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mercoledì 5 agosto 2020

DANIEL PENNAC - Storia di un corpo


DOVE: Francia
QUANDO: tra il 1936 ed il 2010


Ho incominciato a leggere questo libro, lo confesso, con un certo scetticismo; mi chiedevo dove volesse andare a parare. E, confesso anche, sono andata avanti soprattutto perchè mi fido di Pennac, della sua penna, e sapevo che non mi avrebbe mai e poi mai deluso.
Ed infatti, quello che inizialmente seppur intrappolandomi fin dalle prime righe con uno stile scorrevole, sembrava una storia senza capo ne coda, ha finito per emozionarmi, lasciandomi - come solo chi ama leggere può capire - dolcemente delusa dal fatto che tutto fosse finito. E soprattutto, con uno sconfinato affetto verso la voce narrante, il protagonista del libro, del quale credo tra l'altro che mai venga fatto il nome - o sfugge a me, in tal caso chiedo venia.
Dunque, eccoci qui. Millenovecentotrentasei, ad un passo dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, nella vita di uno smilzo dodicenne che combatte con le sue paure e con un corpo nel quale stenta a riconoscerci. Un po' come accade a tutti, certo. Ma qui lui ha un'intuizione geniale. Inizia a scrivere un diario. Ma non - come abbiamo fatto, anche qui, un po' tutti - un classico diario nel quale dare sfogo alle nostre emozioni più intime, no. Decide che, d'ora in avanti, lui terrà un diario del suo corpo. Nessuno spazio alle emozioni, che sono per definizione soggettive e finiscono per falsare l'oggettività di ciò che è accade, lasciandone negli anni un ricordo distorto, Via l'emotività, che spesso finisce per tradirci e camuffare la realtà. Il corpo, nella sua fredda oggettività, sarà il protagonista del racconto. Il corpo con tutte le sue manifestazioni, anche quelle più imbarazzanti, anche quelle patologiche, anche ciò che verrebbe considerato disgustoso da raccontare, ma che inevitabilmente rappresenta - secondo il protagonista, l'unico modo per tenere traccia di sè, nel corso degli anni.
Ecco, qui ammetto di aver storto il naso, e di essere - come ho scritto prima - rimasta perplessa. Riuscirà davvero nelle prossime pagine a catturarmi ed emozionarmi una storia in cui, ci avverte l'autore, le emozioni saranno bandite per lasciare spazio solo e soltanto alle manifestazioni fisiche?
Ed ecco che Pennac, con la magia incontrastata della sua penna, riesce nell'incanto. Perchè se ho iniziato le prime pagine della storia con questa domanda, ho chiuso le ultime con la malinconia di chi ha lasciato un vecchio amico; perchè inevitabilmente, pagina dopo pagina, anno dopo anno, nelle brevi - spesso brevissime - annotazioni del protagonista ricostruiamo la sua vita, intuiamo sullo sfondo i mutamenti sociali e familiari, ma soprattutto ci affezioniamo a lui.
A lui ed al suo corpo, che osserviamo crescere, e poi lentamente mutare fino alla vecchiaia, accompagnandolo fino al momento della morte che arriva senza angoscia, con serenità.
Confesso di averlo seguito con affetto, ma immagino anche che, questa stessa lettura a vent'anni non mi avrebbe rapito come ha fatto ora, a quaranta, quando inizio io stessa ad osservare nello specchio i primi, chiari segni di mutamento in quel corpo che, assieme alla mente, forma il mio "io".
Trasformazioni lievi, impercettibili, che taltolta ci inquietano ma che, ci insegna questo libro, sono inevitabili.
E la cosa migliore che possiamo fare è lasciarle andare,  accettare che il tempo ci trasformi ma soprattutto amarci, amare sconfinatamente questo piccolo corpo imperfetto che la natura ci ha dato.
Paradossalmente, un libro così materiale finisce invece per spingerci altrove, più in alto, ad interrogarci su chi siamo e cosa ci rappresenti davvero, e a riflettere su quanto negli anni veramente siamo in grado di guardarci a fondo, con indulgenza, ed amarci.
In genere non mi sbilancio a dare "consigli per la lettura", mi limito a lasciar correre le dita sulla tastiera trascrivendo come riesco le emozioni che la lettura mi trasmette; ma ecco, in questo caso mi sento di dire che è un libro da leggere se state scavalcando gli 'anta', o se siete in un momento particolare della vostra vita - che può essere prima, o dopo, non c'è mica una soglia fissa per queste cose - in cui tirate le somme, e vi osservate per la prima volta scoprendovi cambiati

Lascio volutamente un assaggino piccolo piccolo, con una delle frasi che più mi sono rimaste dentro e che racchiude secondo me perfettamente lo spirito del libro.
Un piccolo, costante inno al cambiamento, alla vita e ad affrontarla sinceramente, senza paura, amando innanzitutto noi stessi.

UN ASSAGGIO:

"55  anni, 4 mesi, 21 giorni     Sabato 3 marzo 1979

Certi cambiamenti del corpo mi fanno pensare a quelle vie che percorri da anni. Un bel giorno un negozio chiude, l'insegna è scomparsa, il locale è vuoto, c'è un cartello affittasi, e ti domandi cosa c'era prima, la settimana scorsa."

giovedì 30 luglio 2020

KAHNO NASHIKI - Un' Estate con la Strega dell' Ovest

DOVE: Giappone
QUANDO: Anni '90

Ho un debole per gli autori giapponesi da quando per la prima volta ho incontrato - librescamente parlando - Banana Yoshimoto ed il suo Kitchen. Da allora, ogni volta che ne ho l'occasione, mi avventuro con altri autori, uscendone sempre piacevolmente stordita. Sarà che a me piace leggere storie "distanti" dal mio quotidiano, sarà che faccio parte di quella generazione di ex bambini degli anni '80 nutrita con cartoni animati in cui il Giappone era spesso l'ambientazione, finisco sempre per immergermi nella lettura con un pizzico di ritrovato stupore infantile. Specialmente quando, come in questo caso, fin dalle prime righe si intuisce che, tra le pieghe della storia, si annida un risvolto incantato.

Difficile delineare in maniera netta una trama in questa storia - che poi, a ben vedere, è l'insieme di quattro storie legate tra loro da un sottile filo magico. Partiamo da lei, la giovane protagonista Mai, tredicenne che combatte con una grave forma d'asma e contro l'ancor più feroce bullismo delle sue compagne di scuola. Non quella forma di bullismo fatta di violenza aperta, ma quella più sottile - e forse ancor più feroce - dell'isolamento sociale. Così, dall'indifferenza rumorosa della città, la mamma decide di spedirla per qualche tempo dalla nonna, in una placida casetta immersa a metà tra la campagna ed il bosco, ad un'ora di macchina.
L'idea è quella di lasciare alla ragazza un po' di tempo per respirare - letteralmente e psicologicamente - ritemprando le energie fisiche e mentali per riprendere poi le redini della propria esistenza; e Mai, che alla nonna di origini inglesi è affezionata, va. Eccoci dunque sole, con lei e l'anziana ma energica nonna, vedova del grande amore della sua vita eppure serenamente immersa nella sua tranquilla vita bucolica, fatta di tanti piccoli impegni quotidiani accompagnati dal ritmo naturale del giorno. Alba, tramonto, uccelli che cinguettano, cime degli alberi mosse morbidamente dal vento. Il bollitore per il tè, presenza costante e rassicurante, benevolo dispensatore di conforto ogni qualvolta ve ne sia bisogno. Le galline che razzolano nel giardino sul retro. La terra morbida nella quale affondano le loro radici umide decine e decine di piante, con le quali Mai prende lentamente confidenza, accompagnata dalla nonna che con affetto e devozione le accudisce e le coltiva. Un quieto angolo di paradiso, nel quale però aleggia un che di inquieto, che Mai percepisce eppure non riesce a definire, in particolare nella figura di Gengi, vicino servizievole che assiste la nonna e che tuttavia continua ad ispirare alla nipote un forte senso di disgusto.
E poi, c'è lei, la nonna. Sorridente, equilibrata, serena. La nonna che comunica a Mai che la insegnerà a gestire i poteri di cui è dotata. Sì, perchè la nonna è una strega, e Mai è lì per completare a sua volta il duro addestramento che farà diventare anche lei una strega a tutti gli effetti.
Ma non aspettatevi azione, incantesimi, bacchette e nemici oscuri alla Harry Potter. Qui di incantesimi non se ne vedono, tutto è velato, sottinteso, poetico. Tanto che, fino alla fine, restiamo col dubbio. Eppure c'è molto di magico, seppur non esplicito come vorrebbero quelli di noi più "affamati d'azione", nel lento e costante addestramento a cui la nonna la sottopone; perchè per dominare il suo potere, Mai deve innanzitutto imparare a controllare la sua mente, dominarla, porle dei limiti e costringerla a superarli quando questi la imbrigliano lontano dalla sua felicità.
Ed è così che, lontana dalla frenesia della vita di città, immersa in un ritmo lento e naturale e presa da tanti picccoli impegni quotidiani, Mai si addestra, e cresce.
Più di così non voglio dire, il grosso di questa storia non sta tanto nella trama, quanto nell'atmosfera che vi si respira. Di terra di bosco umida, di erbe aromatiche, di foglie di tè in infusione.
Diciamo pure questo: che io ho sempre avuto un rapporto stupendo con le mie nonne, ma in particolare con la mia nonna paterna; ed ora che ho scavalcato i quaranta i ricordi d'infanzia più preziosi sono quelli di me e lei, nelle estati da ragazzina, quando restavo a dormire in casa sua - casa che per me era meglio di qualsiasi castello incantato. E di conseguenza, tutte le storie che partono dal racconto di un legame speciale tra nonna e nipote finiscono inevitabilmente per attrarmi. Mi era successo con Susanna Tamaro, e mi è successo con questo libro. E' inevitabile dunque che, in questi casi, la mia mente aggiunga ulteriore magia alla lettura, e che quindi la mia visione sia poco obiettiva.
Ma in fondo, il bello dei libri è anche quello.
Che ti tirano fuori i ricordi, le emozioni, anche quelli sopiti, in maniera talvolta inaspettata. Silenziosi come specchi, leali come vecchi amici.

UN ASSAGGIO:

"Poi, ricevuta una scodella dalla nonna, uscì e si diresse verso il pollaio. Non era la prima volta che andava a prendere le uova. Le era già capitato in precedenza di fermarsi a dormire lì e di raccoglierle al mattino insieme alla mamma. Uova tiepide, appena deposte, con un po' di escrementi e di piume attaccati. Per dirla tutta, a Mai disgustava mangiare uova fresche. E le proteste delle galline ovaiole, che sembravano dire ' che cosa fai?' la facevano sentire in colpa. Però Mai non se la sentiva ancora di dirlo alla nonna in quei termini.


venerdì 19 luglio 2019

ANTONIO TABUCCHI - Requiem

DOVE: Lisbona, Portogallo
QUANDO: anni '90, in un torrido luglio

Già in Sostiene Pereira con Tabucchi ci eravamo immersi in una Lisbona inquieta, torrida, umida d'afa e sudore; qui la ritroviamo più intensa, più moderna, immersa in un torpore onirico che la ammanta di un fascino ancora maggiore, lasciandoci percepire tutto l'amore che l'autore nutre per questa città, che l'ha adottato accompagnandolo fino al suo ultimo respiro.

Qui Lisbona non è un semplice sfondo su cui i personaggi si muovono, ma un qualcosa di vivo, che pare respirare, avvolgere, accompagnare il cammino del protagonista in un luglio torrido e accecante, in cerca di quiete dell'anima, e di risposte. Tutto inizia lontano, su un'amaca ad Azeitao, nella campagna ronzante di insetti. Un'amaca sulla quale, pigramente abbandonato alle sue ferie, un'uomo sta leggendo Borges, finendo per assopirsi cullato dal frinire delle cicale; ed immediatamente, eccolo catapultato a Lisbona, in una città semideserta, bollente, arrostita dal sole di luglio, in un sogno talmente vivido che lo sentiamo sudare ed arrancare a fatica sull'asfalto rovente mentre si muove, in parte incredulo, in parte sicuro di ciò che questo strano sogno vivido sta a significare, diretto ad uno strano appuntamento.
Dipanare la trama sarebbe un peccato; perchè di sogno si tratta, e come tale va vissuto, senza un'idea chiara di ciò che accadrà, ma semplicemente lasciandosi trasportare assieme al protagonista, attraverso le strade semideserte, sciogliendosi di sudore e lentamente fondendosi con la città, quartiere dopo quartiere, tappa dopo tappa. Godersi il viaggio senza pensare alla meta, semplicemente assaporando il racconto che Tabucchi fa della città e dei meravigliosi personaggi - meravigliosi come solo le creature dei sogni sanno essere - dal sapore a tratti malausseniano, bizzarri, straordinariamente vivi, colorati e sfuggenti.
Ma soprattutto, assaporando la bellezza sudata di un luglio a Lisbona, attraversando la città semideserta, rifugiandoci nella confortevole frescura di un ristorante, assaporando lentamente il gusto della cucina semplice della Casimira, o sorseggiando un Sumol di ananas nella quiete del museo di arte antica, nel delizioso giardino interno riparato dall'afa, in attesa di poter contemplare Le Tentazioni di Sant'Antonio con tutta calma, dopo l'orario di chiusura. Ed ancora, a Santos, nell'afa del giardino deserto, con la sola compagnia di un ragazzo drogato in cerca di spiccioli e di un bizzarro venditore di biglietti della lotteria, sfogliando distrattamente "A Bola" per far passare il tempo in attesa del bizzarro appuntamento; e poi in treno fino a Cascais, in una villa disabitata ad un passo dal mare rombante, scrostata dalla salsedine ed accudita saltuariamente da una coppia di anziani. Passo dopo passo, seguendo l'onda di ciò che accade, il sogno si dipana e con esso prendono forma le risposte a domande che la vita aveva lasciato appese, in attesa di qualcosa.
Il protagonista ripercorre i momenti salienti della sua esistenza e noi, silenziosi accompagnatori accaldati, vediamo scorrere davanti ai nostri occhi istantanee di luoghi meravigliosi, perlopiù carichi della malinconia che inevitabilmente il peso dei ricordi si porta appresso. Come soffiando sulla brace, passo dopo passo le emozioni impolverate riprendono vita, fino al sorprendente incontro finale che prelude poi al risveglio, nella quiete della campagna e finalmente anche dell'anima del protragonista.
E noi? Noi che lo abbiamo accompagnato in silenzio, passo passo, innamorandoci di quei luoghi?
Noi non possiamo che chiudere l'ultima pagina con un sospiro. Perchè sì, ecco fatto, ci siamo innamorati di Lisbona.
Per una come me, che legge soprattutto per compensare il fatto di non riuscire - ahimè - a viaggiare quanto vorrebbe, che sceglie i libri in base all'ambientazione, che si immerge nella lettura spesso cercando le sensazioni, la suggestione dell'ambiente piuttosto che gli eventi, questo libro è stato una manna dal cielo; anche se dire "dal cielo" non è corretto, diciamo piuttosto che è stata una scelta consapevole dettata dal fatto che adoro Tabucchi ed il suo stile e che, dalla quarta di copertina, avevo intuito che sarebbe stato nelle mie corde.
Se cercate letture "d'azione", o libri con un principio ed una fine ed eventi nettamente delineati, questo certamente non è il libro adatto; perchè di un sogno si tratta, e come tale procede, con salti di luoghi, con lunghe e silenziose soste riflessive, con tanti sottintesi su ciò che è accaduto,che affiorano a tratti senza mai completamente delineare il quadro complessivo.
Si termina la lettura ritemprati, un po' malinconici, con la sensazione di aver provato sulla nostra pelle emozioni che erano su carta, a patto di saper entrare nell'ottica di lasciar condurre il gioco allo scrittore, senza cercare di ricostruirne la storia ma assaporandola, trasportati dal vento caldo e godendosi il viaggio.
Un sogno, appunto. Prendetelo come tale, e non resterete delusi.

UN ASSAGGIO:

"Finalmente ero riuscito ad aprire il finestrino, ma l'aria che entrava era torrida. Chiusi gli occhi e pensai ad altre cose, alla mia infanzia, mi ricordai di quando era estate e andavo in bicicletta a prendere l'acqua fresca alle 'caroline', con la bottiglia nel cestino di paglia. Una frenata brusca mi fece riaprire gli occhi. L'uomo era uscito dal tassì e si guardava attorno con aria desolata. Mi sono sbagliato, disse, siamo a Campo de Ourique, io ho preso a sinistra la strada che lei mi aveva detto, ma non credo che sia la Saraiva de Carvalho, ho preso un'altra strada che è in senso vietato, guardi un po', tutte le macchine sono parcheggiate contromano, mi sono infilato in un senso vietato. Niente di male, replicai, l'importante è che abbia svoltato a sinistra, adesso ci facciamo questo senso vietato e arriviamo a Largo Dos Prazeres."

martedì 21 maggio 2019

JANE GOODALL - Cambiare il mondo in una notte

DOVE: Gombe (Tanzania). E, poi, in giro per il mondo
QUANDO: Tra gli anni '60 e oggi (con breve digressione negli anni '30)

So bene che non per tutti gli ex-bambini degli anni '80 è così, e che io rappresento un'anomalia; ma per me Jane Goodall è - assieme a Konrad Lorentz- una delle figure "mitologiche" che accompagnavano la mia infanzia di bambina tendenzialmente secchioncella, piena di fantasia e smisurato amore per la natura.
Lei era per molti versi ció che io sognavo di diventare: una naturalista che si era data corpo, anima e cuore alla sua causa, e che viveva lontano dal caos delle città, immersa nel cuore romanticamente selvaggio della natura, silenziosamente devota ad essa.
La vita poi, si sa, costringe spesso ad aggiustare il tiro, e la mia tanto sognata vita da eremita si è invece concretizzata in un lavoro convenzionale che amo - peraltro a contatto col pubblico, altro che solitudine!, in una famiglia più o meno convenzionale ed in una mai sopita straordinaria passione per la natura.
È un piacere dunque incontrare di nuovo questa donna straordinaria, e farlo adesso, da adulta, ascoltando le sue parole ed osservando la sua vita con occhi nuovi e maturi.
In questo brevissimo, piccolo libro, che lei stessa ad un certo punto definisce con grande semplicità "una chiacchierata", la Goodall si mette a nudo, ci racconta di sè, della sua lontana infanzia in anni di guerra, del contatto con la natura, della sua passione straordinaria, delle occasioni colte al volo, del suo primo, magico incontro con gli scimpanzé.
Incontro per molti versi fortuito, che però segnerà in modo indelebile la sua esistenza. Perchè lei, Jane Goodall, per chi non lo sapesse è stata per anni una studiosa silenziosa e attenta di questi straordinari primati, ai quali si è accostata con immensa pazienza e rispetto, osservandoli senza preconcetti, studiandoli col cuore, scardinando molti dei pilastri che la scienza e l'evoluzionismo avevano costruito fino ad allora, rivoluzionando quel punto di vista fin troppo antropocentrico per riportare l'uomo ad una dimensione più reale, più vicina a quella dei suoi parenti più prossimi.
In questo libro, dunque, Jane ci racconta sé stessa,e sembra quasi di essere sedute con lei, in una veranda ombrosa affacciata sulla foresta, sorseggiando un rooibos sentendole raccontare come una ragazzina inglese sua diventata una delle più grandi attiviste mondiali sui temi della sostenibilità e della salvaguardia del pianeta. Tra queste poche ma intense pagine c'è la sua essenza, gli anni di studio sul campo, l'emozione delle sue prime scoperte; ci sono gli aneddoti dei "suoi" scimpanzè, c'è la sofferenza di scoprirli indifesi e maltrattati nel mondo, il suo impegno verso la ricerca di metodi alternativi per la sperimentazione scientifica e verso una maggior consapevolezza di ciò che i consumatori possono fare. C'è tutto ció che, con il suo progetto Roots and Sprouts, la Goodall cerca di instillare nei giovani, in Africa prima e nel mondo occidentale poi: la passione, l'amore, l'impegno, la consapevolezza di poter cambiare le cose, un passo alla volta.
Ci sono tanti spunti di riflessione su come tutti noi possiamo fare la differenza. E c'è speranza, tanta speranza, nel suo messaggio che profuma d'Africa e di semplicità. Perchè malgrado tutte le ferite che le abbiamo inferto, Madre Natura sa sempre riprendersi; perchè se cambiamo rotta e iniziamo a fare la differenza, nulla é perduto.
Perché in fondo non possiamo dire di amare davvero i nostri simili, se non dimostriamo prima di amare il nostro pianeta.
Una straordinaria testimonianza di vita di una grande donna. Da leggere col cuore, davvero.

UN ASSAGGIO:

"Vi è una qualità fondamentale in chi osserva gli animali, o qualunque altro evento, e consiste nel fatto che chi osserva vuole veramente conoscere la risposta, spinto da una bruciante curiositá che lo aiuta a porsi le domande giuste. Occorre molta pazienza, aspettare e stare fermi, osservare per molto tempo e ripetutamente lo stesso comportamento. E c'è un altro aspetto: quando uscite per osservare degli animali, vedrete un comportamento che è stato già visto molte volte da altri. Ma è la prima volta per voi: voi potrete notare un particolare non osservato, o potrete dare una spiegazione lievemente diversa da quella degli altri."

domenica 5 maggio 2019

SIMONETTA AGNELLO HORNBY - La zia Marchesa

DOVE: in Sicilia, tra Sarentini e Palermo
QUANDO: a cavallo dell'Unità d'Italia

Viaggio pieno di fascino, quello appena concluso; e se come me avete apprezzato lo splendido scenario in cui si muovono con romantica tristezza le anime de Il Gattopardo, non potete non tornare a gettare un'occhio su quel mondo e quel tempo.
Qui siamo a Sarentini, nella possente e lussosa dimora di un'antica famiglia, saldamente ancorata ai principi storici che ne hanno, nei secoli, scandito i ritmi; famiglia che, come molte altre, si sente scuotere le fondamenta mentre l'Italia intera è attraversata come da un rosso fremito di rivolta. E sì che loro, i Safamita, di rivolte ne hanno viste, senza mai per questo vedersi veder meno la solida fedeltà dei propri dipendenti; ma stavolta corre voce che le cose siano diverse, che questi garibaldini fiammeggianti riescano a smuovere anche gli animi più assopiti, e che il rischio di veder crollare tutto sia più che tangibile.
In quest'atmosfera di ansiosa attesa, nel palazzo austero dei baroni Safamita, la vita quotidiana continua a scorrere con i consueti rituali, così come ci viene narrata dalla voce di Amalia Cuffaro, costretta dalla suocera a separarsi dal figlio per divenire balia in quel palazzo; ed in un formicolare operoso di domestiche, che sotto l'occhio vigile del mastro di casa sciorinano biancheria scintillante per poi riporla, odorosa di sole, o impastano dolcetti profumati nell'umido tepore delle cucine, sussurrando sottovoce vizi e virtù dei propri padroni, tra sbuffi di farina, i giovani Safamita vengono al mondo.
Come la sorprendente Costanza, amatissima secondogenita del barone, dai capelli rossi come il fuoco, piccola anima rifiutata dalla sua stessa madre appena messa al mondo ed accolta dall'infinito e premuroso amore della balia Amalia, che la vede anno dopo anno fiorire e farsi donna splendida eppur fragile. Costanza, affamata d'amore, vittima nel corso degli anni anche dell'ostilità dei due fratelli - Giacomo il minore e l'amatissimo Stefano, il maggiore - cresciuta lontana dalle stanze lussuose dei Safamita e relegata durante la sua infanzia nel mondo sotterraneo della servitù, divenuta poi donna capace di tenere le redini di un piccolo impero eppure priva dello stesso polso quando si tratta di mettere mano alle questioni di cuore. Un ritratto femminile straordinario, delicato, a tratti inconsueto e moderno, tracciato con sapienza dal linguaggio semplice di Amalia, l'unica forse oltre al padre ad aver pienamente compreso ed amato questa straordinaria creatura, in cerca costantemente della propria identità.
Una storia bellissima ed una prosa evocativa, piena di profumi e suoni lontani, di colori sbiaditi dal sole, di appezzamenti di terra contornati di siepi gobbe di fichi d'india, di porcellane finissime ordinate dietro i vetri delle credenze, di lunghi corridoi silenziosi lungo i quali le domestiche si muovono, rapide ed invisibili, pronte a rispondere alla chiamata della propria padrona.
Ma anche una storia in cui, sullo sfondo, c'è tanta, tantissima Storia. Quella di un paese che fatica a trovare una propria identità, di un Sud rimasto ai margini, abbandonato a sè stesso ed al sorgere bellicoso dei primi germi di un'organizzazione mafiosa che - ahimè, ben lo sappiamo - metterà radici solide, qui come nel resto dello stivale. E qui, come nel Gattopardo, di nuovo tutto è soffusamente avvolto in un sentore di tramonto, di cose che stanno lentamente mutando, di inevitabile, scivolosa decadenza alla quale tutti sembrano abbandonarsi con malinconica rassegnazione.
Nella storia di Costanza, nella sua modernità di donna educata dal padre non come "sposa" ma come "padrona delle proprie sostanze", nella sua fame di affetto, nella ricerca di sè stessa, nel suo voler essere accettata ed amata per quella che è, si intravede in fondo un seme di quella società che va trasformandosi, portando ad un lento cambiamento anche e soprattutto nella condizione femminile e nei costumi sociali.
Una piccola storia incastonata nella Grande Storia, destinata a perdersi in essa eppure al contempo a simboleggiarne una certa fase, una storia pervasa da una sottile tristezza e che lascia in bocca un sapore dolcemente amaro; un bellissimo ritratto di un'epoca storica straordinaria, nella quale coesistevano gli entusiastici slanci di chi nel cambiamento vede una nuova vita e la malinconia con la quale, invece, altri vedono in esso il tramonto della loro esistenza così come era stata tramandata solidamente, secolo dopo secolo.

UN ASSAGGIO:

"Costanza pranzò per la prima volta con gente del continente e rimase affascinata dagli ospiti. Il prefetto era alto ed elegante. Aveva barba e capelli rossi come i suoi, ricci e folti.. Non aveva mai incontrato faccia a faccia qualcuno con i capelli del suo colore. Aveva intravisto dei giovani con i capelli rossi a Marsala durante una visita ai cugini Limuna; glieli avevano indicati, mentre passavano in calesse per la via principale, ridacchiando: li chiamavano ' i 'Nofri'. Alfonsina le aveva spiegato che tutti i rossi di capelli di Marsala discendevano da un inglese, un certo Onofrio, che aveva disseminato la città di figli bastardi. Costanza era impallidita e si era calcata il cappello sulla testa.

venerdì 19 aprile 2019

GERALD DURRELL - L'Isola degli Animali / Il Giardino degli Dei

DOVE e QUANDO: Corfù (Grecia), anni '30.



Di nuovo qui, come era inevitabile accadesse; d'altronde, quando al termine della lettura de "La mia famiglia e altri animali" ho ritrovato mio figlio commosso fino alle lacrime per il dolore di doversi separare da Gerry e dagli altri meravigliosi personaggi che gli orbitano attorno, non potevo non mettermi immediatamente alla ricerca degli altri due capitoli della trilogia, come da lui esplicitamente richiesto con occhi gocciolanti.
Rieccoci quindi a Corfù, pronti per proseguire lo straordinario viaggio attraverso la luminosa infanzia di quello che sarebbe poi divenuto, negli anni a venire, un noto naturalista e che per noi, pagina dopo pagina, diventa semplicemente Gerry, il ragazzino che, soperto di polvere e sudore, trascinandosi appresso una piccola squadra di cani ed una gran quantità di barattoli, si aggira per le stradine sterrate, talvolta sotto il sole, talvolta scivolando sotto l'ombra acquosa degli ulivi, osservando con stupore tutte le meraviglie che la natura gli srotola davanti, stagione dopo stagione.
Premettiamo subito una cosa; se avete letto il primo libro e lo avete trovato lento, noioso, apparentemente priva di una trama con capo e coda, va da sè che anche in questo caso l'impressione che avreste è esattamente la medesima. Per accostarsi a questi libri - ed amarli - occorre entrare nell'ottica che si tratta di una raccolta (articolata in tre libri) di una serie di ricordi d'infanzia, nei quali, per via dell'indole tutta particolare del protagonista, molto spesso si indugia attraverso dettagliate descrizioni dei paesaggi o dei comportamenti animali, senza che, per molte pagine, nulla di significativo accada. Lo spirito con cui accostarsi a Durrell non è quello di una lettura che colpisca, o che sorprenda, o che smuova cose; è piuttosto l'atteggiamento di un viaggiatore lento, uno che voglia semplicemente essere trasportato, indugiare, osservare, annusare, assaporare.
Per stessa ammissione dell'autore, nelle prime pagine de "L'Isola degli Animali", nella stesura del primo libro erano stati accuratamente selezionati una serie di episodi, ritenuti più significativi; nel secondo e nel terzo trovano dunque spazio tutti quei racconti che - ci dice Durrell - a suo malincuore era stato costretto a lasciar fuori, per meri motivi di "volume"; ecco dunque tante, nuove, piccole storie, deliziosamente incastrate come piccoli monili all'interno della poderosa struttura descrittiva che costituisce l'ossatura del romanzo. Qui le descrizioni sono costanti, intense, multisensoriali, tanto che - credo di averlo scritto già nella recensione al primo libro - ci si rende conto, chiudendo il libro, di aver vissuto una sorta di esperienza "extracorporea", quasi percependo sulla pelle polvere e sudore e nelle narici il profumo della terra indorata dal sole e dell'aria salmastra.
Io, questo va detto, sono sempre stata amante delle descrizioni; mi ci immergo dentro, da amante quale sono dei "viaggi di carta ", e mi lascio andare, trama o non trama.
Ci sono storie che non sembrano avere il vezzo di trasmettere messaggi nè di far vivere avventure, ma semplicemente di portarci fuori dal nostro mondo, in una piccola oasi lontana di pace; e certamente la trilogia di Corfù appartiene a questa preziosa categoria di libri.
Nel secondo e terzo capitolo, dunque, osserviamo con serenità il susseguirsi delle stagioni, che fa da sfondo alla vita quotidiana dei pazienti e placidi isolani. Conosciamo gli aspetti talvolta più crudi della vita di campagna ( senza voler fare "spoiler", rimando al terzo volume, ed all'episodio in cui Gerry va a scegliere uno dei cuccioli appena nati dall'ossuta cagnetta di una vecchia contadina); entriamo in punta di piedi, da ospiti riguardosi, nelle usanze corfiote, assistendo ad un matrimonio ed addirittura ad un parto; sorridiamo con i tanti, piccoli equivoci che l'impaziente "fame di natura" di Gerry finiscono per suscitare, creando spesso attriti specialmente con il pungente Larry, fratello maggiore nonchè letterato, con la bizzarra tendenza ad invitare alla villa gli ospiti più improbabili, davanti allo sguardo paziente seppur esasperato della mamma.
Volendo condensare in poche righe il succo del secondo e terzo libro, diciamo che forse qui abbiamo riso meno - anche se risate non ne sono mancate certamente, specialmente quando, nel terzo volume, la mamma decide di invitare per il tè l'ossequiosa rappresentante di una società per la protezione degli animali proprio quando, con l'aiuto dell'abile cacciatore Leslie, Gerry decide di procacciarsi una bella scorta di passeri per alimentare la sua nidiata di gufetti.
In compenso, abbiamo avuto di nuovo - e forse anche più che nel primo volume - tanti spunti di riflessione, soprattutto attraverso i piccoli "spaccati" di società che Durrell con penna abile ci mostra, parlandoci tra le righe - nemmeno tanto velatamente - di omosessualità e di differenze razziali, e di come , si spera, ciò che un tempo scandalizzava adesso non dovrebbe farlo più, e di come, oggigiorno, si vada progressivamente appiattendo il divario tra le usanze di oriente ed occidente.
Insomma, tre libri dal ritrmo lento e dal sapore certamente didascalico, per certi versi, che però offrono sorrisi e una visione multisfaccettata che ci consente, una volta chiuso e ritornati nel presente, di riflettere su ciò che siamo, e dove stiamo andando.
Per il resto, una possente, meravigliosa trilogia piena zeppa di profumi, sapori, suoni, capace di strappare al presente il lettore che voglia lasciarsi andare, immergendolo in un mondo quieto, sonnolento, fatto di stagioni che si susseguono ciclicamente scandite dai ritmi di fioritura della natura; un mondo di api che ronzano, di pioggia che scroscia rumorosa, di gufi che solcano l'aria imbronciati, trasportati da ali silenziose, di orribili e fameliche creature acquatiche osservate con stupore attraverso un vetro, di acquitrini affollati di vita e silenziosi uliveti addormentati nella calura pomeridiana.
Un mondo nel quale rimbrotta in lontananza l'eco di una guerra che inizia a sobbollire sotto il coperchio.
Un mondo che, forse, da quella guerra non emergerà più uguale a prima.

UN ASSAGGIO:

"Sul finire dell'estate c'era la vendemmia. Per tutto l'anno le vigne facevano parte del paesaggio, ma solo quando arrivava la vendemmia tornavano in mente tutti gli avvenimenti che l'avevano preceduta. Ti ricordavi com'erano d'inverno, quando le viti sembravano morte e stavano inerti come tanti pezzi di legno, ficcati in terra uno dopo l'altro, una fila dopo l'altra; e del giorno di primavera in cui per la prima volta avevi notato un piccolo splendore verde su ogni vite, quello delle foglioline delicate e ricce che si andavano aprendo. Poi le foglie diventavano sempre più grandi e pendevano sulle viti, come grandi mani verdi che si scaldavano al calore del sole. Dopodichè ecco apparire i grappoli, minuscoli grumi verdi su un gambo ramificato, che con la luce del sole gradualmente crescevano e si inturgidivano fino ad assomigliare alle uova di giada di qualche strano mostro marino."

lunedì 8 aprile 2019

FOLCO TERZANI - Il Cane, Il Lupo e Dio



DOVE: non specificato, tra una grande città e le montagne boscose
QUANDO: al giorno d'oggi

Ci sono libri che fanno, per citare Venditti, "dei giri immensi". Ecco dunque che una carissima amica, che pur avendo visto mio figlio solo due o tre volte pare averne perfettamente "captato" l'essenza, mi consiglia questo libro, che lei ha appena terminato, sostenendo che gli piacerà. Confesso di aver letto la trama, con un certo scetticismo riguardo al fatto che lui potesse capirlo; in ogni caso, fidandomi con tutto il cuore dell'istinto di lei, ecco dunque che gliel'ho proposto. Ed ecco dunque che lui lo divora in un'unica sera, avvolto nella luce calda della sua abat-jour, ed ecco che la mattina dopo, con gli occhi umidi (ahimè, ha ereditato dalla mamma oltre ai capelli indomabili pure la tendenza al luccicone ^_^ ) mi dice che è il libro più bello che lui abbia mai letto.
Ed ecco che, concludendo, questo libro come era inevitabile finisce tra le mie mani, con la raccomandazione "mamma, leggilo, è bellissimo".
Ammetto, prima di cominciare a snocciolare come sempre le mie impressioni con un flusso incontrollato, che non è il tipo di libro che mi avrebbe normalmente attratto. O meglio; è decisamente il tipo di libro che mi avrebbe chiamato a gran voce in un certo periodo della mia vita, quando digerivo ancora Hesse - eppure mi riprometto sempre di riaccostarmici adesso, con occhi maturi - e non disdegnavo tutti quei libri che, in modo più o meno aperto, strizzassero l'occhio ad una certa spiritualità. Ma in questa fase della mia vità, sarà l'età, saranno le mille cose da fare, sarà la continua stanchezza, è un genere letterario che ho temporaneamente accantonato, preferendo titoli che mi consentano semplicemente di viaggiare altrove con la mente, senza necessariamente trasmettermi dei messaggi.
E' con questo spirito duplice, dunque - scetticismo da un lato, "core de mamma" dall'altro - che, valigia alla mano, mi sono avventurata in questo breve viaggio, che in poco più di un'ora mi ha portato dall'asfalto di una città distratta al folto di un bosco umido fin sulla vetta bianchissima di una montagna, in compagnia di un anonimo cane divenuto improvvisamente un randagio arruffato, e dell'affascinante branco di lupi che di lui decide di prendersi cura.
È un libro particolare, un tantino naive e prevedibile in certi punti, che fatico forse a collocare (troppo complesso come testo "spirituale" da bambini, troppo semplice per gli adulti); un libro che, semplicemente, narra la sua storia a chi crede di volerla ascoltare.
E pur non essendo riuscita a commuovermi fino alle lacrime come mio figlio - sarà l'età, che mi ha privato di quel velo di magia con cui lui sa ancora guardare le cose - non posso dire che non mi abbia coinvolto. Complici i meravigliosi acquerelli che illustrano il cammino fisico e mentale del Cane, mi sono sentita avvolta da quel mondo umido e lontano, sforzandomi di distaccarmi dal presente per tornare al passato lontano in cui noi, piccoli e spauriti nella nebbia, affrontavamo i terribili e potenti spettacoli naturali con un timore reverenziale, costruendo attorno ad essi la nostra idea del "Divino".
Ecco, la chiave di lettura per gli adulti che si accostano a questo libro è forse semplicente questa; interrogarsi - da credenti o da atei, poco importa - sul senso della divinità, sul perchè l'Uomo ne abbia sentito il bisogno e su come il progresso ed il conseguente allontanamento dell'Uomo dallo splendore terribile della Natura abbia in parallelo spogliato il divino dalle sue manifestazioni primordiali, spostando il focus sulle relazioni tra gli uomini anzichè sui suoi bisogni elementari.
Una storia odorosa di terra, silenziosa come un bosco solcato dalle quiete falcate dei lupi, gorgogliante di ruscelli ghiacciati e intrisa dell'umido respiro della nebbia, destinato tutto sommato a sollevare interrogativi in coloro che scelgano di accostarvisi con la giusta predisposizione d'animo.

UN ASSAGGIO:

"Soffiava un vento nuovo che veniva dal nord. Portava l'odore di boschi d'abete e di neve. Il Cane lo sentiva quando chiudeva gli occhi. La neve non era ancora arrivata ma gli alberi si preparavano a modo loro al freddo, cambiando il colore degli abiti e poi svestendosi completamente. Il bosco era pieno del fruscio delle foglie che cadevano".

mercoledì 20 marzo 2019

ANTONIO TABUCCHI -L'Angelo Nero


DOVE: Tra Italia e Portogallo, principalmente

QUANDO: in diversi tempi, tra gli anni'40 e gli anni '70

Ecco l'ennesima piccola raccolta di racconti in cui mi imbatto, e che finiscono per farmi dire "Sì, a me il racconto come genere è poco congeniale, ma..." .Spulciando anche qui, tra i post inseriti del blog nel corso degli anni, in più occasioni ho iniziato una recensione con questa premessa; diciamo che, tendenzialmente, il racconto breve riesce poco ad entusiasmarmi a meno che la storia non abbia una decisa tinta - o perlomeno, un certo retrogusto - surreale, inquieto, anomalo.
Nel caso di Tabucchi, diciamo pure che le sei piccole storie qui narrate - con quel suo stile magistralmente concreto, capace di evocare immagini e sensazioni con la potenza di una fotografia - più che anomale e inquiete sono decisamente amare, ombrose, angoscianti. Racconti che si sposano perfettamente con questo grigio assaggio di primavera, coi cieli color cemento e l'umidità che pare infiltrartisi fin dentro le ossa.
Storie che prendono l'avvio da una luminosa passeggiata domenicale, o da una cena tra amici, parlando di vino e poesia, in un appartamento portoghese, o in in una mattinata piovosa, nella sicura e ordinata casa di una ricca famiglia toscana, e che ben presto sfumano in un tono grigiastro, dietro le righe della storia se ne intravedono altre, si accennano, quasi bisbigliando, strani eventi, l'aria si fa rarefatta, ci stringe la gola in un nodo mentre ci rendiamo conto che qualcosa non quadra.
Di queste storie, dico subito, ho faticato ad accettare la conclusione, non sempre immediata, anzi; sembrano quasi restare sospese, senza che mai esplicitamente l'autore ci dicesse apertamente come sono andate le cose, ma lasciando a noi, alla nostra sensibilità, il compito di dipanare la questione, aggiungendo ad uno ad uno i tasselli del puzzle.
Racconti diversi, protagonisti diversi, luoghi e tempi diversi ( nel Portogallo del 1969, ad esempio, o nell'Italia del primo dopoguerra), legati indissolubilmente però da un unico, solido filo conduttore; quell'inquietudine, quel malessere, quel lato oscuro che sembra affiancare come una maledizione la storia dell'uomo, costringendolo, secolo dopo secolo, ad assecondare i suoi impulsi violenti. Lato Oscuro che, come avviene spesso nella vita reale, non è nulla di sovrannaturale, nulla di spirituale, nulla di demoniaco ma piuttosto una delle sfaccettature del nostro essere umani.
In questi racconti, Tabucchi delinea l'impronta di questo angelo nero, che accompagna la storia dell'uomo, con brevi pennellate ombrose, dietro le quali si intravedono nitidi i contorni di alcuni degli aspetti più crudi della nostra storia. Notti inquiete. Sotterranei dalle pareti imbrattate di sangue. Auto scure, guizzanti lungo le strade umide, portando nel ventre tre giovani impauriti. Volti aspri, sorrisi taglienti. Pistole che luccicano attraverso un finestrino.
Storie che lasciano addosso un'ansia appiccicosa, gocciolante, vischiosa come pece. Un vago senso di soffocante inquietudine, per certi versi simile a quello che mi ha lasciato addosso Cecità di Saramago (anche se lì il senso di soffocamento era più netto).
Una splendida riflessione su come il male sia insito in noi, nella nostra storia, nel nostro animo. Di come certe storie restino sospese sull'abisso, di come non sempre ci sia un lieto fine, di come sarebbe bello poter imputare ciò che va male a delle entità demoniache, mentre siamo solo e soltanto noi i responsabili delle nostre più sordide pulsioni, del Male, del dolore.

PS: su Le Cartoline di Mete d'Inchiostro propongo invece una breve riflessione su un personaggio letterario (femminile) da me molto amato.. per chi volesse, questo il link al post.
UN ASSAGGIO:

"Potrebbe essere un'idea sedersi a un caffè di piazza Dante, c'è una pasticceria con una spianata di tavolini all'aperto, davanti a un botteguccia che si chiama 'La Rapida' e dove si riparano borse e scarpe, a quest'ora ci sono sempre clienti che prendono il gelato e il caffè, oggi con questa bella giornata saranno venuti fuori anche i vecchietti sempre col cappello, sputano spesso, giocano a carte, ogni tanto borbottano frasi quasi incomprensibili e parlano con gli altri come se parlassero fra sè e sè, è il loro modo di comunicare chissà cosa a chissà chi, loro sono l'ideale per continuare una frase come quella che ha appena raccolto, vediamo cosa puoi mettere assieme."


mercoledì 13 marzo 2019

ROBERTO CALASSO - Le Nozze di Cadmo e Armonia


DOVE e QUANDO: Grecia classica, ed anche prima.

Chi, come me, ha un percorso di studi classico, non può evitare che quegli autori, quei miti, quei versi, quegli eroi , quel mondo gli resti appiccicato addosso. Nel mio caso, un amore che è sbocciato tardivamente, a ridosso della maturità, quando - vuoi per incipiente nostalgia per il Liceo che si avviava alla sua naturale conclusione, vuoi per l'incontro con una prof straordinaria, piena di passione per gli autori latini e greci - quelle che fino ad allora erano state semplicemente delle pagine da studiare, archiviandole dietro le spalle diligentemente con il migliore dei voti possibili, hanno incominciato ad essere qualcosa di più. Hanno iniziato a prendere vita, ed a parlarmi.
Va da sè che negli anni successivi, quando il percorso universitario ha virato in maniera netta verso una formazione tecnica e scientifica, ho iniziato a leggerli, e rileggerli con occhi nuovi. Ed uno dei primi libri che mi procurai, e che sto rileggendo ora in questa fase di recupero di piccole perle dalla mia biblioteca, è stato questo piccolo saggio (400 pagine o poco più) di Roberto Calasso che ci conduce, in una breve ma esaustiva carrellata attraverso quello che è stato il cuore, in un certo senso, della Grecia classica: il suo straordinario, prolifico, multisfaccettato universo mitologico e sacro, strettamente intrecciato passo dopo passo con lo sviluppo storico e politico della civiltà che, per molti versi, ha dato l'innesco allo sviluppo dell'Occidente come oggi lo conosciamo.
Si parla di Mitologia, dunque, ma non solo; qui, in questo viaggio impegnativo ( non è certo una lettura mordi e fuggi da ombrellone) ma estremamente coinvolgente, veniamo guidati in un continuo parallelismo tra il Mito - anzi, in molti casi le molte versioni di uno stesso mito - e la storia, tra il culto e la politica, dai primi albori del mondo greco fino allo sfolgorante dualismo corpo-mente tra Sparta ed Atene ( anche se, scopriremo in questo saggio, dietro l'apparente fisicità estrema di Sparta si nascondeva molto altro, sotto il profilo politico).
Pur non essendo un testo narrativo in senso stretto, poichè alterna alla narrazione dei singoli miti una serie di nozioni storico-filosofiche, è comunque un testo che si fa leggere, se ci lasciamo trasportare indietro nel tempo e nello spazio senza preconcetti e senza timore di accostarci ad un saggio.
Perchè lì, in quel mondo verde e quieto, dove tutto in natura sembra avere un suo riflesso ed una sua storia mitologica, dove dietro alla potenza ruggente del mare color lapislazzulo, dietro la folgore che talvolta incendia improvvisa un tronco, dietro il vento impetuoso, dietro il sole splendente sopra gli ulivi grigiastri, dietro ogni cosa si intravede l'occhio capriccioso delle divinità più umanizzate che probabilmente l'uomo sia mai stato in grado di concepire, li, dicevo, ha avuto inizio tutto.
La Democrazia. Gli interrogativi dell'uomo sul senso della vita, e sul suo ruolo nell'universo. Lo studio della Storia. La Ricerca Scientifica. La Poesia. Tutto ciò che, secolo dopo secolo, ha contribuito a far crescere l'occidente ha avuto origine lì, tra quelle montagne spigolose a picco sul mare, tra le onde e lo stormire degli uccelli sopra i tetti scintillanti dei templi.
Leggere Calasso significa intraprendere un viaggio che richiede una certa attenzione, un pizzico di concentrazione, un minimo di curiosità nell'andarsi occasionalmente a ricercare tutti quei rudimenti storici che abbiamo studiato magari alle elementari ed abbiamo poi obliato nelle nostre menti sovraccariche di informazioni. Un viaggio che lascia respirare la mente, dopo qualche pagina di allenamento, facendola continuamente oscillare tra storia, filosofia e mito, portandoci a visitare antichi luoghi di culto che ci appaiono così come apparivano all'epoca, nel silenzio ombroso della natura, nella gestualità placida e ripetitiva dei sacerdoti, nel fiammeggiare rosso del sangue sacrificale - imprescindibile da qualunque forma di culto dei nostri antenati.
Difficile anche tracciare in poche righe una trama lineare; dirò piuttosto che qui, spezzettato in decine e decine di piccoli frammenti, come ritagli di specchio ciascuno dei quali rimanda una sua parte di immagine, ricostruiamo passo dopo passo il cammino dell'uomo verso la ricerca della propria identità, attraverso i miti che, negli anni, si è costruito per dare un senso alla propria esistenza.
Un testo che non è per tutti, probabilmente, ma che se amate la storia classica e la mitologia troverete senz'altro stimolante. Perchè al di là delle nozioni e degli aneddoti, come inevitabilmente accade quando ci troviamo faccia a faccia con la storia o la mitologia - che a ben guardare finiscono sempre per correre in parallelo - il racconto di quegli aneddoti apre poi la mente a decine e decine di spunti di riflessione.
Come con la nascita di Atena, partorita dalla mente di Zeus, potente e armata proiezione di una razionalità che potrebbe finire per scardinare il mito stesso (non a caso, la sua nascita era attesa con timore profondo ed altrettanta reverenza da tutto l'Olimpo, poichè preceduta da una profezia che la annunciava come colei che avrebbe sconfitto il proprio padre).O come nel dualismo tra Sparta ed Atene - fisicità dirompente e guerriera da un lato, dialogo e riflessività dall'altro, dove possiamo andare a ricercare tanti parallelismi con ciò che siamo noi oggi.
E, soprattutto, in quelle irresistibili divinità che si affollano sull'Olimpo, invidiando ai mortali la loro stessa mortalità, vivendone le emozioni amplificate mille volte, seguendone le vicende piccole apportando il loro aiuto o colpendoli con ostinata cattiveria, talvolta secondo il capriccio, splendida proiezione dell'essenza stessa dell'uomo, profondamente imperfetto seppure capace di cose grandiose.

PS: su Le Cartoline di Mete d'Inchiostro proviamo invece a parlare del messaggio per certi versi attuale del classico di tutti i classici.. sono curiosa di sapere se anche altri lettori la pensano come me, in merito ^_^.

UN ASSAGGIO:

"Erano una compagine di piccoli stati nemici, o tiepidamente amici. Ma pensarono di avere, tutti insieme, qualcosa da difendere: tò Hellenikon, la "cosa greca". Non si preoccuparono di definirla, perchè la conoscevano benissimo. Non erano palazzi dagli alti soffitti, nè guardie schierate, nè ministri deferenti, nè oro. Ma una certa asciuttezza nel tratto, come fra atleti che usano confrontarsi nella velocità e nella bellezza del corpo, e null'altro. Forse anche per questo, a differenza dei barbari, e anche dei barbari imperiali, i Greci si mostravano nudi. C'era anche qualcos'altro a cui i Greci, e soltanto i Greci, tenevano: uno spazio vuoto, assolato, polveroso, dove scambiare le merci e le parole. Un mercato, una piazza.

giovedì 15 novembre 2018

GABRIEL GARCIA MARQUEZ - Cent'anni di Solitudine


DOVE: A Macondo, minuscolo e afoso villaggio sudamericano
QUANDO: a cavallo di un secolo, in un tempo non specificato tra la fine dell'800 e il '900



Parlando dell biografia di Frida Kahlo, più o meno un anno fa, ho scritto di come ci siano libri, per me, legati indissolubilmente ad eventi della mia vita, e di come quello sarebbe rimasto impresso della mia memoria come il libro che stavo leggendo quando ho scoperto di essere incinta prima, e che avrei avuto una bimba poi.
Ecco, allo stesso modo Cent'Anni di Solitudine di Gabriel Garcia Marquez - che avevo a dire la verità già letto anni fa, durante l'università - resterà il libro che mi ha accompagnato durante il travaglio.
Questa foto l'ho scattata a qualche ora dall'inizio dell'induzione, quando ero sola in ospedale con i primi doloretti e ingannavo il tempo cercando di concentrarmi sulla lettura. Era una sera di luglio calda e appiccicosa, perfetta per entrare nello spirito e nel clima di Macondo.
La trama è complessa, i personaggi sono tanti e intrecciati da parentele intricate, ma il viaggio è davvero impagabile (non a caso quest'opera valse al suo autore il Premio Nobel nel lontano 1982).
Dunque, Macondo e i Buendia. Il primo, uno sperduto villaggio nato per caso, per l'ostinata impenetrabilità delle foreste e delle paludi sudamericane che impedirono ai sognanti viaggiatori di giungere, come speravano, sulla costa. I secondi, una articolata famiglia che con la storia di Macondo è strettamente intrecciata fin dalla sua fondazione, una famiglia in cui le figure di spicco sono perlopiù le donne, dominate dalla tenacia e dalla passione, ciascuna con le proprie sfaccettature, mentre gli uomini, rimasti negli anni ancorati ad una bizzarra tradizione di battezzarli con i nomi di Josè Arcadio o Aureliano - o piccole variazioni sul tema - sembrano restare appesi non solo ad essi, ma anche ad alcuni stereotipati destini che ciclicamente sembrano condannarli all'isolamento mentale o fisico, alla rassegnazione, alla sconfitta.
Per comodità, a chi volesse partire per questo straordinario e lungo viaggio, consiglio di tenere a portata di mano una piccola guida genealogica alla famiglia Buendia, sul tipo di questa:

fonte: http://anna-lotus.tumblr.com/post/27555084597/albero-genealogico-famiglia-buendia-centanni-di

perchè facilmente si smarrisce la via, tra i contorti intrecci di passioni che sbocciano sotto il sole gocciolante di Macondo, e gli altrettanto contorti tentativi di nascondere - talora - le reali parentele per salvaguardare le convenzioni sociali. 
Albero genealogico alla mano, immergiamoci dunque in questo mondo afoso, umido, di case dalle porte spalancate per far circolare il vento sottile durante la siesta, di notti stellate e piene di passioni, di febbri divoranti, di piogge torrenziali che oscurano il villaggio per settimane, un piccolo microcosmo isolato dalla civiltà che, neanche tanto lontano, in quei lontani anni silenziosamente progredisce, e che a Macondo non arriva se non di striscio, portando con sè probabilmente tutto ciò che di peggio ha da offrire, a cominciare dai gringos che impiantano una fiorente industria bananiera retta sulle spalle degli operai locali, per passare alla sanguinosa repressione delle rivolte sociali, ed alla guerra.
Malgrado tutto, malgrado dunque il mondo insinui di tanto in tanto i suoi tentacoli di modernità fin nelle polverose strade di Macondo, richiedendo per esempio ai suoi allibiti abitanti di dipingere di azzurro le facciate delle abitazioni in ossequio ad una festa nazionale della quale questi ignorano perfino l'esistenza, o portando assieme ad una pianola - la prima che si fosse mai vista a Macondo, orgoglio di casa Buendia , un azzimato ed impeccabile professore di musica dai pantaloni attillati, presto divenuto scintilla di passioni ed ostilità mai sopite negli anni a venire, malgrado tutto ciò, dunque, nulla sembra mutare.
A tutte le bizzarrie del progresso, all'autorità del governo centrale, perfino alla guerra, Macondo resiste con sonnolenta pacatezza, con rassegnata noncuranza, lasciando correre ciò che deve correre e restando un piccolo universo a sè, orbitante intorno alle vicende straordinarie e sempre in bilico tra reale e irreale, della folta famiglia Buendia. 
A cominciare da Ursula, perno della casa e della famiglia, una donna tosta, fondatrice della città ed amministratrice instancabile della famiglia e della casa per oltre cento anni, oltre che ideatrice di una fiorente fabbrica di animaletti di caramello, unica industria nata sul suolo di Macondo prima dell'avvento dei gringos sudaticci. Dopo di lei, una fitta schiera di donne dalla bellezza sconvolgente, alcune sue dirette discendenti, altre prese sotto la sua ala protettrice ma tutte accomunate da un fascino quasi stregato, da personalità spesso bizzarre, dalla capacità di tenersi ostinatamente attaccate alle passioni che ardono loro nel petto. E, accanto ad esse, gli uomini, con le loro piccole fissazioni maniacali, con la loro passione per i prodigi portati in città dalle carovane di zingari, con la loro capacità di amare appassionatamente le donne più belle, conquistandole anche quando sembrano irragiungibili, con la loro solitudine atavica, con il dolore che si portano appresso come un karma. 
Tra suggestive atmosfere tropicali, tra spettri che aleggiano per secoli incatenati nel cortile di casa, tra morbide canzoni malinconiche cantate nelle notti umide dagli schiavi caraibici trapiantati a Macondo affinchè lavorino per i gringos, tra le cruente lotte intestine fra le donne della famiglia, ed i segreti che alcune di esse celano negli anni, in Cent'Anni di Solitudine si attraversa un secolo di vita surreale, poetica, evocativa.
Come in L'Amore ai Tempi del Colera, tutto pare sospeso in una bolla fuori dal tempo, che talvolta sfiora il mondo reale per poi riprendere il volo verso quello impalpabile delle leggende, degli spiriti, delle superstizioni. Manco a dirlo, un capolavoro.

UN ASSAGGIO:

" Jose Arcadio Buendia ci mise parecchio a rimettersi dalla perplessità quando uscì in strada e vide la folla. Non erano zingari, Erano uomini e donne come loro, coi capelli sciolti e la pelle scura, che parlavano nella loro stessa lingua e si lamentavano degli stessi dolori. Avevano mule cariche di cose da mangiare, carrette da buoi con mobili e utensili domestici, puri e semplici accessori terrestri messi in vendita senza smancerie dagli imbonitori della realtà quotidiana. Venivano dall'altra parte della palude, a due soli giorni di viaggio, dove c'erano villaggi che ricevevano la posta tutti i mesi e conoscevano le macchine del benessere. Ursula non aveva raggiunto gli zingari, ma aveva trovato la strada che suo marito non aveva potuto scoprire nella sua vana ricerca delle grandi invenzioni.

lunedì 22 ottobre 2018

JOHNATAN COE - La Famiglia Winshaw



DOVE: Inghilterra
QUANDO: tra gli anni '80 ed i primi anni '90

Dunque, rieccomi qui. Un ritaglio di tempo rubato tra le attività domestiche, lei che sonnecchia tranquilla nella sua culla, accanto a me, fuori dalla finestra l'autunno che lacrima grigio contro i vetri.
L'ennesima pausa di qualche mese durante la quale sono stata lontana dal blog perchè la vita ha reclamato tutte le mie attenzioni, ma ne valeva la pena; come ho scritto, la bambina è nata con una settimana di ritardo, tutto è andato bene ed ho trascorso tre mesi godendomi lei e il fratello, malgrado il caldo.
Ora che lui è a scuola, finalmente riprendo le fila del blog, anche se delle tante idee che mi ronzano per la testa (anche per sviluppare meglio la sua "costola", Le Cartoline di Mete d'Inchiostro ) per ora non credo di riuscire a fare molto, perciò ricominciamo dalle cose semplici: i miei piccoli resoconti di viaggio.
In questi mesi di letture molto diluite, riservate ai momenti in cui ho lei attaccata al seno e sono sola, ho perso e riperso spesso il filo e sono riuscita a portare avanti solamente due letture. La prima, eccola qui: La Famiglia Winshaw, di Jonathan  Coe.
Di lui ho adorato La Banda dei Brocchi (qui la recensione), uno straordinario e malinconico viaggio nell'Inghilterra degli anni Settanta. Con I terribili segreti di Maxwell Sim, invece, Coe mi aveva accompagnato in un viaggio di tutt'altro sapore, in una storia apparentemente sonnolenta che poi, sul finale, si srotolava in un inatteso colpo di scena.
Anche qui, i ritmi sono perlopiù lenti, in una storia che si dipana in un intricata successione di flashback e presente, resa ancor più complessa dal fatto che le storie da seguire sono tante, una per ciascuno dei componenti della facoltosa famiglia Winshaw, appunto.
Ma chi sono, questi Winshaw? Altezzosi, ipocriti, meschini, arrivisti. I protagonisti di questa storia non possono che non risultare insopportabili, nella loro ostinata tendenza ad incarnare quanto di peggio la società possa proporre. Ricchi, ricchissimi, i giovani rampolli della dinastia nata da Matthew e Frances, hanno davanti a sè le infinite possibilità che una vita agiata possa offrire, e ne usufruiscono arrampicandosi, negli anni, qua e là, nei posti più "strategici" della società, senza guardare in faccia nessuno e senza farsi tanti problemi nell'eliminare più o meno apertamente coloro che intralciano loro la strada. C'è la giornalista senza scrupoli. Il politico. L'imprenditrice - titolare di un agghiacciante allevamento bovino. Il direttore di banca. Insomma, la tela dei Winshaw tesse una fitta rete che tocca le posizioni strategiche. E se l'impressione che danno al mondo sia quella di gente scorretta ed arrivista, quello che nascondono è anche peggio. Ed ecco che entra in gioco un modesto scrittore di romanzi, Micheal Owen, al quale viene inspiegabilmente assegnato l'incarico complesso di scrivere la biografia della famiglia. Chi lo chiede è un membro della famiglia stessa, anche se per certi versi ne è un "outsider": la vecchia ed eccentrica Tabitha, rinchiusa in una clinica psichiatrica e bollata come pazza per via della sua costante, granitica ossessione che la morte durante il secondo conflitto mondiale del compianto fratello Godfrey, appena trentaduenne, fosse stata causata dalle trame oscure del fratello Lawrence.
Michael, di carattere poco socievole, insicuro, tutt'altro che ambizioso e arrivista, impantanato in una vita insoddisfacente eppure incapace di darle una svolta si addentra con un certo zelo nell'incarico, cercando di dipanare le fila della monumentale storia della famiglia.
Tra Londra e la scura e solitaria magione dei Winshaw immersa in un parco silenzioso, questa storia ci catapulta nel pieno degli anni '80, gli anni in cui la Thatcher prendeva le redini della Gran Bretagna e Saddam Hussein era il volto di un'Iraq bellicoso e temibile.
Un racconto non semplice da seguire, con parecchi riferimenti storici e politici concreti, con un continuo intrecciarsi di tempi e luoghi, ma che alla fine si srotola per culminare - come accade per la storia di Maxwell Sim - in un finale che scoppietta rapido e inatteso come un petardo.
La storia è lenta, il mondo in cui ci trasporta è perlopiù cupo e cinico, dominato dagli interessi economici e con ben poco spazio per l'amore, relegato a impalpabile meteora nella vita della gente semplice, perchè nel mondo della gente di successo come i Winshaw, non si perde tempo coi sentimenti, quando i possono combinare, con un po' di calcolo, matrimoni fruttuosi.
La storia è amara, rabbiosa, malsana; uno di quei libri da cui si riemerge a tentoni, come dalla pece, con un senso di disgusto. Eppure un viaggio che vale la pena fare, perchè illumina un certo lato oscuro della società che esiste ed è sempre esistito: quello di chi "conta", di chi decide, di chi ha soldi e potere e se li tiene stretti pur consapevole di aver sacrificato ad essi il proprio lato umano.

UN ASSAGGIO:

"Era una zona tranquilla e scarsamente illuminata, di squallide e lugubri case, precedute da giardinetti maltenuti, e a quell'ora di notte, non c'era traccia di vita: solo qualche gatto in fuga, che ci tagliava la strada. Sarà stato l'alcol o l'entusiasmo per la serata riuscita - così almeno la vedevo io - ma mi sentii inebriato d'una nuova, esaltante atmosfera, foriera di altri momenti come quelli o persino più bellu, e mi venne dar voce, senza peraltro lasciarmene sopraffare, all'ottimismo sfrenato che mi aveva invaso.
'Spero che ci capitino altre occasioni come queste' balbettai. 'Non mi divertivo così tanto da... beh, dall'alba dell'uomo, diciamo.'
'Sì, è stato bello. Molto bello.' Ma c'era una sorta di esitazione nelle parole di Fiona, e non fui sorpreso quando avvertii nella sua voce il tono caratteristico di chi si prepara a rettificare. 'Solo, non voglio che tu pensi... guarda, non so proprio come dirtelo'
'Continua' dissi, vedendola incerta.
'Beh, non me la sento più di salvare le persone. Tutto qui. Voglio solo che sia chiaro questo.' "

sabato 30 giugno 2018

ANTONIO TABUCCHI - Sostiene Pereira

DOVE: Lisbona, Portogallo
QUANDO: estate del 1938

Eccomi qui, dopo una pausa di alcune settimane; ahimè, giugno è stato frenetico, la scuola è terminata, la gravidanza progredisce (meno di una settimana allo scadere del tempo) lasciandomi sempre più appesantita e stanca ed emozionata, e per un insieme di cose non ho più trovato il tempo di aprire il computer e dedicarmi al mio angolo letterario.
Inoltre, essendo uscita molto di meno e trovandomi al contempo a dover fronteggiare tutta una serie di spese, per il momento ho accantonato le spese "libresche" riversandomi sulla mia meravigliosa, piccola libreria personale e recuperando vecchie letture.
Il mio primo ripescaggio, dunque, è stato questo: un libro che mi aveva tanto emozionato allora e non ha mancato di farlo neanche oggi, a distanza di tanti anni.
Un piccolo capolavoro di storia che prende spunto - ci dice l'autore in una breve postfazione - dalla storia vera di un giornalista trovatosi, suo malgrado, a camminare su quel sottile confine che c'è tra l'accettazione rassegnata del fatto che la Storia è più grande di noi, e stritola nei suoi ingranaggi coloro che tentano di opporvisi, e il disperato tentativo di fare comunque qualcosa, qualunque cosa. Una storia che parla del coraggio inaspettato che infiamma talvolta proprio quelli che sembravano meno eroici, meno inclini ai colpi di testa, più docili, ecco.
Come, appunto, il dottor Pereira, placido vedovo di mezza età e direttore della pagina culturale del Lisboa, cardiopatico, abitudinario, che in una Lisbona rovente sotto il sole d'agosto srotola quotidianamente i piccoli rituali della sua vita senza pretese. La colazione al Cafè Orquidea, e le poche chiacchiere col cameriere Manuel. Le silenziose conversazioni quotidiane col ritratto della moglie defunta, alla quale continua a rivolgersi con un amore che sfiora la devozione. Il viaggio andata e ritorno da casa alla sua solitaria redazione. Le letture.
Una vita, insomma, assolutamente tranquilla, imperturbabile. Eppure siamo nell'agosto del 1938, e sotto il rovente sole di Lisbona c'è qualcosa che sembra ribollire. I giornali ufficiali non ne parlano, ma si vocifera che cose strane stiano accadendo, che le forze dell'ordine si siano fatte improvvisamente violente, che la censura inizi a pressare in modo soffocante i mezzi d'informazione, che sulla scia di quanto sta accadendo nella vicina Spagna ed in Italia, anche nel tranquillo Portogallo la democrazia inizi a vacillare.
Ma di tutto questo, al dottor Pereira, importa poco. Lui, attento a non uscire dal rassicurante tracciato della sua vita, a parte le poche informazioni scambiate con Manuel mentre sorseggia la sua limonata ghiacciata, evita accuratamente di occuparsi di politica. D'altronde, si dice, il mio compito è dirigere la pagina culturale settimanale di un giornale indipendente, cosa ha a che fare con me ciò che sta accadendo nel mondo? E, preoccupandosi piuttosto di arginare il sudore che impregna la sua camicia, si occupa maniacalmente di gestire la sua piccola redazione, della quale peraltro egli è l'unico e solo componente, pianificando di affiancare alla rubrica dedicata alle Ricorrenze un'attività di preparazione e stesura di necrologi dedicati ai grandi autori contemporanei, da tenere pronti in archivio per esser certi di uscire in tempo, al momento del bisogno.
Ed è qui, ahimè, che il diavolo rimescola le carte costringendo il placido Pereira a guardare negli occhi la storia. Perchè a chi decide di affidare la rubrica, il piccolo, umile direttore? Al giovane e pallido Francesco Monteiro Rossi, filosofo autore di un brillante saggio sulla morte che Pereira legge per puro caso e che decide di contattare affinchè lo affianchi come apprendista.
Peccato che, ben presto, Monteiro Rossi si riveli tutt'altro che l'affidabile giornalista che Pereira sognava per la sua redazione. Perchè il giovanotto - che chiede una paga anticipata, trovandosi in difficoltà - scrive articoli inutilizzabili, sparisce più volte nel nulla per settimane, riappare con la splendida fidanzata Marta chiedendo di nuovo soldi, sempre più pallido, sempre più agitato.
Ed è a questo punto che il calmo, metodico, quieto Pereira comincia a dubitare, riflettere su ciò che sta accadendo, trovandosi ben presto ad un bivio.
Un racconto straordinariamente vivo, tanto che sembra di essere lì, sotto un cielo sgombro di nubi, ad arrancare  in tram assieme a Pereira per le strade ardenti di Lisbona, zuppi di sudore, col conforto di una limonata non zuccherata e di quiete conversazioni con un ritratto muto, in una vita solitaria, pacata, volutamente discosta da tutto ciò che richieda impegno politico, scelte impegnative, colpi di testa.
Una storia stupenda di come la Storia, quella con la S maiuscola che poi finisce stampata sui libri di scuola, si insinui con la forza dirompente di un liquido negli spiragli che trova aperti, travolgendo le vite dei singoli, costringendoli a guardarla negli occhi e a guardare negli occhi loro stessi, decidendo il loro destino.
Uno dei viaggi più straordinari che la letteratura mi ha regalato in questi anni da lettrice vorace. La penna di Tabucchi sa trasferirci nella Lisbona degli anni '30 con la potenza di una rappresentazione olografica.
Accanto a tanti libri che - giustamente - vengono raccomandati agli studenti per la comprensione degli anni forse più bui della nostra storia moderna, ritengo sarebbe opportuno dare spazio anche a questo, che più di tutti si pone l'immenso, dilaniante quesito: e noi, cosa avremmo fatto?

UN ASSAGGIO:

"Disse così, sostiene, perchè non voleva invitare una persona sconosciuta in quella squallida stanzetta di Rua Rodrigo da Fonseca, dove ronzava un ventilatore asmatico e dove c'era sempre puzzo di fritto a causa della portiera, una megera che guardava tutti con aria sospettosa e non faceva altro che friggere. E poi non voleva che lo sconosciuto si accorgesse che la redazione culturale del Lisboa era solo lui, Pereira, un uomo che sudava dal caldo e dal disagio in quel bugigattolo, e insomma, sostiene Pereira, gli chiese se potevano incontrarsi in città,e  lui, Monteiro Rossi, gli disse: Stasera, in Praca da Alegria, c'è un ballo popolare con canzoni e schitarrate, io sono stato invitato a cantare una romanza napoletana, sa io sono mezzo italiano ma il napoletano non lo conosco, comunque il proprietario del locale mi ha riservato un tavolino all'aperto, sul mio tavolino c'è un cartellino con scritto 'Monteiro Rossi', che ne dice se ci vediamo là? E Pereira disse di sì, sostiene, riattaccò la cornetta, si asciugò il sudore, e poi gli venne una magnifica idea, di fare una breve rubrica intitolata 'Ricorrenze', e pensò di pubblicarla subito per il prossimo sabato, e così, quasi macchinalmente, forse perchè pensava all'Italia, scrisse il titolo: Due Anni fa Scompariva Luigi Pirandello."

mercoledì 30 maggio 2018

AA VV - I Confini della Realtà

DOVE e QUANDO: non sempre specificato, spesso in un'Italia contemporanea o in un futuro immaginario

Ecco un ennesimo caso di libro in cui mi imbatto per caso, frugando su una bancarella di libri usati.
Più e più volte ho detto di come il racconto non sia un genere a me congeniale, lasciandomi perlopiù con un senso di insoddisfazione di fronte a finali spesso frettolosi; ma più e più volte ho anche detto che, quando il racconto si addentra in mondi particolari, atmosfere noir, o horror, o fantascientifiche, trovo che al contrario diventi un genere interessante, e che spesso dia origine a vere e proprie piccole "chicche".
Ultimo in ordine cronologico tra le mie letture era stato Ray Bradbury, tanto per citarne uno.
In questo caso, invece, sono una serie di autori italiani (Licia Troisi, Violetta Bellocchio, Tullio Avoledo solo per citarne alcuni) ad accompagnarci attraverso un viaggio in un'Italia diversa da quella che conosciamo. Un'Italia in cui manco a dirlo accadono fatti misteriosi, inquetanti, a filo del paranormale. O, addirittura, un'Italia in cui la realtà che vediamo e percepiamo è completamente distorta rispetto al vero.
Il richiamo, già dal titolo, è evidente: la fortunata serie USA "Ai Confini della Realtà" ( "The Twilight Zone", se non avete mai avuto occasione di guardarla fatelo, se amate il genere, non resterete delusi) , nella quale in ogni puntata si raccontava una storia dal sapore surreale, angosciante, inquietante, paranormale, fantascientifico e chi più ne ha, più ne metta, dando vita a piccole "perle" di microcinema da gustarsi nell'arco di una mezz'ora,  credo, o poco più.
Ripeto, se amate il genere (io da buona teenager anni'90 ho divorato quasi tutte le serie di X-Files) e non avete avuto modo di guardarla, fatelo. Spesso la RAI la rimette in onda, specialmente nel periodo estivo ^_^.
Dunque, dicevamo, la strana e inquieta Italia attraverso cui questi autori ci portano in viaggio.
Talvolta, come in "L'Odore" di Carla Vangelista, il viaggio è più nella mente e nella psiche di un uomo malato. Altre volte, come in "Lo zoo di Schroedinger" di Tullio Avoledo, ci ritroviamo in una sorta di ghetto allucinato, malsano, popolato da personaggi non completamente umani.
Altre ancora, come in "Plastic" di Chiara Palazzolo, ci muoviamo attraverso l'afa asfaltata di una Roma contemporanea, nella quale però ben presto alcune cose cominciano a non tornare.
Difficile riassumere qui in maniera sintetica i tanti sapori e le tante ambientazioni proposte dagli autori. Dieci capitoli, altrettante penne che magistralmente creano questi mondi stravolti, dieci differenti atmosfere. Tra città afose e placidi paesaggi di campagna, da Nord a Sud, tra mondi paralleli, strane presenze, leggende metropolitane, l'esilissimo confine tra reale e irreale viene varcato e rivarcato più volte, accompagnandoci in un viaggio scorrevole, gustoso, rilassante seppure con qualche colpo di scena.
Una evasione a tutti gli effetti dal mondo reale, per tanti piccoli viaggi in altrettanti bizzarri universi, ciascuno con la propria, avvolgente atmosfera, ciascuno perfettamente chiuso in sè stesso, ciascuno ricco di suspance e di curiosità.
Personalmente, a parte un paio di storie che ho trovato meno "entusiasmanti", ho amato molto tutti i capitoli. E, ovviamente, tanti spunti di lettura a cui attingere, nel caso in cui qualcuno degli autori risultasse un "nuovo incontro".

Un libro da non perdere, se amate il genere.


UN ASSAGGIO:

"E' all'altezza del lungotevere Flaminio, poco prima di imboccare il ponte, che Plasty nota la signora. Capelli corti, arruffati. Spessi occhiali da vista. Pantaloni dall'aria trasandata. Come lei, del resto. La tipica vecchia signora di mezza età. Ma per Plasty, che compirà ventinove anni in giugno, tutte le signore con i capelli grigi sono vecchie. E poi questa ha il bastone.
Un bastone di legno poggiato a lato del sedile dell'autobus.
La signora deve aver detto qualcosa, per questo Plasty l'ha notata. O forse ha bofonchiato. O solo sbuffato, strappando Plasty alla lettura degli annunci immobiliari del quotidiano che tiene in mano.
E che farebbe a meno di spulciare, se non fosse per questi stronzi della Sa.Va.Te Inc., che si sono messi in testa di dismettere il loro patrimonio immobiliare, buttando Plasty in mezzo a una strada."

mercoledì 23 maggio 2018

PAUL KALANITHI - Quando il Respiro si fa Aria

DOVE: tra l'Arizona e Stanford, USA
QUANDO: anni'2000

Comprai questo libro tempo fa, lasciandolo poi a lungo nel cassetto, perplessa. Chi me lo aveva consigliato me ne aveva parlato in termini straordinari, eppure io temevo di andarmi ad impelagare in una storia strappalacrime, soffocante, intrisa di dolore.
D'altronde, qui si parla di un uomo - un giovane uomo, anzi, un giovane, brillante e promettente specializzando in neurochirurgia - che si trova a dover fare i conti con una diagnosi che non lascia scampo. Un cancro al polmone sta lentamente divorando il suo corpo, e con esso tutta la sua vita. La sua carriera di medico. Il suo matrimonio. Le sue speranze.
Si tratta, oltretutto, di una storia vera, verissima, raccontata dalla viva voce del protagonista, assieme al quale ripercorriamo le tappe salienti della sua breve vita, spaccata a metà come da una immensa diga proprio da quella diagnosi tremenda: da un lato gli anni spensierati della giovinezza, lo studio, il sogno di diventare medico. Dall'altro i tremendi dolori con cui il giovane chirurgo combatte e convive, lo stomaco rivoltato dalla chemio, la spossatezza, gli occhi dei familliari e delle persone amate che fissano addolorati ed impotenti il suo lento declino.
Dicevo, premettendo tutto questo ho atteso un po', prima di avventurarmi in questo viaggio, perchè temevo di ritrovarmi invischiata in un dolore che non avrei saputo gestire - e che avrei pianto fiumi di lacrime, come mi era accaduto con lo splendido Gramellini.
Invece, sorprendentemente, qui non ho trovato traccia di tutto questo. E' un libro, questo è vero, in cui si parla di morte e di dolore; eppure è un libro che ti scorre tra le mani lieve come una farfalla, pieno di poesia, di positività, della razionale e serena accettazione di ciò che è.
Assieme al dottor Kalanithi riviviamo la sua giovinezza, gli anni delgi studi, la sua passione per la scrittura soppiantata poi da una nuova, nascente passione per la medicina - e la neurochirurgia, in particolare - vista soprattutto come strumento per praticare l'empatia, ed aiutare i pazienti anche e soprattutto sotto il profilo umano.
Un uomo pieno di passione, che vede davanti a sè gli ultimi, faticosi gradini di specializzando in neurochirurgia, cominciando a raccogliere i frutti di tanto sudato lavoro. Un medico giovane, brillante, abilissimo chirurgo nonchè pieno di umanità, desideroso di approfondire ancor più le sue conoscenze affiancando gli studi di neurobiologo alla già impegnativa attività di medico ospedaliero.
Un uomo che, con la lucida razionalità del chirurgo, non può che avere subito chiara la sua situazione, quando i dati clinici confermano quello che lui sospettava, interpretando i suoi stessi sintomi: il dottor Kalanithi sta lentamente morendo.
Con poesia, delicatezza, realismo decide allora di riprendere in mano quello che era stato il suo primo amore, la scrittura, e inizia a mettere nero su bianco la sua storia. Raccontandosi e raccontandoci cosa succede quando tutto ciò che hai costruito ti crolla addosso. Anzi, ad essere corretti, quando sei TU a crollare fisicamente mentre tutto ciò che hai costruito improvvisamente pare perdere qualunque significato.
Ma non c'è traccia di rabbia, nè dolore, nelle sue parole; chiudendo il libro, dopo averlo accompagnato nel suo ultimo viaggio, quel che resta è una lieve malinconia per ciò che è rimasto in sospeso, per tutto ciò che non ha potuto realizzare, ma nulla di più. Per il resto, ciò che traspare attraverso le sue parole, anche nei momenti di sconforto, anche quando, sconfitto dal dolore, deve rinunciare ad essere in sala operatoria, è una straordinaria forza, una grande serenità e di capacità di accettazione, ed un soffuso, positivo senso della vita, tutto sommato. Quella vita che, negli anni a venire, andrà avanti senza di lui.
Un viaggio in un mondo fatto di lacrime ma anche di forza interiore, una storia delicatissima come una nuvola, che si legge in un soffio e ti lascia dentro una strana pace interiore.
Un uomo straordinario che insegna una grande lezione di vita.
Cito - lo faccio raramente, ma in questo caso trovo che siano parole perfette per condensare l'essenza di questo libro - uno dei commenti riportati sul retro di copertina; quello, in particolare, di Pino Corrias, il quale scrive:

"In questa storia la malattia diventa un pensiero profondo, diventa l'ombra che, precipitando verso il buio, illumina la vita"

Ecco, trovo che questo sia il senso della storia - e della breve vita - del giovane dottor Kalanithi. Non lasciarsi spaventare dalle ombre. Non disperarsi per ciò che non è in nostro potere controllare. Accettare la vita, e concentrarsi su di essa, vivendo al meglio ciò che ci è dato. Al di là del credo religioso, con lucidità da scienziato, quest'uomo ci ha lasciato - in più o meno 150 pagine - una grande lezione di vita.

UN ASSAGGIO:

"Avevo la certezza che non sarei mai diventato un medico. Sdraiato al sole, mi stavo rilassando su un altopiano deserto sopra la nostra casa. Mio zio, un medico come molti miei parenti, quel giorno mi aveva chiesto quale carriera avessi intenzione di intraprendere, ora che il college era alle porte, e io non avevo dato peso alla sua domanda. Se fossi stato costretto a rispondere, credo che avrei detto lo scrittore, ma sinceramente in quel momento qualsiasi idea di carriera mi sembrava assurda. Nel giro di poche settimane avrei lasciato quella cittadina dell'Arizona, e non mi sentivo come uno che si prepara a fare carriera, ma piuttosto come un elettrone ronzante che sta per raggiungere la velocità di fuga, catapultato verso uno strano universo sfavillante"


domenica 6 maggio 2018

JOSE SARAMAGO - Cecità


DOVE e QUANDO: in un luogo e un tempo non meglio specificati, da qualche parte negli anni'90.

Ecco uno di quei libri che ti colpiscono con la potenza di un pugno allo stomaco. Disturbante, anche se a questo termine non voglio dare un'accezione completamente negativa, anzi. Ma come altro potrei definire un libro che, con semplicità e scorrevolezza ci pone davanti agli occhi tutta la cruda brutalità ed abiezione di cui noi esseri umani siamo capaci?
Un libro certo scorrevole ma che non consiglio a chi sia in cerca di letture leggere, spensierate, da ombrellone. Eppure un libro da leggere perchè spinge all'introspezione ed ad una attenta riflessione sulla natura umana.
Siamo da qualche parte, in una banalissima città come tante, più o meno intorno agli anni '90, quando improvvisamente qualcosa accade a stravolgere la quotidianità dei suoi abitanti. Una bizzarra epidemia di cecità, che pare colpire rapidamente e inaspettatamente i suoi cittadini, i quali di punto in bianco si ritrovano avvolti in una sorta di buio lattescente.Panico, naturalmente. Disperazione. Vite che di punto in bianco si ritrovano completamente stravolte, medici disorientati che frugano i loro voluminosi libri in cerca di risposte, un Governo che - in un primo momento - pare essere in grado di gestire con calma e lucidità la situazione. Gli ammalati vengano immediatamente isolati dalla popolazione sana, mentre la scienza si occupa di cercare una soluzione al "mal bianco".
Individuato il luogo idoneo - un vecchio ospedale psichiatrico dismesso - il solerte Governo provvede subito a deportarvi gli ammalati, in completo isolamento dal mondo esterno, promettendo tre consegne di cibo al giorno e facendo sentire la propria attenta e quotidiana presenza attaverso un asettico messaggio audio attraverso il quale, giorno dopo giorno, ribadisce l'estrema attenzione verso le loro esigenze, richiama essi stessi al proprio amore civico, stila l'elenco delle regole da rispettare durante la degenza.
Qui, dunque, ci ritroviamo anche noi. Rinchiusi tra le fredde pareti di un ex manicomio assieme ad un piccolo manipolo di disperati, strappati bruscamente alle loro famiglie ed alle loro vite, spaventati, privati della vista, con un piccolo bagaglio di effetti personali e null'altro a dar loro conforto, sorvegliati dall'esterno da uno schieramento di soldati con l'ordine di sparare a vista (loro che, almeno per ora, ne sono provvisti) a chiunque dovesse cercare la fuga. In nome, manco a dirlo, del bene comune, che spinge l'amorevole Governo a isolare i malati onde circoscrivere il più possibile lo strano contagio. In un primo momento, tutto scorre più o meno liscio. Il piccolo manipolo di ricoverati, con disciplina e amor proprio, tenta di gestire al meglio la circostanza, abituandosi a muoversi in quel liquido lattescente che imprigiona i loro occhi, convivendo civilmente, dandosi appoggio reciproco. Lentamente però, la situazione sfugge di mano, i contagi aumentano, il numero di cittadini stipati nel manicomio cresce vertiginosamente, il premuroso ed attento Governo si fa sempre più distante e meno presente, le condizioni igieniche peggiorano, il cibo scarseggia.
E, manco a dirlo, all'interno della struttura la situazione degenera.
Inizia dunque un viaggio claustrofobico, angoscioso, disturbante, durante il quale Saramago rinchiudendoci all'interno del vecchio manicomio fatiscente, via via impregnato degli odori corporali degli internati, della putrefazione di coloro che soccombono, del viscidume appiccicoso dei bagni dismessi che ben presto si rivelano insufficienti a gestire una popolazione di duecento individui, ci costringe a gettare uno sguardo sull'essenza dell'animo umano.
Perchè, in breve tempo, dalla convivenza civile, dalla solidarietà, dal sostegno reciproco si passa all'abbrutimento, alla violenza, al sudiciume, alla brutalità del forte contro il debole, all'inganno ed alla rapina. Prigionieri in quel delirante manicomio, sempre più soffocati dagli odori putrescenti, ci ritroviamo in preda ad una angoscia che stringe la gola, tormentati dai morsi della fame, in balia del capriccio dei violenti, abbandonati ben presto dal mondo civile, con un unico, piccolo barlume di umanità che - debole fiammella - tenta di resistere all'oscura brutalità della massa.
Un libro che disturba ma che lascia il segno. "Homo Homini Lupus", diceva Hobbes a cavallo del 1600; "ogni uomo è un lupo per gli altri uomini". E qui, nell'asfissiante piccolo microcosmo in cui Saramago ci costringe, la veridicità di questa intuizione emerge in tutta la sua violenza. Anche nel mondo pulito e civilizzato, se le circostanze cambiano l'uomo tira fuori la sua vera essenza. Fatta di violenza, abiezione, istinti immondi. La storia ahimè più e più volte ci ha messo in guardia su cosa l'uomo è in grado di fare, quando scende in basso; e qui, in poco meno di trecento pagine, troviamo condensato tutto questo e molto di più.
Perchè nonostante il sapore amaro, nonostante il terrore che sembra serrarci la gola, nonostante il pessimismo che ti si appiccica addosso pagina dopo pagina - perchè in cosa mai potrebbero sperare un gruppo di ciechi isolati dal mondo civile ed in balia della bestiale ferocia di altri ciechi?- nonostante tutto questo, permane quella piccola fiammella di umanità che tutto ciò non riesce a spegnere, malgrado tutto, nell'animo di un piccolo gruppetto di persone.
Basterà questa piccola scintilla a non farli soccombere?

Un libro da leggere, metabolizzare lentamente ed accettare così com'è, nella sua brutalità. Perchè in fondo anche di questo è fatto l'animo umano.

UN ASSAGGIO:

"All'inizio, quando i ciechi qui dentro si contavano ancora sulle dita, quando bastava lo scambio di due o tre parole perchè gli sconosciuti si trasformassero in compagni di sventura, e con tre o quattro in più si perdonavano reciprocamente tutte le mancanze, talune anche gravi, e se il perdono non poteva esser completo, bastava solo aver la pazienza di aspettare qualche giorno, si è visto benissimo quante ridicole angosce abbiano dovuto sopportare gli sventurati ogniqualvolta il corpo pretendeva una di quelle urgenti liberazioni che siamo soliti designare come soddisfazione di necessità. Malgrado ciò, e pur sapendo come siano rarissime le educazioni perfette e come persino i più discreti recessi abbiano i loro punti deboli, c'è da riconoscere che i primi ciechi messi in quarantena sono stati capaci, più o meno consapevolmente, di portare con dignità la croce della natura prevalentemente escatologica dell'essere umano. Ma adesso, con le brande tutte occupate, e sono duecentoquaranta, senza contare i ciechi che dormono per terra, non c'è immaginazione, per quanto fertile e creativa in paragoni, immagini e metafore, che possa descrivere con proprietà la distesa di schifezza che c'è qua dentro. Non è solo lo stato in cui si sono rapidamente ridotti i cessi, antri fetidi, come probabilmente saranno all'inferno le fogne delle anime dannate, ma è anche la mancanza di rispetto di alcuni o l'improvvisa urgenza di altri che, in pochissimo tempo, ha trasformato i corridoi e gli altri posti di passaggio in gabinetti che inizialmente erano occasionali e ormai sono diventati abituali."