domenica 13 marzo 2011

EDMONDO DE AMICIS - Cuore


DOVE:Torino, terza elementare sezione Baretti

QUANDO:
fine '800


So che molti storcono il naso davanti al libro Cuore, ritenendolo niente più che uno stucchevole, superato libro per bambini che non ha più nulla da raccontarci. Eppure io, al di là del valore sentimentale - il bellissimo ricordo di mia nonna, romagnola trapiantata a Roma da 60 anni, che mi raccontava la storia di Ferruccio - ho deciso di scegliere proprio De Amicis per celebrare - nel mio piccolo - i 150 anni dell'Italia unita (tra pochi giorni, il 17 marzo: qui il sito ufficiale con tutte le iniziative).

Perchè è proprio lì che veniamo catapultati fin dalle primissime pagine: in un'Italia neonata, per certi versi ancora incredula, con la voglia di sentirsi unita e di celebrare senza tristezza tutti coloro che, spinti dalla passione per un'ideale, avevano sacrificato la propria vita affinchè i propri figli, i propri successori - noi - potessero vivere il loro sogno. Siamo a Torino, intorno al 1882, in una terza elementare nella quale la tanto sospirata unità nazionale si comincia a toccare con mano; bambini che fino a pochi anni prima sarebbero stati stranieri gli uni per gli altri, provenienti da aree diverse dello stivale che si trovano a condividere, un banco accanto all'altro, un intero anno scolastico. Provate a immaginare cosa voleva dire, allora, spostarsi dalla Calabria a Torino: due mondi diversi, due lingue diverse, due climi diversi. Eppure c'era la voglia di credere nelle potenzialità di questo nuovo stato, c'era ancora la fiamma dell'ideale che ardeva nei petti, c'era il desiderio di sentirsi, prima di tutto, italiani.
E' qui, in questa scuola d'altri tempi - siamo ben prima della riforma Gentile, in epoca di grembiuli, di "buon giorno signor maestro", di Sezioni Maschili e Sezioni Femminili, di medaglie ai primi della classe - che si intrecciano le vicende di piccoli studenti (il buon Garrone, il piccolo "gobbino" Nelli, lo scapestrato Franti, il biondissimo primo della classe Derossi), narrate dalla voce di uno di loro.
Enrico Bottini, questo il suo nome, in un semplice diario ci racconta di un tempo in cui l'infanzia, sebbene spesso costretta ad aprire gli occhi sulla malattia, il dolore, la morte, la miseria, manteneva una sua aura di candida ingenuità, un tempo in cui la figura del maestro ispirava un misto tra timore e rispetto, e nel quale operai, falegnami e fochisti, sfiniti dopo una giornata di lavoro, trovano le ultime forze per frequentare la scuola serale. E, soprattutto, ci racconta le avvincenti storie che il maestro talvolta raccontava loro; più che storie, delle parabole il cui fine è quello di illustrare ai suoi studenti - con esempi concreti - valori come il coraggio, l'amore per il prossimo, la forza morale, l'amore per la famiglia e la patria. Insegnando loro che, molto spesso, grandi sentimenti albergano nei cuori più piccoli; e talvolta proprio in quelli sui quali la maggior parte di noi non scommetterebbe un soldo.
E' vero, il linguaggio può suonare per qualcuno un tantino "impolverato" - anche se io, personalmente, adoro il potere evocativo che il linguaggio ha.. espressioni come "figliuolo dell'erbivendola" hanno il sapore d'altri tempi che poche immagini cinematografiche riescono a dare con identica suggestione - ma la forza dei valori e dei sentimenti non ha tempo nè età.

E l'entusiasmo di un popolo che - ben lungi dal prevedere di dover affrontare due conflitti mondiali ed un Ventennio di dittatura tra uno e l'altro - si scopre finalmente unito; entusiasmo che forse dovremmo provare a coltivare e riscoprire, immedesimandoci in questi uomini e donne di centocinquant'anni fa che, malgrado la miseria riuscivano a scaldarsi al fuoco dei loro valori.

E allora, BUON COMPLEANNO, ITALIA!


UN ASSAGGIO:

"Non furon che due giorni di vacanza, e mi parve di stare tanto tempo senza riveder Garrone. Quanto più lo conosco, tanto più gli voglio bene, e così segue a tutti gli altri, fuorchè ai prepotenti, che con lui non se la dicono, perchè egli non lascia far prepotenze. Ogni volta che uno grande alza la mano su uno piccolo, il piccolo grida: - Garrone! - e il grande non picchia più. Suo padre è macchinista della strada ferrata; egli cominciò tardi le scuole, perchè fu ammalato due anni. E' il più alto e il più forte della classe, alza un banco con una mano, mangia sempre, è buono. Qualunque cosa gli domandino, matita, gomma, carta, temperino, impresta o dà tutto; e non parla e non ride in iscuola: se ne sta sempre immobile nel banco troppo stretto per lui, con la schiena arrotondata e il testone dentro le spalle; e quando lo guardo, mi fa un sorriso con gli occhi socchiusi, come per dirmi: - Ebbene, Enrico, siamo amici?- Mi fa ridere, grande e grosso com'è, che ha la giacchetta, calzoni, maniche, tutto troppo stretto e troppo corto, un cappello che non gli sta in capo, il capo rapato, le scarpe grosse, e una cravatta sempre attorcigliata come una corda. Caro Garrone, basta guardarlo in viso una volta per prendergli affetto."











venerdì 11 marzo 2011

ALESSANDRO BARICCO - Oceano Mare






DOVE: in una locanda in riva al mare
QUANDO: '800

Difficile dare una collocazione spazio-temporale a quest'opera; Baricco infatti, come spesso accade, ti prende per mano e ti trasporta in un mondo sospeso a metà tra realtà a fantasia, che ti pare sempre di essere lì lì per contestualizzare ma che ti sfugge tra le dita proprio quando pensavi di averlo afferrato. Forse sarebbe più semplice dire che la chiave di questo romanzo è tutta nel titolo. Il mare immenso, volubile, talvolta violento che fa da sfondo alle vicende dei piccoli e fragili esseri umani che la sorte ha condotto su una lingua di terra lambita dalle onde, nella Locanda Almeyer. Esseri umani in cerca d'amore, come il romantico Bartleboom, che per anni ha scritto una lettera al giorno alla donna della propria vita, aspettando il momento in cui finalmente l'avrebbe trovata. O in cerca di forza - intesa in senso fisico e morale - come la fragile Elisewin, accompagnata dal fidato Padre Pluche, alla quale è stata raccomandata l'idroterapia quale antidoto alla sua malattia. O ancora, in cerca della perfezione, come Plasson, solitario ed assorto nel tentativo - quanto mai vano - di ritrarre fedelmente il mare, cominciando dai suoi occhi. O in cerca di passione, come l'affascinante ed inquieta Ann Deverià. Ma il vero protagonista del romanzo è lui, il mare; pare quasi di esser rapiti da una folata d'aria marina che ti solleva quando apri il libro e ti trasporta su una spiaggia solitaria, silenziosa, una perfetta distesa di sabbia fine mossa dal vento, spezzata solo da un'altrettanto solitaria figura umana. Se ne percepisce l'odore, lo si sente respirare sullo sfondo delle vite inquiete dei protagonisti, se ne avverte la possenza ricca di fascino in ogni pagina, in ogni parola. Quel mare capace di trasformarsi da quieto specchio iridescente ad un violento spumeggiare rabbioso in pochi istanti, che da millenni affianca la vita umana osservandola con distacco. Osservandola, sì. Perchè il mare, impariamo in questo romanzo, deve pur avere da qualche parte degli occhi.
Non tutti, lo so, amano lo stile letterario di quest'autore. C'è chi, come me, lo ama follemente e chi proprio non riesce a mandarlo giù.
Il segreto, a mio modesto avviso, per comprenderlo, è lasciarsi trasportare. In questo caso, lasciare che Baricco ci conduca in un mondo di salsedine, spuma, sabbia fine, scafi incrostati, vento salato, sciacquio di onde in grado di tramutarsi in un ruggito che inghiotte e squarcia e lacera.
Una storia delicata e poetica che pare quasi dipinta da Plasson con l'acqua stessa di mare in una delle sue innumerevoli tele incompiute.

UN ASSAGGIO:

"Ha 38 anni Bartleboom. Lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la SUA donna . Ogni tanto si rammarica che il destino si ostini a farlo attendere con tanta indelicata tenacia, ma col tempo ha imparato a considerare la cosa con grande serenità. Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano e le scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontarle.E a chi se non a lei?
Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle: “Ti aspettavo.”
Lei aprirà la scatola e lentamente, quando vorrà, le leggerà una ad una, e risalendo un chilometrico filo di inchiostro blu, si prenderà gli anni -i giorni, gli istanti- che quell uomo prima ancora di conoscerla , già le aveva regalato.O forse, più semplicemente, capovolgerà la scatola e attonita davanti a quella buffa nevicata di lettere, sorriderà dicendo a quell uomo: 'Tu sei matto…'
E per sempre lo amerà.”

giovedì 10 marzo 2011

OSCAR WILDE - L'importanza di essere Onesto


DOVE: tra Londra e Manor House, tenuta di campagna nello Hertfordshire
QUANDO: Seconda metà dell'800

In questa deliziosa e arguta commedia uscita dalla penna di Oscar Wilde, veniamo condotti nella composta ed aristocratica atmosfera dell'Inghilterra nella seconda metà dell'800, tra sandwitch al cetriolo, rigogliosi giardini tutti roseti in fiore e cinguettar di uccellini e compitissimi maggiordomi sempre pronti a rispondere alle richieste del proprio padrone porgendo quanto richiesto su un vassoio d'argento. Per intenderci, quel genere di atmosfera aristocratica in cui l'argenteria, ben lungi dall'essere un costoso soprammobile, veniva accuratamente disposta sulle tavole imbandite, e le donne scendevano dalle carrozze avvolte in lunghe vesti fruscianti. E' qui, in una casa londinese, che inizia quella che Wilde stesso definì "commedia frivola per persone serie", quando il giovane Agenore, tanto nobile quanto amante della buona tavola, scopre la doppia vita di un suo amico di vecchia data: Onesto (Earnest nell'originale inglese) Worthing a Londra, Gianni Worthing nella fiorita tenuta di Manor House, dove è l'ineccepibile tutore della bella e romantica Cecilia. Sì, perchè Worthing, per ritagliarsi scampoli di vita mondana nella sua austera veste di tutore, ha inventato di sana pianta un suo scapestrato fratello Onesto, il quale richiederebbe di tanto in tanto la sua presenza nella capitale per porre rimedio ai suoi pasticci. Aggiungeteci poi che lo stesso Agenore, per evadere dalla soffocante austerità della vita londinese e dall'egida della pungente zia Lady Bracknell ha inventato un amico inesistente - il malandato Mr. Bunbury - le cui frequenti malattie e ricadute lo richiamano provvidenzialmente al capezzale quando la rigida etichetta cittadina comincia a stargli stretta. Aggiungete poi che Guendalina, bella cugina del giovane aristocratico, si innamora di Gianni - pardon, Onesto Worthing anche e soprattutto a causa di quel nome così rassicurante e virtuoso, ma che quest'amore è contrastato energicamente da Lady Bracknell, la quale non vede di buon occhio i natali umili del giovane spasimante (orfano, abbandonato in una borsa della stazione di Victoria); e che la piccola Cecilia subisce il fascino di Agenore - spacciatosi per Onesto, il fratello ribelle del suo coscenzioso tutore, e l'intreccio è presto fatto. Un classico della commedia degli equivoci, in cui l'ironia pungente ed inconfondibile di Wilde fa da condimento ad una trama scoppiettante, costruita tutta intorno all'infantile ed ingenuo pregiudizio delle due protagoniste - entrambe convinte di amare Onesto proprio per l'aura rassicurante che il nome sembra emanare.
Leggerlo è come bere una bibita rinfrescante; va giù d'un fiato distentendo dietro di sè un sorriso.

UN ASSAGGIO:

Worthing: "Una giornata deliziosa, signorina Fairfax"
Guendalina: "Fatemi il piacere di non parlare del tempo, signor Worthing. Quando qualcuno mi parla del tempo so già che vuol dirmi tutt'altro. E questo fatto mi rende nervosa."
Worthing: "Infatti voglio dirvi qualche altra cosa."
Guendalina:"Ne sono sicura. Non mi sbaglio mai."
Worthing: "E io vorrei avere il permesso di approfittare dell'assenza di Lady Bracknell..."
Guendalina: "E io ve ne do il permesso. La mamma ha l'abitudine di rientrare in una stanza così all'improvviso che tante volte ho dovuto dirle che fa proprio male."
Worthing (nervoso): "Signorina Fairfax, da quando vi ho conosciuta vi ho ammirata più di tutte le altre ragazze.. che ho incontrate.. da quando ho incontrato voi."
Guendalina: "Sì, me ne sono accorta. E mi farebbe molto piacere se, almeno in pubblico, non foste così espansivo. Per me, voi avete sempre avuto un fascino irresistibile. Anche prima di conoscervi non mi eravate indifferente."
(Worthing la guarda stupefatto) Noi viviamo, come spero che voi sappiate, signor Worthing, in un'epoca di ideali. Questo fatto è di continuo menzionato nelle riviste mensili ed è già persino arrivato fino ai pulpiti di provincia, a quanto mi è stato detto. Ebbene, l'ideale per me è sempre stato sposare un uomo chiamato Onesto. C'è qualcosa nel nome di Onesto che ispira fiducia. Dal momento in cui Agenore mi disse di avere un amico di nome Onesto, ho sentito che ero destinata ad amarvi."
Worthing: "Mi amate veramente, Guendalina?"
Guendalina: "Appassionatamente!"
Worthing: "Tesoro! Voi non sapete quanto mi fate felice!"
Guendalina: "Onesto mio!"
Worthing: "Ma non vorrete dire sul serio che non poterste amarmi se il mio nome non fosse Onesto?"
Guendalina: "Ma il vostro nome è Onesto?"
Worthing: "Sì, lo è. Ma supponiamo che non lo fosse? Volete dire che in questo caso non potreste volermi bene?"
Guendalina (con disinvoltura): "Ah, questa è un'ipotesi astratta, e come la maggior parte delle ipotesi astratte, non ha riferimenti concreti con i fatti della vita reale, che noi conosciamo."
Worthing: "Personalmente, cara, e per dirla proprio con franchezza, non è che il nome di Onesto mi piaccia poi tanto...in fondo in fondo non mi sta affatto bene."
Guendalina: "Invece vi sta alla perfezione. E' un nome divino. Ha una musica tutta sua. Produce delle vibrazioni."
Worthing: "A dire la verità devo dire che secondo me ci sono altri nomi più carini. Per esempio Gianni mi sembra incantevole."
Guendalina: "Gianni? No, non c'è musica o quasi nel nome Gianni. Anzi, non ce n'è proprio nessuna. Non dà il minimo fremito, la più piccola vibrazione... Ho conosciuto molti Gianni ed erano tutti senza eccezione anche più insignificanti della media nazionale. E poi lo sanno tutti, Gianni è solo il diminutivo di Giovanni! E io provo solo compassione per una donna che abbia sposato qualcuno che si chiami Giovanni. Probabilmente non conoscerà mai il piacere squisito di un momento di solitudine: i Giovanni sono appiccicosi. No, l'unico nome davvero sicuro è Onesto."

mercoledì 9 marzo 2011

MA GRAZIE ^_^ !

( PREMESSA: Sono una semi-novellina, nel mondo dei blog... perciò se dovessi commettere qualche imperdonabile infrazione a quella che è l'etichetta prevista in caso di premi.... pietà! ^_^ )

Dico la verità, sono molto, molto orgogliosa di questo premio. Mi sono affacciata timidamente al mondo dei blog un annetto fa, prima dando spazio ai miei pasticci soprattutto culinari, poi prendendo coraggio e dando spazio a quello che è decisamente il mio primo amore: i libri.
Ero alquanto scettica, a riguardo; nonostante da internet avessi ricevuto piacevoli - e rassicuranti - conferme che esiste ancora un mondo di donne che, al di là degli stereotipi moderni, ama la cucina, il punto croce, il cucito e gli hobby creativi, dubitavo che ci fosse spazio per i topi da biblioteca.
Per questo scoprire i post di Sylvia e Nicky è stata una sorpresa insapettata e piacevolissima ^_^.

E' con enorme piacere, quindi, che "rimbalzo" questo premio a:

1) COOKTHELOOK, con la sua atmosfera che profuma di dolci appena sfornati ;
2) CHOCOLATE ROSE, perchè dalle sue mani nascono capolavori che sembrano uscire dal Paese delle Meraviglie;
3) JAPAN THE WONDERLAND, perchè mi porta con un click tra i colori e i profumi di una terra che, prima o poi, calpesterò coi miei piedoni ( e dove scappa, è sulla mia lista dei "viaggi da fare assolutamente"!!)
4) GEORGIANA'S GARDEN, deliziosamente Vittoriano;
5) COOKINGMOVIES, con il suo sfizioso abbinamento cinema&cucina;
6) PICCOLO SOGNO ANTICO , con la sua atmosfera incantevolmente retrò
7) PARENTESICULINARIA, perchè viaggiando viene fame, e cosa c'è di meglio che accompagnare un buon libro con una delle sue delizie?
8)IL GRUPPO DI LETTURA BRYCE'S HOUSE, in questo momento immerso in quel capolavoro senza tempo che è Orgoglio e Pregiudizio;
9)NELLA CUCINA DI ELY, che oltre a ricette da mangiare con gli occhi propone la bellissima iniziativa del Libri Vagabondi (cliccate sull'immagine a lato nel mio blog per ulteriori info!)
10) e infine, last but not least, GENIGENITORI (ora trasferito qui, DIARIODICUCINA), perchè da mamma non posso non ammirare le creazioni di Letizia ^_^ .. e prenderne nota!

Elencare dieci cose su di me mi mette più in difficoltà, dal momento che tendenzialmente preferisco tenermi un po' in ombra... ma siamo in ballo, e dunque balliamo:

1) Adoro i mercatini. Mi piace pensare che gli oggetti possano avere una seconda, una terza ed una quarta vita. E che custodiscano, nel loro silenzio, il segreto di donne d'altri tempi che prima di me se ne sono prese cura.
2) Ho la fortuna di avere un enorme castagno proprio davanti alla finestra della camera da letto, dietro il quale, all'orizzonte, nelle giornate limpide posso veder splendere il mare.
3) Sogno di possedere, un giorno, un bulldog inglese. Anche se probabilmente, quando avrò la possibilità di prendere un cane, lo sceglierò in un canile.
4) Il primo libro che ricordo di aver letto - da sola, intendo -è stato Pinocchio. A seguire, Alice nel Paese delle Meraviglie e Il Piccolo Principe.
5) Il mio scheletro nell'armadio? (parlando di libri, ovvio) Ho provato per ben due volte a leggere Uno, Nessuno, Centomila di Pirandello, ma tutte e due le volte non sono riuscita ad arrivare in fondo.
6) Mi piace fare foto. Tante. Per qualcuno troppe.
7) Ho avuto la fortuna di vedere un pezzetto d'Africa. E lo porto nel cuore; c'è un che di confortante nel sapere che in questo momento, da qualche parte, gli elefanti camminano tranquilli in branco, incuranti dei nostri piccoli drammi.
8) Ho la lacrima facile. Perfino il finale di Cars - che mio figlio mi ripropone un giorno sì e uno no - mi fa sciogliere.
9) Mi piace il punto croce. Fosse per me, crocetterei tutto.
10) Dovunque mi trovi, davanti ad una bancarella di libri provo l'incontenibile impulso di "dare un'occhiata". Occhiata che, di solito, dura dai tre quarti d'ora all'ora, e culmina con l'acquisto di due o tre volumi ^_^.

Bene, spero di aver fatto tutto come si deve... ^_^
Grazie ancora a Nicky, a Sylvia e a tutti coloro che, con i loro commenti, alimentano questo blog!











martedì 8 marzo 2011

HARDEEP SINGH KOHLI - Indian takeaway

DOVE: in viaggio attraverso l'India
QUANDO: ai giorni nostri

Sono, lo ammetto, affetta da una vera e propria dipendenza da lettura. Quel tipo di dipendenza che ti spinge perfino al supermercato a trascinare il tuo cestino pieno fino al reparto libri, così, tanto per "dare un'occhiata". Ed è stato così, frugando nello scatolone delle occasioni, che mi sono imbattuta nel più particolare dei viaggi: quello di un indiano di etnia Sikh nato e cresciuto a Glasgow tra gli sguardi di chi non capiva come alla domanda "di dove sei?" quel bambino dalla pelle olivastra e i capelli nascosti dal turbante potesse rispondere "Bishopbriggs". E, divenuto adulto, decide di partire alla ricerca delle proprie radici in un modo tutto particolare; grande appassionato di cucina, convinto del potere della tavola come mezzo per unire i popoli, sceglie in ogni tappa del suo viaggio uno o più commensali ed un piatto della cucina scozzese, debitamente rielaborato e riadattato con ingredienti locali. Prendete posto dunque, e affinate i sensi; attraverso treni pittoreschi, affollati di un variegato campionario di umanità; su scalcagnati ma intrepidi furgoncini, in grado di inerpicarsi su esili sterrati aggrappati sull'orlo del baratro; nei contrasti delle scintillanti metropoli, spinte verso una modernità che sembra sempre sul punto di sfuggire attraverso le dita, fin sui lacerati e silenziosi orizzonti del Kashmir conteso. Davanti ai vostri occhi, si apre l'India colorata, paziente, speziata, umida ed affollata, con il placido pascolare dei buoi in mezzo alle città e il neo-colonialismo degli hippy dell'ultim'ora, cristallizzati nella psichedelia degli anni 70 ed approdati nel subcontinente in cerca di sè stessi.
In mezzo a tutto ciò, Hardeep taglia, impasta, assaggia, soffrigge, bolle, impastella, assapora, sperimenta, scola, sminuzza, frigge descrivendoci minuziosamente sapori e profumi di due cucine - quella scozzese e quella indiana - che negli anni, hanno contribuito a costituire una fitta rete di ricordi gastronomici, e raccontandoci con sottile ironia i contrasti di una terra dalla cultura millenaria.

Perchè la ricerca di "casa" passa anche attraverso la cucina.

UN ASSAGGIO:

"Posso andare in qualunque parte del mondo, ma pochi paesaggi riusciranno ad essere sfavillanti, magnetici e pieni di vita come la banchina di una stazione di treni in India. C'è sempre qualcosa da guardare e qualcosa da fare, a prescindere da che ora è. Mentre sorseggio una tazza da cinque rupie di tè dolce, vedo frotte di gente intenta a consumare pietanze dall'aria squisita. Inevitabilmente mi viene fame. E' ora di pranzo. Ma mangiare in una stazione dei treni è un'idea avventata, quasi quanto mangiare il rajmal chawal a Peeda.
Mi siedo alla caffetteria della stazione, un posto sorprendentemente arioso e luminoso con una manciata di tavoli che sembrano perdersi nella sala spaziosa. Dietro il bancone, un eterogeneo staff di camerieri di età variabile: non si fa servizio al tavolo.
Leggo il menù su un tabellone stile anni Settanta, molto retrò, in cui ogni singola lettera di plastica bianca di ogni parola di ogni piatto è stata accuratamente pigiata dentro la plastica perforata del tabellone. Probabilmente deve essere stato questo lavoro certosino a suscitare l'arroganza dei tizi al bancone."

mercoledì 2 marzo 2011

LOUISA MAY ALCOTT - Un lungo, fatale inseguimento d'amore


DOVE: tra Inghilterra, Germania, Francia e Italia
QUANDO: Diciannovesimo secolo

Quando sei una ex bambina/adolescente cresciuta a pane e "Piccole Donne" che s'imbatte, una volta adulta, in un libro della Alcott con un titolo tanto accattivante, non c'è che una sola, inevitabile conclusione: arraffi il libro dalla bancarella - col timore che un'altra "alcottiana", sbucando dal nulla, te lo sfili da sotto il naso - e ti avvii trionfante con le tue monetine tra le dita, già pregustando il momento in cui potrai immergerti di nuovo in quel mondo di crinoline, pianoforti e ampie gonne fruscianti.
A dire il vero, in questo libro siamo lontani anni luce dal rassicurante tepore familiare di casa March; la storia ha infatti inizio in una remota isola al largo delle coste inglesi, uno scoglio inospitale battuto dal vento sopra al quale cresce e sogna la romantica Rosamond Vivian.
Orfana, cresciuta da un nonno a dir poco burbero,con la sola compagnia dei romanzi che divora a dozzine, cullata dal russare del mare in lontananza, Rosamond è passionale, ingenua, idealista.
E quando, nella sua solitaria esistenza, il destino fa irrompere il seducente Phillip Tempest, condotto fin lì dalla rabbia di un mare in burrasca, con quel nome che ha il sapore della libertà e dello sferzare salato delle onde, il cuore della giovane Rosamond non può che lasciarsi andare. Affascinata, desiderosa di libertà, guidata dal desiderio di vivere sulla propria pelle le emozioni dei libri, lascia la sua inospitale isola e, divenuta sua moglie, lo segue sulla terraferma; ben presto però le rose mostreranno tutte le loro spine e l'affascinante e misterioso marito lascerà trasparire un lato tutt'altro che romantico, che spingerà la spaventata - ma avventurosa - moglie ad una rocambolesca fuga attraverso l'Europa. Nella spoglia penombra di una soffitta parigina, nei corridoi silenziosi di un austero convento, nella soleggiata e scintillante Nizza, in un manicomio: dovunque la sua fuga la porti, la piccola e tenace Rosamond sembra non avere scampo, di fronte ad un inseguitore che le tiene il passo attraverso Germania, Francia e Italia.
Riuscirà la giovane e sfortunata sognatrice ad uscire infine dall'incubo che sembra stringerla in una morsa serrata?
Un libro che si lascia leggere con semplicità, ricco di tutta la suspence che il titolo promette, tra intrighi, pallottole e incombenti minacce.

UN ASSAGGIO:

"A una seconda e più attenta ispezione scoprì la prova che un altro piede oltre al suo era passato recentemente di lì. Nel venire aveva visto uno degli allegri anemoni scarlatti che spuntano dovunque in mezzo ai sentieri e aveva evitato con cura di calpestarlo; ora giaceva malamente piegato da un passo frettoloso e mentre lei lo osservava, lo stelo si raddrizzò lentamente come se fosse stato schiacciato di recente.
'Julie! Lucille!' chiamò Rosamond, pensando che potesse essere stata una delle cameriere che aveva scelto la grotta come luogo di convegni amorosi ed era sfuggita spaventata dalla sua presenza. Non ricevette risposta, ma il suo orecchio captò un fruscio di foglie a una certa distanza. Lo seguì a passo rapido, sbirciando nella penombra profumata dell'aranceto a destra e a sinistra, ma invano, giacchè non vide anima viva tranne Giuseppe, che trovò adagiato sull'erba all'imboccatura dell'unico sentiero che portava alla grotta.
'Hai visto Justine in giardino?' chiese Rosamond, sicura che il ragazzo avesse incontrato l'intrusa chiunque essa fosse, se era passata di lì.
'No, Madame, ho visto soltanto Mademoiselle Bahette che viene a giocare con me' e scoprì i denti bianchi, mentre carezzava sorridendo la piccola antilope che brucava l'erba accanto a lui.
'Sei sicuro che non sia passato nessuno, Giuseppe?'
'Nessuno, Madame, può credermi. Non c'è altra strada per andare alla sorgente e le domestiche non ci vanno mai di notte; hanno paura, dicono che ci sia un fantasma. Forse Madame lo ha visto?' Il ragazzo sgranò gli occhi neri con tale genuina curiosità e timore che Rosamond non potè dubitare della sua sincerità."

martedì 1 marzo 2011

DOMENICO STARNONE - Ex cattedra



DOVE: in una scuola superiore della periferia romana
QUANDO: anno scolastico 1985-1986

L'arguta penna di Starnone ci trascina nell'irresistibile descrizione della vita di un professore, snocciolata in forma di diario attraverso un solo anno scolastico, a cavallo tra il 1985 e il 1986. Con uno stile sciolto ed irresistibilmente accattivante, aiutato dall'esperienza autobiografica dell'autore - egli stesso un insegnante - ci addentriamo così in un mondo al quale tutti noi, per un periodo della nostra vita, apparteniamo, guardandolo però attraverso gli occhi di un professore. Un mondo nel quale i professori sembrano inerosabilmente intrappolati da un malefico incantesimo che li costringe, come il Ritratto di Dorian Gray, ad invecchiare anno dopo anno mentre intorno a loro la gioventù si rinnova con i propri colori. Dove studenti dai nomi vagamente pittoreschi - Timballo Daniele, Martinelli Stefy, Menegozzi Catia con la "C" - tra gite scolastiche, autogestioni e minacciosi comunicati del preside cercano a loro modo il loro posto nel mondo. Dove i professori prendono l'odore stantio dei panini al tonno costretti a trangugiare nei periodi di scrutini, quando restano prigionieri di estenuanti votazioni ed altrettanto estenuanti discussioni per cercare di strappare un misero punticino al collega intransigente. Un libro breve che si sorseggia d'un fiato come un caffè, e che in un battito d'ali ci porta attraverso le stagioni, la polvere dei cancellini, l'eco della campanella nei corridoi, il ciabattare svogliato dei bidelli. e che consiglio vivamente soprattutto a chi, come me, avendo degli insegnanti in famiglia saprà apprezzare ancor di più l'ironico dipanarsi di un inconsueto "dietro le quinte" della scuola italiana.

UN ASSAGGIO:

"Ora vago per i corridoi, in una scuola che sta tra la sezione staccata del tribunale dell'Inquisizione e un lazzaretto nel pieno della pestilenza. Nelle classi c'è poca gente. La gran parte degli studenti o si sta appiccicando nozioni nei cessi o si sta facendo interrogare fuori orario, una domandina veloce in un'altra classe, in sala professori, in biblioteca. Molti invece si aggirano con gli occhi rossi lanciando bestemmie e non c'è giorno che non si veda qualche studentessa distesa su due banchi priva di sensi, mentre l'amica del cuore strilla : "aria, aria!" E il preside arriva gridando: "chiamate l'insegnante di educazione fisica", una categoria che lui considera piena di medici e taumaturghi, visto che sa un po' d'anatomia."