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mercoledì 23 maggio 2018

PAUL KALANITHI - Quando il Respiro si fa Aria

DOVE: tra l'Arizona e Stanford, USA
QUANDO: anni'2000

Comprai questo libro tempo fa, lasciandolo poi a lungo nel cassetto, perplessa. Chi me lo aveva consigliato me ne aveva parlato in termini straordinari, eppure io temevo di andarmi ad impelagare in una storia strappalacrime, soffocante, intrisa di dolore.
D'altronde, qui si parla di un uomo - un giovane uomo, anzi, un giovane, brillante e promettente specializzando in neurochirurgia - che si trova a dover fare i conti con una diagnosi che non lascia scampo. Un cancro al polmone sta lentamente divorando il suo corpo, e con esso tutta la sua vita. La sua carriera di medico. Il suo matrimonio. Le sue speranze.
Si tratta, oltretutto, di una storia vera, verissima, raccontata dalla viva voce del protagonista, assieme al quale ripercorriamo le tappe salienti della sua breve vita, spaccata a metà come da una immensa diga proprio da quella diagnosi tremenda: da un lato gli anni spensierati della giovinezza, lo studio, il sogno di diventare medico. Dall'altro i tremendi dolori con cui il giovane chirurgo combatte e convive, lo stomaco rivoltato dalla chemio, la spossatezza, gli occhi dei familliari e delle persone amate che fissano addolorati ed impotenti il suo lento declino.
Dicevo, premettendo tutto questo ho atteso un po', prima di avventurarmi in questo viaggio, perchè temevo di ritrovarmi invischiata in un dolore che non avrei saputo gestire - e che avrei pianto fiumi di lacrime, come mi era accaduto con lo splendido Gramellini.
Invece, sorprendentemente, qui non ho trovato traccia di tutto questo. E' un libro, questo è vero, in cui si parla di morte e di dolore; eppure è un libro che ti scorre tra le mani lieve come una farfalla, pieno di poesia, di positività, della razionale e serena accettazione di ciò che è.
Assieme al dottor Kalanithi riviviamo la sua giovinezza, gli anni delgi studi, la sua passione per la scrittura soppiantata poi da una nuova, nascente passione per la medicina - e la neurochirurgia, in particolare - vista soprattutto come strumento per praticare l'empatia, ed aiutare i pazienti anche e soprattutto sotto il profilo umano.
Un uomo pieno di passione, che vede davanti a sè gli ultimi, faticosi gradini di specializzando in neurochirurgia, cominciando a raccogliere i frutti di tanto sudato lavoro. Un medico giovane, brillante, abilissimo chirurgo nonchè pieno di umanità, desideroso di approfondire ancor più le sue conoscenze affiancando gli studi di neurobiologo alla già impegnativa attività di medico ospedaliero.
Un uomo che, con la lucida razionalità del chirurgo, non può che avere subito chiara la sua situazione, quando i dati clinici confermano quello che lui sospettava, interpretando i suoi stessi sintomi: il dottor Kalanithi sta lentamente morendo.
Con poesia, delicatezza, realismo decide allora di riprendere in mano quello che era stato il suo primo amore, la scrittura, e inizia a mettere nero su bianco la sua storia. Raccontandosi e raccontandoci cosa succede quando tutto ciò che hai costruito ti crolla addosso. Anzi, ad essere corretti, quando sei TU a crollare fisicamente mentre tutto ciò che hai costruito improvvisamente pare perdere qualunque significato.
Ma non c'è traccia di rabbia, nè dolore, nelle sue parole; chiudendo il libro, dopo averlo accompagnato nel suo ultimo viaggio, quel che resta è una lieve malinconia per ciò che è rimasto in sospeso, per tutto ciò che non ha potuto realizzare, ma nulla di più. Per il resto, ciò che traspare attraverso le sue parole, anche nei momenti di sconforto, anche quando, sconfitto dal dolore, deve rinunciare ad essere in sala operatoria, è una straordinaria forza, una grande serenità e di capacità di accettazione, ed un soffuso, positivo senso della vita, tutto sommato. Quella vita che, negli anni a venire, andrà avanti senza di lui.
Un viaggio in un mondo fatto di lacrime ma anche di forza interiore, una storia delicatissima come una nuvola, che si legge in un soffio e ti lascia dentro una strana pace interiore.
Un uomo straordinario che insegna una grande lezione di vita.
Cito - lo faccio raramente, ma in questo caso trovo che siano parole perfette per condensare l'essenza di questo libro - uno dei commenti riportati sul retro di copertina; quello, in particolare, di Pino Corrias, il quale scrive:

"In questa storia la malattia diventa un pensiero profondo, diventa l'ombra che, precipitando verso il buio, illumina la vita"

Ecco, trovo che questo sia il senso della storia - e della breve vita - del giovane dottor Kalanithi. Non lasciarsi spaventare dalle ombre. Non disperarsi per ciò che non è in nostro potere controllare. Accettare la vita, e concentrarsi su di essa, vivendo al meglio ciò che ci è dato. Al di là del credo religioso, con lucidità da scienziato, quest'uomo ci ha lasciato - in più o meno 150 pagine - una grande lezione di vita.

UN ASSAGGIO:

"Avevo la certezza che non sarei mai diventato un medico. Sdraiato al sole, mi stavo rilassando su un altopiano deserto sopra la nostra casa. Mio zio, un medico come molti miei parenti, quel giorno mi aveva chiesto quale carriera avessi intenzione di intraprendere, ora che il college era alle porte, e io non avevo dato peso alla sua domanda. Se fossi stato costretto a rispondere, credo che avrei detto lo scrittore, ma sinceramente in quel momento qualsiasi idea di carriera mi sembrava assurda. Nel giro di poche settimane avrei lasciato quella cittadina dell'Arizona, e non mi sentivo come uno che si prepara a fare carriera, ma piuttosto come un elettrone ronzante che sta per raggiungere la velocità di fuga, catapultato verso uno strano universo sfavillante"


giovedì 17 maggio 2018

Shirley Jackson - L'Incubo di Hill House



DOVE: provincia americana
QUANDO: più o meno, inizio anni '60

Dopo due viaggi attraverso i meandri della psiche e della natura umana - con Saramago prima e con Huxley poi -  sentivo il bisogno di un po' di respiro con qualcosa di meno impegnato. Ed eccomi quindi ad avventurarmi tra le pagine di un horror di quelli che piacciono a me, molto "vintage", molto "psicologici", molto giocati sulla tensione e sulle emozioni dei protagonisti che non su ciò che di fatto avviene "concretamente". Un viaggetto che si consuma in pochi giorni, dallo stile scorrevole e coinvolgente, e che ci porta in una oscura e inquieta abitazione racchiusa in una tenuta dalla vegetazione fitta ed intricata, nel cuore della provincia americana. Una costruzione di quelle che ti danno un brivido lungo la schiena anche soltanto a guardarne la facciata durante il giorno, figuriamoci poi se devi passarci dentro una o più notti, in balia dei misteriosi cigolii che si disperdono in un intricato groviglio di corridoi e stanze comunicanti. Hill House è così, una casa che sembra avere un'anima, ed un'anima particolarmente inospitale, inquieta e violenta. Un po' come la Rose Red de "Il Diario di Ellen Rimbauer", per intenderci.
In questo caso, i nostri compagni di viaggio sono tre, oltre al misterioso professor Montague, studioso del paranormale e dell'occulto ed organizzatore di questa bizzarra "vacanza", il quale dopo un'attenta selezione ha contattato tre individui - due donne ed un uomo - che per le loro caratteristiche gli sono sembrati particolarmente idonei allo scopo. Che poi altro non è che quello di stimolare, vivere ed annotare eventuali vicende paranormali che dovessero verificarsi all'interno della casa.
Dunque, dicevamo, i nostri compagni di viaggio. Luke Sanderson, nipote della proprietaria di Hill House, dal passato non proprio irreprensibile e futuro erede dell'inquietante abitazione. Theodora - o semplicemente "Theo": esuberante e passionale artista e la timida Eleanor Vance, trentaduenne senza ambizioni vissuta per anni nell'ombra ingombrante di una madre invalida e ritrovatasi improvvisamente sola e senza aspirazioni alla morte di quest'ultima.
Assieme a loro, ma soprattutto assieme alla protagonista Eleanor Vance, raggiungiamo dunque la cupa dimora, ne varchiamo titubanti la soglia, prendiamo posto sistemando i nostri effetti personali nelle camere da tanto tempo disabitate, sotto l'occhio arcigno della vecchia e scorbutica coppia di custodi - i quali tengono bene a sottolineare che non metteranno mai piede ad Hill House dopo il tramonto, qualunque cosa accada.
Immaginatevi dunque la casa, avvolta in una nebbiolina piovosa, la sua assoluta quiete, le stanze comunicanti una con l'altra attraverso una intricata rete di corridoi. Immaginatevi di veder scendere la notte, lentamente, avviluppando la casa in una morsa scura, e di ritirarvi in solitudine nella vostra stanza, col cuore in gola in attesa di ciò che potrebbe accadere. Giorni che scorrono prigramente, notti che inaspettatamente sembrano animarsi di strani suoni, venti che spazzano i corridoi, porte scosse da colpi violenti. Ma soprattutto, l'attesa angosciosa di ciò che può accadere.
Ecco, la storia di Hill House è una storia così. Di angoscia, di attesa, di misteriosi accadimenti. Di una casa inanimata che pare avere occhi ed orecchie, ed un passato di malignità e strani accadimenti fin da quando le sue fondamenta sono state gettate, decenni prima. La potenza dello spirito di Hill House pare suggestionare - o fare presa, a seconda che vogliamo vederla in maniera più o meno scettica - sull'anello debole, la piccola e sola Eleanor Vance, succube di sè stessa, mai stata amata, mai stata in grado di scuotersi di dosso l'etichetta di ragazza calma e devota alla madre anima e corpo.
L'anima più fragile e più tormentata del gruppo finisce inevitabilmente per essere quella che più di tutte percepisce l'opprimente e malvagio spirito di Hill House, ne viene soggiogata, dalla prima all'ultima pagina.
Fino alla strana, inattesa eppure inevitabile conclusione.
Un horror classico, dalla penna di una grande maestra del genere, per chi ama la tensione psicologica, l'attesa angosciosa di ciò che potrebbe essere,  il fascino innegabile delle case dal passato oscuro.

PS: se volete seguirmi anche sull'altro blog, qui si parla invece di personaggi femminili che lasciano un segno...

UN ASSAGGIO:

"L'occhio umano non può isolare l'infelice combinazione di linee e spazi che evoca il male sulla facciata di una casa, e tuttavia per qualche ragione un accostamento folle, un angolo sghembo, un convergere accidentale di tetto e cielo, facevano di Hill House un luogo di disperazione, tanto più spaventoso perchè la facciata sembrava sveglia, con le finestre vuote e vigili a un tempo e un tocco di esultanza nel sopracciglio di un cornicione. Quasi ogni casa, colta di sorpresa o da un'angolazione bizzarra, può volgere uno sguardo profondamente burlesco su chi la osservi; perfino un comignolo dispettoso, o un abbaino che sembri una fossetta possono suscitare nell'osservatore un senso di intimità; ma una casa arrogante e carica d'odio, sempre in guardia, non può che essere malvagia.
Quella casa, che sembrava quasi aver preso forma da sola, assemblandosi in quel suo possente schema indipendentemente dai muratori, incastrandosi nella struttura di linee ed angoli, drizzava la testa imponente contro il cielo e senza concessioni all'umanità."

domenica 22 ottobre 2017

RAY BRADBURY - Paese d'ottobre

DOVE: perlopiù nel Midwest degli USA
QUANDO: tra gli anni '30 e gli anni '40

Ci sono libri che sembrano essere stati scritti appositamente per l'autunno, per le prime serate fredde che fanno venire voglia di plaid, di cioccolata calda e per chi- come me - li ama alla follia, di un gatto sulle ginocchia. Ecco, questo è uno di quei libri, perfetti per ritagliarsi momenti di evasione mordi e fuggi.
Come ho scritto in diverse occasioni, non sono un'amante del racconto; trovo che in molti casi le storie di poche pagine non riescano a coinvolgermi, restando perdipiù incompiute, e lasciandomi in bocca un sapore amarognolo e deludente, come di qualcosa che doveva essere e non è stato. Accade anche, però che il racconto in mano a penne particolarmente dotate, diventi "altro", una piccola storia compiuta, da mangiare in un boccone, come quei piccoli mignon colorati che occhieggiano dalle vetrine delle pasticcerie e che ti vien voglia di divorare uno dopo l'altro. Accade raramente, ma accade. Con Asimov, per esempio, e il suo brillante I racconti dei Vedovi Neri. Oppure, con le bizzarre e guizzanti Storie del Terrore da un minuto.
Ed accade con Bradbury ed i suoi brevi, stralunati, surreali racconti autunnali che ci trasportano nella provincia americana a cavallo tra gli anni '30 e '40, dove accadono cose strane, talvolta semplicemente ambigue, talvolta decisamente spaventose.
Ecco, va anche detto che probabilmente per quanto mi riguarda apprezzo i racconti quando strizzano l'occhio non dico all'horror, ma perlomeno al mistero, da buona ex ragazza degli anni '90 cresciuta a pane e Mulder&Scully.
Ho comprato questo libro su Amazon, semplicemente - lo confesso - a completamento di un ordine, per arrivare alla cifra necessaria per evitare le spese di spedizione; l'ho comprato senza troppe aspettative, ma con una certa curiosità. Punto primo, perchè di lui avevo letto - millenni fa - le Cronache Marziane (ed anzi, sarei curiosa di recuperarle). Punto secondo, perchè al di là della promessa di sapori "surreali", mi intrigava moltissimo questa ambientazione negli USA della prima metà del Ventesimo Secolo.
Di storie e di luoghi, poi, in queste pagine se ne trovano per tutti i gusti, Per esempio, un vecchio e cadente Luna Park coi suoi baracconi allineati lungo un molo, nell'afa di una sera di fine estate.
Oppure, una quieta, silenziosa ed elegante casa circondata da un folto bosco che la protegge dai pericoli del mondo esterno. O un lago, un quieto e luccicante lago, con la sua spiaggia silenziosa ed i baracchini dei panini imbottiti chiusi, con le imposte inchiodate.
O una città, una perfetta, ordinata, caotica, trafficata, pericolosa città degli anni'30, con le automobili lucide come insetti che scorrono sulle strade dritte, gli attraversamenti pedonali, i grattacieli color piombo dritti contro il cielo.
Su questi perfetti, suggestivi scenari scorrono poi, come in un teatrino magnetico, le vicende di decine di personaggi, storie diverse una dall'altra ma tutte accomunate dal retrogusto surreale, misterioso, talvolta inquieto.
Un bambino bloccato a letto da una lunga malattia, e la straordinaria amicizia del suo cane, che gli porta in camera brandelli di quel mondo esterno dal quale è escluso.
Una giovane mamma che sembra crollare psicologicamente, convinta che il suo neonato nasconda un'inquietante verità.
Un agricoltore, la sua famiglia ed uno strano, stranissimo campo di grano.
Il giovane Timothy, membro "diverso" di una famiglia "speciale".
Tanti ingredienti perfettamente miscelati per creare 19 racconti instabili, inquieti, bizzarri.
Diciannove micro-viaggi in altrettanti piccoli mondi di un'America divenuta antica, tra città e campagne, con un piccolo sconfinamento in Messico assieme ad una coppia di mezza età alle prese con un misterioso rituale di mummificazione.
Il mio preferito tra tutti, decisamente, "L'emissario".
Da leggere se amate le storie che strizzano l'occhio all'irreale, al fantastico e al nonsense.

UN ASSAGGIO:

"Martin seppe che era tornato l'autunno, perchè entrando in casa di corsa Fido portò vento, brina e un sentore di mele inacidite sotto gli alberi. Nelle molle d'orologio del suo pelame, Fido raccoglieva il solidago, la polvere dell'astrea che dà l'addio all'estate, guscio di ghianda, pelo di scoiattolo, piuma di pettirosso partito, segatura di legna da ardere appena tagliata e foglie, simili a tizzoni scrollati dalla vampata fulva degli aceri. Fido balzò. Una pioggia di gracile felce, di pruno da more, d'erba di palude si riversò sul letto dove Martin strillava. Nessun dubbio, nessunissimo dubbio, quella bestia incredibile era ottobre!
'Qua, bravo, qua'
E Fido si adagiò a riscaldare il corpo di Martin con tutti i falò e i fuochi misteriosi di stagione, e a riempire al camera degli odori tenui o forti, umidi o secchi di una lunga gita."

mercoledì 27 aprile 2016

HARPER LEE - Va', metti una sentinella

DOVE: Maycomb, Alabama
QUANDO: anni '50

Avete presente Scout, la brillante e combattiva ragazzina protagonista del capolavoro di Harper Lee, Il buio Oltre la Siepe? Sì, proprio lei, la scalza maschiaccia di Maycomb, figlia del pacato avvocato Atticus Finch, finalmente è tornata. Ed è esattamente come la immaginiamo una volta cresciuta; una donna testarda, indipendente, allergica a pregiudizi ed etichette sociali, trasferitasi a New York e di ritorno nella piccola Maycomb in visita a ciò che resta della sua famiglia, dopo la morte - ahimè - del fratello Jem.
E se da piccola già stentava a tenere a freno la lingua di fronte a quelle che reputava ingiustizie, figuriamoci adesso, quando la maturità di una giovane ventiseienne residente nella grande mela consente a Jean Louise di vedere ancor più chiaramente l'asfissiante grettezza e la mentalità meschina della provincia americana. Anche Maycomb è più o meno come ce la immaginiamo negli anni '50; strade asfaltate, piccoli giardini curati, un piccolo chiosco di gelati là dove un tempo lei e Jem giocavano insieme ad Henry (Hank) Clinton, lo storico amico d'infanzia divenuto ora un tranquillo ed affidabile praticante avvocato nello studio di Atticus Finch, nonchè corteggiatore di Jean Louise. Inutile dire che la tranquilla vita di provincia a Jean Louise - che nel profondo del cuore continua ad essere la burrascosa Scout - comincia presto ad andare stretta; quelle che un tempo erano state le sue compagne di scuola sembrano essersi tramutate una dopo l'altra in amabili casalinghe, che scrollatesi di dosso qualsivoglia ambizione personale vivono contemplando amorevolmente i loro mariti, riflettendone persino le opinioni, incapaci perfino di concepire propri pensieri indipendenti. Il germe del razzismo, che da tempo covava sotto la superficie dorata della piccola cittadina, continua a germogliare e spandere il suo veleno ipocrita; la comunità nera e quella "rispettabile" bianca vivono a debita distanza, in un precario equilibrio.
Ma soprattutto, il mondo di Jean Louise comincia a vacillare nel momento in cui perfino Atticus - suo padre, Atticus Finch, che per lei era il sole attorno a cui ruotava l'intero universo - sembra apparentemente deluderla, tradendo quelli che fino ad allora per lei erano stati i principi fermi ed indiscutibili della sua cieca fede in Atticus. Scavando in un passato talvolta dolce, spesso doloroso, Scout porta alla luce i piccoli, inconfessabili segreti di famiglia che la costringono inevitabilmente a maturare, rivedendo i suoi rapporti familiari, quello con Hank ma soprattutto rivedendo il rapporto con sè stessa. E, anche se sarà un processo doloroso - i cambiamenti lo sono sempre, specialmente quelli bruschi - la giovane Scout sopravvivrà. Perchè d'altronde continua ad essere la tosta figlia di Maycomb che scazzottava coi maschi.

Non aggiungo altro; per chi ha amato Harper Lee sarà certamente un piacere ritrovare la sua protagonista. Per tutti gli altri, un'occasione magari per accostarsi a lei, considerando fra l'altro che quest'opera era stata concepita dall'autrice prima di comporre Il Buio Oltre la Siepe, ma che poi da una serie di considerazioni di carattere editoriale è venuta fuori quest'ultima.
(Rimando alla pagina di Wikipedia tutti coloro che fossero interessati all storia di Va', Metti una Sentinella)
Infine, ultimo ma non per importanza, con questo post completo la mia partecipazione al Link Party del Blog Cinebooks Blog, dedicato ai libri ed alla primavera ^_^.
Cliccando sul link arriverete direttamente alla pagina dell'iniziativa, dove potete trovare la lista di tutti i blog partecipanti: una vera miniera d'oro, per gli amanti della lettura!


UN ASSAGGIO:

"La Seconda Guerra Mondiale ebbe una certa influenza su Maycomb: i suoi figli che tornavano a casa avevano strane idee su come fare quattrini e una gran fretta di recuperare il tempo perduto. Pitturavano le case dei genitori di colori atroci; imbiancavano i negozi di Maycomb e montavano insegne al neon; per se stessi costruivano case in muratura in quelli che una volta erano campi di granoturco e pinetine; rovinavano l'aspetto della vecchia città. Le sue strade non furono soltanto latricate, ma anche battezzate (Adeline Avenue, dal nome di Miss Adeline Clay), a i vecchi residenti si astenevano dall'usare i nomi delle vie: per orientarsi bastava indicare "la strada che passa davanti a Tompkins Place". Dopo la guerra, da tutte le aziende agricole della contea affluirono in massa a Maycomb giovani che costruivano casette di legno che sembravano scatole di fiammiferi e mettevano su famiglia. Nessuno capiva come facessero a sbarcare il lunario, ma in un modo o nell'altro ci riuscivano, e se il resto della città avesse riconosciuto la loro esistenza avrebbero creato a Maycomb un nuovo strato sociale.
Anche se l'aspetto della città era cambiato, nelle case nuove battevano gli stessi cuori, davanti ai frullatori e ai televisori. Si poteva dare una mano di bianco a tutto quello che si voleva, e montare buffe insegne al neon, ma le vecchie case di legno reggevano bene allo sforzo anche sotto questo peso supplementare."



sabato 23 gennaio 2016

Matthew Dicks - L'amico immaginario
















DOVE: nella provincia americana
QUANDO: nei giorni nostri

Poesia a piene mani, e tanta tanta delicatezza nel trattare un tema duro come l'autismo da un punto di vista assolutamente non convenzionale.
Questo, in breve, il succo di un romanzo che mi ha conquistato fin dalla prima riga, togliendomi il fiato e trasportandomi in un mondo pieno di una amara dolcezza; quello di Budo, amico immaginario. Nato per caso, come tutti gli amici immaginari, dalla fantasia di un bambino e destinato ad accompagnarne il cammino per un certo numero di anni, consolandolo, consigliandolo, incoraggiandolo.
Per quanti anni non è dato sapere, gli amici immaginari sono creature effimere nate dal nulla e destinate a svanire nel nulla all'improvviso, nel momento in cui il loro amico "reale" comincia inesorabilmente a crescere e a non aver più bisogno di loro. Nell'indifferenza di chi li ha creati, semplicemente muoiono, senza rancore, dissolvendosi a poco a poco. Così Budo ha visto svanire Graham, e così sa che accadrà un giorno a lui, e vive con pienezza questa sua precarietà, godendo delle piccole cose. Ma Budo è fortunato, perchè Max non è un bambino come tutti gli altri. Max ha nove anni, ed è autistico. E nel suo piccolo mondo interiore, Budo vive a lungo, molto più a lungo rispetto all'esistenza media di quelli come lui, destinata perlopiù ad estinguersi con la fine dell'asilo ed il passaggio alla scuola elementare.
Budo cresce, vive, accompagna Max nella sua piccola vita complicata di bambino"diverso", senza mai allontanarsi da lui se non quando dorme, fino a quando, all'improvviso, i due non vengono separati.
Max viene portato via dalla signora Patterson, la sua insegnante di sostegno, e svanisce nel nulla gettando nella disperazione i genitori ed il povero Budo, che mai fino ad allora era stato separato dal suo piccolo amico.
 La polizia indaga a vuoto, nessuna traccia, nessun indizio, nulla di nulla: Max sembra essersi dissolto come vapore.
E Budo? Budo sa, ma non puà parlare. O meglio, nessuno a parte Max è in grado di ascoltarlo, perciò cova la sua rabbia e cerca disperatamente un piano per salvarlo.
Ma sarà in grado di farlo, lui che non esiste se non nella mente di Max?
E Max, continuerà a credere in lui, consentendogli di esistere, adesso che sono separati?
 Una storia che appassiona e commuove, unica nel suo genere, piena di poesia e dolcezza dalla prima all'ultima pagina.
Un viaggio dal sapore particolarissimo, nella provincia americana e più in profondità, dentro il cuore e lo sguardo dei bambini e del loro mondo interiore, capace di straordinaria forza e di una fantasia davvero senza confini. E soprattutto, un viaggio nel mondo invisibile di quelle creature che, partorite dalla nostra fantasia, in essa vivono e muoiono, creature che sembrano incapaci di odiare, piene dell'entusiasmo verso il mondo che solo i bambini possono avere, specchi della loro innocenza e delle loro piccole e grandi paure.

UN ASSAGGIO:

"Max è dentro il gabinetto. Sta facendo la cacca, e non gli piace farla fuori casa. Max non fa quasi mai la cacca nei bagni pubblici.Però è l'una e un quarto e ci sono ancora due ore di scuola e lui non riusciva più a tenersela. Max cerca sempre di fare la cacca ogni sera prima di andare a letto, e se non ci riesce ci riprova la mattina dopo, prima di andare a scuola. Stamattina effettivamente ha fatto la cacca subito dopo colazione, quindi questa è una cacca extra.
Max odia le cacche extra. Max odia tutti i fuori programma.
Ogni volta che fa la cacca a scuola, cerca di usare il gabinetto per i disabili che sta vicino all'infermeria, così può stare da solo. Oggi però la bidella stava pulendo il pavimento dal vomito, perchè quando un bambino dice che gli viene da vomitare, la bidella lo manda sempre in quel gabinetto.
Quando Max usa il bagno normale, io mi metto fuori dalla porta e se arriva qualcuno lo avverto. Non gli piace che nei bagni ci sia qualcun altro, me compreso, mentre fa la cacca. Però gli piace ancora meno essere colto di sorpresa, e quindi a me permette di entrare, ma soltanto se è un'emergenza.
Emergenza significa che qualcun altro sta entrando per andare al gabinetto."

martedì 15 dicembre 2015

KATE DI CAMILLO - Lo straordinario viaggio di Edward Tulane

DOVE: in viaggio attraverso gli USA
QUANDO: inizi del '900

Ecco una storiella in cui mi sono imbattuta per caso, curiosando tra gli scaffali del reparto "ragazzi" della libreria. Chissà perchè. Forse è stata la copertina dal gusto retrò, o forse quell'assaggio sul retro della copertina:
"Apri il tuo cuore. Qualcuno verrà. Qualcuno verrà anche per te", che pareva strizzare l'occhiolino proprio a una mamma separata trentaseienne reduce da una serie (manco particolarmente lunga) di delusioni amorose che per carità, non hanno mai ammazzato nessuno, ma danno certamente una botta al tuo spirito positivo.
Insomma, per farla breve, ho deciso che Edward Tulane sarebbe venuto a casa con me, e così è stato.
L'ho divorato in un pomeriggio, scoprendo così una deliziosa storiella nata per i ragazzi ma perfetta anche per noi ragazzi "stagionati", in cui un coniglio di stoffa molto orgoglioso, molto soddisfatto, molto viziato e al quale era stato dato il pomposo nome di Edward Tulane, tutto ad un tratto perde tutto.
Perde la sua casetta confortevole in Egypt Street, i suoi vestiti eleganti, ma soprattutto perde Abileine, la bambina che prendendosi cura di lui lo aveva reso quello che era.
Improvvisamente solo, tra le onde gelide del mare, con una nave che si allontana e senza possibilità di chiedere aiuto il pupazzo si sente disperato e solo, ignaro del fatto che quello non è che l'inizio di una serie di capovolgimenti del destino, che a partire da una spiaggia ed un vecchio pescatore generoso lo porterà in un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti, passando da un proprietario all'altro, da un vestito all'altro, da un nome all'altro.
E in questo viaggio, come spesso accade nei viaggi, il nostro amico riflette sul suo passato, e si rende conto di sentire immensamente la mancanza di Abileine, ma soprattutto si pente di non averla mai amata davvero, perso come era nella contemplazione di sè stesso e della sua perfetta, grassa soddisfazione.
Ma come può, un vecchio coniglio di stoffa, ritrovare la sua padroncina, partita anni prima per Londra?

Un racconto piacevole e pieno di speranza per tutti, grandi e piccini.
E se qualcuno si stesse chiedendo se alla fine, qualcuno è venuto, come prometteva alla sottoscritta la quarta di copertina, ebbene sì, qualcuno è venuto.
Evidentemente bastava aprire il cuore, come insegna Edward Tulane... ^_^

UN ASSAGGIO:

" Così scorrevano i giorni di Edward, uno dopo l'altro, senza che niente di notevole accadesse; oh sì, di tanto in tanto scoppiava un piccolo dramma domestico. Una volta, mentre Alibeine era a scuola, il cane del vicino, un boxer pezzato maschio che, per qualche strano motivo, era stato chiamato Rosie, s'intrufolò in casa senza essere invitato nè annunciato e sollevò la zampa contro il tavolo in sala da pranzo, spruzzando di pipì la tovaglia candida.
Poi trotterellò per la stanza, annusò Edward e, prima che il coniglio avesse il tempo di riflettere sulle implicazioni dell'essere annusato da un cane, si ritrovò tra le fauci di Rosie, che lo scrollava vigorosamente, sue e giù e avanti e indietro, righiando e sbavando."

mercoledì 25 febbraio 2015

TRACY CHEVALIER - Strane Creature

DOVE: Lyme Regis, Inghilterra
QUANDO: Prima metà del Diciannovesimo Secolo.

Chi come me legge per il piacere di viaggiare non può non amare Tracy Chevalier, per la sua capacità di trascinarti sempre in realtà assolutamente particolari e suggestive.
Con lei ero già stata in giro tra Belgio e Francia, nelle botteghe dei tessitori di arazzi del Quindicesimo Secolo (qui la recensione); ma stavolta se possibile la meta del viaggio è ancora più insolita. Andiamo infatti a caccia di fossili nell'Inghilterra degli inizi del Diciannovesimo secolo, a cavallo tra i regni di Guglielmo e Vittoria, a Lyme Regis, nella contea del Dorset.
E' qui infatti che tre sorelle londinesi, Margaret, Louise ed Elizabeth Philpot vengono a vivere in seguito al matrimonio del fratello John, avvocato di successo nella City. In maniera nemmeno tanto velata, facendo leva sulla difficoltà di sostentamento che avrebbero nella ben più cara Londra senza un uomo a mantenerle, egli infatti caldeggia fortemente il trasferimento in questa minuscola località balneare nemmeno particolarmente in voga (o perlomeno, non quanto la ben più scintillante Brighton), dove avrebbero a suo dire potuto vivere in maniera più serena la loro condizione - ahimè - di zitelle.
Se Margaret, la più giovane delle tre e la più affamata di vita sociale, vive con sconforto questo esilio, le sue due sorelle trovano lentamente nella vita di provincia una loro equilibrata dimensione: Louise, appassionata di botanica, nella cura minuziosa del giardino del loro cottage mentre Elizabeth, grande divoratrice di libri di storia naturale, nelle lunghe passeggiate lungo la spiaggia in cerca di tesori.
Ed è in una di queste passeggiate che la colta Elizabeth si imbatte in Mary Anning, spettinata e focosa ragazzina che per aiutare un po' le ben misere finanze di famiglia ha preso l'abitudine di rivendere ai turisti le strane rocce che talvolta le capita di trovare, specialmente dopo le mareggiate, quando la furia del mare rosicchia parte della scogliera.
Tutto parte da qui, da una ragazzina dalle unghie annerite a furia di scavare e da un'insolita amicizia; Elizabeth prende la monella sotto la sua ala protettrice, portandola spesso a casa e mostrandole sui suoi libri come i "ninnoli" che lei vende ai turisti altro non sono che i resti fossilizzati di antiche creature dai nomi complicati; dal canto suo la giovane Anning ricambia queste attenzioni insegnando all'eccentrica signora di città dove trovare questi "ninnoli" ed aiutandola ad allargare la sua collezione.
Fino a quando la ragazzina non s'imbatte, per puro caso, in un "ninnolo" ben più grosso degli altri, un misterioso scheletro di roccia che sembrerebbe appartenere ad un coccodrillo, anche se la signorina Philpot insinua il sospetto che si tratti di qualcos'altro....

Un viaggio assolutamente unico nel suo genere, in un'epoca di grande fermento scientifico eppure di estrema chiusura mentale di fronte al "nuovo" che spaventa poichè mette in discussione i grandi pilastri sui si fonda una fede religiosa che nella piccola Lyme Regis ha radici ben profonde.....
Ammettere l'esistenza di creature che poi si sono estinte significherebbe infatti ammettere che il Signore abbia eliminato alcune delle sue creature perchè imperfette, il che ben possiamo immaginare quale tipo di ribrezzo  creava nell'ottuso bigottismo del tempo, perlomeno lontano dalle ristrette cerchie di intellettuali e dai loro convegni londinesi.
Metteteci poi che per le donne, al tempo, anche solo l'idea di partecipare a queste attività intellettuali era assolutamente proibita ed avrete la portata esatta della battaglia infuocata che la zitella Philpot decide di combattere: contro il bigottismo, contro le convenzioni sociali stantie, contro la discriminazione, affinchè il valore della scoperta di Mary Anning non venisse soffocato e soprattutto affinchè il merito della stessa venisse attribuito a lei, e non ad un accademico londinese che non ha mai messo piede sulla spiaggia di Lyme Regis, ma in quanto maschio è degno di essere menzionato sui trattati scientifici.
Una storia vera appassionante, fatta di Meraviglia (con la M maiuscola, quella che noi uomini del ventunesimo secolo forse non siamo più in grado di provare), di lotta ai pregiudizi, ma soprattutto di quella biozzarra miscela di fatica fisica, polvere e  inchiostro che ha consentito di ricostruire, negli anni, la storia del mondo come oggi la conosciamo.

E non nego un pizzico di commozione ( chi come me ama leggere e si affeziona ai personaggi dei romanzi puà capire di cosa parlo) nello scoprire, su uno dei libri di dinosauri con i quali mio figlio di quasi sei anni ora ama trascorrere il tempo libero, il nome di Mary, menzionata come autrice del ritrovamento del primo scheletro intero di Ittiosauro e successivamente di Plesiosauro.
Mary Anning, il cui nome rischiava di scomparire solo perchè donna, oggi viene ufficialmente ricordata come autrice dei ritrovamenti. La monella spettinata ha avuto giustizia.

(se qualcuno volesse leggere qualcosa a proposito di Mary, e vedere anche un suo ritratto, questa la pagina di Wikipedia)


UN ASSAGGIO:

"Tuttavia ci abituammo in fretta. Anzi, poco tempo dopo cominciammo a pensare che la nostra vecchia casa di Londra era decisamente troppo grande. Difficile da riscaldare a causa delle finestre enormi e dei soffitti altissimi, aveva nell'insieme dimensioni sproporzionate: la grandiosità sa di posticcio se non si accompagna alla vera grandezza. Il Morley Cottage era della taglia giusta, in tutti i sensi, per delle signore. Infatti credo che un uomo ci si troverebbe a disagio. John lo era quando veniva a trovarci: non faceva che picchiare la testa contro le travi ed inciampare sul pavimento, per guardare fuori dalla finestra doveva chinarsi e si muoveva goffamente sulla scala ripida. Solo il focolare in cucina era più grande del caminetto che avevamo a Bloomsbury.
A Lyme dovemmo abituarci anche alla ridotta vita di società. Essendo un po' fuori mano - la città più vicina, Exeter, si trova a venticinque miglia di distanza - ha una popolazione che, pur conformandosi alle regole della civile convivenza, non manca di personaggi bizzarri e imprevedibili. "

mercoledì 5 novembre 2014

STEPHEN KING - Cuori in Atlantide


DOVE: Harwich, Connecticut, USA
(ma anche Universitò del Maine e giungla vietnamita)
QUANDO: tra gli anni '60 e gli anni '90

Rieccomi qua, arrancando un po' a causa di un pc vecchiotto che fatica a connettersi in wireless e la cui batteria ormai è inesistente... il che mi costringe a tutto un groviglio di cavi alimentazione, cavo telefono, cavo USB per caricare foto.....
Da premettere una cosa fondamentale: non sono una grande lettrice di Stephen King, semplicemente perchè sono un soggetto facilmente suggestionabile ed ho sempre avuto timore di avventurarmi in certe sue opere. Perchè lui, diciamolo, scrive incredibilmente bene. Ha uno stile semplice, senza tanti fronzoli, eppure ti proietta esattamente dove vuole. Il che mi induce a credere che finirei faccia a faccia col pagliaccio di IT, o con la psicopatica di Misery non deve morire.... perciò non me ne voglia, King, se della sua opera mi limito ad una conoscenza parziale.
Non sono nemmeno una detrattrice del genere horror, anzi mi reputo una lettrice onnivora, condividendo in questo senso un pensiero bellissimo che compare proprio nella prima parte del suo libro:

"Qualche volta leggi per il gusto della storia, Bobby. Non fare come quegli snob che si attaccano alla forma. Qualche volta leggi per il piacere delle parole, per il linguaggio. Non fare come quei timorosi che hanno paura di non capire. Ma quando trovi un libro che ha insieme una bella storia e un bel linguaggio, tienilo a cuore."

Ma andiamo con ordine. Bobby Garfield, ragazzino smilzo cresciuto negli anni'60 della provincia americana, orfano di padre e con una madre allo sbaraglio, presa dalla necessità di quadrare i conti a fine mese e forse anche un tantino avida, vive una vita semplice coi due amici di sempre, Carol Gerber e Sully John.
Quando sua madre decide di affittare una camera al piano di sopra per raggranellare qualche dollaro in più, ecco che la vita di Bobby incrocia quella di Ted Brautigan. Un uomo maturo, solitario, misterioso, che un bel giorno affida a Bobby un incarico: sorvegliare il quartiere in cerca di misteriosi "segnali", ma soprattutto segnalargli la presenza di inquietanti uomini bassi in soprabito giallo. Inutile dire che l'undicenne Bobby si tuffa in quest'avventura con tutto il suo entusiasmo da ragazzino, anche quando la storia incomincia a "scottare" e prendere dei contorni sovrannaturali.
Questo l'innesco della vicenda, in un quartiere residenziale come tanti, in cui il continuo abbaiare del cane della signora O'Hara fa da sottofondo alle vicende di tre ragazzini uniti da un'indissolubile amicizia che però ben presto sfuma nella dolcezza del ricordo; perchè la vita finisce per separarli, sballottandoli qua e là.
Sully John, massiccio, atletico, giocherellone, nel caos infuocato del Vietnam.
Carol Gerber coi suoi occhioni limpidi all'università del Maine, dove viene folgorata dal fascino ribelle delle associazioni pacifiste.
E Bobby.... beh, lui semplicemente sparisce per anni, fino a quando non compare, cinquantenne, lì dove tutto era iniziato, ad Harwich, Connecticut, per rimettere insieme i pezzi del puzzle della sua vita.
Più di questo, non posso raccontare. Diciamo solo che ci sono intrecci, nel corso degli anni, che li portano a sfiorarsi senza che se ne rendano conto.
Un viaggio particolarissimo attraverso anni infuocati di violenza e di ottimismo, di innovazione, di grandi battaglie e di sconfitte, di adolescenti in tempesta dediti al gioco di carte benchè questo comprometta la loro carriera universitaria gettandoli in pasto alla macina dell'esercito, che chiede sempre carne fresca da inviare "nel verde", anni di illusioni e di amori infranti, di crescita e di nostalgia, sui quali aleggia sempre e comunque lo spirito impalpabile dell'amicizia d'infanzia, quello che basta una semplice foto con tre ragazzini in posa a smuoverlo, sollevando i ricordi come il vento solleva la sabbia....

UN ASSAGGIO:

 "L'ultimo giorno di aprile, undicesimo compleanno di Bobby, sua madre gli consegnò un pacchettino sottile avvolto in carta d'argento. Dentro c'era una tessera bibliotecaria arancione. Una tessera per la biblioteca degli adulti. Addio Nancy Drew, Hardy Boys e Don Wislow. Benvenuti a tutti gli altri protagonisti colmi di storie di passioni misteriose e torbide come "Il Buio in Cima alle Scale" Per non parlare di pugnali insanguinati nelle stanze di qualche torre (c'erano misteri e torri anche nelle storie di Nancy Drew e Hardy Boys, ma ben poco sangue e mai passione).
"Ricorda solo che la signora Kelton al banco prestiti è amica mia." Lo ammonì sua madre. Il tono era quello asciutto delle intimazioni, ma vedeva che suo figlio era contento ed era felice per lui. "Se cerchi di prendere qualcosa di spinto come 'I peccati di Peyton Place' o ' Delitti senza castigo', lo verrò a sapere."
Bobby sorrise. Sapeva che era vero.


PS: ho inserito tra i tag anche 'amore per la lettura' e non a caso ho scelto questo stralcio perchè "Cuori in Atlantide" è pervaso da continui ed espliciti richiami ad un libro per ragazzi, libro che Ted regala a Bobby per il suo compleanno e che affascinerà profondamente il ragazzino....
Volete sapere qual è? Date un'occhiata qui....

domenica 20 gennaio 2013

RICHARD POWERS - Il fabbricante di eco

DOVE: nel gelido Nebraska, lungo la riserva naturale del fiume Platte
QUANDO: ai giorni nostri

Di solito non lascio commenti personali particolarmente "netti"; volutamente, le mie non vogliono essere critiche letterarie, ma semplicemente un trasferire in un post le emozioni e le "visioni" che i libri mi hanno regalato. In questo caso, diciamo che il libro mi ha lasciato combattuta. Se dovessi raccontare in breve la trama, poco accade, in realtà, in queste pagine. O perlomeno, poco accade se parliamo di "fatti", perchè il grosso di questo romanzo avviene in realtà nell'interno dell' io della protagonista, che di fronte agli stravolgimenti della sua vita è costretta a rivedere le sue posizioni, riaffrontare ciò che era rimasto in sospeso, aprire armadi a costo di tirare fuori qualche scheletruccio.
Diciamo che non è stata la storia in sè e per sè, quella che mi ha trascinato una pagina dopo l'altra, quanto piuttosto l'ambientazione struggente, quella di un Nebraska freddo, selvaggio, in cui la stagionale migrazione delle gru che si radunano a centinaia lungo il gelido fiume Platte richiama ogni anno frotte di turisti appassionati di bird-watching in quello che altrimenti, durante il resto dell'anno, non è che un paesotto solitario ed anonimo della sterminata provincia americana. Ed è qui, a Kearney - una periferia disordinata, un piccolo centro urbano allineato lungo la strada principale, il tutto circondato dalla maestosità millenaria della Natura con la "N" maiuscola - che la rossa Karin Schluter è costretta suo malgrado a ritornare quando suo fratello Mark rimane vittima di un grave incidente stradale. Lei, che anni prima era fuggita dalle meschinità della provincia, lasciandosi alle spalle un padre violento ed incline all'alcol ed una madre il cui bigottismo sfiorava la superstizione, lei che faticosamente si era costruita una nuova vita nella metropoli tutta vetri e cemento, è costretta d'un tratto a ripiombare indietro, fronteggiando i fantasmi del suo passato e le nuove, sfiancanti sfide che la vita ha deciso di porre sul suo cammino. Sì, perchè non solo la riabilitazione di Mark è lenta e dolorosa, ma è ulteriormente complicata dalla diagnosi di Sindrome di Capgras, che gli rende apparentemente impossibile riconoscere alcuni volti altrimenti familiari. Ed è così che lei, strappata alla sua vita cittadina ed una traballante relazione amorosa in fieri, si ritrova sola, nella provincia ostile e fredda, ad alloggiare nella squallida motor-home di un fratello che l'addita come estranea, invocando l'arrivo della "vera" Karin.
Impossibile, nella solitudine e nel silenzio di una cittadina che sperava le fosse ormai estranea ma che scopre di avere profondamente radicata in sè, non fare i conti con la propria coscienza, rivedendo passo a passo la propria vita, radunando idee, affrontando vecchi rancori ed ex-fiamme non del tutto sopite.

UN ASSAGGIO:
"Ed ecco spuntare Kearney: la periferia sparpagliata, il vialone di centri commerciali da poco smantellati, il trogolo bisunto del fast-food lungo la Second, l'antica arteria principale. La sontuosa rampa d'uscita dell'interstatale 80 le parve tutt'a un tratto l'epitome dell'intera città.
La familiarità riempì Karin di una calma strana e fuori luogo. Casa.
Trovò il Good Samaritan come gli uccelli trovano il Platte. Parlò con il traumatologo, facendo grandi sforzi per seguirlo. Lui continuava a ripetere media gravità, stabile, e fortunato. Era talmente giovane che la sera prima poteva benissimo essere andato a far baldoria con Mark. Karin voleva chiedergli di mostrarle la laurea in medicina. Invece gli chiese cosa significasse 'media gravità', annuendo educatamente alla risposta fumosa. Poi gli domandò di quel 'fortunato', e il traumatologo spiegò: 'fortunato di essere vivo.'"

mercoledì 16 gennaio 2013

CATHLEEN SCHINE - I newyorkesi

DOVE: in un quartiere di New York, poco lontano dal Central Park

QUANDO: nel presente

La Schine mi aveva già, tempo addietro, accompagnato in un piacevolissimo viaggio in quel di Pequot, nel cuore della provincia americana. E di nuovo, propone una deliziosa storia d'amore, di quelle un po' da commedia cinematografica, in cui lei s'innamora, trepida, soffre si reinnamora, medita confusa.
Il tutto però stavolta non sullo sfondo di un paesotto tutto pettegolezzi e piccole casette dai giardini non recintati, bensì in un popoloso quartiere di New York, tra SUV luccicanti, semafori, sfavillare di insegne luminose sullo sfondo di alti palazzi d'arenaria dalle scheletriche scale metalliche lungo la facciata. E' qui che la non più tanto giovane Jody, brillante "zitella" quarantenne nonchè solare insegnante di musica, vive come tanti altri padroni di cani una vita scandita dai ritmi precisi e inalterabili delle passeggiate quotidiane. Assieme a lei, Beatrice, mansueto pit-bull bianco come il latte che accompagna in lunghe camminate lungo i marciapiedi sporchi fino al ritaglio di natura più o meno selvaggia che è il Central Park, con le sue distese erbose, i laghetti, i sottili sentieri lungo cui corrono mattinieri amanti del jogging. Che ci sia l'afa torrida di agosto, o la pioggia scrosciante dell'autunno, o addirittura che imperversi la neve, loro sono lì, intrecciando le loro esistenze con quelle dei tanti abitanti del quartiere, i quali per un motivo o per un altro si trovano a condividere, per brevi scampoli di tempo, lo stesso ritaglio d'asfalto. E' così che Jody incontra Everett - austero cinquantenne, un matrimonio naufragato alle spalle ed una brillante figlia ventenne all'università- e se ne innamora in modo quasi adolescenziale, cominciando addirittura a sbirciare dalla finestra nella speranza di vederlo passare, e "aggiustando" l'orario ed il percorso delle uscite con Beatrice in modo da poterlo incontrare, anche solo di sfuggita.
Ma la Grande Mela è piena di sorprese; e cosa accadrà quando sulla loro strada si trasferiranno George e Polly, fratello e sorella, lui eccentrico ed introverso, lei spumeggiante e bella, assieme al loro cucciolo Howdy? E il solitario assistente sociale Simon, attratto come una calamita dal sorriso luminoso di Jody, e l'arcigna Doris, dall'improbabile abbronzatura color rame, anziana e agguerrita nemica dei "canidi" colpevoli di insozzare i marciapiedi del suo bel quartiere? In una girandola affollatissima di personaggi, le vite s'intrecciano, spesso guidate, più che dal caso, dai guinzagli dei cani che - chi ne possiede uno lo sa bene!- costringono anche il più solitario degli esseri umani a socializzare, scambiando due chiacchiere coi suoi simili.
E, talvolta, smuovono anche i cuori più duri.

UN ASSAGGIO:
"Poi, finalmente, la neve scomparve lasciandosi dietro distese di sporcizia fradicia, pozzanghere oceaniche a ogni angolo, fiumi di detriti. Si scoprì che sotto il manto bianco invernale erano sepolti dei tesori. Bucce di banana, patatine fritte e menù dei take-out, finalmente liberi, galleggiavano lietamente nei canaletti di scolo. Le cacche di cane che erano state depositate in cima ai cumuli di neve si disfacevano sui marciapiedi bagnati.
Quando portà fuori Beatrice, Jody si fermò a studiare il torrentello di uno scarico. Stava cercando di individuare il guado più sicuro quando un uomo, che le si era avvicinato da dietro, disse: "Pittoresco, vero?"
"Sono come piccoli cadaveri galleggianti" osservò Jody. Lui scoppiò in una risata e superò il rivolo d'acqua con un balzo, lasciando Jody stordita e ammutolita nel riconoscere l'uomo che stava cercando, l'uomo che aveva sorriso. Impotente, lo guardò fermare un taxi e scomparire.
"Pittoresco, vero?" Ripetè fra sè, soddisfatta della frase. "

sabato 15 dicembre 2012

SUSAN PALWICK - Anime in volo

DOVE: Winsconsin, USA
QUANDO: ai giorni nostri

Una storia toccante e poetica quella che descrive la Palwick, trasportandoci - è il caso di dire - in volo nella provincia americana, quella delle piccole casette senza staccionata, delle spensierate gite in riva al lago, delle scuole con gli armadietti di metallo e la combinazione da tenere a mente. Qui vive Emma, adolescente timida ed impacciata, il cui infagottarsi dentro enormi felpe informi ed essere scostante verso le innocenti civetterie delle sue coetanee nasconde, forse, qualcosa di più di un'indole fortemente introversa. Anche se, agli occhi della comunità, la sua è una famiglia esemplare: il padre è un medico stimato, la madre una donna affascinante e colta. Certo, una famiglia segnata dalla perdita della primogenita Ginny, graziosa e prediletta dalla mamma, ma pur sempre una famiglia rispettabile.
Eppure, proprio nella perfezione di quel quadretto made in USA, si annida la piu' tremenda delle abiezioni umane; lo sa bene la piccola Emma, che ogni sera nel letto attende con cuore in gola la "visita" del padre, divisa tra la rabbia contro cecità della madre e quella contro il proprio corpo, reo di attirare verso la sua cameretta di bambina la bestia nera nascosta dietro l'aria sorridente ed affabile dello stimatissimo chirurgo. Ne' l'amicizia sincera di Jane, ne' l'affetto indagatorio della sua insegnante riescono a scalfire il muro che Emma ha costruito attorno a se'; l'unica via di fuga che la ragazza trova nella sua disperazione e' in quella capacità di allontanarsi dal proprio corpo, in quei terribili momenti, nell'attesa che tutto finisca. Ed e' proprio durante queste esperienze extracorporee che Emma incontra, sul soffitto della sua cameretta, l'odiatissima Ginny, la defunta sorella perfetta il cui paragone per lei è costante fonte di frustrazione, Ginny che era così brava, dolce e graziosa, mentre lei e' una piccola, goffa ed imbranata creatura. Ma quando con il tempo la loro amicizia cresce, Emma finisce per conoscere meglio quella ragazzina esile, così diversa da lei eppure così vicina, quella sconosciuta svanita nel nulla quando lei ancora non era venuta al mondo e che pero' ha con la sua esistenza molto più in comune di quanto non sembri.. Perchè anche la sorridente, leggiadra, graziosa Ginny ha avuto una vita tutt'altro che felice.....


UN ASSAGGIO:

"Si allontano' le mani dalla bocca: ' sei cattiva!' Esclamo' con voce rotta. Scoppio' a piangere, e lacrime rilucenti le scorrevano lungo le guance da Biancaneve.
'Hai ragione. Devo essere cattiva con qualcuno, e mi sei capitata tu sotto tiro. Tu non esisti nemmeno.'
Ginny si raggomitolo' di nuovo e prese a dondolare.
'Non è vero! Esisto come te!Anche se non ricordo nulla!'
'Invece no, sei morta. Comunque adoro essere cattiva. E lo saro' ancora di più, visto che sono viva e tu no. Sapevi che per due settimane dopo la mia nascita la mamma si e' rifiutata di prendermi in braccio perche' non ero te? Me l'ha confessato una volta. Io non me lo ricordavo, e' stata lei a dirmelo. Il quarto sabato del mese porta i fiori sulla tua tomba, con qualunque tempo, anche con venti gradi sotto zero, anzi, soprattutto quando fa freddo, perchè sei morta a gennaio. Nella tua stanza non entra, ma al cimitero ci va ogni mese. Figurati. E trascina anche me, per raccontarmi in continuazione episodi della tua vita, nella speranza che finisca per assomigliarti...'
'Ma se mi assomigliassi saresti morta' commento' Ginny, asciugandosi il viso con il dorso della mano. Le sue dita sottili tremavano come ramoscelli scossi da un vento gelido. 'La mamma non vorrebbe. Ne sono sicura.'
'Io no. Se morissi potrebbe illudersi che ero bella. Tu non sei bella come pensa lei, lo sai? Sembri uno stecchino,'
'Lo so.' si limito' a rispondere, e anche se la odiavo provai vergogna.Era carina davvero come nella foto; era così magra solo perchè prima di morire era stata molto male; aveva lottato con la polmonite per settimane mentre la mamma piangeva al suo capezzale e mio padre, l'onnipotente medico, incapace di salvarla, imprecava. Conoscevo a memoria quella storia."

venerdì 30 novembre 2012

LYMAN FRANK BAUM - Il Mago di Oz

DOVE: in un mondo favoloso dove si scontrano Bene e Male
QUANDO: fine dell'800.

Chi di noi non ha ben presente in testa il film musicale del 1939? Quello, per intenderci, con una Dorothy attempatella ed un leone che oggi sarebbe stato frutto della realtà virtuale, anzichè ore e ore di sapiente make-up. Ammetto di conoscerlo a memoria; eppure, solo nelle ultime settimane, ho per la prima volta preso tra le mani la versione originale, il classico che Lyman Frank Baum (nato alla metà dell'Ottocento da una famiglia che aveva fatto una discreta fortuna grazie ai pozzi petroliferi, e morto povero in canna una sessantina d'anni dopo, dopo aver dissipato le fortune paterne dedicandosi con scarso successo alle attività più disparate, dall'avicoltore al direttore di teatri al venditore di porcellane porta a porta) diede alle stampe nel 1900.

La trama, immagino, è presto detta: la piccola Dorothy che vive con gli amatissimi zii e il sanguigno cagnetto Toto in una solitaria fattoria nella silenziosa vastità del Kansas, il tornado che la solleva e la depone in una terra sconosciuta, popolata di bizzarri abitanti, l'amicizia con lo Spaventapasseri, l'Uomo di Latta e il Leone Codardo, il loro viaggio fiducioso lungo la strada lastricata di mattoni gialli alla ricerca dell grande e potente Oz, il mago che saprà dare loro cio' che cercano. E poi la perfida strega dell'Ovest, che tenta in tutti i modi di ostacolarli, e che i quattro dovranno affrontare se vorranno ottenere quanto richiesto: un cervello, un cuore, il coraggio ed il viaggio di ritorno alla volta del Kansas.
Ma perchè proporre una storia un tantino demodè - e certamente più "cruda" delle storie che siamo abituati a raccontare oggi ai nostri bimbi: qui si fanno saltare teste ai lupi senza tanti complimenti! ^_^ - quando la letteratura per l'infanzia propone già tante storie più moderne? Io stessa, dopotutto, ho pubblicato una favola; eppure penso che il messaggio di Baum sia ancora estremamente attuale, se vogliamo ascoltarlo; ed un po' come ho fatto a suo tempo per Cuore, anche stavolta voglio dedicare spazio ad un classico forse un tantino dimenticato...
< ATTENZIONE: SPOILER!! la storia, immagino, sia ben nota, eppure vi avviso che  nelle prossime righe verranno anticipati dettagli della trama che potrebbero togliere la sorpresa a chi non dovesse conoscerla...>
Dorothy è una bambina sola, con un desiderio, così come i suoi tre bizzarri compagni di viaggio desiderano qualcosa con tutta l'anima; e s'incamminano in un lungo, lunghissimo viaggio verso colui che puo' aiutarli. Un mago, anzi, il Grande e Potente mago che tutto sa e tutto puo' e verso il quale i piccoli Munchkin guardano con devozione ed indirizzano i quattro viaggiatori. Facile come bere un bicchier d'acqua, no? A chi non piacerebbe, avere qualcuno che possa esaudire qualsiasi desiderio? E va bene, la stradina lastricata di mattoni gialli non e' poi tutta rose e fiori, ci sono minacce e pericoli da affrontare, ma chi non lo farebbe, se sapesse che dall'altro capo c'è qualcuno in grado di realizzare un sogno?
Ma l'amara sorpresa è che Oz, tutt'altro che un mago grande e potente, non è che un ometto timido e spaventato, abbastanza ingegnoso da architettare una serie di trucchi in grado di camuffare la sua vera identita ai fiduciosi Munchkin, e che si serve di Dorothy e dei suoi tre amici per sbaragliare l'ultimo ostacolo alla sua libertà, la Perfida Strega dell'Ovest che già una volta l'ha sconfitto confinandolo nella Torre di Smeraldo. Che sarà pure di smeraldo, ma è pur sempre una fragile soluzione per chi teme continuamente un nuovo attacco dall'Ovest. Così, sgominata non senza rischi l'acerrima nemica, il piccolo Oz si trova davanti i quattro, arrabbiati, delusi dal dover attendere ancora per avere cio' che hanno richiesto, insistenti. E mentre l'ingegnoso ometto trova una scappatoia dall'ingarbugliata questione, ci rendiamo conto che tutto cio' che cercavano già lo avevano dentro di loro, in un bozzolo che aspettava solo di venire dischiuso. E a ben guardare, durante le lunghe e pericolose avventure che rafforzano la loro amicizia, quel bozzolo s'infrange mostrando ai lettori che in realtà ciascuno è in cerca di qualcosa che possiede; ed è così che nelle lacrime di dolore dell'Uomo di Latta, nell'ostinata testardaggine con cui il Leone prigioniero si rifiuta di cedere alla perfida strega, nelle acute, lucide soluzioni che lo Spaventapasseri propone nel momento del pericolo ci appare chiaro che un Cuore, il Coraggio, il Cervello li hanno già trovati prima ancora di arrivare. Che non è il traguardo, ma il viaggio a farci crescere, migliorare, a farci trovare cio' che ci manca; ma con gli occhi fissi alla meta, possiamo perdere di vista cio' che troviamo lungo la strada. O ancora peggio, con lo sguardo fisso avanti a chi crediamo possa aiutarci, perdiamo di vista noi stessi, cio' che possiamo fare, cio' che abbiamo fatto e di cui dobbiamo essere orgogliosi.
E se la vita ci mette davanti a delle difficoltà, dobbiamo tenere a mente che sono proprio quelle che tireranno fuori dal nascondiglio più profondo della nostra anima le risorse necessarie per affrontarle.

In un'epoca di scorciatoie, "pappardelle pronte" su vassoi d'argento, perdita di valori, non mi pare poco.


UN ASSAGGIO:

"Mentre parlavano, i tre avevano continuato a inoltrarsi nella foresta. La strada era sempre lastricata di pietre gialle, ma sopra c'erano caduti tanti di quei rami secchi e foglie che a camminarci sopra si faceva una gran fatica.
C'erano pochi uccelli in quel posto buio e intricato, non si udivano ne' canti ne' trilli ma, di tanto in tanto, dal folto si alzava il cupo brontolio di qualche animale feroce. Ogni volta Dorothy sussultava con il cuore in gola e Toto, a coda bassa, le trotterellava alle calcagna, spaventato pure lui.
'Quanto tempo ci vorrà prima di uscire da questa foresta? ' Chiese al Taglialegna di Latta.
'Beh, non saprei. Non sono mai stato alla Città di Smeraldo, ma mio padre una volta ci ando', da giovane, e raccontava sempre che era stato un viaggio lungo e pieno di pericoli attraverso un territorio ostile; solo nelle vicinanze della città la campagna diventa di nuovo fertile e bella. Io, comunque, non ho paura, con il mio oliatore a portata di mano. Quanto allo Spaventapasseri, nessuno puo' fargli del male, imbottito di paglia com'è, e tu, per proteggerti, hai il segno del bacio della Strega Buona del Nord. Tutto a posto, no?'
'Già! E Toto?' strillo' Dorothy 'Chi proteggera' il mio Toto?'
'In caso di pericolo, ci penseremo noi, tutti insieme' Disse il Taglialegna di Latta.
Non aveva finito di pronunciare l'ultima parola che dalla foresta si alzo' un terribile ruggito e un istante dopo un leone enorme balzo' in mezzo alla strada. Con un colpo di zampa fece volare lo Spaventapasseri sul ciglio della strada poi, con i suoi possenti artigli, cerco' di colpire il Taglialegna di Latta. Ma, con sua grande sorpresa, gli artigli scivolarono sul metallo e l'unico risultato che ottenne fu di far cadere a terra l'ometto.
Il piccolo Toto, trovandosi davanti a un nemico in carne e ossa e non a una voce soltanto, ignota e terrificante, riacquisto' tutto il suo coraggio e abbaiando a più non posso si lancio' contro il leone, che subito spalanco' una bocca grande come un forno per divorarlo. Dorothy nel vedere che il suo amato cagnolino stava per fare una gran brutta fine, senza badare al pericolo si precipito' sul leone e lo schiaffeggio' sul muso con tutte le sue forze, gridando:
'Non osare di toccare Toto, lo sai? Vergognati, grande e grosso come sei, cercare di mordere un cagnolino!'
'Ma io non l'ho morso..' Borbotto' il leone, strofinandosi il muso là dove Dorothy lo aveva colpito.
'No, pero' ci hai provato. Sei un gran vigliacco, ecco.'
'Lo so' sospiro' il leone, chinando la testa vergognoso. L'ho sempre saputo, ma cosa posso farci?'"




lunedì 5 novembre 2012

JOE R. LANSDALE - In fondo alla palude

DOVE: nel cuore del Texas orientale
QUANDO: anni '30

Rientro finalmente nel blog dopo tanti - troppi- mesi di sosta causa trasloco ( e tutte le piccole-grandi disavventure che cio' comporta, allaccio della linea telefonica in primis). Ma, complice anche il cambio di lavoro da full-time a part-time, l'estate mi ha consentito anche di dedicarmi alla lettura, e di scoprire tanti piccoli, preziosi capolavori.
Per esempio, l'amara storia di Joe R. Lansdale, ambientata in un Texas orientale cinico e razzista, dove - siamo negli anni 30, nel pieno della Grande Depressione americana, per intenderci -nella più arida indifferenza qualcuno incomincia ad uccidere. Ma poichè le giovani vittime non sono che delle "negre", poco importa; perchè nella piccola, aspra comunità di Marvel Creek, come in tutto il resto del Texas, l'abolizione della schiavitu' ha lasciato a tutti l'amaro in bocca, e in quei cuori rinsecchiti ha messo profonde radici il germe del razzismo. Quei pochi che mostrano una qualche accondiscendenza verso i neri, vivono preda del terrore del Klan e di una qualche brutale vendetta rivolta contro la propria famiglia. Come Pappy Treesome, sparuto esule bianco nella comunità nera. E come il papà di Harry e Tom, barbiere nonchè rappresentante della legge nella piccola comunità "semplicemente perchè nessuno voleva farlo", ritrovatosi suo malgrado a dover fare i conti con quanto di più abietto l'evoluzione umana è stata in grado di concepire: superstizione, violenza, razzismo. Perchè lui, il placido barbiere che crede fermamente nella giustizia - e che per molti tratti ricorda l'Atticus Finch de "Il buio oltre la siepe" - mette anima e cuore nella vana impresa di trovare un varco attraverso la rigida rete di omertà che avvolge queste brutalità, fino a mettere a repentaglio la tranquilla felicità della sua modesta famiglia. Ed è proprio attraverso gli occhi del suo primogenito Harry che, con la semplicità e la limpidezza che solo il candore di un bambino puo' avere, pagina dopo pagina sentiamo accapponarci la pelle di fronte all'orrore più crudo, annidatosi come un demone oscuro tra le modeste casupole sorte lungo il fiume Sabine, nella provincia americana rurale ancora ben lontana da quel Melting Pot da cui sarebbe scaturito, in un tempo ancora molto di là da venire, un Presidente Nero.

UN ASSAGGIO:

"Ci sarà anche stata gente coi soldi, all'epoca, ma noi di certo non ne avevamo. Erano gli anni della Depressione. E anche ad avercene, non c'era un granchè da comprare a parte maiali, galline, ortaggi e gli alimenti di prima necessità. Ma visto che alle prime tre ci pensavamo da soli, non restava che procurarsi le poche altre cose necessarie, e per quelle spesso ricorrevamo al baratto.
Papà coltivava un po' di terra, e dove vivevamo noi la roba cresceva bene. Il vento si era portato via quasi tutto il Texas Settentrionale e Occidentale, oltre all'Oklahoma, ma il Texas Orientale era rigoglioso, la terra era fertilee grazie alla pioggia le piante crescevano alla svelta belle e robuste. Anche nei periodi secchi il terreno tendeva a trattenere l'umidità e, seppure scarso, il raccolto non andava perduto. Anzi, quando tutto il resto del Texas era inaridito e ridotto in polvere, nel Texas orientale si scatenavano degli incredibili temporali, avevamo addirittura delle inondazioni: era più facile perdere un raccolto per le piogge che per la siccità".

martedì 31 gennaio 2012

HOWARD PHILLIPS LOVECRAFT - La casa stregata e altri racconti


DOVE: Rhode Island, USA
QUANDO: Inizio del Ventesimo Secolo

Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. Mi vanto di essere una lettrice ad ampio spettro, che non disdegna i classici dell'horror, ma solo quest'anno ho scoperto una delle più illustri "penne" del genere, quella di H. P. Lovecraft. Il quale, scopro dalla breve biografia introduttiva ( eh, sì, non resisto a dare una sbirciatina a quella sfilza di date e piccole nozioncine che forse i più tendono a saltare andando subito al sodo), era un personaggio parecchio singolare: ex bambino prodigio - conosceva l'alfabeto a due anni, sapeva leggere a quattro e scriveva poesie e racconti a sei, figlio di una madre affetta da nevrosi ed un padre ricoverato in una clinica psichiatrica, cresciuto divorando antichi volumi nella ricca biblioteca del nonno, divenne un adulto introverso che si esprimeva, parlava e scriveva nell'inglese del diciottesimo secolo. Perseguitato da salute malferma che gli impedì di seguire un corso di studi regolare eppure di un'erudizione immensa, coltivata grazie alla sua tenacia ed alla curiosità volta specialmente alle scienze - e, naturalmente, al paranormale.
Tutto ciò si traduce in uno stile classico eppure ricco di tensione, che nei quattro racconti del libro (La Casa Stregata, L'Orrore a Red Hook, L'Orrore di Dunwich e I Sogni nella Casa Stregata) si snoda attraverso stregoneria, inquietanti bagliori, creature mostruose frutto di incantesimi malvagi, spietate sette occulte, tra soffitte misteriose e scantinati sinistri, nelle buie notti silenziose della campagna sterminata e dentro il fitto minestrone umano dei sobborghi di una grande città. Insomma, non si salva nessuno nel tranquillo Rhode Island che la penna di Lovecraft trasforma in una inquieta provincia sotto la cui superficie sobbollono indisturbati i frutti delle più bieche deviazioni dell'animo umano.
Fra tutti, forse, il mio preferito resta l'Orrore a Red Hook, con quelle notti cupe cariche di attesa nel cuore del Massachussets - per chi, come me, ama le atmosfere di attesa opprimente piuttosto che la nuda e cruda brutalità dei fatti.

UN ASSAGGIO:

"Nella primavera successiva alla nascita di Wilbur, Lavinia riprese a fare le sue solite passeggiate sulle colline, tenendo nelle sue braccia sproporzionate il bambino dalla carnagione scura. Il pubblico interessato alle vicende dei Whateley diminuì dopo che la maggior parte della gente di campagna ebbe visto il bambino, e nessuno di prese il disturbo di commentare il rapido sviluppo che il neonato esibiva giorno dopo giorno.
La crescita di Wilbur era davvero fenomenale perchè, nel giro di tre mesi a partire dalla sua nascita, aveva raggiunto una taglia e un vigore che di solito non si trovano nei bambini sotto l'anno di età. I suoi movimenti e persino i suoni che articolava rivelavano un controllo e una ponderatezza molto insoliti per un fanciullo, e nessuno si stupì troppo quando, a sette mesi, cominciò a camminare da solo, con un incedere incerto che sparì dopo appena un mese. Fu poco dopo questo periodo, il giorno di Halloween, che si vide una forte vampata, a mezzanotte, in cima alla Sentinel Hill, là dove l'antica roccia a forma di tavolo si erge in mezzo al tumulo di vecchie ossa. Cominciarono a girare molte voci, quando Silas Bishop riferì di aver visto il ragazzo salire gagliardamente di corsa su per quella collina, seguito da sua madre, circa un'ora prima che venisse osservata quella vampata."

lunedì 23 maggio 2011

EDGAR WALLACE - King Kong

DOVE: Tra New York ed una sperduta isola al largo delle Indie Orientali

QUANDO: Anni '30.

Solo qualche giorno fa, sul blog del GdL di Bryce House si parlava dell'importanza di contestualizzare un libro prima di giudicarlo. Sostanzialmente, il succo è: vale per i libri lo stesso principio che vale per gli esseri umani: mai lasciarsi condizionare da commenti superficiali.
Ecco, trovo che King Kong sia un perfetto esempio di come un libro debba essere letto nel contesto in cui è nato. Certo che, ad un occhio del duemilaundici, l'avventura del cigolante Vagabondo ai confini del mondo conosciuto per assecondare il capriccio di un eccentrico produttore cinematografico mettendo a repentaglio la vita di quanti avrebbero preso alla spedizione, risulta forzatamente artificiosa, per non parlare per la facilità con cui, di fronte a creature credute estinte, si mette mano a bombe soporifere e pistole, completando con lo scatto di un grilletto ciò che l'evoluzione aveva miracolosamente lasciato in sospeso per anni.
Ma non dobbiamo dimenticare da dove nasce il poderoso e sfortunato gorilla: siamo infatti nell'America degli anni Trenta, sospesi tra due guerre mondiali, ancora scossa da una grave crisi economica, un'America nella quale la nascente industria cinematografica incomincia a costruire a tavolino opere che riempiano le sale facendo tintinnare le monete nei botteghini. Ecco quindi che, reclutato il genio del romanzo poliziesco Edgar Wallace, gli viene chiesto di scrivere una storia spaventosa eppure sentimentale, nella quale l'eterna lotta tra Uomo e Natura vede infine il primo trionfante, grazie ai vigliacchi espedienti che l'evoluzione delle armi ha messo in mano ad una creatura altrimenti debole ed inerme. Anche se, a onor del vero, va detto che Wallace morì nel 1932 contribuendo ben poco alla realizzazione effettiva della scenografia, pur mantenendo per questioni legali il proprio nome come autore dell'opera.
Nasce così l'infelice e terrificante scimmione, vissuto per anni nell'ombra della sua isola, venerato e temuto da una piccola tribù di indigeni con l'usanza di sacrificare al dio-bestia una fanciulla, fino a che sulle sue rive non sbarca una piccola ciurma capitanata dal produttore cinematografico Denham, guidato fin lì dai deliranti racconti di alcuni di quegli stessi indigeni, fuggiti all'isola e raccolti da una nave norvegese. Denham è in cerca di storie portentose, ed il suo fiuto gli dice che lì, nell'intrico della vegetazione, si nasconde qualcosa che potrebbe fruttargli un bel po' di verdoni; per questo ha convinto la giovane e disperata Ann, tanto bella quanto sola e senza il becco di un quattrino, a seguirlo nella sua folle avventura, assieme ad un manipolo di marinai scelti e ben equipaggiati di armi e munizioni.
Inutile dilungarmi nel raccontare la trama, che immagino sia ben nota a tutti, fin al tragico epilogo sulla vetta dell'Empire State Building, tra il ronzare degli aerei , le urla della biondissima Ann ed il ra-ta-ta-ta-ta delle mitragliatrici; quello che voglio sottolineare è l'atmosfera assolutamente ingenua, quasi naive, che traspira attraverso le pagine di questo libro; un'atmosfera che parla di come eravamo come pubblico, di un'epoca in cui bastava poco per farci spalancare la bocca dallo stupore o dal terrore, in cui al cinema ci accontentavamo di una storia senza troppi fronzoli, in cui si piantano pallottole nel cranio di innocenti bestioni - poco importa poi che fossero effettivamente carnivori, quel che importa è che lì, sullo schermo del cinema, un brontosauro è perfettamente credibile mentre azzanna un cristiano, anche se a noi "moderni" strappa un sorriso di tenerezza - in cui la bellissima protagonista dalla belle bianca e i capelli color oro suscita il tenero amore del capitano della nave ma, ahimè, anche quello pericoloso dell'enorme scimmione, in cui la gente fa la fila sciamando ai botteghini per vedere dal vivo Kong, l'Ottava Meraviglia del Mondo.
Insomma, ad un analisi superficiale, un guazzabuglio di tutto ciò che farebbe inorridire i moderni paleontologi, etologi ed animalisti; eppure siamo stati anche questo, in passato. Ma la chiave di tutto, probabilmente, è quella che sottolinea Mattia Carratello nell'interessante postfazione al libro, in quella mitragliatrice che pone fine a tutto, restituendo la tranquillità ad un mondo minacciato; è lei, in un certo senso, il simbolo di quegli anni in bilico tra le due guerre mondiali. Eravamo spaventati, avevamo bisogno di sicurezza, di controllo. Ecco quindi che l'immagine del possente gorilla, che così a lungo aveva terrorizzato i "poveri indigeni ignoranti ed incivili", viene reso inerme dalla società del cemento e delle pistole, dimostrando a noi piccoli seduti nel buio della sala che non c'è nulla da temere, che noi abbiamo il "progresso", la "civiltà", il completo controllo sul mondo.

UN ASSAGGIO:

"La folla s'era accalcata bloccando quattro isolati interi sopra Times Square, e si riversava a Broadway in un flusso continuo. I vigili scuotevano impotenti la testa, facendo inutili 'no' col dito e incoraggiando stancamente i taxi a deviare verso le strade laterali. Nel punto in cui la folla si accalcava di più, occupando non metà, ma quasi tutta la strada, un'insegna spiccava dall'alto annunciando a tutto il mondo a chiare lettere:

KING KONG! L'OTTAVA MERAVIGLIA DEL MONDO

Sotto la scritta luminosa i cappelli a cilindro di Park Avenue urtavano quelli a bombetta del Bronx, gli abiti da sera in stile parigino frusciavano contro i grembiuli da lavoro, maglioni contro soprabiti eleganti, e ancora i cappelli portati di traverso della Decima Strada che graffiavano le tese a quelli di Riverside Drive. C'erano proprio tutti; addirittura una delegazione molto ben rappresentativa della malavita, come non se ne vedevano da nessuna parte se non in una stazione di polizia il giorno dopo una retata. C'erano ragazze di Greenwich Village, e altre più serie e giovani da Columbia Heights. C'erano strilloni, venditori ambulanti, commessi viaggiatori, impiegati, cassiere, stenodattilografe, debuttanti, capoinfermiere, segretarie e fanciulle d'ogni sorta. C'era davvero tutta la città, che attendeva il proprio turno al botteghino per avere il biglietti e nel frattempo guardava in alto la scritta:


KING KONG! L'OTTAVA MERAVIGLIA DEL MONDO

'Ma cosa sarà?' chiede la Decima Strada in persona, da sotto un cappello portato di traverso.
'Una specie di gorilla, dicono.' rispose Park Avenue da sotto un cappello a cilindro, di traverso anche quello.
'Volete scherzare!' disse la Decima Strada con una certa diffidenza.
'Ehi' disse una bombetta del Bronx 'Più grande di un elefante ho sentito dire. Un mio amico conosce un tipo che lavora dietro le quinte.'
'Ah sì?' disse il grembiule da lavoro ' E che tipo di spettacolo farà, dei trucchi?'
'Santo cielo!' disse un abito in stile parigino 'Che gentaglia!'
'Ma sentitela!' sibilò la tesa di un cappello di Riverside "Venti dollari per un biglietto e quella ci chiama gentaglia."

domenica 15 maggio 2011

AMY TAN - Perchè i pesci non affoghino


DOVE: Birmania
QUANDO: tra il 2000 e il 2001

Preparate le valigie, perchè quello che vi aspetta è un viaggio in una terra nella quale difficilmente mettiamo piede, anche solo attraverso le pagine di un libro: la Birmania (pardon, Myanmar) contemporanea, quella soffocata da una rigida dittatura militare, quella della leader Aung San Suu Kyi, delle violente repressioni, dei silenziosi traffici di droga. E' proprio qui, in questa terra bella e martoriata, che un eterogeneo gruppo di turisti - provenienti tutti dalla San Francisco "bene", per così dire - decide di trascorrere una inconsueta vacanza natalizia, sulle tracce delle antiche culture orientali. Il tutto organizzato dalla eccentrica Bibi Chen, fuggita ancora bambina dalla Cina in cui cominciavano a spirare i venti della rivoluzione e proprietaria di una rinomata bottega di antiquariato, specializzata in particolar modo nell'arte cinese e birmana. Peccato che, alla vigilia del viaggio tanto accuratamente organizzato, Bibi venga trovata brutalmente assassinata nella vetrina del suo negozio, vittima di un omicidio che lascia perplessa la polizia di San Francisco, ma ancor più i suoi amici. Che fare? Si interrogano. Rinunciare al viaggio? O partire lo stesso, certi che Bibi li accompagnerà anche solo spiritualmente? Detto, fatto; rimediato in corsa un nuovo organizzatore, la colorita comitiva parte dapprima alla volta della Cina, poi taglia il tanto atteso confine birmano, completamente ignaro di portare con sè una presenza quantomeno anomala. Sì, perchè la pepata antiquaria, richiamata dalla preghiera dei suoi compagni di viaggio, è effettivamente accanto a loro per tutta la sua durata, anzi, lo è molto più di quanto credano; perchè il suo nuovo stato, sospesa a metà tra il mondo dei vivi e l'aldilà, le ha donato la capacità di scrutare fin dentro alle loro menti, leggendo i pensieri con la chiarezza di un' immagine stampata. E quando undici di loro sembreranno svaniti nel nulla, durante una gita per contemplare il sorgere del sole sul lago Inle, lei sarà l'unica a conoscere l'intricata verità, mentre il mondo intero trascorre settimane angosciose interrogandosi sulla sorte degli americani inghiottiti dal nulla in Myanmar.
Ma come potrà Bibi, dalla sua scomoda ed evanescente posizione, aiutarli a venir fuori dai guai?

UN ASSAGGIO:

"C'è un'attitudine molto diffusa fra i cinesi, quella di individuare le forme esterne della bellezza. Una volta mio padre mi recitò con tono solenne: ' vai in riva al lago a guardare la foschia che sale.' Alle sei e mezzo del mattino, i miei amici erano proprio in riva al lago. All'alba, si alzò la foschia, fu come se il lago respirasse, e sullo sfondo le montagne vaporose trascolorarono, sotto strati di un grigio sempre più leggero, e poi malva, e poi blu, fino a fondersi con il cielo lattiginoso.
I motori fuoribordo erano spenti. Tutto era silenzio. Le montagne si riflettevano nelle acque del lago e la loro vista spinse i miei amici a riflettere sul senso delle loro vite affaccendate. Cos'era la serenità che era sfuggita loro fino a questo momento?
'E' come se il rumore del mondo fosse cessato.' sussurrò Marlena. Ma, fra sè e sè, si interrogò su Harry. Era rimasto a letto sveglio quasi tutta la notte, come era capitato a lei? Lanciò un'occhiata a Esmè, che ancora si rifiutava di guardarla, nonostante Marlena le avesse lasciato fare colazione con cose proibite come la torta al caffè, le ciambelle, la Coca-cola. Esmè si era ingozzata, ma era rimasta muta."

venerdì 29 aprile 2011

CATHLEEN SCHINE - La lettera d'amore



DOVE: Pequot, una tranquilla cittadina della provincia americana
QUANDO: nei giorni nostri

"Cara capra, come ci si innamora?Si casca? Si inciampa, si perde l'equilibrio e si cade sul marciapiedi, sbucciandosi un ginocchio, sbucciandosi il cuore? " Queste le prime, brucianti parole che colpiscono l'occhio della bella Helen, libraia di Pequot quando,in una giornata come tante sorseggia un caffè mentre scorre distrattamente la corrispondenza.
E, quando ti sei faticosamente ricostruita una vita, lasciandoti alle spalle un matrimonio fallito e costruendoti passo passo la tua piccola libreria nella più placida delle cittadine della provincia americana, non ti aspetti certo di ricevere sorprese di stampo sentimentale. Partecipazioni di nozze, la retta per il pagamento del campo estivo di tua figlia, qualche volantino, questo sì; ma ritrovarsi tra le mani quelle righe battute a macchina su un foglio fino a poco prima anonimo, piegato frettolosamente e finito chissà come in mezzo alla sua quotidianità.. quella è roba da romanzi, qualcosa che ti manda di traverso l'ultimo sorso di caffè e finisce per solleticare la curiosità di chiunque. Figuriamoci quella di una donna piacente, soddisfatta della propria vita, che nella seppur piccola Pequot ha collezionato una piccola schiera di ammiratori. Ma è davvero destinata a lei quell'appassionata dichiarazione? O la misteriosa "Capra" si nasconde dietro una sua concittadina? E chi c'è dietro quel discutibile pseudonimo di "Montone", col quale si chiude la struggente missiva?
Con in testa il ronzio di quelle parole appassionate, Helen dunque si mette in caccia di un amore da romanzo d'altri tempi, sepolto in qualche modo sotto l'anonimato polveroso di una qualunque cittadina di provincia, di quelle in cui finisci per caso, quando le giravolte del destino ti riportano, naufraga, nella vecchia casa di tua madre, a riprendere in mano le redini della tua esistenza.
E scoprirà alla fine che a volte la Vita sceglie strade bizzarre, per la felicità.

UN ASSAGGIO:

"Le posta era sul pavimento sotto la buca, sparsa ed esausta dopo il lungo viaggio, dopo i tanti, diversi viaggi; un gruppo di estranei con una sola cosa in comune, e quell'unica cosa era Helen MacFarquar. Riceveva tutta la posta in negozio, non dava mai a nessuno l'indirizzo di casa. Le piaceva radunare le cose, essere accolta da quell'abbondanza. E le piaceva vedere il suo nome scritto così, lettera dopo lettera, su tutte quelle buste. Helen MacFarquar. Le sembrava bellissimo. Il suo nome le piaceva molto, e quando si era sposata non le era passato neppure per la testa di cambiarlo. La faceva pensare a suo padre, che le mancava e che tutti chiamavano Mac. Anche se poi, ogni volta che lo usava per firmare, aveva la tentazione di scrivere: Helen MacFarquar, Ebrea. Un empito di rivelazione totale e molto più, di sciovinismo. Mezza ebrea, perlomeno.
Le piaceva vedere la posta tutta quanta sparsa lì, un bottino così promettente, una cornucopia di saluti e assegni e inviti e informazioni, un cestino traboccante di frutta, il quotidiano raccolto della vita quotidiana - anche se poi la maggior parte erano sciocchezze, volantini e buoni sconto per l'autolavaggio, pubblicità di carte di credito che aveva già, fatture e ricevute, lotterie incalzanti che adescavano il suo nome storpiato."

venerdì 1 aprile 2011

ARTHUR GOLDEN - Memorie di una Geisha


DOVE: Giappone
QUANDO: a cavallo della Seconda Guerra Mondiale

Ecco un libro che da' l'occasione per immergersi in un mondo decisamente inusuale per noi occidentali: quello delle geishe giapponesi. Silenziose, misteriose, troppo semplicisticamente assimilate, nell'immaginario più superficiale, a delle prostitute d'elite - o, nel migliore dei casi, ritenute un impolverato monumento ad una servilità femminile d'altri tempi - esse sono in realtà molto di più. Cresciute ed educate affinchè intrattengano - con la danza, la musica e la conversazione brillante - ricchi uomini d'affari, queste figure avviluppate in laboriosi giri di kimono, con il loro trucco e le complicate acconciature che le costringono a dormire appoggiando il collo ad un supporto di legno affinchè la testa resti sollevata e queste non si sciupino, sono donne che si ritrovano a condurre le redini di un destino che qualcun altro ha scelto per loro. Ed è attraverso la vita di una di loro - quella piccola Chiyo figlia di pescatori, poi divenuta la raffinata e ricercatissima Sayuri - che scopriamo, pagina dopo pagina, ciò che celano dietro quei loro volti finemente disegnati, nei cuori stretti tra le spire di seta dell' obi. Ci ritroviamo in un Giappone ormai lontano, ancora ingenuamente ignaro della tragedia di Hiroshima che di lì a qualche anno l'avrebbe fiaccato, nel quale lungo le strade di Kyoto si sentivano riecheggiare gli zori laccati di queste creature fasciate di seta, mentre si spostano da una sala da tè all'altra, simili a enormi farfalle. Le serate chiassose, il sakè che scorre a fiumi, i regali di lusso dei protettori, la musica degli shamisen, le finissime sete ricamate con complicate immagini che richiamano alberi, paesaggi, fiumi. Ma anche, nell'intimo dell'okiya, la solitudine, la competizione che rende impossibile il fiorire di una vera amicizia, le dure ore di studio, il rigore della disciplina, le estenuanti sedute di trucco e parrucchiere, la superstizione, lo scoraggiamento. Tutto questo e molto di più, attraverso la viva voce di una di esse che, divenuta anziana, ripercorre a ritroso il filo della sua vita, ricordando l'infanzia serena, la malattia della mamma, la dolorosa separazione dalla sorella e il brusco impatto con la rigida Gion, il quartiere delle geishe; il delicato racconto di una donna che apre le porte di un mondo scomparso e proprio per questo terribilmente affascinante.

UN ASSAGGIO:

"Ai tempi si usava truccare solo il labbro inferiore, per farlo sembrare più turgido. Il fondotinta bianco produce una serie di strane illusioni; se una geisha si dipingesse l'intera superficie delle labbra, la sua bocca finirebbe per assomigliare a due grosse fette di tonno, perciò preferisce darle una forma imbronciata, più simile a un bocciolo di violetta. A meno che non abbia già di natura labbra così fatte (ed è un caso piuttosto raro), quasi sempre si dipinge in modo da simulare una bocca più tonda di quanto sia in realtà. Ma, come ho già detto, a quei tempi si usava mettere il rossetto soltanto sul labbro inferiore, e così fece Hatsumomo.
Poi prese il legnetto si paulonia che mi aveva mostrato poco prima e lo accese con un fiammifero. Lo lasciò bruciare per pochi secondi, poi lo spense soffiandovi sopra, lo raffreddò stringendolo tra i polpastrelli, quindi tornò allo specchio per disegnarsi le sopracciglia con l'estremità carbonizzata, che lasciò un segno di un gradevole grigio chiaro. Infine Hatsumomo si avvicinò a un armadio e scelse alcuni ornamenti per capelli, fra cui un fermaglio di tartaruga. Dopo esserseli infilati nell'acconciatura, si applicò alcune gocce di profumo sulla pelle nuda della nuca, riponendo quindi nell'obi il flaconcino, che era di legno e piatto, casomai ne avesse avuto ancora bisogno. Sempre nell'obi mise un ventaglio pieghevole e nella manica destra un fazzoletto. Poi si girò a guardarmi. Sul volto c'era lo stesso sorriso appena accennato di prima e, di fronte a tanta bellezza, anche Zietta si lasciò sfuggire un sospiro."