letterario, definito "il kafka italiano", autore straordinario rimasto ahimè accantonato, sebbene il suo stile e le atmosfere delle sue opere lo rendano tuttora godibile ed affascinante. Rimando come sempre a Wikipedia per approfondirne la vita e gli aspetti professionali; per quanto mi riguarda mi limito qui, come di consueto, a proporre una piccola proposta di viaggio ^_^, per coloro i quali volessero conoscerlo.
Tanti i titoli possibili; personalmente consiglio di iniziare da qui, da questa piccola raccolta di racconti brevi dal sapore surreale, talvolta amaramente ironico,spesso inquieto. Ben trentuno storie brevi, trentuno piccoli viaggi che in un certo senso mi hanno richiamato alla mente Paese d'Ottobre di Bradbury, con le loro atmosfere continuamente sospese a metà tra concreto e fantastico. Qui, con il suo stile dal sapore vintage ma dalla prosa diretta, semplice, dal grande impatto descrittivo, veniamo condotti per mano attraverso piccoli spicchi di un'Italia scomparsa: talvolta, in un mondo contadino ancora pregno di superstizioni (leggete per esempio Il cane che ha visto Dio; deliziosa e incredibilmente moderna descrizione di come talvolta la fede religiosa possa sfociare in risvolti amaramente ridicoli ), altre volte, nelle grandi metropoli ancora in fieri, in una fiera e decadente borghesia ancorata saldamente alle sue sciocche convenzioni, come in " Eppure battono alla porta".
Insomma, viaggiamo attraverso i tanti aspetti di un' Italia antica, sempre su quel filo sottile che separa la realtà dall'irrealtà, in una sorta di bruma nebbiosa che confonde i contorni delle cose finendo per smarrirci. In "Sette piani", ad esempio, veniamo rinchiusi in quella che appare una luminosa ed affidabile clinica, per ritrovarci poi invischiati in una storia claustrofobica ed angosciosa. In "Lo scarafaggio" veniamo invece trasportati in un appartamento cittadino come tanti, nel quale però in una notte silenziosa qualcosa di inquietante comincia ad aleggiare. Con "I Santi" veniamo poi trasportati al di fuori del tempo e dello spazio, in un piacevole paradiso in cui i santi che veneriamo vivono placide esistenze da impiegati - anche qui, una storia deliziosamente ironica sulle nostre esistenze piccole di uomini miseramente attaccati alle superstizioni. E ancora, in "Qualcosa era successo", di nuovo veniamo trasportati in una storia in cui l'angoscia va crescendo, rinchiusi in un treno che sferraglia correndo verso l'Italia meridionale.
Insomma, piccoli mondi racchiusi in poche pagine, ciascuno con la sua atmosfera, ciascuno con il suo sapore preziosamente "vintage" ciascuno con un messaggio senza tempo. Perchè lì, in quelle pagine, in quelle storie apparentemente scollate da ciò che è reale, Buzzati racconta noi, gli uomini di oggi come quelli di ieri, con le nostre convenzioni sociali, le nostre paure, soprattutto con la nostra fede religiosa che finiamo spesso per sfumare nella cieca superstizione. Ci sono le nostre paure, le inquietudini che celiamo nei meandri del nostro animo e che la mente gioca a tirar fuori quando, nel sonno, diventiamo più vulnerabili. Ci sono le nostre domande sul senso del nostro affannarci attorno alle piccolezze della vita, ci sono i nostri rancori covati per anni e la nostra struggente materialità.
Un autore che ha assolutamente ancora tanto, tanto da raccontarci.
PS: Per chi volesse, invece, qui ci interroghiamo sul senso dei lit-blog, sull'onda di un vecchio post degli Alberi da Libri...
Aggiornamento post 29/1/2019: ci tengo a segnalare su La Repubblica di ieri, un bellissimo articolo su questo autore, per tutti coloro che volessero approfondirne la conoscenza...
UN ASSAGGIO:
"Era sera e la campagna già mezza addormentata, dalle vallette levandosi lanugini di nebbia e il richiamo della rana solitaria che però subito taceva (l'ora che sconfigge anche i cuori di ghiaccio, col cielo limpido, l'inspiegabile serenità del mondo, l'odor di fummo, i pipistrelli e nelle antiche case i passi felpati degli spiriti), quand'ecco il disco volante si posò sul tetto della casa parrocchiale, la quale sorge al sommo del paese.
All'insaputa degli uomini che erano già rientrati nelle case, l'ordigno si calò verticalmente giù dagli spazi, esitò qualche istante, mandando una specie di ronzio, poi toccò il tetto senza strepito, come colomba. Era grande, lucido, compatto, simile ad una lenticchia mastodontica; e da certi sfiatatoi continuò ad uscire zufolando un soffio. Poi tacque e restò fermo, come morto.
QUANDO: in diversi tempi, tra gli inizi del secolo scorso e gli anni '50.
Ancora a casa in maternità, continuo a sfruttare le lunghe sedute di allattamento per leggere ^_^ ; ed ho approfittato, tra le altre cose, per recuperare un autore dallo stile straordinario, scoperto ahimè troppo tardi.
Dino Buzzati è stato per anni solamente un nome allineato tra gli altri nomi su un piccolo scaffale a casa dei miei nonni - la libreria adiacente a quello che era stato il letto di mio padre da bambino, la stessa libreria a cui io mi affacciavo con curiosità infantile, innamorata com'ero dei libri e degli straordinari viaggi che essi contenevano, silenziosamente nascosti fra le pagine.
Dicevamo, dunque, Dino Buzzati. Poliedrico personaggio letterario, definito "il kafka italiano", autore straordinario rimasto ahimè accantonato, sebbene il suo stile e le atmosfere delle sue opere lo rendano tuttora godibile ed affascinante. Rimando come sempre a Wikipedia per approfondirne la vita e gli aspetti professionali; per quanto mi riguarda mi limito qui, come di consueto, a proporre una piccola proposta di viaggio ^_^, per coloro i quali volessero conoscerlo.
Tanti i titoli possibili; personalmente consiglio di iniziare da qui, da questa piccola raccolta di racconti brevi dal sapore surreale, talvolta amaramente ironico,spesso inquieto. Ben trentuno storie brevi, trentuno piccoli viaggi che in un certo senso mi hanno richiamato alla mente Paese d'Ottobre di Bradbury, con le loro atmosfere continuamente sospese a metà tra concreto e fantastico. Qui, con il suo stile dal sapore vintage ma dalla prosa diretta, semplice, dal grande impatto descrittivo, veniamo condotti per mano attraverso piccoli spicchi di un'Italia scomparsa: talvolta, in un mondo contadino ancora pregno di superstizioni (leggete per esempio Il cane che ha visto Dio; deliziosa e incredibilmente moderna descrizione di come talvolta la fede religiosa possa sfociare in risvolti amaramente ridicoli ), altre volte, nelle grandi metropoli ancora in fieri, in una fiera e decadente borghesia ancorata saldamente alle sue sciocche convenzioni, come in " Eppure battono alla porta".
Insomma, viaggiamo attraverso i tanti aspetti di un' Italia antica, sempre su quel filo sottile che separa la realtà dall'irrealtà, in una sorta di bruma nebbiosa che confonde i contorni delle cose finendo per smarrirci. In "Sette piani", ad esempio, veniamo rinchiusi in quella che appare una luminosa ed affidabile clinica, per ritrovarci poi invischiati in una storia claustrofobica ed angosciosa. In "Lo scarafaggio" veniamo invece trasportati in un appartamento cittadino come tanti, nel quale però in una notte silenziosa qualcosa di inquietante comincia ad aleggiare. Con "I Santi" veniamo poi trasportati al di fuori del tempo e dello spazio, in un piacevole paradiso in cui i santi che veneriamo vivono placide esistenze da impiegati - anche qui, una storia deliziosamente ironica sulle nostre esistenze piccole di uomini miseramente attaccati alle superstizioni. E ancora, in "Qualcosa era successo", di nuovo veniamo trasportati in una storia in cui l'angoscia va crescendo, rinchiusi in un treno che sferraglia correndo verso l'Italia meridionale.
Insomma, piccoli mondi racchiusi in poche pagine, ciascuno con la sua atmosfera, ciascuno con il suo sapore preziosamente "vintage" ciascuno con un messaggio senza tempo. Perchè lì, in quelle pagine, in quelle storie apparentemente scollate da ciò che è reale, Buzzati racconta noi, gli uomini di oggi come quelli di ieri, con le nostre convenzioni sociali, le nostre paure, soprattutto con la nostra fede religiosa che finiamo spesso per sfumare nella cieca superstizione. Ci sono le nostre paure, le inquietudini che celiamo nei meandri del nostro animo e che la mente gioca a tirar fuori quando, nel sonno, diventiamo più vulnerabili. Ci sono le nostre domande sul senso del nostro affannarci attorno alle piccolezze della vita, ci sono i nostri rancori covati per anni e la nostra struggente materialità.
Un autore che ha assolutamente ancora tanto, tanto da raccontarci.
PS: Per chi volesse, invece, qui ci interroghiamo sul senso dei lit-blog, sull'onda di un vecchio post degli Alberi da Libri...
Aggiornamento post 29/1/2019: ci tengo a segnalare su La Repubblica di ieri, un bellissimo articolo su questo autore, per tutti coloro che volessero approfondirne la conoscenza...
UN ASSAGGIO:
"Era sera e la campagna già mezza addormentata, dalle vallette levandosi lanugini di nebbia e il richiamo della rana solitaria che però subito taceva (l'ora che sconfigge anche i cuori di ghiaccio, col cielo limpido, l'inspiegabile serenità del mondo, l'odor di fummo, i pipistrelli e nelle antiche case i passi felpati degli spiriti), quand'ecco il disco volante si posò sul tetto della casa parrocchiale, la quale sorge al sommo del paese.
All'insaputa degli uomini che erano già rientrati nelle case, l'ordigno si calò verticalmente giù dagli spazi, esitò qualche istante, mandando una specie di ronzio, poi toccò il tetto senza strepito, come colomba. Era grande, lucido, compatto, simile ad una lenticchia mastodontica; e da certi sfiatatoi continuò ad uscire zufolando un soffio. Poi tacque e restò fermo, come morto.
mercoledì 30 maggio 2018
AA VV - I Confini della Realtà
DOVE e QUANDO: non sempre specificato, spesso in un'Italia contemporanea o in un futuro immaginario
Ecco un ennesimo caso di libro in cui mi imbatto per caso, frugando su una bancarella di libri usati.
Più e più volte ho detto di come il racconto non sia un genere a me congeniale, lasciandomi perlopiù con un senso di insoddisfazione di fronte a finali spesso frettolosi; ma più e più volte ho anche detto che, quando il racconto si addentra in mondi particolari, atmosfere noir, o horror, o fantascientifiche, trovo che al contrario diventi un genere interessante, e che spesso dia origine a vere e proprie piccole "chicche".
Ultimo in ordine cronologico tra le mie letture era stato Ray Bradbury, tanto per citarne uno.
In questo caso, invece, sono una serie di autori italiani (Licia Troisi, Violetta Bellocchio, Tullio Avoledo solo per citarne alcuni) ad accompagnarci attraverso un viaggio in un'Italia diversa da quella che conosciamo. Un'Italia in cui manco a dirlo accadono fatti misteriosi, inquetanti, a filo del paranormale. O, addirittura, un'Italia in cui la realtà che vediamo e percepiamo è completamente distorta rispetto al vero.
Il richiamo, già dal titolo, è evidente: la fortunata serie USA "Ai Confini della Realtà" ( "The Twilight Zone", se non avete mai avuto occasione di guardarla fatelo, se amate il genere, non resterete delusi) , nella quale in ogni puntata si raccontava una storia dal sapore surreale, angosciante, inquietante, paranormale, fantascientifico e chi più ne ha, più ne metta, dando vita a piccole "perle" di microcinema da gustarsi nell'arco di una mezz'ora, credo, o poco più.
Ripeto, se amate il genere (io da buona teenager anni'90 ho divorato quasi tutte le serie di X-Files) e non avete avuto modo di guardarla, fatelo. Spesso la RAI la rimette in onda, specialmente nel periodo estivo ^_^.
Dunque, dicevamo, la strana e inquieta Italia attraverso cui questi autori ci portano in viaggio.
Talvolta, come in "L'Odore" di Carla Vangelista, il viaggio è più nella mente e nella psiche di un uomo malato. Altre volte, come in "Lo zoo di Schroedinger" di Tullio Avoledo, ci ritroviamo in una sorta di ghetto allucinato, malsano, popolato da personaggi non completamente umani.
Altre ancora, come in "Plastic" di Chiara Palazzolo, ci muoviamo attraverso l'afa asfaltata di una Roma contemporanea, nella quale però ben presto alcune cose cominciano a non tornare.
Difficile riassumere qui in maniera sintetica i tanti sapori e le tante ambientazioni proposte dagli autori. Dieci capitoli, altrettante penne che magistralmente creano questi mondi stravolti, dieci differenti atmosfere. Tra città afose e placidi paesaggi di campagna, da Nord a Sud, tra mondi paralleli, strane presenze, leggende metropolitane, l'esilissimo confine tra reale e irreale viene varcato e rivarcato più volte, accompagnandoci in un viaggio scorrevole, gustoso, rilassante seppure con qualche colpo di scena.
Una evasione a tutti gli effetti dal mondo reale, per tanti piccoli viaggi in altrettanti bizzarri universi, ciascuno con la propria, avvolgente atmosfera, ciascuno perfettamente chiuso in sè stesso, ciascuno ricco di suspance e di curiosità.
Personalmente, a parte un paio di storie che ho trovato meno "entusiasmanti", ho amato molto tutti i capitoli. E, ovviamente, tanti spunti di lettura a cui attingere, nel caso in cui qualcuno degli autori risultasse un "nuovo incontro".
Un libro da non perdere, se amate il genere.
UN ASSAGGIO:
"E' all'altezza del lungotevere Flaminio, poco prima di imboccare il ponte, che Plasty nota la signora. Capelli corti, arruffati. Spessi occhiali da vista. Pantaloni dall'aria trasandata. Come lei, del resto. La tipica vecchia signora di mezza età. Ma per Plasty, che compirà ventinove anni in giugno, tutte le signore con i capelli grigi sono vecchie. E poi questa ha il bastone.
Un bastone di legno poggiato a lato del sedile dell'autobus.
La signora deve aver detto qualcosa, per questo Plasty l'ha notata. O forse ha bofonchiato. O solo sbuffato, strappando Plasty alla lettura degli annunci immobiliari del quotidiano che tiene in mano.
E che farebbe a meno di spulciare, se non fosse per questi stronzi della Sa.Va.Te Inc., che si sono messi in testa di dismettere il loro patrimonio immobiliare, buttando Plasty in mezzo a una strada."
Ecco un ennesimo caso di libro in cui mi imbatto per caso, frugando su una bancarella di libri usati.
Più e più volte ho detto di come il racconto non sia un genere a me congeniale, lasciandomi perlopiù con un senso di insoddisfazione di fronte a finali spesso frettolosi; ma più e più volte ho anche detto che, quando il racconto si addentra in mondi particolari, atmosfere noir, o horror, o fantascientifiche, trovo che al contrario diventi un genere interessante, e che spesso dia origine a vere e proprie piccole "chicche".
Ultimo in ordine cronologico tra le mie letture era stato Ray Bradbury, tanto per citarne uno.
In questo caso, invece, sono una serie di autori italiani (Licia Troisi, Violetta Bellocchio, Tullio Avoledo solo per citarne alcuni) ad accompagnarci attraverso un viaggio in un'Italia diversa da quella che conosciamo. Un'Italia in cui manco a dirlo accadono fatti misteriosi, inquetanti, a filo del paranormale. O, addirittura, un'Italia in cui la realtà che vediamo e percepiamo è completamente distorta rispetto al vero.
Il richiamo, già dal titolo, è evidente: la fortunata serie USA "Ai Confini della Realtà" ( "The Twilight Zone", se non avete mai avuto occasione di guardarla fatelo, se amate il genere, non resterete delusi) , nella quale in ogni puntata si raccontava una storia dal sapore surreale, angosciante, inquietante, paranormale, fantascientifico e chi più ne ha, più ne metta, dando vita a piccole "perle" di microcinema da gustarsi nell'arco di una mezz'ora, credo, o poco più.
Ripeto, se amate il genere (io da buona teenager anni'90 ho divorato quasi tutte le serie di X-Files) e non avete avuto modo di guardarla, fatelo. Spesso la RAI la rimette in onda, specialmente nel periodo estivo ^_^.
Dunque, dicevamo, la strana e inquieta Italia attraverso cui questi autori ci portano in viaggio.
Talvolta, come in "L'Odore" di Carla Vangelista, il viaggio è più nella mente e nella psiche di un uomo malato. Altre volte, come in "Lo zoo di Schroedinger" di Tullio Avoledo, ci ritroviamo in una sorta di ghetto allucinato, malsano, popolato da personaggi non completamente umani.
Altre ancora, come in "Plastic" di Chiara Palazzolo, ci muoviamo attraverso l'afa asfaltata di una Roma contemporanea, nella quale però ben presto alcune cose cominciano a non tornare.
Difficile riassumere qui in maniera sintetica i tanti sapori e le tante ambientazioni proposte dagli autori. Dieci capitoli, altrettante penne che magistralmente creano questi mondi stravolti, dieci differenti atmosfere. Tra città afose e placidi paesaggi di campagna, da Nord a Sud, tra mondi paralleli, strane presenze, leggende metropolitane, l'esilissimo confine tra reale e irreale viene varcato e rivarcato più volte, accompagnandoci in un viaggio scorrevole, gustoso, rilassante seppure con qualche colpo di scena.
Una evasione a tutti gli effetti dal mondo reale, per tanti piccoli viaggi in altrettanti bizzarri universi, ciascuno con la propria, avvolgente atmosfera, ciascuno perfettamente chiuso in sè stesso, ciascuno ricco di suspance e di curiosità.
Personalmente, a parte un paio di storie che ho trovato meno "entusiasmanti", ho amato molto tutti i capitoli. E, ovviamente, tanti spunti di lettura a cui attingere, nel caso in cui qualcuno degli autori risultasse un "nuovo incontro".
Un libro da non perdere, se amate il genere.
UN ASSAGGIO:
"E' all'altezza del lungotevere Flaminio, poco prima di imboccare il ponte, che Plasty nota la signora. Capelli corti, arruffati. Spessi occhiali da vista. Pantaloni dall'aria trasandata. Come lei, del resto. La tipica vecchia signora di mezza età. Ma per Plasty, che compirà ventinove anni in giugno, tutte le signore con i capelli grigi sono vecchie. E poi questa ha il bastone.
Un bastone di legno poggiato a lato del sedile dell'autobus.
La signora deve aver detto qualcosa, per questo Plasty l'ha notata. O forse ha bofonchiato. O solo sbuffato, strappando Plasty alla lettura degli annunci immobiliari del quotidiano che tiene in mano.
E che farebbe a meno di spulciare, se non fosse per questi stronzi della Sa.Va.Te Inc., che si sono messi in testa di dismettere il loro patrimonio immobiliare, buttando Plasty in mezzo a una strada."
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domenica 22 ottobre 2017
RAY BRADBURY - Paese d'ottobre
DOVE: perlopiù nel Midwest degli USA
QUANDO: tra gli anni '30 e gli anni '40
Ci sono libri che sembrano essere stati scritti appositamente per l'autunno, per le prime serate fredde che fanno venire voglia di plaid, di cioccolata calda e per chi- come me - li ama alla follia, di un gatto sulle ginocchia. Ecco, questo è uno di quei libri, perfetti per ritagliarsi momenti di evasione mordi e fuggi.
Come ho scritto in diverse occasioni, non sono un'amante del racconto; trovo che in molti casi le storie di poche pagine non riescano a coinvolgermi, restando perdipiù incompiute, e lasciandomi in bocca un sapore amarognolo e deludente, come di qualcosa che doveva essere e non è stato. Accade anche, però che il racconto in mano a penne particolarmente dotate, diventi "altro", una piccola storia compiuta, da mangiare in un boccone, come quei piccoli mignon colorati che occhieggiano dalle vetrine delle pasticcerie e che ti vien voglia di divorare uno dopo l'altro. Accade raramente, ma accade. Con Asimov, per esempio, e il suo brillante I racconti dei Vedovi Neri. Oppure, con le bizzarre e guizzanti Storie del Terrore da un minuto.
Ed accade con Bradbury ed i suoi brevi, stralunati, surreali racconti autunnali che ci trasportano nella provincia americana a cavallo tra gli anni '30 e '40, dove accadono cose strane, talvolta semplicemente ambigue, talvolta decisamente spaventose.
Ecco, va anche detto che probabilmente per quanto mi riguarda apprezzo i racconti quando strizzano l'occhio non dico all'horror, ma perlomeno al mistero, da buona ex ragazza degli anni '90 cresciuta a pane e Mulder&Scully.
Ho comprato questo libro su Amazon, semplicemente - lo confesso - a completamento di un ordine, per arrivare alla cifra necessaria per evitare le spese di spedizione; l'ho comprato senza troppe aspettative, ma con una certa curiosità. Punto primo, perchè di lui avevo letto - millenni fa - le Cronache Marziane (ed anzi, sarei curiosa di recuperarle). Punto secondo, perchè al di là della promessa di sapori "surreali", mi intrigava moltissimo questa ambientazione negli USA della prima metà del Ventesimo Secolo.
Di storie e di luoghi, poi, in queste pagine se ne trovano per tutti i gusti, Per esempio, un vecchio e cadente Luna Park coi suoi baracconi allineati lungo un molo, nell'afa di una sera di fine estate.
Oppure, una quieta, silenziosa ed elegante casa circondata da un folto bosco che la protegge dai pericoli del mondo esterno. O un lago, un quieto e luccicante lago, con la sua spiaggia silenziosa ed i baracchini dei panini imbottiti chiusi, con le imposte inchiodate.
O una città, una perfetta, ordinata, caotica, trafficata, pericolosa città degli anni'30, con le automobili lucide come insetti che scorrono sulle strade dritte, gli attraversamenti pedonali, i grattacieli color piombo dritti contro il cielo.
Su questi perfetti, suggestivi scenari scorrono poi, come in un teatrino magnetico, le vicende di decine di personaggi, storie diverse una dall'altra ma tutte accomunate dal retrogusto surreale, misterioso, talvolta inquieto.
Un bambino bloccato a letto da una lunga malattia, e la straordinaria amicizia del suo cane, che gli porta in camera brandelli di quel mondo esterno dal quale è escluso.
Una giovane mamma che sembra crollare psicologicamente, convinta che il suo neonato nasconda un'inquietante verità.
Un agricoltore, la sua famiglia ed uno strano, stranissimo campo di grano.
Il giovane Timothy, membro "diverso" di una famiglia "speciale".
Tanti ingredienti perfettamente miscelati per creare 19 racconti instabili, inquieti, bizzarri.
Diciannove micro-viaggi in altrettanti piccoli mondi di un'America divenuta antica, tra città e campagne, con un piccolo sconfinamento in Messico assieme ad una coppia di mezza età alle prese con un misterioso rituale di mummificazione.
Il mio preferito tra tutti, decisamente, "L'emissario".
Da leggere se amate le storie che strizzano l'occhio all'irreale, al fantastico e al nonsense.
UN ASSAGGIO:
"Martin seppe che era tornato l'autunno, perchè entrando in casa di corsa Fido portò vento, brina e un sentore di mele inacidite sotto gli alberi. Nelle molle d'orologio del suo pelame, Fido raccoglieva il solidago, la polvere dell'astrea che dà l'addio all'estate, guscio di ghianda, pelo di scoiattolo, piuma di pettirosso partito, segatura di legna da ardere appena tagliata e foglie, simili a tizzoni scrollati dalla vampata fulva degli aceri. Fido balzò. Una pioggia di gracile felce, di pruno da more, d'erba di palude si riversò sul letto dove Martin strillava. Nessun dubbio, nessunissimo dubbio, quella bestia incredibile era ottobre!
'Qua, bravo, qua'
E Fido si adagiò a riscaldare il corpo di Martin con tutti i falò e i fuochi misteriosi di stagione, e a riempire al camera degli odori tenui o forti, umidi o secchi di una lunga gita."
QUANDO: tra gli anni '30 e gli anni '40
Ci sono libri che sembrano essere stati scritti appositamente per l'autunno, per le prime serate fredde che fanno venire voglia di plaid, di cioccolata calda e per chi- come me - li ama alla follia, di un gatto sulle ginocchia. Ecco, questo è uno di quei libri, perfetti per ritagliarsi momenti di evasione mordi e fuggi.
Come ho scritto in diverse occasioni, non sono un'amante del racconto; trovo che in molti casi le storie di poche pagine non riescano a coinvolgermi, restando perdipiù incompiute, e lasciandomi in bocca un sapore amarognolo e deludente, come di qualcosa che doveva essere e non è stato. Accade anche, però che il racconto in mano a penne particolarmente dotate, diventi "altro", una piccola storia compiuta, da mangiare in un boccone, come quei piccoli mignon colorati che occhieggiano dalle vetrine delle pasticcerie e che ti vien voglia di divorare uno dopo l'altro. Accade raramente, ma accade. Con Asimov, per esempio, e il suo brillante I racconti dei Vedovi Neri. Oppure, con le bizzarre e guizzanti Storie del Terrore da un minuto.
Ed accade con Bradbury ed i suoi brevi, stralunati, surreali racconti autunnali che ci trasportano nella provincia americana a cavallo tra gli anni '30 e '40, dove accadono cose strane, talvolta semplicemente ambigue, talvolta decisamente spaventose.
Ecco, va anche detto che probabilmente per quanto mi riguarda apprezzo i racconti quando strizzano l'occhio non dico all'horror, ma perlomeno al mistero, da buona ex ragazza degli anni '90 cresciuta a pane e Mulder&Scully.
Ho comprato questo libro su Amazon, semplicemente - lo confesso - a completamento di un ordine, per arrivare alla cifra necessaria per evitare le spese di spedizione; l'ho comprato senza troppe aspettative, ma con una certa curiosità. Punto primo, perchè di lui avevo letto - millenni fa - le Cronache Marziane (ed anzi, sarei curiosa di recuperarle). Punto secondo, perchè al di là della promessa di sapori "surreali", mi intrigava moltissimo questa ambientazione negli USA della prima metà del Ventesimo Secolo.
Di storie e di luoghi, poi, in queste pagine se ne trovano per tutti i gusti, Per esempio, un vecchio e cadente Luna Park coi suoi baracconi allineati lungo un molo, nell'afa di una sera di fine estate.
Oppure, una quieta, silenziosa ed elegante casa circondata da un folto bosco che la protegge dai pericoli del mondo esterno. O un lago, un quieto e luccicante lago, con la sua spiaggia silenziosa ed i baracchini dei panini imbottiti chiusi, con le imposte inchiodate.
O una città, una perfetta, ordinata, caotica, trafficata, pericolosa città degli anni'30, con le automobili lucide come insetti che scorrono sulle strade dritte, gli attraversamenti pedonali, i grattacieli color piombo dritti contro il cielo.
Su questi perfetti, suggestivi scenari scorrono poi, come in un teatrino magnetico, le vicende di decine di personaggi, storie diverse una dall'altra ma tutte accomunate dal retrogusto surreale, misterioso, talvolta inquieto.
Un bambino bloccato a letto da una lunga malattia, e la straordinaria amicizia del suo cane, che gli porta in camera brandelli di quel mondo esterno dal quale è escluso.
Una giovane mamma che sembra crollare psicologicamente, convinta che il suo neonato nasconda un'inquietante verità.
Un agricoltore, la sua famiglia ed uno strano, stranissimo campo di grano.
Il giovane Timothy, membro "diverso" di una famiglia "speciale".
Tanti ingredienti perfettamente miscelati per creare 19 racconti instabili, inquieti, bizzarri.
Diciannove micro-viaggi in altrettanti piccoli mondi di un'America divenuta antica, tra città e campagne, con un piccolo sconfinamento in Messico assieme ad una coppia di mezza età alle prese con un misterioso rituale di mummificazione.
Il mio preferito tra tutti, decisamente, "L'emissario".
Da leggere se amate le storie che strizzano l'occhio all'irreale, al fantastico e al nonsense.
UN ASSAGGIO:
"Martin seppe che era tornato l'autunno, perchè entrando in casa di corsa Fido portò vento, brina e un sentore di mele inacidite sotto gli alberi. Nelle molle d'orologio del suo pelame, Fido raccoglieva il solidago, la polvere dell'astrea che dà l'addio all'estate, guscio di ghianda, pelo di scoiattolo, piuma di pettirosso partito, segatura di legna da ardere appena tagliata e foglie, simili a tizzoni scrollati dalla vampata fulva degli aceri. Fido balzò. Una pioggia di gracile felce, di pruno da more, d'erba di palude si riversò sul letto dove Martin strillava. Nessun dubbio, nessunissimo dubbio, quella bestia incredibile era ottobre!
'Qua, bravo, qua'
E Fido si adagiò a riscaldare il corpo di Martin con tutti i falò e i fuochi misteriosi di stagione, e a riempire al camera degli odori tenui o forti, umidi o secchi di una lunga gita."
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giovedì 6 aprile 2017
LEWIS CARROL - Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo Specchio
DOVE e QUANDO: in un mondo immaginario, nella seconda metà dell'Ottocento
Ho sempre avuto un debole per Alice; al di là dello straordinario film Disney, ricordo di aver divorato il libro preso in prestito dalla biblioteca della classe in un giorno o poco più; libro che, ricordo, la maestra mi aveva consigliato, visto che ero all'epoca - come ora - parecchio incline ai viaggi mentali ^_^
E' stato quindi con grande piacere che a trenta e forse più anni di distanza l'ho ripreso in mano, in questa edizione economica attraverso la quale ho spulciato anche, per la prima volta, la strabiliante storia "dietro le quinte" del mio amatissimo romanzo (linko qui la pagina di Wikipedia, per tutti coloro che volessero dare una sbirciatina alla biografia dell'autore).
Dunque, dicevamo, Alice. Inutile anche delineare la trama, tanto è entrata ormai nell'immaginario collettivo, proposta e riproposta in tutte le salse; diciamo che si tratta, come è ovvio, di un viaggio letterario che richiede di lasciarsi andare completamente, con mente aperta, in modo da godere appieno delle miriadi di invenzioni fantasiose di cui sono zeppe le pagine del libro, ed apprezzare la bellezza del nonsense, delle filastrocche, della fantasia lasciata andare a briglia sciolta, della mentre che respira una boccata di freschezza che la disintossica dal grigiore della quotidianità.
Il Coniglio Bianco, il bizzarro tè del Cappellaio Matto con la Lepre Marzolina, il Gatto del Cheshire con il suo ghigno incantato, Humpty Dumpty, il Dodo, liquidi misteriosi che fanno crescere o rimpicciolire, lo strampalato cricket con l'irritabile Regina di Cuori e la sua corte trepidante, ed ancora la Finta Tartaruga con la sua storia senza capo nè coda, e la Regina Rossa coi suoi discorsi ingarbugliati, un triste Cavaliere che non sa andare a cavallo; una carrellata di personaggi ineguagliabile, un viaggio senza tempo, senza scopo, se non quello di distrarre, strappare un sorriso, distendere i nervi, farci evadere.
Rileggendola oggi, più che allora, devo dire che lo apprezzo, anche se forse ho perso un pochino negli anni la capacità di apprezzare tutto ciò che appare slegato dalla logica.. Veloce, leggero, scanzonato, un libretto che si legge in fretta e si gusta d'un fiato, se si ha voglia - come è successo a me - ti fare un balzo a ritroso nell'infanzia.
UN ASSAGGIO:
" "Via, piangere non serve proprio a nulla!" disse a sè stessa dopo un po', con molta energia. "Ti consiglio di piantarla immediatamente."
Di solito Alice si dava degli ottimi consigli (sebbene li seguisse piuttosto di rado) e qualche volta addirittura si rimproverava così severamente da farsi venire le lacrime agli occhi; un giorno, perfino, cercò di tirarsi gli orecchi perchè aveva imbrogliato sè stessa giocando una partita di croquet contro se stessa. Perchè questa curiosa bambina si divertiva un mondo a far finta d'essere due persone.
"Ma ora" pensava la povera Alice " non mi servirebbe a nulla fingere di essere due persone. Sono una quantità così piccola, che basta appena per una sola persona che si rispetti!"
A un tratto, i suoi occhi caddero su una scatolina di vetro che era sotto la tavola; l'aprì e ci trovò un minuscolo pasticcino sul quale era scritto con belle lettere maiuscole "MANGIAMI".
"E va bene" disse Alice. "Lo mangerò, e se fa crescere vuol dire che arriverò alla chiave; se invece mi riduce ancora più piccina, passerò sotto la porta; così in un modo o nell'altro entrerò nel giardino e succeda quel che vuol succedere!" "
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domenica 26 giugno 2016
ANDRE' BRINK - La polvere dei sogni
DOVE: Sudafrica
QUANDO: metà anni '90, alle soglie dell'elezione di Nelson Mandela
In una immaginaria città del Sudafrica, una donna sta morendo. Ouma Kristina, centenaria, minuta, coriacea vecchietta che si ostina a vivere sola in una immensa ed eccentrica costruzione di proprietà della sua famiglia da tempi immemori, si sta lentamente spegnendo. Ma non è la vecchiaia ad ucciderla, quanto piuttosto la violenza di ignoti che, in una notte turbolenta, hanno appiccato il fuoco ad un'ala del suo sterminato palazzo. Sono tempi cupi, per il Sudafrica; per la prima volta dopo anni la popolazione nera avrà accesso a delle libere elezioni, e nei giorni che le precedono l'entusiasmo, la rabbia covata in anni e anni di apartheid, il desiderio di riscatto, si miscelano in un cocktail esplosivo. Dall'altra parte del pianeta, sua nipote Kristien, fuggita anni prima dalla grettezza di un mondo claustrofobico, ma rimasta legatissima alla nonna, sente il richiamo del cuore, molla il suo fidanzato perfetto Michael, la sua vita ordinata e vola al capezzale di Ouma, pronta ad esaudire le sue ultime volontà. Numero uno: lasciare l'ospedale asettico per tornare a morire nella sua amatissima e bizzarra dimora, fatta di stanze incastrate una nell'altra come scatole cinesi e di misteriosi e labirintici corridoi. Numero due: avere la sua nipote prediletta accanto al letto, munita di penna e taccuino, per poterle lentamente raccontare la sua storia; anche se dire "sua" è riduttivo, perchè quello che Ouma lentamente, tenacemente, con un sottile filo di voce va dipanando è un inanellarsi di racconti, uno per ciascuna delle straordinarie donne che si sono succedute nella loro famiglia. Ouma stessa, con una segreta storia d'amore sconvolgente per un uomo diverso da quello che Kristien ha sempre considerato suo nonno. La sfortunata Rachel, imprigionata nei sotterranei della casa e svanita nel nulla, lasciando dietro di sè una serie di disegni osceni che (stregoneria?) continuamente riaffiorano dalle pareti, malgrado queste vengano pulite costantemente.
Wilhelmina, solida, mascolina, terrificante matrona che negli anni assunse dimensioni talmente spropositate da non essere in grado di passare attraverso le porte della sua stessa casa. E poi la sensuale Kamma, volitiva fanciulla khoihoi sacrificatasi per cercare di portare la pace con i bianchi; e l'affascinante Samuel, dai lunghissimi capelli biondi.
Notte dopo notte, accoccolata accanto alla piccola Ouma sofferente, Kristien scrive, ed assorbe lentamente i suoi strampalati racconti; e, inevitabilmente, mentre lo fa si trova a ripercorrere passo dopo passo la sua storia personale.
Intorno a lei, uno scorcio amaro del Sudafrica in trasformazione, enorme farfalla in procinto di lacerare il bozzolo oscuro in cui per anni ha covato; da un lato, la popolazione nera, sballottata tra rabbia e rassegnazione. Dall'altro, i bianchi, discendenti degli ex coloni, perfettamente incarnati da Anna - sorella di Kristien, mamma pluripara, sciatta, depressa, insoddisfatta ma perfettamente in linea con ciò che la società si aspettava da lei - e da suo marito Casper, violento, maschilista, capobranco di un piccolo manipolo di razzisti.
Una storia che oscilla continuamente tra presente e passato, speranza e disperazione, poesia e crudezza, reale e irreale. Tassello dopo tassello, il puzzle prende forma, fino allo sconcertante, tragico finale.
UN ASSAGGIO:
" 'I cognomi non hanno importanza. Sono stati tutti aggiunti dopo, non puoi farci conto. Ogni volta che un uomo diventa padre non vede l'ora di mettere avanti il suo cognome. Ma come può essere sicuro che quello che lui ha messo dentro è lo stesso di quello che viene fuori? Solo noialtre possiamo dirlo per certo, e qualche volta preferiamo tenerlo segreto. E' di noi che parlo. Le donne. Te l'ho detto che questo è il mio testamento. E adesso che mi sto avvicinando alla morte questo è tutto ciò che conta veramente.'
'Fino a che punto riesci a risalire nel passato con la storia?'
'Abbastanza in là. Nella nostra famiglia abbiamo avuto la fortuna di avere sempre donne che raccontavano storie. Tu hai me, io avevo Petronella, nei aveva Wilhelmina e così via, sempre più indietro, fino alla donna che aveva due nomi, Kamma e Maria. Se ricordo bene il totale fa nove.'
'Allora la prima fu Maria-Kamma?'
'Certo che no. Mi stai ad ascoltare? Nessuno sa da dove abbiamo cominciato. A un certo punto il passato è avvolto nell'ombra. Secondo me ci siamo sempre state. Ci sono vecchie storie che parlano di una donna, nel profondo cuore dell'Africa, che venne da un lago portando sulla schiena un bambino e spingendo davanti a sè una vacca nera. O da un fiume, la donna-serpente con il gioiello sulla fronte. O dal mare. Un giorno una piccola onda si infranse sulla spiaggia e lasciò dietro di sè della schiuma, e sotto la luce del sole la schiuma diventò una donna. Questo però non lo sappiamo per certo, e io preferisco solo parlare delle cose che conosco.' "
QUANDO: metà anni '90, alle soglie dell'elezione di Nelson Mandela
In una immaginaria città del Sudafrica, una donna sta morendo. Ouma Kristina, centenaria, minuta, coriacea vecchietta che si ostina a vivere sola in una immensa ed eccentrica costruzione di proprietà della sua famiglia da tempi immemori, si sta lentamente spegnendo. Ma non è la vecchiaia ad ucciderla, quanto piuttosto la violenza di ignoti che, in una notte turbolenta, hanno appiccato il fuoco ad un'ala del suo sterminato palazzo. Sono tempi cupi, per il Sudafrica; per la prima volta dopo anni la popolazione nera avrà accesso a delle libere elezioni, e nei giorni che le precedono l'entusiasmo, la rabbia covata in anni e anni di apartheid, il desiderio di riscatto, si miscelano in un cocktail esplosivo. Dall'altra parte del pianeta, sua nipote Kristien, fuggita anni prima dalla grettezza di un mondo claustrofobico, ma rimasta legatissima alla nonna, sente il richiamo del cuore, molla il suo fidanzato perfetto Michael, la sua vita ordinata e vola al capezzale di Ouma, pronta ad esaudire le sue ultime volontà. Numero uno: lasciare l'ospedale asettico per tornare a morire nella sua amatissima e bizzarra dimora, fatta di stanze incastrate una nell'altra come scatole cinesi e di misteriosi e labirintici corridoi. Numero due: avere la sua nipote prediletta accanto al letto, munita di penna e taccuino, per poterle lentamente raccontare la sua storia; anche se dire "sua" è riduttivo, perchè quello che Ouma lentamente, tenacemente, con un sottile filo di voce va dipanando è un inanellarsi di racconti, uno per ciascuna delle straordinarie donne che si sono succedute nella loro famiglia. Ouma stessa, con una segreta storia d'amore sconvolgente per un uomo diverso da quello che Kristien ha sempre considerato suo nonno. La sfortunata Rachel, imprigionata nei sotterranei della casa e svanita nel nulla, lasciando dietro di sè una serie di disegni osceni che (stregoneria?) continuamente riaffiorano dalle pareti, malgrado queste vengano pulite costantemente.
Wilhelmina, solida, mascolina, terrificante matrona che negli anni assunse dimensioni talmente spropositate da non essere in grado di passare attraverso le porte della sua stessa casa. E poi la sensuale Kamma, volitiva fanciulla khoihoi sacrificatasi per cercare di portare la pace con i bianchi; e l'affascinante Samuel, dai lunghissimi capelli biondi.
Notte dopo notte, accoccolata accanto alla piccola Ouma sofferente, Kristien scrive, ed assorbe lentamente i suoi strampalati racconti; e, inevitabilmente, mentre lo fa si trova a ripercorrere passo dopo passo la sua storia personale.
Intorno a lei, uno scorcio amaro del Sudafrica in trasformazione, enorme farfalla in procinto di lacerare il bozzolo oscuro in cui per anni ha covato; da un lato, la popolazione nera, sballottata tra rabbia e rassegnazione. Dall'altro, i bianchi, discendenti degli ex coloni, perfettamente incarnati da Anna - sorella di Kristien, mamma pluripara, sciatta, depressa, insoddisfatta ma perfettamente in linea con ciò che la società si aspettava da lei - e da suo marito Casper, violento, maschilista, capobranco di un piccolo manipolo di razzisti.
Una storia che oscilla continuamente tra presente e passato, speranza e disperazione, poesia e crudezza, reale e irreale. Tassello dopo tassello, il puzzle prende forma, fino allo sconcertante, tragico finale.
UN ASSAGGIO:
" 'I cognomi non hanno importanza. Sono stati tutti aggiunti dopo, non puoi farci conto. Ogni volta che un uomo diventa padre non vede l'ora di mettere avanti il suo cognome. Ma come può essere sicuro che quello che lui ha messo dentro è lo stesso di quello che viene fuori? Solo noialtre possiamo dirlo per certo, e qualche volta preferiamo tenerlo segreto. E' di noi che parlo. Le donne. Te l'ho detto che questo è il mio testamento. E adesso che mi sto avvicinando alla morte questo è tutto ciò che conta veramente.'
'Fino a che punto riesci a risalire nel passato con la storia?'
'Abbastanza in là. Nella nostra famiglia abbiamo avuto la fortuna di avere sempre donne che raccontavano storie. Tu hai me, io avevo Petronella, nei aveva Wilhelmina e così via, sempre più indietro, fino alla donna che aveva due nomi, Kamma e Maria. Se ricordo bene il totale fa nove.'
'Allora la prima fu Maria-Kamma?'
'Certo che no. Mi stai ad ascoltare? Nessuno sa da dove abbiamo cominciato. A un certo punto il passato è avvolto nell'ombra. Secondo me ci siamo sempre state. Ci sono vecchie storie che parlano di una donna, nel profondo cuore dell'Africa, che venne da un lago portando sulla schiena un bambino e spingendo davanti a sè una vacca nera. O da un fiume, la donna-serpente con il gioiello sulla fronte. O dal mare. Un giorno una piccola onda si infranse sulla spiaggia e lasciò dietro di sè della schiuma, e sotto la luce del sole la schiuma diventò una donna. Questo però non lo sappiamo per certo, e io preferisco solo parlare delle cose che conosco.' "
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mercoledì 27 gennaio 2016
Neil Gaiman L'Oceano in fondo al sentiero
DOVE: Sussex, Inghilterra
QUANDO: tra gli anni cinquanta ed oggi
Neil Gaiman, sempre lui. Ti rapisce e ti porta in mondi sospesi tra reale e irreale, a volte cupi e violenti come in Nessun Dove, altre volte pervasi da una particolarissima atmosfera di inquieta poesia.
Tutto ha inizio nel Sussex, in Inghilterra, quando un uomo di mezza età si ritrova per caso - come spesso accade, per i capricci della vita a cui piace ogni tanto costringerci a fare i conti col nostro passato - a tornare sui luoghi della sua infanzia. E qui, inevitabilmente, si rituffa indietro di quarant'anni, tra i ricordi sopiti di un tempo in cui "qui era tutta campagna" e lui era un ragazzetto di una decina d'anni,vivace ed amante dei libri, quando l'estate la scuola finiva e si avevano a disposizione lunghi, interi mesi per dedicarsi a sè stessi, quando, per farla breve, conosceva una ragazzina di nome Lettie Hempstock.
Una tipetta sicura, decisa, che viveva con la mamma e la nonna in un casale circondato dalla quiete della campagna, bevendo latte appena munto in una cucina sempre profumata di torte che lievitano silenziose e placide in forno.
Tutto qui? Direte voi. Un cinquantenne che ricorda con nostalgia le sue estati scalze e nullafacenti, gironzolando per le campagne del Sussex con una sua amica?
Neanche per sogno, signori miei, questo, d'altronde, è il mondo di Neil Gaiman.
Ed ecco dunque che, nella pace bucolica di quei ricordi, riaffiorano lentamente elementi bizzarri ed inquietanti. Un cercatore di opali, morto in circostanze misteriose. Una baby-sitter diabolica che pareva aver stregato tutti col suo fascino, tranne lui. Delle oscure forze primordiali che qualcuno pare aver risvegliato, e che ribollono di notte nella campagna un tempo quieta.
E poi loro, le tre Hempstock. Straordinarie, meravigliose Hempstock. Tre creature misteriose e piene di magia, inafferrabili e indefinite come lo stagno tranquillo che si stende alle spalle del loro casale, e che le tre donne sembrano proprio convinte che sia invece un oceano...
Inutile allungare il brodo di questa recensione... Gaiman va letto. Anzi, letto è dire poco.... Gaiman va assaporato. Bisogna lasciare che lui ti guidi, assaporare i profumi ed i sapori, percepire le sensazioni, ascoltare i suoni dei suoi straordinari mondi incantati.
E, qualsiasi cosa accada, ricordate: mai, e ripeto MAI lasciare la mano di Lettie. ;-)
UN ASSAGGIO:
"Non era venuto nessuno al mio settimo compleanno. C'era una tavola imbandita di gelee e budini, cappelli colorati come segnaposto e al centro una torta con sette candeline. Sulla torta, con la glassa era stato disegnato un libro. A mia madre, che aveva organizzato la festa, la signora della pasticceria aveva detto di non aver mai disegnato un libro su una torta di compleanno, che per i maschietti in genere metteva un pallone o una navicella spaziale. Ero stato il loro primo libro.
Quando fu chiaro che non sarebbe venuto nessuno, mia madre accese le sette candeline e io ci soffiai sopra. Mangiai una fetta di torta, come fecero anche mia sorella minore e una sua amica (entrambe presenti in veste di osservatrici, non di partecipanti), prima di filarsela, sghignazzando, in giardino.
Mia madre aveva preparato qualche gioco di società, ma poichè non c'era nessuno, nemmeno mia sorella, non ne facemmo neanche uno e fui io stesso a strappare, da solo, i vari fogli di giornale avvolti intorno al premio dello scarta-la-carta, scoprendo un pupazzo di plastica di Batman tutto blu. Ero triste perchè alla mia festa non era venuto nessuno, ma felice di avere un pupazzo di Batman. Per non parlare del regalo di compleanno che aspettava di essere divorato, un'edizione in cofanetto delle Cronache di Narnia che portai subito di sopra."
QUANDO: tra gli anni cinquanta ed oggi
Neil Gaiman, sempre lui. Ti rapisce e ti porta in mondi sospesi tra reale e irreale, a volte cupi e violenti come in Nessun Dove, altre volte pervasi da una particolarissima atmosfera di inquieta poesia.
Tutto ha inizio nel Sussex, in Inghilterra, quando un uomo di mezza età si ritrova per caso - come spesso accade, per i capricci della vita a cui piace ogni tanto costringerci a fare i conti col nostro passato - a tornare sui luoghi della sua infanzia. E qui, inevitabilmente, si rituffa indietro di quarant'anni, tra i ricordi sopiti di un tempo in cui "qui era tutta campagna" e lui era un ragazzetto di una decina d'anni,vivace ed amante dei libri, quando l'estate la scuola finiva e si avevano a disposizione lunghi, interi mesi per dedicarsi a sè stessi, quando, per farla breve, conosceva una ragazzina di nome Lettie Hempstock.
Una tipetta sicura, decisa, che viveva con la mamma e la nonna in un casale circondato dalla quiete della campagna, bevendo latte appena munto in una cucina sempre profumata di torte che lievitano silenziose e placide in forno.
Tutto qui? Direte voi. Un cinquantenne che ricorda con nostalgia le sue estati scalze e nullafacenti, gironzolando per le campagne del Sussex con una sua amica?
Neanche per sogno, signori miei, questo, d'altronde, è il mondo di Neil Gaiman.
Ed ecco dunque che, nella pace bucolica di quei ricordi, riaffiorano lentamente elementi bizzarri ed inquietanti. Un cercatore di opali, morto in circostanze misteriose. Una baby-sitter diabolica che pareva aver stregato tutti col suo fascino, tranne lui. Delle oscure forze primordiali che qualcuno pare aver risvegliato, e che ribollono di notte nella campagna un tempo quieta.
E poi loro, le tre Hempstock. Straordinarie, meravigliose Hempstock. Tre creature misteriose e piene di magia, inafferrabili e indefinite come lo stagno tranquillo che si stende alle spalle del loro casale, e che le tre donne sembrano proprio convinte che sia invece un oceano...
Inutile allungare il brodo di questa recensione... Gaiman va letto. Anzi, letto è dire poco.... Gaiman va assaporato. Bisogna lasciare che lui ti guidi, assaporare i profumi ed i sapori, percepire le sensazioni, ascoltare i suoni dei suoi straordinari mondi incantati.
E, qualsiasi cosa accada, ricordate: mai, e ripeto MAI lasciare la mano di Lettie. ;-)
UN ASSAGGIO:
"Non era venuto nessuno al mio settimo compleanno. C'era una tavola imbandita di gelee e budini, cappelli colorati come segnaposto e al centro una torta con sette candeline. Sulla torta, con la glassa era stato disegnato un libro. A mia madre, che aveva organizzato la festa, la signora della pasticceria aveva detto di non aver mai disegnato un libro su una torta di compleanno, che per i maschietti in genere metteva un pallone o una navicella spaziale. Ero stato il loro primo libro.
Quando fu chiaro che non sarebbe venuto nessuno, mia madre accese le sette candeline e io ci soffiai sopra. Mangiai una fetta di torta, come fecero anche mia sorella minore e una sua amica (entrambe presenti in veste di osservatrici, non di partecipanti), prima di filarsela, sghignazzando, in giardino.
Mia madre aveva preparato qualche gioco di società, ma poichè non c'era nessuno, nemmeno mia sorella, non ne facemmo neanche uno e fui io stesso a strappare, da solo, i vari fogli di giornale avvolti intorno al premio dello scarta-la-carta, scoprendo un pupazzo di plastica di Batman tutto blu. Ero triste perchè alla mia festa non era venuto nessuno, ma felice di avere un pupazzo di Batman. Per non parlare del regalo di compleanno che aspettava di essere divorato, un'edizione in cofanetto delle Cronache di Narnia che portai subito di sopra."
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mercoledì 9 dicembre 2015
AA VV - Storie del terrore da un minuto
DOVE e QUANDO: in diversi tempi e in diversi luoghi
Pur non essendo un'amante delle raccolte di racconti, di tanto in tanto mi ritrovo ad esserne attratta, specialmente quando trattano temi "stuzzicanti" come la paura, l'horror, il mistero.
Tra le primissime recensioni del mio blog spiccano i Racconti dei Vedovi Neri di Asimov, originalissima raccolta di brevi storie a metà tra il giallo ed il test di logica, che anzi consiglio vivamente di inserire tra i regali natalizi di un appassionato del genere. In quel caso era stato non ricordo più quale programma alla radio ad averlo menzionato e ad incuriosirmi.
Stavolta è stato invece curiosando su Amazon che sono stata colpita (ed affondata) fin dalla copertina.
Cosa significa storie del terrore da un minuto? Esattamente questo. Racconti brevi, brevissimi, da mandare giù d'un fiato come i pasticcini da tè. Settantadue racconti per altrettanti autori ( e, badate bene, che tra di essi spiccano Michael Connelly, Neil Gaiman, James Patterson ed altri), il tutto condensato in poco più di centoventi pagine. Molti dei racconti non sono che poche, pochissime righe ma noi amanti della lettura sappiamo più che bene che ne bastano poche, pochissime, per produrre una miriade di emozioni.
Piccole istantanee, poco più di ombre fugaci nelle quali tutto può accadere. Presenze inquietanti. Incontri. Il destino che ti porta al posto sbagliato nel momento sbagliato. Spettri. Coltelli.
I miei preferiti? "Una storia brevissima" di Hollie Black, "E bene che tu lo sappia" di Lemony Snicket, "Io non ho paura" di Dan Gutman, "Il mio peggiore incubo" di R.L. Stine.
Un libro che consiglio vivamente perchè dimostra - se mai ce ne fosse stato bisogno - che chi sa scrivere davvero riesce, con pochissime parole ben assestate, a generare nella nostra mente una storia. E se ancora dubitate di questo, vi invito a pagina 19, "La leggenda di Alexandra e Rose" di Jon Klassen, al quale di parole ne bastano davvero pochissime.....
UN ASSAGGIO:
"I genitori avevano detto a Russell che non c'era niente sotto il suo letto, ma lui non ci credeva.
Certo, suo padre aveva acceso la luce e sollevato i lembi delle coperte che sfioravano il pavimento, per mostrargli che non c'era nulla, ma la cosa che viveva sotto il suo letto era ritornata non appena le luci si erano spente di nuovo. La sentiva, ne avvertiva la presenza, certissima come se fosse stata parte di lui, e sapeva che da qualunque lato del letto avesse tentato di scendere, la cosa sarebbe riuscita a raggiungerlo e ad acciuffarlo.
Aveva dei tentacoli.
Fino a quando Russell fosse rimasto perfettamente immobile sotto le coperte, fino a quando un piede o una mano non fossero sbucati fuori dal letto durante la notte, sarebbe riuscito ad arrivare sano e salvo fino al mattino.
Il problema era che Russell doveva andare in bagno.
D'urgenza."
Pur non essendo un'amante delle raccolte di racconti, di tanto in tanto mi ritrovo ad esserne attratta, specialmente quando trattano temi "stuzzicanti" come la paura, l'horror, il mistero.
Tra le primissime recensioni del mio blog spiccano i Racconti dei Vedovi Neri di Asimov, originalissima raccolta di brevi storie a metà tra il giallo ed il test di logica, che anzi consiglio vivamente di inserire tra i regali natalizi di un appassionato del genere. In quel caso era stato non ricordo più quale programma alla radio ad averlo menzionato e ad incuriosirmi.
Stavolta è stato invece curiosando su Amazon che sono stata colpita (ed affondata) fin dalla copertina.
Cosa significa storie del terrore da un minuto? Esattamente questo. Racconti brevi, brevissimi, da mandare giù d'un fiato come i pasticcini da tè. Settantadue racconti per altrettanti autori ( e, badate bene, che tra di essi spiccano Michael Connelly, Neil Gaiman, James Patterson ed altri), il tutto condensato in poco più di centoventi pagine. Molti dei racconti non sono che poche, pochissime righe ma noi amanti della lettura sappiamo più che bene che ne bastano poche, pochissime, per produrre una miriade di emozioni.
Piccole istantanee, poco più di ombre fugaci nelle quali tutto può accadere. Presenze inquietanti. Incontri. Il destino che ti porta al posto sbagliato nel momento sbagliato. Spettri. Coltelli.
I miei preferiti? "Una storia brevissima" di Hollie Black, "E bene che tu lo sappia" di Lemony Snicket, "Io non ho paura" di Dan Gutman, "Il mio peggiore incubo" di R.L. Stine.
Un libro che consiglio vivamente perchè dimostra - se mai ce ne fosse stato bisogno - che chi sa scrivere davvero riesce, con pochissime parole ben assestate, a generare nella nostra mente una storia. E se ancora dubitate di questo, vi invito a pagina 19, "La leggenda di Alexandra e Rose" di Jon Klassen, al quale di parole ne bastano davvero pochissime.....
UN ASSAGGIO:
"I genitori avevano detto a Russell che non c'era niente sotto il suo letto, ma lui non ci credeva.
Certo, suo padre aveva acceso la luce e sollevato i lembi delle coperte che sfioravano il pavimento, per mostrargli che non c'era nulla, ma la cosa che viveva sotto il suo letto era ritornata non appena le luci si erano spente di nuovo. La sentiva, ne avvertiva la presenza, certissima come se fosse stata parte di lui, e sapeva che da qualunque lato del letto avesse tentato di scendere, la cosa sarebbe riuscita a raggiungerlo e ad acciuffarlo.
Aveva dei tentacoli.
Fino a quando Russell fosse rimasto perfettamente immobile sotto le coperte, fino a quando un piede o una mano non fossero sbucati fuori dal letto durante la notte, sarebbe riuscito ad arrivare sano e salvo fino al mattino.
Il problema era che Russell doveva andare in bagno.
D'urgenza."
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giovedì 30 luglio 2015
JAMES MATTEW BARRIE - Peter Pan
DOVE: Tra Londra e l'Isola Che non c'è
QUANDO: Inizio '900
Dopo l'Isola del Tesoro, di nuovo un superclassico delle letture destinate ai più giovani, e di nuovo pirati. Stavolta sulla trama c'è ben poco da dire... chi di noi non conosce, fosse solo per la memorabile trasposizione cinematografica della Disney, la storia del bambino che non voleva crescere, della sua capricciosa amica fatata Trilly e di tutta l'allegra brigata di Bambini Smarriti? Quel che accade lo sappiamo già: Peter che smarrisce la sua ombra nella cameretta di Wendy e dei suoi due fratelli, i tre bambini che lo sorprendono mentre cerca di riattaccarsela col sapone, e partono con lui in un'avventura meravigliosa nell'Isola Che Non C'è, tra indiani, pirati, sirene, fatine luccicanti e coccodrilli che hanno inghiottito una provvidenziale sveglia, la quale ( "tic toc tic toc tic toc") avverte i malcapitati del suo lento avvicinarsi.
Quel che va detto però è che l'atmosfera del libro, pur non raggiungendo l'intensità dark del mondo creato da John Connolly (qui la recensione del suo "Il Libro delle Cose Perdute"), lascia comunque l'amaro in bocca. Tanto per cominciare, qui si combatte, e sul serio. Peter poi, per quanto affascinante, si mostra ben presto nella sua vera essenza di creatura volubile ed egoista (prevedibile, dopotutto, considerando che si tratta di un eterno bambino), che, mollata la paziente Wendy a far da mamma ai suoi scombussolati compagni, riprende ben presto le sue scorrerie avventurose attraverso l'isola, dimenticandosi quasi di lei e dei suoi due fratelli.
I tre piccoli Darling, dal canto loro, subito avvolti nel turbinio adrenalinico di mille avventure, dimenticano ben presto i loro amati genitori, lasciandosi dolcemente cullare da quella sorta di malsano oblio che l'Isola sembra portare,come effetto collaterale, per chi la visita.
E che ne sarà di loro, quando cadranno tutti prigionieri del temibile Capitano Uncino e della sua ciurma sanguinaria?
E Peter? Riuscirà a sfuggire alla sleale trappola tesagli da Uncino, ed a salvare sè stesso e i suoi compagni?
L'inevitabile lieto fine (è pur sempre un racconto per ragazzi, dopotutto!) richiederà ai tre piccoli londinesi ed ai loro nuovi amici di sfoderare tutto il coraggio dei loro cuori di bambini.
Intanto, nella lontanissima Londra, i due genitori e l'affezionatissima cagnolona-bambinaia Nana, si struggono di dolore per la misteriosa scomparsa dei tre piccoli....
Stile semplice, deliziosamente ironico, poetico a tratti, per trattare l'annoso contrasto tra l'arido e sterile mondo degli adulti e quello, passionale e a tratti crudele dell'infanzia.
PS: Il finale - badate bene, un finale diverso rispetto a quello proposto da Disney ^_^ - è semplicemente delizioso.....
UN ASSAGGIO:
"Alla signora Darling piaceva fare le cose per bene e il signor Darling non voleva essere da meno dei vicini, perciò non c'è da stupirsi se assunsero una bambinaia. Siccome però essi erano poveri, e tenendo conto della grande quantità di latte consumata dai bambini, questa bambinaia fu una grossa cagna di Terranova che non era appartenuta in particolare a nessuno finchè i Darling non l'avevano presa in casa. Nana aveva sempre tenuto in grande considerazione i bambini. I Darling, infatti, avevano fatto la sua conoscenza ai giardini di Kensington, dove essa passava la maggior paere del suo tempo libero ficcando il naso nelle carrozzelle dei bambini. Era perciò molto odiata dalle bambinaie sbadate che essa seguiva fino alle loro case e accusava di negligenza presso le padrone.
Nana si dimostrò subito un tesoro di bambinaia. Era un piacere vederla quando faceva il bagno ai bambini, e si poteva essere certi che balzava in piedi a ogni momento della notte se li udiva piangere o agitarsi nei loro lettucci.
Naturalmente il suo canile era nella stanza da letto dei piccoli Darling.
Nana aveva un intuito particolare per capire se la tosse era una cosa da niente, o se occorreva avvolgere il collo in una sciarpa di lana. Fino all'ultimo giorno della sua vita ebbe fiducia nei medicamenti antichi, come le foglie di rabarbaro, e manifestò con sordi brontolii il suo disprezzo per tutte le sciocche fandonie sui bacilli e cose del genere."
QUANDO: Inizio '900
Dopo l'Isola del Tesoro, di nuovo un superclassico delle letture destinate ai più giovani, e di nuovo pirati. Stavolta sulla trama c'è ben poco da dire... chi di noi non conosce, fosse solo per la memorabile trasposizione cinematografica della Disney, la storia del bambino che non voleva crescere, della sua capricciosa amica fatata Trilly e di tutta l'allegra brigata di Bambini Smarriti? Quel che accade lo sappiamo già: Peter che smarrisce la sua ombra nella cameretta di Wendy e dei suoi due fratelli, i tre bambini che lo sorprendono mentre cerca di riattaccarsela col sapone, e partono con lui in un'avventura meravigliosa nell'Isola Che Non C'è, tra indiani, pirati, sirene, fatine luccicanti e coccodrilli che hanno inghiottito una provvidenziale sveglia, la quale ( "tic toc tic toc tic toc") avverte i malcapitati del suo lento avvicinarsi.
Quel che va detto però è che l'atmosfera del libro, pur non raggiungendo l'intensità dark del mondo creato da John Connolly (qui la recensione del suo "Il Libro delle Cose Perdute"), lascia comunque l'amaro in bocca. Tanto per cominciare, qui si combatte, e sul serio. Peter poi, per quanto affascinante, si mostra ben presto nella sua vera essenza di creatura volubile ed egoista (prevedibile, dopotutto, considerando che si tratta di un eterno bambino), che, mollata la paziente Wendy a far da mamma ai suoi scombussolati compagni, riprende ben presto le sue scorrerie avventurose attraverso l'isola, dimenticandosi quasi di lei e dei suoi due fratelli.
I tre piccoli Darling, dal canto loro, subito avvolti nel turbinio adrenalinico di mille avventure, dimenticano ben presto i loro amati genitori, lasciandosi dolcemente cullare da quella sorta di malsano oblio che l'Isola sembra portare,come effetto collaterale, per chi la visita.
E che ne sarà di loro, quando cadranno tutti prigionieri del temibile Capitano Uncino e della sua ciurma sanguinaria?
E Peter? Riuscirà a sfuggire alla sleale trappola tesagli da Uncino, ed a salvare sè stesso e i suoi compagni?
L'inevitabile lieto fine (è pur sempre un racconto per ragazzi, dopotutto!) richiederà ai tre piccoli londinesi ed ai loro nuovi amici di sfoderare tutto il coraggio dei loro cuori di bambini.
Intanto, nella lontanissima Londra, i due genitori e l'affezionatissima cagnolona-bambinaia Nana, si struggono di dolore per la misteriosa scomparsa dei tre piccoli....
Stile semplice, deliziosamente ironico, poetico a tratti, per trattare l'annoso contrasto tra l'arido e sterile mondo degli adulti e quello, passionale e a tratti crudele dell'infanzia.
PS: Il finale - badate bene, un finale diverso rispetto a quello proposto da Disney ^_^ - è semplicemente delizioso.....
UN ASSAGGIO:
"Alla signora Darling piaceva fare le cose per bene e il signor Darling non voleva essere da meno dei vicini, perciò non c'è da stupirsi se assunsero una bambinaia. Siccome però essi erano poveri, e tenendo conto della grande quantità di latte consumata dai bambini, questa bambinaia fu una grossa cagna di Terranova che non era appartenuta in particolare a nessuno finchè i Darling non l'avevano presa in casa. Nana aveva sempre tenuto in grande considerazione i bambini. I Darling, infatti, avevano fatto la sua conoscenza ai giardini di Kensington, dove essa passava la maggior paere del suo tempo libero ficcando il naso nelle carrozzelle dei bambini. Era perciò molto odiata dalle bambinaie sbadate che essa seguiva fino alle loro case e accusava di negligenza presso le padrone.
Nana si dimostrò subito un tesoro di bambinaia. Era un piacere vederla quando faceva il bagno ai bambini, e si poteva essere certi che balzava in piedi a ogni momento della notte se li udiva piangere o agitarsi nei loro lettucci.
Naturalmente il suo canile era nella stanza da letto dei piccoli Darling.
Nana aveva un intuito particolare per capire se la tosse era una cosa da niente, o se occorreva avvolgere il collo in una sciarpa di lana. Fino all'ultimo giorno della sua vita ebbe fiducia nei medicamenti antichi, come le foglie di rabarbaro, e manifestò con sordi brontolii il suo disprezzo per tutte le sciocche fandonie sui bacilli e cose del genere."
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domenica 10 maggio 2015
MICHAEL ENDE - La storia Infinita
DOVE: nel mondo della Fantasia collettiva
QUANDO: in un tempo senza tempo.
Quando ho aperto questo blog, anni fa, ho dichiarato nel mio primo post che il senso dello stesso era: leggere è un viaggio, non devo far altro che scegliere una meta dagli scaffali della libreria, e partire. Non a caso, nell'intestazione della homepage ho subito piazzato il riferimento ad uno dei pilastri della mia giovinezza: la trasposizione cinematografica del capolavoro di Michael Ende "La Storia Infinita". Ebbene sì, il film, perchè - mea culpa mea culpa mea maxima culpa - una lettrice onnivora come me (ed onnivora fin dalla più tenera età, aggiungerei!) fino a qualche anno fa non aveva mai avuto in mano l'opera originaria. Proprio io, che vivo i libri con l'intensità del Bastian del film, avvolta in una coperta impolverata durante un temporale e completamente estraniata dal mondo, solo in età adulta mi accosto al capolavoro dei capolavori?
Meglio tardi che mai, diciamo così. Solo lo scorso anno, quando in libreria cercando libri per mio figlio mi imbatto in Michael Ende, mi rendo conto che è giunta l'ora di sanare questa mancanza; ed inutile dire che scopro di essermi persa - in tutti questi anni - "IL" libro... perlomeno per gli appassionati di lettura.
Il film, seppur mirabilmente, non ne copre che una piccolissima parte, quella iniziale. La vera storia di Bastian - anzi, di Bastiano Baldassarre Bucci, questo il nome che Ende aveva dato al suo piccolo protagonista - inizia solo allora.
Ma procediamo con ordine, anche se immagino che la storia, perlomeno nella sua parte iniziale, sia nota a tutti. Bastiano, dodicenne introverso, cicciottello, pacifico ed inevitabile bersaglio di alcuni compagni di scuola, vive solo con il padre e con il dolce, lontano ricordo di una mamma scomparsa quando era ancora piccolo. Un giorno, proprio per sfuggire all'ennesima angheria dei bulletti che lo perseguitano, si intrufola in una vecchia libreria dove, incuriosito dal titolo del libro che il burbero libraio sta leggendo, decide di prenderlo in prestito. Eh sì, perchè manco a dirlo il timido e cicciottello Bastiano nutre un amore sconfinato per la lettura. Talmente sconfinato che, giunto in ritardo a scuola, si rintana in una vecchia soffitta e si mette immediatamente a leggere, finendo così per essere catapultato in una storia avventurosa e singolare.
Nel mondo di Fantasia, decine e centinaia di creature bizzarre - Centauri, Incubini, Minuscolini e chi più ne ha più ne metta - si sono radunati in preda al panico presso la splendente Torre Di Avorio, dimora della loro sovrana, l'Infanta Imperatrice, sperando che lei sappia aiutarli. Fantasia, lo scintillante e sconfinato regno di Fantasia, sta infatti scomparendo a poco a poco, inghiottito da un Nulla del quale nessuno conosce l'origine e che avanza inarrestabile, passo dopo passo, divorando silenziosamente tutto ciò che incontra, inclusi gli inermi abitanti. Giunto però alla Torre Di Avorio, questo multiforme popolo di Fantasia viene a conoscenza di un'altra, agghiacciante notizia: anche la loro amatissima sovrana è in pericolo, divorata da una malattia che nessuno pare in grado di curare e che sembra essere in qualche modo legata al Nulla. L'unica speranza di Fantasia risiede in un giovane e coraggioso Pelleverde, Atreiu, al quale viene affidato il preziosissimo AURYN, simbolo dell'Infanta Imperatrice, assieme all'incarico di partire alla ricerca di qualcosa o qualcuno che possa salvarla.
Pagina dopo pagina, nel silenzio della soffitta, Bastiano si immerge a tal punto nella lettura che comincia a suggestionarsi; sembra quasi che i personaggi della storia siano in un qualche modo a conoscenza della sua esistenza. Anzi, più prosegue più si rende conto di essere egli stesso parte integrante della storia, fino a ritrovarsi catapultato egli stesso a Fantasia, al fianco di Atreiu.
Ecco dunque che il timido e goffo Bastiano si ritrova ad avere l'immenso potere di cambiare le sorti di Fantasia con i suoi desideri; e più ne esprime più si rende conto di trasformarsi diventando sicuro di sè, bello e splendente come l'eroe di un romanzo deve essere.
Attraversando il regno di Fantasia, da lettore diventa egli stesso protagonista della Storia Infinita; ma sarà in grado di reggere ad una responsabilità tanto grande? Questo straordinario potere non finirà per trasformare il suo cuore? E cosa accadrà quando, lentamente, i ricordi della sua vita precedente - quando era semplicemente Bastiano, il ragazzino cicciottello che i compagni di scuola prendevano di mira e non l'eroe scintillante che cavalca attraverso Fantasia - cominceranno a svanire?
Un capolavoro che tutti dovrebbero leggere. Una storia che ti invischia e ti tira dentro, zeppa di personaggi strabilianti, dal Leone Graograman che regna sul deserto colorato ai piangenti Acharai, le creature più infelici di Fantasia fino alla perfida ed affascinante maga Xayde, le meravigliose creature partorite dalla sconfinata fantasia di Ende si susseguono, affollando le pagine del libro tra le quali - manco a dirlo - pare di sciogliersi per ritrovarsi dall'altra parte, a cavalcare assieme ad Atreiu e Bastiano. Un delizioso ritorno all'infanzia, con il retrogusto amaro che lascia il pensiero che - ahimè - nell'era dei tablet siano pochi i ragazzini che sarebbero in grado di far risorgere Fantasia contro il Nulla....
UN ASSAGGIO:
"Quando si risvegliò Atreiu si sentì fresco come una rosa e pieno di energie. Si sollevò a sedere.
Era notte, la luna brillava chiarissima e Atreiu vide che si trovava nello stesso punto dove era crollato, accanto al drago. Anche Fucùr giaceva lì disteso come prima, ma ora il suo respiro era profondo e regolare e pareva che dormisse sodo. Tutte le sue ferite erano state fasciate.
Atreiu si accorse che anche la sua spalla era stata bendata nello stesso modo, cioè non con bende di garza, bensì con filamenti di erbe e di piante.
A pochi passi di distanza si apriva nella roccia una piccola grotta e dal suo ingresso veniva un debole raggio di luce.
Senza muovere il braccio sinistro, Atreiu si sollevò cauto e si diresse verso l'apertura della grotta, che era molto bassa. Si chinò e vide all'interno una stanza che pareva un laboratorio d'alchimista, tutto in miniatura. Sul fondo della stanza, in un camino aperto crepitava un allegro focherello. Dappertutto erano sparsi vasi, barattoli e bottiglie dalle forme più strane. Su uno scaffale stavano allineati fasci di erbe secche di diverse qualità. Il minuscolo tavolo nel mezzo della stanza e il resto dei mobili parevano fabbricati con legno di radica. Nel complesso quell'abitazione aveva un aspetto quanto mai gradevole e simpatico.
Solo quando udì un colpetto di tosse, Atreiu si accorse che davanti al camino c'era un omino piccino sprofondato in una poltrona."
QUANDO: in un tempo senza tempo.
Quando ho aperto questo blog, anni fa, ho dichiarato nel mio primo post che il senso dello stesso era: leggere è un viaggio, non devo far altro che scegliere una meta dagli scaffali della libreria, e partire. Non a caso, nell'intestazione della homepage ho subito piazzato il riferimento ad uno dei pilastri della mia giovinezza: la trasposizione cinematografica del capolavoro di Michael Ende "La Storia Infinita". Ebbene sì, il film, perchè - mea culpa mea culpa mea maxima culpa - una lettrice onnivora come me (ed onnivora fin dalla più tenera età, aggiungerei!) fino a qualche anno fa non aveva mai avuto in mano l'opera originaria. Proprio io, che vivo i libri con l'intensità del Bastian del film, avvolta in una coperta impolverata durante un temporale e completamente estraniata dal mondo, solo in età adulta mi accosto al capolavoro dei capolavori?
Meglio tardi che mai, diciamo così. Solo lo scorso anno, quando in libreria cercando libri per mio figlio mi imbatto in Michael Ende, mi rendo conto che è giunta l'ora di sanare questa mancanza; ed inutile dire che scopro di essermi persa - in tutti questi anni - "IL" libro... perlomeno per gli appassionati di lettura.
Il film, seppur mirabilmente, non ne copre che una piccolissima parte, quella iniziale. La vera storia di Bastian - anzi, di Bastiano Baldassarre Bucci, questo il nome che Ende aveva dato al suo piccolo protagonista - inizia solo allora.
Ma procediamo con ordine, anche se immagino che la storia, perlomeno nella sua parte iniziale, sia nota a tutti. Bastiano, dodicenne introverso, cicciottello, pacifico ed inevitabile bersaglio di alcuni compagni di scuola, vive solo con il padre e con il dolce, lontano ricordo di una mamma scomparsa quando era ancora piccolo. Un giorno, proprio per sfuggire all'ennesima angheria dei bulletti che lo perseguitano, si intrufola in una vecchia libreria dove, incuriosito dal titolo del libro che il burbero libraio sta leggendo, decide di prenderlo in prestito. Eh sì, perchè manco a dirlo il timido e cicciottello Bastiano nutre un amore sconfinato per la lettura. Talmente sconfinato che, giunto in ritardo a scuola, si rintana in una vecchia soffitta e si mette immediatamente a leggere, finendo così per essere catapultato in una storia avventurosa e singolare.
Nel mondo di Fantasia, decine e centinaia di creature bizzarre - Centauri, Incubini, Minuscolini e chi più ne ha più ne metta - si sono radunati in preda al panico presso la splendente Torre Di Avorio, dimora della loro sovrana, l'Infanta Imperatrice, sperando che lei sappia aiutarli. Fantasia, lo scintillante e sconfinato regno di Fantasia, sta infatti scomparendo a poco a poco, inghiottito da un Nulla del quale nessuno conosce l'origine e che avanza inarrestabile, passo dopo passo, divorando silenziosamente tutto ciò che incontra, inclusi gli inermi abitanti. Giunto però alla Torre Di Avorio, questo multiforme popolo di Fantasia viene a conoscenza di un'altra, agghiacciante notizia: anche la loro amatissima sovrana è in pericolo, divorata da una malattia che nessuno pare in grado di curare e che sembra essere in qualche modo legata al Nulla. L'unica speranza di Fantasia risiede in un giovane e coraggioso Pelleverde, Atreiu, al quale viene affidato il preziosissimo AURYN, simbolo dell'Infanta Imperatrice, assieme all'incarico di partire alla ricerca di qualcosa o qualcuno che possa salvarla.
Pagina dopo pagina, nel silenzio della soffitta, Bastiano si immerge a tal punto nella lettura che comincia a suggestionarsi; sembra quasi che i personaggi della storia siano in un qualche modo a conoscenza della sua esistenza. Anzi, più prosegue più si rende conto di essere egli stesso parte integrante della storia, fino a ritrovarsi catapultato egli stesso a Fantasia, al fianco di Atreiu.
Ecco dunque che il timido e goffo Bastiano si ritrova ad avere l'immenso potere di cambiare le sorti di Fantasia con i suoi desideri; e più ne esprime più si rende conto di trasformarsi diventando sicuro di sè, bello e splendente come l'eroe di un romanzo deve essere.
Attraversando il regno di Fantasia, da lettore diventa egli stesso protagonista della Storia Infinita; ma sarà in grado di reggere ad una responsabilità tanto grande? Questo straordinario potere non finirà per trasformare il suo cuore? E cosa accadrà quando, lentamente, i ricordi della sua vita precedente - quando era semplicemente Bastiano, il ragazzino cicciottello che i compagni di scuola prendevano di mira e non l'eroe scintillante che cavalca attraverso Fantasia - cominceranno a svanire?
Un capolavoro che tutti dovrebbero leggere. Una storia che ti invischia e ti tira dentro, zeppa di personaggi strabilianti, dal Leone Graograman che regna sul deserto colorato ai piangenti Acharai, le creature più infelici di Fantasia fino alla perfida ed affascinante maga Xayde, le meravigliose creature partorite dalla sconfinata fantasia di Ende si susseguono, affollando le pagine del libro tra le quali - manco a dirlo - pare di sciogliersi per ritrovarsi dall'altra parte, a cavalcare assieme ad Atreiu e Bastiano. Un delizioso ritorno all'infanzia, con il retrogusto amaro che lascia il pensiero che - ahimè - nell'era dei tablet siano pochi i ragazzini che sarebbero in grado di far risorgere Fantasia contro il Nulla....
UN ASSAGGIO:
"Quando si risvegliò Atreiu si sentì fresco come una rosa e pieno di energie. Si sollevò a sedere.
Era notte, la luna brillava chiarissima e Atreiu vide che si trovava nello stesso punto dove era crollato, accanto al drago. Anche Fucùr giaceva lì disteso come prima, ma ora il suo respiro era profondo e regolare e pareva che dormisse sodo. Tutte le sue ferite erano state fasciate.
Atreiu si accorse che anche la sua spalla era stata bendata nello stesso modo, cioè non con bende di garza, bensì con filamenti di erbe e di piante.
A pochi passi di distanza si apriva nella roccia una piccola grotta e dal suo ingresso veniva un debole raggio di luce.
Senza muovere il braccio sinistro, Atreiu si sollevò cauto e si diresse verso l'apertura della grotta, che era molto bassa. Si chinò e vide all'interno una stanza che pareva un laboratorio d'alchimista, tutto in miniatura. Sul fondo della stanza, in un camino aperto crepitava un allegro focherello. Dappertutto erano sparsi vasi, barattoli e bottiglie dalle forme più strane. Su uno scaffale stavano allineati fasci di erbe secche di diverse qualità. Il minuscolo tavolo nel mezzo della stanza e il resto dei mobili parevano fabbricati con legno di radica. Nel complesso quell'abitazione aveva un aspetto quanto mai gradevole e simpatico.
Solo quando udì un colpetto di tosse, Atreiu si accorse che davanti al camino c'era un omino piccino sprofondato in una poltrona."
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giovedì 7 marzo 2013
MURAKAMI HARUKI - Kafka sulla spiaggia
QUANDO: ai giorni nostri
E' sempre difficile, delineare una trama quando si parla di Murakami Haruki; perchè pochi come lui hanno la capacità di farti costantemente oscillare tra reale e immaginario, fino al punto in cui perdi totalmente l'orientamento e lasci che siano semplicemente le sensazioni a cullarti. Per quanto mi riguarda, già un romanzo ambientato in Giappone è capace di farmi perdere la via del ritorno, talmente lontano è quel mondo che ho potuto ahimè visitare solo attraverso le pagine dei libri. E quando poi in quella terra di treni dalla velocità spaziale, udon, inchini, megalopoli e laghetti in cui si specchiano ciliegi fioriti, si aprono a un tratto le porte per un mondo fantastico, beh, una come me ci va a nozze.
Figuriamoci poi quando il tutto ruota attraverso una biblioteca, l'austera, antica, silenziosa biblioteca Komura entro la quale si muovono figure a metà tra il reale e l'onirico, come la dolce, triste e misteriosa signora Saeki e l'efficiente e quieto signor Oshima, con le matite dalla punta sempre perfettamente affilata. E' proprio qui che l'adolescente Kafka trova riparo nella sua fuga da Tokio e da un padre distante, rimanendo avviluppato in un intrico di dolce quiete, lontani segreti e soprattutto di ricordi malinconici. E mentre il ragazzo incuriosito cerca di ripercorrere la storia della signora Saeki e del suo sfortunato amore di gioventu', in un quartiere di Tokio si aggira un vecchio strambo - più che strambo, ingenuo - che non solo pretende di saper parlare con i gatti, ma di questa sua capacità ha fatto addirittura un mezzo per arrotondare l'esiguo sussidio che il governo fornisce a quelli come lui, ritrovando i gatti smarriti.
Peccato che anche il vecchio, ingenuo signor Nakata finisce per ritrovarsi impelagato in una storia più grande di lui, quando resta coinvolto, suo malgrado, in un omicidio dai contorni oscuri. E allora, cosa fa? Fugge, naturalmente, via dal caos metropolitano di Tokio, seguendo una voce interiore che gli dice dove andare.
Inutile dire che ben presto la sua strada intreccerà quella del quindicenne Kafka...
UN ASSAGGIO:
"Mentre sono seduto sul divano e mi guardo intorno, mi accorgo che la sala è il posto che stavo cercando da tempo. Sì, stavo cercando esattamente un posto così, nascosto in una nicchia del mondo. Fino ad ora, però, era stato per me solo un luogo fantasticato e segreto. Non riesco a credere che esistesse davvero da qualche parte. Chiudo gli occhi, inspiro a fondo, e l'aria rimane sospesa in me com una nuvola dolcissima. E' una sensazione meravigliosa. Accarezzo lentamente col palmo della mano il divano ricoperto da un rivestimento color crema. Mi alzo, vado davanti al pianoforte, sollevo il coperchio e provo a posare delicatamente le dieci dita sulla tastiera ingiallita. Abbasso il coperchio e faccio qualche passo sul vecchio tappeto dal disegno di grappoli d'uva. Provo a girare una vecchia maniglia che serve ad aprire e chiudere la finestra. Accendo e spengo una lampada da terra. Guardo a uno a uno i quadri appesi alle pareti. Poi torno a sedermi sul divano e ricomincio a leggere dal punto in cui avevo lasciato. Mi concentro sul libro.
Verso mezzogiorno tiro fuori dallo zaino l'acqua minerale ed il cestino con il pranzo e mi siedo a mangiare sulla veranda che dà sul giardino. Si avvicinano degli uccelli: volano da un albero all'altro e scendono sull'orlo del laghetto a bere o a darsi una rinfrescata."
lunedì 4 luglio 2011
MILAN KUNDERA - L'immortalità
DOVE: Parigi
QUANDO: Ventesimo secolo
E' senz'altro inusuale che uno scrittore ci conduca per mano attraverso la genesi di una sua opera, insegnandoci come, talvolta, i personaggi nascano da un nonnulla. Da un gesto, ad esempio.
Così, mentre attende pigramente al bordo di una piscina parigina il suo amico Avenarius, l'occhio dell'autore viene catturato da un semplice sorriso ed un cenno della mano, un saluto come tanti eppure straordinariamente affascinante perchè lanciato da una sessantenne certo non più piacente che però, in quel breve istante, ritrova la genuina civetteria della ventenne. Così, da un nonnulla, dalla nostalgia che quel gesto riesce a instillare nel cuore di uno scrittore, nasce Agnes, creatura bizzarra, infelice, distaccata - quasi nauseata - dal mondo che la circonda, chiassoso, appariscente, superficiale. Incapace, a detta di lei stessa, di essere solidale con l'umanità. E piena di dubbi sulla sua stessa vita, sul suo matrimonio, sul suo corpo. Dall'altra parte, sua sorella minore Laura, affascinante, molto consapevole di sè e del proprio aspetto fisico, sensuale, decisa. Una donna, per intenderci, in grado di dire alla sorella maggiore: " Chiedersi che cosa sia l'amore non ha alcun senso, cara sorella. L'amore o l'hai vissuto o non l'hai vissuto. L'amore è l'amore, non c'è nient'altro da dire. Sono le ali che mi battono in petto e mi spingono ad azioni che a te sembrano irragionevoli. Ed è proprio questo che a te non è mai successo". Tra le sue sorelle, quei brandelli di vita condivisa - la morte e la malattia dei genitori - che talvolta costringono ad avvicinarsi ed a rendersi improvvisamente conto che la vita ti porta lontano, che si può condividere lo stesso sangue ma non lo stesso spirito, che ti costringono ad aprire gli occhi sulla vita che scorre veloce come sabbia in una clessidra, lasciando in bocca il sapore amaro dei rimorsi e dei rimpianti.
Un romanzo particolare, in cui la storia della protagonista lascia spazio ad altre storie - Rimbaud, Goethe, perfino Hemingway si affacciano tra le pagine del libro, richiamati in punta di penna dall'abile giocoleria di Kundera; è lui stesso, ben lungi dal rimanere un burattinaio esterno alla vicenda, con una sorta d'incantesimo entra ed esce dalla storia, rendendo difficile la percezione di ciò che è reale e di ciò che non lo è, confondendo continuamente le acque tra la fantasia letteraria e la concreta, schietta realtà.
UN ASSAGGIO:
"Il marciapiede era così affollato che si camminava a fatica. Davanti a lei due figure di pallidi nordici con i capelli gialli si facevano largo nella calca: un uomo e una donna, che superavano di almeno due teste la moltitudine di francesi e di arabi. Ciascuno portava appeso alla schiena uno zaino rosa e sulla pancia un neonato sorretto da una specie di imbracatura. Dopo un istante scomparvero dalla sua vista: davanti a sè vedeva ora una donna vestita con larghi pantaloni che arrivavano appena sopra le ginocchia, come andava di moda quell'anno. Con quell'abbigliamento, il suo sedere sembrava ancora più grasso e più vicino a terra e i pallidi polpacci somigliavano a un'anfora campagnola ornata da un rilievo di vene varicose, di un azzurro violaceo, aggrovigliate come un gomitolo di piccoli serpenti. Agnes si disse: questa donna poteva trovare altri vestiti che avrebbero reso il suo sedere meno mostruoso e avrebbero coperto le vene azzurre. Perchè non lo fa? Ormai la gente non solo non cerca di essere più bella quando va in mezzo all'altra gente, ma non cerca neanche di non essere brutta!
Si disse: quando un giorno l'assalto della bruttezza fosse diventato del tutto insostenibile, si sarebbe comprata dal fioraio una violetta, una sola violetta, quello stelo delicato col suo minuscolo fiorellino, sarebbe uscita in strada e tenendolo davanti al viso l'avrebbe fissato spasmodicamente, per vedere solo quello..."
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in un intreccio tra realtà ed immaginazione in cui l'autore diventa parte stessa del romanzo,
Milan Kundera,
Parigi Ventesimo Secolo,
scrittori cechi
mercoledì 23 febbraio 2011
JANE AUSTEN - Northanger Abbey
DOVE: Inghilterra
QUANDO: agli inizi del 1800
L'incontro con il blog austenianissimo di Sylvia mi ha fatto sentire in colpa: in tanti mesi di post, possibile che mi sia dimenticata proprio di lei, che è stata tra le prime autrici a fare il suo ingresso nella mia - allora - piccola biblioteca, quando ero ancora adolescente e vivevo dai miei? In Jane ho trovato - passatemi la metafora - il combustibile per dare alle fiamme tutto il mio temperamento romantico; perchè sì, per carità, sono nata a cavallo tra il Ventesimo e il Ventunesimo secolo... ma là dentro, qualche parte di me è irrimediabilmente attratta da tutto ciò che è Ottocento ^_^.
Per rimediare a questa dimenticanza, voglio cominciare da quello che, tra i libri dell'amatissima Jane, ho forse amato di più pur essendo probabilmente il meno noto. Non che non trovi straordinarie tutte le sue eroine, da Emma a Elizabeth passando per Anne Elliot; semplicemente trovo che l'ingenua sognatrice Catherine abbia molti aspetti del carattere vicino al mio. Sopra tutte, l'amore smisurato per i libri che la spinge - consapevolmente o meno - a deformare la realtà cercando in essa di riaccendere le emozioni della carta stampata. Intrisa fino al midollo dei romanzi gotici allora in voga - in primis "I misteri di Udolpho", Catherine osserva la composta realtà di Bath, tra balli e visite di cortesia, attraverso il filtro della sua immaginazione, scovando oscuri intrighi là dove il più delle volte non v'è che la borghese normalità della provincia. Riuscirà un amore in boccio a riportarla con i piedi per terra, o la sua mania di intuire orrori gotici anche nella più innocente delle dimore del Somerset? All'ultima pagina l'ardua sentenza.
(con la speranza che Sylvia voglia accettare questa tazza di tè austeniana ^_^)
UN ASSAGGIO:
"Il cuore le palpitava, le ginocchia tremavano, il viso si fece pallido. Con mano incerta afferrò il prezioso manoscritto, poichè un rapido sguardo bastò a assicurarle che tale fosse; e mentre riconosceva con emozione e panico la profonda realtà di quel che Henry aveva predetto, risolse senza indugio di leggerne ogni riga prima di abbandonarsi al riposo.
Il pallore della luce della candela la costrinse a guardarla con ansia; ma non vi era pericolo che si spegnesse all'istante, aveva ancora alcune ore di vita; e per non avere altre difficoltà nel decifrare il manoscritto se non quelle determinate dalla sua antichità, la smoccolò all'istante. Ahimè! Nello stesso istante venne smoccolata e spenta. Una lampada non avrebbe potuto spegnersi con più tragico effetto. Catherine, per alcuni istanti, rimase paralizzata dal terrore. Era spenta, inesorabilmente spenta; non una pallida scintilla nello stoppino poteva lasciar sperare di riaccenderla. Oscurità impenetrabile e irrimediabile discese sulla stanza. Una forte raffica di vento, sollevandosi con furia improvvisa, accrebbe l'orrore del momento. Catherine tremava dalla testa ai piedi. Nella pausa che seguì, un suono simile a quello di passi che si allontanassero e di una lontana porta che venisse chiusa colpì l'orecchio atterrito. La natura umana non poteva sopportare oltre."
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