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mercoledì 5 agosto 2020

DANIEL PENNAC - Storia di un corpo


DOVE: Francia
QUANDO: tra il 1936 ed il 2010


Ho incominciato a leggere questo libro, lo confesso, con un certo scetticismo; mi chiedevo dove volesse andare a parare. E, confesso anche, sono andata avanti soprattutto perchè mi fido di Pennac, della sua penna, e sapevo che non mi avrebbe mai e poi mai deluso.
Ed infatti, quello che inizialmente seppur intrappolandomi fin dalle prime righe con uno stile scorrevole, sembrava una storia senza capo ne coda, ha finito per emozionarmi, lasciandomi - come solo chi ama leggere può capire - dolcemente delusa dal fatto che tutto fosse finito. E soprattutto, con uno sconfinato affetto verso la voce narrante, il protagonista del libro, del quale credo tra l'altro che mai venga fatto il nome - o sfugge a me, in tal caso chiedo venia.
Dunque, eccoci qui. Millenovecentotrentasei, ad un passo dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, nella vita di uno smilzo dodicenne che combatte con le sue paure e con un corpo nel quale stenta a riconoscerci. Un po' come accade a tutti, certo. Ma qui lui ha un'intuizione geniale. Inizia a scrivere un diario. Ma non - come abbiamo fatto, anche qui, un po' tutti - un classico diario nel quale dare sfogo alle nostre emozioni più intime, no. Decide che, d'ora in avanti, lui terrà un diario del suo corpo. Nessuno spazio alle emozioni, che sono per definizione soggettive e finiscono per falsare l'oggettività di ciò che è accade, lasciandone negli anni un ricordo distorto, Via l'emotività, che spesso finisce per tradirci e camuffare la realtà. Il corpo, nella sua fredda oggettività, sarà il protagonista del racconto. Il corpo con tutte le sue manifestazioni, anche quelle più imbarazzanti, anche quelle patologiche, anche ciò che verrebbe considerato disgustoso da raccontare, ma che inevitabilmente rappresenta - secondo il protagonista, l'unico modo per tenere traccia di sè, nel corso degli anni.
Ecco, qui ammetto di aver storto il naso, e di essere - come ho scritto prima - rimasta perplessa. Riuscirà davvero nelle prossime pagine a catturarmi ed emozionarmi una storia in cui, ci avverte l'autore, le emozioni saranno bandite per lasciare spazio solo e soltanto alle manifestazioni fisiche?
Ed ecco che Pennac, con la magia incontrastata della sua penna, riesce nell'incanto. Perchè se ho iniziato le prime pagine della storia con questa domanda, ho chiuso le ultime con la malinconia di chi ha lasciato un vecchio amico; perchè inevitabilmente, pagina dopo pagina, anno dopo anno, nelle brevi - spesso brevissime - annotazioni del protagonista ricostruiamo la sua vita, intuiamo sullo sfondo i mutamenti sociali e familiari, ma soprattutto ci affezioniamo a lui.
A lui ed al suo corpo, che osserviamo crescere, e poi lentamente mutare fino alla vecchiaia, accompagnandolo fino al momento della morte che arriva senza angoscia, con serenità.
Confesso di averlo seguito con affetto, ma immagino anche che, questa stessa lettura a vent'anni non mi avrebbe rapito come ha fatto ora, a quaranta, quando inizio io stessa ad osservare nello specchio i primi, chiari segni di mutamento in quel corpo che, assieme alla mente, forma il mio "io".
Trasformazioni lievi, impercettibili, che taltolta ci inquietano ma che, ci insegna questo libro, sono inevitabili.
E la cosa migliore che possiamo fare è lasciarle andare,  accettare che il tempo ci trasformi ma soprattutto amarci, amare sconfinatamente questo piccolo corpo imperfetto che la natura ci ha dato.
Paradossalmente, un libro così materiale finisce invece per spingerci altrove, più in alto, ad interrogarci su chi siamo e cosa ci rappresenti davvero, e a riflettere su quanto negli anni veramente siamo in grado di guardarci a fondo, con indulgenza, ed amarci.
In genere non mi sbilancio a dare "consigli per la lettura", mi limito a lasciar correre le dita sulla tastiera trascrivendo come riesco le emozioni che la lettura mi trasmette; ma ecco, in questo caso mi sento di dire che è un libro da leggere se state scavalcando gli 'anta', o se siete in un momento particolare della vostra vita - che può essere prima, o dopo, non c'è mica una soglia fissa per queste cose - in cui tirate le somme, e vi osservate per la prima volta scoprendovi cambiati

Lascio volutamente un assaggino piccolo piccolo, con una delle frasi che più mi sono rimaste dentro e che racchiude secondo me perfettamente lo spirito del libro.
Un piccolo, costante inno al cambiamento, alla vita e ad affrontarla sinceramente, senza paura, amando innanzitutto noi stessi.

UN ASSAGGIO:

"55  anni, 4 mesi, 21 giorni     Sabato 3 marzo 1979

Certi cambiamenti del corpo mi fanno pensare a quelle vie che percorri da anni. Un bel giorno un negozio chiude, l'insegna è scomparsa, il locale è vuoto, c'è un cartello affittasi, e ti domandi cosa c'era prima, la settimana scorsa."

mercoledì 28 giugno 2017

DANIEL PENNAC - Abbaiare stanca
















DOVE: tra Parigi e Nizza
QUANDO: nel tempo indefinito delle favole

I bambini, si sa, crescono in fretta. Tu non te ne rendi conto, perchè ti accade quotidianamente, sotto al naso; ma arriva in giorno in cui quel cosino rosa profumato di latte è diventato un ometto dalle ginocchia sbucciate, al quale sei riuscita - e la cosa ti emoziona e commuove insieme - a trasmettere l'amore sconfinato per la lettura. E ti rendi conto di questo quando lui, serio, convinto, "adulto", ti CONSIGLIA un libro. Ecco qui, allora, il primo libro letto perchè raccomandatomi caldamente da mio figlio, lo stesso libro che, qualche mese fa, avevo scelto per lui nella libreria di un centro commerciale, perchè si parlava di amicizia, di cani, di bambini. E perchè, a otto anni, dopo aver incontrato Sepulveda, volevo che conoscesse Pennac.
Dunque, siamo in Francia, una Francia che vediamo attraverso gli occhi - ma sarebbe più opportuno dire che la percepiamo attraverso il naso - di un cane. Nulla di che, un bastardino neanche particolarmente bello, scampato per miracolo alla morte per annegamento ed allevato da una randagia come lui in una discarica di Nizza. La sua è una storia comune, che fa riflettere, sorridere e commuovere; quella di un randagio, cresciuto dall'affettuosa ruvidezza di Muso Nero e finito, dopo una serie di peripezie, in una famiglia non troppo consapevole di cosa voglia dire "avere un cane". Una storia fatta di lacrime, perdite, solitudine, scoperte, rivalse, paura e piccole vendette, la storia di un bastardino a cui la vita mette continuamente i bastoni fra le ruote ma che con la tenacia di chi alla vita  è attaccato coi denti insiste, combatte, insegue il suo lieto fine.
Che, manco a dirlo, è quello di avere una famiglia "umana" che lo ami e che soprattutto abbia rispetto per il suo "essere cane".
Dal lungomare di Nizza, odoroso di salsedine e stridente di gabbiani, fino al cuore di Parigi intriso di migliaia di odori intrecciati tra loro in maniera tanto stretta che solo un naso molto sensibile ed allenato può essere in grado di dipanarli; insieme al cane percorriamo le strade del mondo osservando la vita dal basso, con l'intensità di sentimenti e la positività di un cucciolo di strada. E osserviamo, dall'esterno, le pazzesche vite di noi esseri umani, attenti al superfluo ma poco alla sostanza, distratti, rabbiosi, irrispettosi della vita diversa da quella bipede, orgogliosamente rinchiusi nella routine inquinata delle nostre città, incapaci di percepire la bellezza della vita in una corsa sulla spiaggia umida ad inseguire i gabbiani.

E' una favola, certo. Un libro destinato ai bambini, ma che consiglio di leggere anche a noi adulti, perchè Pennac - oltre ad uno stile inconfondibile, schietto, scorrevole - lascia intendere in queste pagine tutto il suo delicato amore, la sua comprensione, il suo rispetto per il Cane. E, nella Postfazione finale ( "Nè ammaestrato nè ammaestratore", che consiglio vivamente di leggere), lo dichiara senza fronzoli, col cuore in mano, raccontando delle sue esperienze di vita, dei cani che lo hanno accompagnano lungo gli anni, dell'amore che lo ha legato ad essi e di come noi esseri umani dovremmo imparare a capire ed interagire con il cane.
Una favola che si legge in un pomeriggio, e che parla dritta dritta al cuore.

UN ASSAGGIO:

 "La notte era scesa da un pezzo sulla città. Le case avevano ingoiato i loro abitanti. Le automobili si erano addormentate lungo i marciapiedi. Il Cane camminava solo soletto per le strade. Le luci gialle dei lampioni rendevano più cupa la sua ombra. E il Cane pensava 'Se l'avessi saputo, sarei rimasto dal macellaio'.
Gli uomini erano veramente imprevedibili! Con loro, niente andava come ci si aspettava. Anche gli odori si erano addormentati. Giacevano per terra, come sono soliti dormire gli odori, muovendosi appena. L'alito salato del mare vicino si stendeva su di loro come una coperta. Il Cane avanzava come in sogno, zampettando silenzioso. 'Bene' si disse ' ecco il sonno'.
Scelse la conca fiorita più comoda della piazza Garibaldi, si scavò una buchetta fra i gerani, girò sei volte su sè stesso e si acciambellò con un sospiro. 'Ma prima di addormentarmi devo prendere una decisione' Riflettè ancora qualche istante. Da un campanile suonò la mezzanotte sopra la città vecchia.'Bene' decise Il Cane, 'domani torno dal macellaio. Non è una padrona, ma Muso Nero sarebbe certamente d'accordo. E poi, chissà.... Forse è sposato.....' "

mercoledì 1 febbraio 2017

KATHERINE PANCOL - Gli occhi gialli dei coccodrilli

DOVE: Courbevoie, perferia di Parigi
QUANDO: oggi

Massiccio ma scorrevole, "Gli occhi gialli dei coccodrilli" è stata una piacevole scoperta. Premetto e ammetto che, con il progredire dell'età, storco sempre un po' il naso quando, nel terminare un libro, tutto è andato per il verso giusto, scorrendo verso un prevedibile lieto fine nel quale i pezzi combaciano tutti alla perfezione.
 Ed ammetto anche che, dalla prima all'ultima pagina, ho provato una profonda antipatia per quasi tutti i personaggi del libro, in primis per la goffa protagonista Josephine, mamma imbranata e fresca di separazione alle prese con i conti di fine mese da far quadrare e due figlie per versi differenti impegnative da far crescere.
Eppure, nel complesso, è stato un viaggio brioso e gradevole in un piccolo scorcio della Parigi odierna, tra la periferia caotica ed il centro patinato, nella vita di due sorelle agli antipodi.
Josephine, appunto, per vocazione brutto anatroccolo: insicura, timida, impacciata, apparentemente priva di midolllo spinale, incline al piagnisteo, eppure brillante ricercatrice universitaria specializzata nella storia medievale. Un marito disoccupato trasferitosi poi in Africa in cerca di fortuna come allevatore di coccodrilli assieme alla sua giovane amante Mylene. Due figlie, Zoè ed Hortense; la prima piccola ed immatura, la seconda ambiziosa e furba.
E, dall'altra parte, sua sorella Iris, ex sceneggiatrice divenuta poi casalinga extralusso dopo l'invidiatissimo matrimonio con Philippe Dupin, uomo d'affari e padre di suo figlio Alexandre; una casa in un quartiere esclusivo, una fida cameriera personale, lunghi pomeriggi di shopping griffatissimo, pranzi rigorosamente light in ristoranti stellati assieme alla pseudo-amica Berengere.
Tra le due sorelle, Henriette Grobz, la loro filiforme ed austera madre, rigidissima, anaffettiva, con una spiccata predilezione per la bella Iris e per la sua vita lussuosa, frutto di una fortunata ed oculatissima scelta del partner.
Da qui, l'avvio di un intreccio complesso, in cui le due sorelle si legano in un silenzioso accordo nato dal capriccio di Iris, che decide di ammazzare la monotonia del lusso in cui ozia inventandosi una carriera di scrittrice. Ma da dove iniziare, se di scrivere non ha nè il tempo nè la voglia? Semplice: convincendo la sua malleabile sorella Jo, bisognosa di denaro come non mai, a farle da ghost writer, dividendo poi i compensi e lasciando naturalmente ad Iris, bellissima ed esibizionista, onere ed onore delle luci della ribalta.
Un romanzo dallo stile avvolgente e morbido, in cui si parla di mutamenti e di reazione agli eventi, di chi reagisce e chi si lascia andare, di amore vero e di sottomissione, il tutto sullo sfondo suggestivo di una Parigi distaccata, affascinante, spumeggiante di lusso e di vita.
Un intreccio di amori, amanti, piccoli-grandi segreti, amicizia e solitudine, piacevole come una corsa in taxi attraverso le bellezze della Ville Lumiere.
Tutto sommato gradevole, malgrado -come ho scritto - tutto finisca per filare fin troppo liscio, in conclusione. Ma forse sono io che in questa fase della mia vita (che mi stia trasformando in Malefica, la strega della Bella Addormentata? ^_^ ) ho un po' di rifiuto per i lieto fine....

UN ASSAGGIO:

"Josephine riagganciò e procedette incerta fino al balcone. Aveva preso l'abitudine di rifugiarsi lì. Dal balcone, contemplava le stelle. Interpretava un luccichio o il passaggio di una stella cadente come un segno che qualcuno la ascoltava, che il cielo vegliava su di lei. Quella sera, si inginocchiò sul cemento, congiunse le mani e, alzando gli occhi al cielo, recitò una preghiera: "stelle, per favore, fate che io non sia più sola, che non sia più povera, fate che io non sia più assillata dalla sorte. Sono stanca, così stanca... Stelle, da sola non si combina niente di buono, e io sono così sola. Datemi la pace e la forza interiore, datemi l'uomo che aspetto in segreto. Alto o piccolo, ricco o povero, bello o brutto, giovane o vecchio: non ha importanza per me. Datemi un uomo che mi amerà, e io lo amerò. Se è triste, lo farò ridere; se è insicuro, lo rassicurerò; se si batte, sarò al suo fianco. Non vi chiedo l'impossibile. vi chiedo semplicemente un uomo, perchè vedete, stelle, l'amore è la più grande ricchezza che c'è...."

mercoledì 27 luglio 2016

JULES VERNE - Viaggio al Centro della Terra


DOVE: ad Amburgo, ma soprattutto nel sottosuolo dell'Islanda
QUANDO: 1863

Claustrofobico, potente, un tantino lento rispetto agli standard odierni (soprattutto nelle descrizioni molto dettagliate) ma attualissimo nei colpi di scena e nelle emozioni forti che sa donarci ancora, sebbene scritto nella seconda metà dell'800; ecco l'ennesimo classico che non delude.
Ma d'altronde lui è Jules Verne, insaziabile viaggiatore ed autore prolifico, "padre" della fantascienza moderna, straordinario creatore di Ventimila Leghe Sotto i Mari, de Il Giro del Mondo in Ottanta Giorni e di altri, meravigliosi astri del firmamento letterario.
Per carità, benvengano le letture da ombrellone più tradizionali - un bel thriller contemporaneo, perchè no... o un romanzetto fresco come una bevanda ghiacciata; ma per una volta, provate ad approfittare dell'estate per accostarvi ad un classico. E, se amate l'avventura e la fantascienza, cominciate dalle fondamenta.. cominciate da Verne.
Eccoci qui, catapultati ad Amburgo nel 1863, nella vita apparentemente ordinaria del giovane geologo Axel. Una vita, perlappunto, serena, se non fosse che lo zio del giovane - nonchè proprietario della casa in cui è ospite- non è un uomo qualunque, ma il professor Lidenbrock, stimato, eccentrico, collerico, illuminato professore di mineralogia.
E cosa accade se quest'uomo dalle mille sfaccettature e dagli entusiasmi potenti entra in possesso di un antico manoscritto che sembrerebbe indicare il percorso per arrivare al centro della terra? Ovvio: si prendono armi e bagagli e si parte alla volta dell'Islanda, per calarsi all'interno del cratere dello Sneffel - un vulcano ormai spento - e inseguire un sogno, sulle tracce di Arne Saknussem, lo scomparso scienziato autore appunto del manoscritto.
A nulla valgono i tentativi di Axel; in quattro e quattr'otto il professor Lidenbrock porta noi e lo sventurato nipote nella gelida e deserta islanda, con un pesante bagaglio e l'aiuto di una poderosa e taciturna guida locale, per iniziare la pericolosa discesa verso l'ignoto.
Che dire ancora? Preparatevi ad abbandonare la luce del sole per avventurarvi tra polvere, pietre acuminate, picconi, silenzio e sorgenti di acqua bollente, misteriose piante sotterranee e cunicoli ciechi, notti uguali ai giorni e giorni uguali alle notti; coperte stese sul granito duro e freddo; ed a molte, moltissime altre emozionanti sorprese.....

Un classico senza tempo che non delude, ma anzi lascia col fiato sospeso ancora oggi.

UN ASSAGGIO:

"Uno spaventoso gesto di collera fu l'ultima cosa che vidi prima di chiudere gli occhi. Quando li riaprii, scorsi i miei due compagni immobili, avvolti nelle loro coperte. Dormivano? Per mio conto, non potevo trovare un minuto di sonno. Soffrivo troppo, e soprattutto mi angosciava il pensiero che il mio male fosse senza rimedio. Le ultime parole di mio zio risuonavano nelle mie orecchie: " tutto è finito!". Ed ero certo che in quello stato di debolezza non potevo nemmeno pensare a risalire alla superficie della terra. Per una lega e mezzo s'innalzava la crosta terrestre: mi sembrava che quella massa gravasse con tutto il suo peso sulle mie spalle. Mi sentivo spezzato e mi sfinivo nello sforzo violento di rivoltarmi sul mio letto di granito.
Passarono alcune ore. Un silenzio profondo ci avvolgeva, silenzio di tomba. Nessun rumore veniva da quelle muraglie: la più sottile di esse misurava cinque miglia di spessore.
Tuttavia nel mio assopimento mi pareva di percepire un lieve rumore. Guardai attentamente, e mi sembrò di vedere l'islandese che spariva con la sua lampada in mano. Ci abbandonava? Mio zio dormiva. Volli gridare, ma la voce non riusciva a passare fra le mie labbra disseccate. L'oscurità era totale, e gli ultimi rumori si erano spenti."

domenica 7 giugno 2015

ANTOINE DE SAINT EXUPERY - Volo di Notte e L'Aviatore

DOVE: in volo sopra al Sudamerica
QUANDO: agli inizi del '900

Decisamente, la Newton Compton continua ad avere il merito di proporre, a un prezzo tutto sommato contenuto, piccole "chicche", testi meno noti di autori celebri che costituiscono uno sfizioso spuntino per gli amanti dei classici come me.
Ecco qui che nel cestone di un supermercato mi imbatto in Antoine de Saint Exupery, il cui Piccolo Principe è stato uno dei miei primi approcci al mondo della lettura ( assieme a Pinocchio e Alice nel Paese delle Meraviglie) ed ha poi continuato ad accompagnarmi, anno dopo anno, con il suo preziosissimo spirito poetico. Stavolta però, l'occasione era ghiottissima, perchè il romanzo in questione  ( o sarebbe meglio dire, la coppia di racconti) rappresenta una finestra autobiografica nella quale l'autore racconta la sua esperienza di pilota. Potevo lasciarmi sfuggire l'occasione di viaggiare seduta a fianco ai coraggiosissimi pionieri che, quando l'aviazione muoveva i primi traballanti passi sui cieli del mondo, si lanciano in una sfida contro i limiti dell'uomo per congiungere tra loro luoghi lontanissimi, consentendo alla posta di valicare tempeste, montagne dai ghiacciai aguzzi e boschi intricati per raggiungere il calore di una casa nella quale dischiudere come un fiore profumato il proprio messaggio?
Eccoci dunque, in viaggio. E che viaggio, ragazzi. Perchè per noi gente del Ventunesimo Secolo pare tutto estremamente semplice, perfino superato, nell'epoca di Skype e Whatsapp. Imbucare una lettera è un gesto ormai desueto, ed in ogni caso senza alcunchè di miracoloso. La lettera viene inghiottita dalla cassetta in una parte del mondo e una più o meno solerte catena di uomini e mezzi fa sì che, qualche giorno dopo, venga depositata nella cassetta del destinatario, anche a centinaia di chilometri di distanza. In mezzo, una semplice routine.
Ma salite con Fabien su uno dei primissimi aerei, minuscoli agglomerati di metallo e luci che, in barba alle leggi della fisica - e sotto la spinta dell'ordine rigidissimo impartito da Riviere, responsabile del servizio postale - decolla in una notte di tempesta per consegnare la posta, da uno scalo all'altro, attraverso la Patagonia fino alla sua partenza per l'Europa, e vi renderete conto di quello che voleva dire, per questi uomini, compiere il loro lavoro.
Nella quieta notte sudamericana, mentre le città addormentate punteggiano il paesaggio con le loro migliaia di luci, sono in pochi a vegliare, sotto la tempesta che avvolge come un manto il cielo notturno.
Riviere, appunto, nel suo ufficio, insonne sotto il peso della responsabilità di aver preso forse la decisione sbagliata.
Fabien, in alto, in balia della nebbia e degli strumenti che non obbediscono, con l'occhio alla spia di carburante, insieme al telegrafista, piccoli esseri umani abbandonati a sè stessi in mezzo ad un uragano.
La moglie di Fabien, tormentata dall'ansia di un letto vuoto, in attesa di notizie che tardano ad arrivare.
Un racconto breve, denso di silenzi, pioggia e sentimenti, così come il secondo, quello in cui conosciamo Bernis - pilota esperto, infilato nella sua giacca che odora di naftalina - e il giovane allievo Pichon, a lui assegnato per il suo primo volo.
Anche in questo caso, emozione, adrenalina e la consapevolezza di essere testimoni di un qualcosa di umanamente miracoloso; il sogno dei sogni, l'uomo che smettere di essere ancorato alla terra ed è in grado di librarsi in volo sfidando forse uno dei più grandi limiti che la Natura sembrerebbe avergli imposto.
Quando il confine tra schiantarsi e atterrare era ancora tutto sommato labile, riscopriamo la meraviglia e lo stupore degli uomini comuni verso questi eroi moderni in lotta contro la forza di gravità.
Un delizioso balzo indietro nel tempo, che si legge d'un fiato, anche solo per il gusto di poter rivivere - con gli occhi degli uomini di allora - uno dei più grandi passi in avanti compiuti dal progresso.

UN ASSAGGIO:

"La moglie del pilota, svegliata dal telefono, guardò il marito e pensò:
'Lo lascio dormire ancora un po''
Lo guardava. Le piaceva quel torace nudo, ampio, carenato come una bella nave.
Lui riposava nel letto calmo, come in un porto, e, perchè nulla disturbasse il suo sonno, lei cancellava con un dito una piega, un'onda, un'ombra, quietava quel letto, come un dito divino il mare.
La donna si alzò, aprì la finestra e il vento le sferzò il viso. La camera dominava Buenos Aires. Da una casa vicina, dove si ballava, giungevano melodie portate dal vento, era l'ora del piacere e del riposo. La città racchiudeva gli uomini in centomila fortezze; tutto era calmo e sicuro; ma alla donna pareva che stessero per gridare 'all'armi!' e un solo uomo, il suo, sarebbe accorso.
Lui dormiva ancora, ma il suo sonno era il riposo tremendo dei soldati in trincea in procinto di esporsi al fuoco. Quella città addormentata non lo proteggeva: le sue luci gli sarebbero parse un nulla quando si fosse sollevato, giovane dio, dal loro sfavillio. Lei guardava quelle braccia forti che, tra un'ora, avrebbero tenuto in pugno il destino del corriere dell'Europa, responsabili di qualcosa di grande, quasi la sorte di una città"

domenica 19 aprile 2015

Daniel Pennac - La Prosivendola

DOVE: Belleville, quartiere di Parigi
QUANDO: ai giorni nostri

Prendete Benjamin Malaussene, di professione "capro espiatorio", fortunato personaggio creato dall'ingegno di un genio contemporaneo della letteratura quale Daniel Pennac.
Aggiungete la sua immancabile e poco convenzionale famiglia (una mamma in perenne fuga d'amore, Therese e la sua incrollabile fede nell'astrologia, Verdun col suo inquietante sguardo di neonata, il festoso cane Julius con le sue crisi epilettiche, e chi più ne ha più ne metta), un misterioso e brutale omicidio che coinvolge il direttore di un penitenziario modello - nonchè futuro marito di Clara, sorella prediletta di Malaussene; aggiungete ancora la tirannica Zabo, "regina" e direttrice della Casa Editrice Edizioni del Taglione e un misterioso scrittore di  scialbi ma fortunati best-seller che chiede a quest'ultima di procurargli un "volto" per presenziare  al suo posto le conferenze stampa in occasione del lancio della sua prossima opera. Metteteci infine un attentato che riduce - ahimè - in fin di vita il nostro protagonista, proprio in occasione di uno di tali incontri con la stampa (perchè, manco a dirlo, il "volto" prescelto altri non è che quello di Malaussene).
Questi, molto in breve, gli ingredienti che fanno de "La Prosivendola" uno scoppiettante intreccio tra il grottesco ed il noir, il tutto naturalmente abbondantemente condito coi colori sgargianti e i profumi pungenti e speziati della multietnica Belleville, sfondo immancabile delle vicende targate Malaussene.
Che altro aggiungere? Pennac è Pennac, con il suo stile ironico, surreale, rapido e diretto. Di lui avevo già recensito un'insolita vicenda ambientata in un pronto soccorso parigino; ma è con la famiglia Malaussene che Pennac a mio parere sfodera tutte le sue armi. Tra il dolce e l'amaro - ebbene sì, poichè in questo romanzo il povero Malaussene lo ritroviamo per tutto il dipanarsi della vicenda ridotto a un vegetale su un letto di ospedale, vigile e cosciente eppure nell'impossibilità di comunicare coi suoi familiari - scorrono pagina dopo pagina le storie dei suoi personaggi dai tratti inconfondibili, coloratissimi e piccanti come Belleville, mentre un confusissimo commissario Rabdomant, che già era incappato nella bizzarra tribù Malaussene ( ne Il Paradiso degli Orchi) cerca di dipanare l'intreccio. Esiste davvero un legame tra l'omicidio dell'angelico direttore di penitenziario e la sparatoria che ha coinvolto Benjiamin Malaussene, colpevole solo di indossare i panni dell'anonimo J.L.B.?
Se adorate Pennac come lo adoro io, adorerete anche questo viaggio a Belleville, carico di colpi di scena. ^_^

UN ASSAGGIO:

"Il peggio, nel peggio, è l'attesa del peggio. Il peggio, nei matrimoni, è la carovana di clacson che annuncia al mondo intero la prossima inaugurazione della sposa. Mi auguravo che si potesse scampare almeno a questo, ma pare che avremmo privato i bambini di un grande piacere. Visto che il carcere di Champrond è a sessanta chilometri da Parigi, ci siamo dovuti sciroppare sessanta chilometri di clacsonate. Un automobilista che ci avesse incrociato e guardato con un po' di attenzione avrebbe forse trovato buffo che un corteo nuziale così rumoroso scarrozzasse nelle auto infiocchettate una simile collezione di facce da funerale. Fatta eccezione per l'ultima macchina, dove hanno preso posto gli sbarbatelli (Jeremy, il Piccolo, Nourdine e Leila, paggetti e damigella d'onore), guidata da Theo, un amico fidatissimo che ho conosciuto all'epoca in cui facevo il Capro Espiatorio al Grande Magazzino in Rue du Temple. Quando gli ho chiesto se non gli scocciava venire, Theo ha risposto: "Adoro i matrimoni, non perdo mai l'occasione di vedere a cosa sono scampato. Quindi figurati, un matrimonio in galera...."
La macchina più bella è ovviamente quella della sposa, una Chambord bianca, appositamente noleggiata da Hadouch, dopo un incontro in cui ho creduto che il noleggiatore si sarebbe sparato un colpo. "No, non una BMW" diceva Hadouch "fa troppo protettore, una Mercedes nemmeno, fa zingaro, no, questa Traction no, non dobbiamo mica girare un film sulla Gestapo, niente Buick, sembrano carri funebri, è un matrimonio, cazzo, non un funerale-cioè non proprio." La cosa è andata avanti per ore, fino a quando: " E quella Chambord lì, si può noleggiare?" poi, serissimo: "Capisci, Benjamin? una Chambord bianca, quella sì, fa molto Clara."

mercoledì 6 marzo 2013

GASTON LEROUX - Il Fantasma dell'Opera

DOVE: Parigi
QUANDO: agli inizi del 1900

Niente di meglio di una giornata di pioggia e vento come questa per concedersi un viaggetto assolutamente insolito, sia per l'ambientazione - perchè gran parte della storia si svolge negli intricatissimi corridoi dell'Opera di Parigi, che snodandosi dietro le quinte discendono fino al sottosuolo - sia per la storia in sè. Una tazza di tè bollente, un bel plaid caldo, ed eccoci pronti per immergerci in un mondo scintillante e leggero, quello in cui le giovanissime allieve della scuola di danza svolazzano chiassose, le più belle Voci della lirica si lasciano coccolare dai propri ammiratori dentro sontuosi e fioritissimi camerini e una miriade di invisibili, operosi aiutanti muove gli innumerevoli ingranaggi di quella straordinaria macchina che è il Teatro dell'Opera di Parigi. Siamo agli inizi del Ventesimo secolo ed è proprio lì, che sboccia - o sarebbe meglio dire, rinasce - l'amore tra il giovane Conte di Chagny e la bellissima Christine Daaè, astro nascente del bel canto parigino. Tutto potrebbe filare liscio come l'olio, se non fosse che la cantante porta nel cuore un terribile segreto, che teme di confidare perfino al suo fedele spasimante. Chi è il misterioso Angelo della Musica che ogni sera le dà lezioni private nel suo camerino? E il temibile Fantasma dell'Opera, che estorce denaro ai direttori del teatro tenendoli sotto scacco con la minaccia di sanguinose sventure, e che molti giurano di aver visto aggirarsi dietro le quinte, esiste veramente? E chi è il misterioso Persiano, che si aggira anch'egli come un'ombra nei corridoi del teatro, e che pare conoscere più a fondo di chiunque altro la storia del Fantasma?
Quando poi, in circostanze misteriose, la Daaè viene rapita - rapimento che non è che il culmine di una serie di piccole sparizioni ed altrettanti incidenti che tempo prima avevano cominciato a turbare con la loro aura sovrannaturale la quiete del Teatro - mentre la polizia brancola letteralmente nel buio il Conte decide di agire...
Un classico dell'orrore e delle storie d'amore disperato, in grado di trasmettere ancora qualche sano brivido d'inquietudine - a patto che ci scrolliamo di dosso un po' del nostro distaccato scetticismo da Ventunesimo Secolo ed accettiamo di lasciarci guidare dal potere delle parole. Perchè, diciamolo, anche abituati come siamo a saturarci di immagini  e suoni che poco spazio lasciano alla nostra fantasia, è bello ancora cedere di tanto in tanto alla bellezza del racconto scritto, che mentre fuori il vento fischia minaccioso ci consente, nel silenzio della nostra casa, di percepire quegli stessi scricchiolii che tanto fanno sussultare il Conte di Chaigny mentre discende nei sotterranei dell'Opera, in cerca della sua amata.

UN ASSAGGIO:
"Quella sera - proprio quella sera in cui i signori Debienne e Poligny, direttori dimissionari dell'Opera, davano la loro ultima serata di gala in occasione del loro commiato - il camerino della Sorelli, una delle stelle della danza, fu improvvisamente invaso da una mezza dozzina di quelle signorine del corpo di ballo che risalivano dalla scena dopo aver danzato Polyeucte. Vi si riversarono facendo una gran confusione, alcune scoppiando in risate eccessive e poco naturali, altre in grida di terrore.
La Sorelli, che desiderava restare sola per un istante per "ripassare" il discorso di saluto che doveva pronunciare poco dopo nel foyer della danza dinanzi a Debienne e Poligny, aveva assistito seccata a tutta quella folla sventata che si era precipitata da lei. Si girò verso le compagne e si adirò per quell'agitazione così tumultuosa. Fu la piccola Jammes - un naso caro a Grevin, occhi di mysotis, guance di rosa, un seno di giglio - a spiegarne la causa in tre parole, con una voce tremante, soffocata dall'angoscia:
'E' il Fantasma!'e chiuse la porta a chiave. Il camerino della Sorelli era di un'eleganza ufficiale e comune. Una psiche, un divano, una toeletta e qualche armadio ne costituivano l'essenziale arredo. Poche incisioni dulle pareti, ricordi della madre, che aveva conosciuto i bei giorni del vecchio Teatro dell'Opera di rue Le Peletier. Ritratti di Vestris, di Gardel, di Dupont, di Bigottini. Quel camerino sembrava un palazzo alle ragazzine del corpo di ballo, che erano sistemate in stanzette comuni dove trascorrevano il tempo cantando, litigando, picchiando i parrucchieri e le vestiariste, pagandosi bicchierini di cassis, di birra o magari di rhum, fino all'ultimo scampanellio di avvertimento."


lunedì 14 novembre 2011

DANIEL PENNAC - La lunga notte del dottor Galvan


DOVE: Parigi, Clinica Universitaria Postel-Couperine
QUANDO: ai giorni nostri

Delizioso e breve racconto dello straordinario Pennac, che ci catapulta nella caotica e bizzarra notte di guardia del giovane dottor Galvan, discendente da una famiglia di medici "fin dai tempi di Moliere" e assorbito fino al limite dell'ossessione nel progetto di un biglietto da visita all'altezza della propria ambizione. E qui, al pronto soccorso della Clinica Postel-Couperine, in una nottata caotica di incidenti stradali, tentati suicidi, crisi asmatiche, ambulanze che ululando si arrestano vomitando fuori in fretta e furia una barella cigolante , fa la sua comparsa un paziente silenzioso ("Non mi sento tanto bene", questo tutto ciò che è in grado di dire), che dopo aver diligentemente atteso il proprio turno, vedendosi passare avanti tutte le classiche urgenze di una frenetica notte al pronto soccorso senza battere ciglio, crolla pesantemente sul pavimento, prima di manifestare uno dopo l'altro una sfilza di sintomi tanto complessi e discordanti da mettere in crisi non solo il giovane Galvan - distogliendolo perfino dalle sue ossessive fantasie sul proprio biglietto da visita - ma anche il chirurgo Angelin, l'urologo Saliege, lo pneumologo Verhaen e tutti i colleghi specialisti che, uno dopo l'altro, svegliatisi di soprassalto e buttati giù dalle loro brande, accorrono al capezzale del misterioso infermo, tentando di venire a capo del mistero.
Ma proprio quando tutto sembra perduto, l'abile colpo di penna di Pennac rimescola le carte, preparandoci ad un finale sorprendente.

UN ASSAGGIO:

"Era Domenica ed eravamo nel pieno della classica frenesia notturna: incidenti domestici, infezioni eruttive, suicidi abortiti, aborti mancati, sbronze comatose, infarti, attacchi epilettici, embolie polmonari, coliche nefritiche, bambini bollenti come pentole, automobilisti in polpette, spacciatori fatti a colabrodo, barboni in cerca di alloggio, donne picchiate e mariti pentiti, adolescenti fumati, adolescenti catatonici... Insomma, la tipica domenica notte al pronto soccorso, e per giunta con la luna piena. Tutta quella bella gente faceva il possibile per sottrarsi al lunedì mattina, e io come sempre iniettavo, otturavo, intubavo, cucivo, suturavo, sondavo, zaffavo, drenavo, medicavo, facevo partorire, qualche volta addirittura prevenivo e depistavo! Insomma, dispensavo. Ero un dispensario fatto persona. Sostituivo Pansard, Verdier, Samel, Desonge 'A Buon rendere, Galvan..' ' Lasciate stare, ragazzi, lo faccio volentieri.' (tutti baroni, oggi, quelli.)

lunedì 9 maggio 2011

Alexandre Dumas (figlio) - LA SIGNORA DELLE CAMELIE


DOVE: Parigi
QUANDO: prima metà del Diciannovesimo secolo

Bellissima, chiacchierata, biasimata eppure tutto sommato ammirata, questa è Marguerite Gautier, scintillante rappresentante della schiera di mantenute che, tra eleganti appartamenti, serate a teatro, preziosi regali accolti quasi con noncuranza orbitavano attorno ai potenti nella raffinata atmosfera parigina di un paio di secoli fa.
Consapevole della propria bellezza, forzatamente superficiale, Marguerite dunque conduce nella capitale una vita tanto lussuosa quanto sregolata, malgrado il fisico fiaccato da una violenta tisi. Tutto sembra perfetto, il denaro scorre a fiumi, il calessino è a disposizione sua e dei suoi piccoli capricci, le brave donne borghesi, pur disprezzandola in società, sono nell'intimo rose da una punta d'invidia per la sua giovane, sfacciata bellezza; peccato che, all'improvviso, nella sua vita entri quasi in punta di piedi Armand Duval, giovane di buona famiglia timido e goffo che, di fronte alla bella Marguerite seduta maestosamente nel suo palco dell'Opera-Comique, viene colto dal più classico dei colpi di fulmine. La passione travolgente e pura del giovane sembra in un primo momento naufragare di fronte alla reazione gelida di lei, che anzi approfittando della timidezza dell'ammiratore coglie l'occasione per umiliarlo con una delle sue battute pungenti ed argute. Ma Armand, seppure timido, è tenace e forte della purezza del proprio amore; non demorde, finendo per fare breccia nel cuore di Marguerite, tanto indurito dall'abitudine ad una vita superficiale da aver finito per perdere di vista, nel corso degli anni, i sentimenti veri, quelli che il cuore sembrano strappartelo via dal petto.
Si passeggia tra gli Champs-Elysee, si attende trepidanti nell'anticamera del lussuoso appartamento di Rue D'Antin, si scrutano ansiosamente i mille volti perfettamente truccati nei palchi del teatro in cerca dello sguardo ed il sorriso di uno solo di essi, ci si dispera ed infine si gioisce per un semplice sfiorare di mani, nella tradizione più romantica e più classica, mentre intorno a noi Parigi splende, sciama, chiacchiera.
E s'intuisce, lì sotto la trama perfettamente ordinata, lo scintillio di qualcosa di più vivo : la personale esperienza dell'autore che, ancora giovanissimo, in quella stessa struggente e festosa Parigi fu travolto da una uguale passione per la bellissima Alphonsine Marie Duplessis.

UN ASSAGGIO:

"In un primo momento, avevo cercato di stordirmi, di rendere il cuore e la mente indifferenti allo spettacolo che avevo davanti agli occhi, e di unirmi a quell'allegria che sembrava far parte integrante della cena; ma, a poco a poco, mi ero isolato dal chiasso che mi circondava, il mio bicchiere restava pieno, e mi sentivo sempre più triste vedendo quella bella creatura di vent'anno bere, parlare come un facchino, e ridere di gran cuore quando venivano dette cose scandalose.
Tuttavia, quell'eccessiva allegria, quel modo di parlare e di bere, che negli altri commensali mi sembravano il risultato di una vita sregolata, dell'abitudine, o di una giovanile sovrabbondanza di vita, in Marguerite mi facevano pensare a un bisogno di dimenticare, a un'irrequietezza, a un'irritabilità nervosa. A ogni coppa di champagne, le guance si coprivano di un rossore di febbre, e la tosse, leggera all'inizio della cena, era diventata così insistente da costringerla, a ogni accesso, a gettare indietro la testa sullo schienale della sedia e a comprimersi il petto con ambedue le mani."

giovedì 28 aprile 2011

EDMOND ROSTAND - Cyrano de Bergerac



DOVE: Francia
QUANDO: alla metà del '600

Fino dove può arrivare, l'amore (Quello vero, con la A maiuscola, cui solo forse una penna d'altri tempi è in grado di dare corpo e sostanza)? In un'epoca come la nostra, fatta di superficialità, culto dell'aspetto esteriore e ahimè sempre troppo poca attenzione all'importanza delle parole, vale davvero la pena di prendersi una pausa romantica avventurandosi nella lettura del Cyrano. Mi rendo conto che possa risultare per qualcuno un'opera ostica dal punto di vista stilistico; ma come spesso accade, lasciare che i pregiudizi ci frenino impedisce spesso di godere dei tesori nascosti - e quale migliore occasione per dimostrarlo, che offrire una chance al romantico spadaccino dall'imponente naso? Lasciamoci andare al ritmo dei versi, allora, e scivoliamo in questo spicchio di Borgogna, dove il clamore delle armi bianche, lo svolazzare impalpabile delle piume sui cappelli sfilati dalle teste ad accompagnare l'inchino, il biancheggiare di farsetti tutti trine e polsini traboccanti di merletti, accompagnano lo sbocciare di una passione tanto intensa quanto platonica per la bellissima Rossana. Abilissimo con la spada e con la lingua, indipendente fino a rasentare la scontrosità, condizionato da un impietoso aspetto fisico, il coraggioso e romantico Cyrano è però capace di grande generosità, fino a soffocare il proprio sentimento in nome dell'amicizia che lo lega al giovane cadetto Cristiano, bello ma non altrettanto intelligente. Quando dunque quest'ultimo chiede aiuto all'irriverente spadaccino per conquistare il cuore di Rossana, Cyrano accetta di porre al servizio del giovane la propria abilità poetica, componendo per lui lettere e poesie e ponendosi come suo "suggeritore" durante gli struggenti convegni con la bella e ignara Rossana. Difficile immaginare qualcosa di più straziante che ascoltare il proprio canto d'amore pronunciato dalle labbra di qualcun altro, e ancor peggio di questo, vederlo andare a segno proprio nel cuore di colei cui era stato dedicato. Eppure Cyrano sceglie senza indugio di mettersi in ombra e rinunciare ad alimentare la propria passione affinchè il meno brillante cadetto possa conquistare la donna amata, perfino quando il destino sembra volergli arridere, stravolgendo le carte che tanto accuratamente egli stesso aveva disposto nell'ombra, per il suo protetto.
Pura poesia. In un'epoca in cui siamo capaci di tutto - ma spesso non di grandi sentimenti - direi che la lezione di sacrificio estremo del Cyrano possa avere ancora molto da dire.

UN ASSAGGIO:

"La gente comincia a uscire, mentre Cyrano guarda intorno soddisfatto. Ma tosto di ferma, udendo il battibecco seguente. Le donne che nei palchetti erano già in piedi con le mantelline indosso si fermano per udire e finiscono per tornare a sedersi.

LA BRET (A Cyrano): E' una follia!
UN SECCATORE: ( che si è accostato a Cyrano) : L'attore Montfleury! Ma, cospetto! Sapete che dal Duca di Candale è protetto?
CYRANO: No!
IL SECCATORE: come, no?
CYRANO: No!
IL SECCATORE: come?
CYRANO (irritato): No, per la terza volta; e ne sono felice. No, non ho protettori.... (con la mano alla spada) Ma una protettrice!
IL SECCATORE: Ma, dunque, lascerete Parigi?
CYRANO: Si vedrà
IL SECCATORE: Ma il Duca ha lungo il braccio...
CYRANO: Meno lungo sarà del mio.. (mostrando la spada) quando vi metta quest'aggiunta in compenso.
IL SECCATORE: Ma voi non penserete di pretendere..
CYRANO: Penso!
IL SECCATORE: Ma..
CYRANO: Fuor dai piedi adesso!
IL SECCATORE: Ma..
CYRANO: Sbrigati! - O rispondi! Perchè mi guardi il naso?
IL SECCATORE (sbigottito): Io...
CYRANO (saltandogli addosso): Perchè ti confondi?
IL SECCATORE (retrocedendo): Vostra Grazia s'inganna..
CYRANO: Dimmi: è molle e cascante siccome la proboscide, forse, d'un elefante?
IL SECCATORE (come sopra): Io non...
CYRANO: E' adunco a guisa di un becco di civetta?
IL SECCATORE: Io...
CYRANO: C'è forse alla punta qualche pustoletta?
IL SECCATORE: Ma...
CYRANO: Qualche mosca forse vi passeggia o vi dorme! Che v'è di strano?
IL SECCATORE: Oh! ..
CYRANO: Forse ch'è un fenomeno abnorme?
IL SECCATORE: Ma di non porvi gli occhi m'ero fatto un dovere!
CYRANO: E perchè non guardarlo, se è lecito sapere?
IL SECCATORE: Io...
CYRANO: Vi disgusta adunque?
IL SECCATORE: Signore...
CYRANO: Vi fa pena il suo color?
IL SECCATORE: Signore!
CYRANO: Vi par di forma oscena?
IL SECCATORE: Ma niente affatto!
CYRANO: E allora, perchè fate quel muso?
IL SECCATORE (balbettando): Ma io lo trovo invece piccolo, impercettibile!
CYRANO: Come! Di un tal ridicolo accusarmi? Possibile? Piccolo il naso mio?
IL SECCATORE: Cielo!
CYRANO: Enorme il mio naso? Vilissimo camuso, siate ben persuaso che di quest'appendice mi glorio e mi delizio; avvenga che un gran naso sia il vero e proprio indizio di un uomo buono, affabile, cortese, liberale, di coraggio e di spirito, qual io mi sono e quale non vi sarà mai lecito di credervi, marrano! Perchè la ingloriosa faccia che la mia mano se degna di cercare sul vostro collo è priva..... (lo schiaffeggia)
IL SECCATORE: Ahi! ahimè!
CYRANO: .. di fierezza, di slancio, d'inventiva, di lirismo, di genio, di grandezza morale, di naso, insomma, come quella.. (lo rivolge per le spalle, aggiungendo il gesto alla parola) .. che il mio stivale viene a cercarvi sotto le terga!
IL SECCATORE (fuggendo): Aiuto!"



PS: solitamente nei miei post non lo faccio mai, ma stavolta, concedetemi un piccolo strappo alla regola per postare la bellissima versione della storia di Cyrano scritta da Francesco Guccini:





perfetta colonna sonora per il post.. ^_^
(io sono solo un povero cadetto di Guascogna, però non la sopporto la gente che non sogna...)

domenica 27 marzo 2011

ALEXANDRE DUMAS (padre) - Il Conte di Montecristo


DOVE: Tra Marsiglia, Francia, e l'Italia
QUANDO: prima metà del 1800

Tra i personaggi maschili che la letteratura classica ci offre, difficile non subire il fascino di Edmond Dantes. Tradito da quelli che reputava suoi amici, abbandonato dalla donna amata, imprigionato nel solitario Castello d'If - arroccato su uno scoglio battuto dalle onde, accessibile solo dal mare-, reagisce con forza e riesce infine a realizzare, con freddezza e lucidità perfette, la sua vendetta.
Sullo sfondo dell'ascesa e declino dell'astro di Napoleone, Dantes combatte, resiste e non dimentica: nè i suoi nemici, nè il suo dolore, nè lo struggente amore per la bella Mercedes. Fuggito miracolosamente dalla sua prigione - grazie al provvidenziale incontro con l'abate Faria, ma anche e soprattutto dalla sua prontezza di spirito e alla sua freddezza - invecchiato ma non certo abbattuto nell'animo dalla lunga prigionia, riesce infine a ribaltare la propria sorte, afferrando al volo le opportunità che il destino gli pone dinanzi. Divenuto contrabbandiere, il caso lo conduce proprio all'Isola di Montecristo che diventerà fonte e sostegno del suo piano vendicativo. Con la pazienza di un ragno, una ad una Dantes tesse le sue tele, approfittando della sua presenza agli eventi mondani di Parigi e di Roma, senza mai tradirsi nè mai rinunciare al gusto sottile della vendetta consumata, come da manuale, fredda.
In in fittissimo intreccio di situazioni e di personaggi - che non ha senso star qui a dipanare, tanto la narrazione è avvincente - ritroverà dunque chi lo ha pugnalato alle spalle e l'allora fidanzata, chiudendo ad una ad una tutte le situazioni che, suo malgrado, erano per tanti anni rimaste in sospeso, con gran sorpresa di chi immaginava che il giovane marinaio si fosse lasciato fiaccare e corrodere l'anima dalla sua umida prigionia.
Assolutamente da leggere. Punto.

UN ASSAGGIO:

"Così negli occhi neri di Noirtier, sormontati da sopracciglia scurissime, mentre i capelli, lunghi, neri e fluenti sulle spalle, erano bianchi, in quegli occhi, come avviene in ogni organo umano esercitato a spese degli altri, si erano concentrate tutta l'attività, tutta la destrezza, tutta la forza e tutta l'intelligenza sparse un tempo in quel corpo e in quell'anima. Certo, mancavano il moto delle braccia, il suono della voce e l'attitudine del corpo, ma quell'occhio possente suppliva a tutto. Egli comandava con gli occhi, ringraziava con gli occhi; era un cadavere con occhi vivi e nulla era più impressionante, a volte, di quel viso di marmo nelle cui occhiaie s'accendeva una improvvisa collera o brillava una gioia inattesa. Soltanto tre persone sapevano comprendere il linguaggio del povero paralitico: Villefort, Valentina e il vecchio domestico; ma, poichè Villefort non vedeva quasi mai suo padre e solo, per così dire, quando non poteva farne a meno e, quando lo vedeva, non cercava di fargli piacere sforzandosi di capirlo, tutta la felicità del vecchio era riposta nella nipote, e Valentina era giunta, a forza di attenzioni, d'amore e di pazienza, a comprendere attraverso lo sguardo tutti i suoi pensieri."

lunedì 21 febbraio 2011

BERNARD SIMIOT - Il tempo dei Carbec


DOVE: Saint Malo, Bretagna.
QUANDO: prima metà del 1700

Nella Francia ancora lontana dalla rivoluzione, un romanzo che sembra intriso dell'odore di salsedine e di pesce ci conduce nella piccola ma combattiva Saint Malo, cittadina del Nord della Francia in perenne competizione con la rivale Nantes. Qui, la giovane Marie Leone Carbec, tenace e fiera come tutti i suoi compaesani e ritrovatasi - come molte altre spose di uomini di mare - improvvisamente vedova, prende saldamente le redini della propria famiglia, sotto la guida dell'intraprendente zia Clacla (un passato da pescivendola, prima che da contessa). Da un lato l'attività commerciale del marito, dall'altra ben quattro figlioli - tre maschi, una femmina - da sistemare; la giovane Marie Leone senza mai demordere nè cedere alle moine di chi la vorrebbe di nuovo moglie, si dedica anima e corpo a questa sua speciale missione. Sull sfondo, lo srotolarsi della storia: il giovanissimo Luigi XV ritrovatosi suo malgrado re a soli cinque anni e perciò sostituito fino alla maggiore età da Filippo Borbone d'Orleans; l'ambiziosa reggenza di quest'ultimo, che però per la discutibile politica economica - anche sotto l'influenza del banchiere John Law, fautore di alcune manovre piuttosto rischiose - attirò ben presto il malcontento soprattutto di quella parte della popolazione che faceva del commercio la propria fonte di reddito. E ancora, i viaggi della Compagnia delle Indie Orientali verso l'umida India e i verdeggianti caraibi, l'ignobile pagina della tratta degli schiavi, i corsari che proprio di Saint Malo hanno fatto, negli anni, la fiorente cittadina che è.
Sopra tutto questo, l'affascinante Marie Leone, solida come i bastioni della sua città, che oppongono costantemente il petto allo sferzare delle onde, avanza con passo sicuro, costruendo passo passo il destino dei propri figli.

UN ASSAGGIO:

"Dopo aver dato loro l'illusione di appartenere alla razza dei conquistatori, l'India li aveva dolcemente inghiottiti con la sua vita facile, i suoi domestici a buon mercato, le sue mulatte portoghesi, le sieste vischiose, le piogge tiepide, gli uragani sulfurei.
Questi residenti avevano accolto di buon grado il giovane guardiamarina sotto il loro tetto, dove spose di quattordici anni preesiedevano sontuosi banchetti preparati da cuochi che guadagnavano una rupia al mese. Tutto si comprava per niente. Un pollo, una lepre o un'anatra non valevano più di cinque liard e, per tre sol, si potevano sfamare otto persone con enormi pesci strofinati con limone verde. Sfiancati dal caldo umidiccio, sfiniti dalla pigrizia, gli ospiti a malapena toccavano i piatti serviti, preferendo saccheggiare le ceste di arance, guaiave, manghi, papaie e angurie che venivano sempre imbandite sulla tavola. Alla fine del pasto, i convitati facevano girare le bottiglie di alcol portate in dono. Tutti allora si scuotevano dal torpore, parlavano più forte, le piccole spose, la bocca piena del betel masticato che tingeva loro di rosso la saliva e nebruniva i denti, si lasciavano andare a risolini sciocchi, mentre gli uomini si scambiavano allegramente notizie sulla loro sifilide, prima di assopirsi davanti ai bicchieri rovesciati."