venerdì 29 luglio 2011

MARSHA MEHRAN - Caffè Babilonia


DOVE: Ballinacroagh, minuscolo villaggio sulla costa irlandese
QUANDO:Anni '80

Tre sorelle - Marjan, Bahar e Layla - fuggite dall'Iran inghiottito dalle fiamme della rivoluzione khomeinista, approdano in un piccolo villaggio dal nome a malapena pronunciabile, appollaiato intorno alle sue strade medievali sull'umida e verde costa irlandese, e rimboccandosi le maniche cercano di ricostruire le loro vite lacerate.
Cosa non facile, quando hai la mente e il cuore pieni di immagini di sangue e violenza così difficili da strappare via; eppure le tre ragazze si animano di buona volontà e aprono un ristorantino pieno di colori e profumi, in grado di portare una ventata di innovazione perfino tra le tranquille e statiche viuzze di Ballinacroagh.
Attratti come da un silenzioso incantesimo dal profumo del basmati e dell'acqua di rose e dall'irresistibile fascino dell'esotico, i loro concittadini cominciano ben presto a sciamare numerosi nel locale, mentre le tre sorelle, assaporando ogni gesto, si dedicano con cura alla preparazione dei loro piatti, lasciando che in questo modo i brutti ricordi si affievoliscano. Ma ecco che l'amore ci mette lo zampino, facendo incontrare la bella Layla con Malachy Mc Guire, figlio di quel Thomas che, a suon di sputi e imprecazioni, manifesta prepotentemente il suo status di "signorotto" locale, nonchè proprietario di un infinito numero di pub; il quale, inutile dirlo, non approva affatto la relazione tra il suo figliolo e quella "straniera" catapultata assieme alle sue sorelle e al loro strampalato bagaglio di spezie e puzze penetranti a scompigliare la tranquillità della sua cittadina.
E tra dolmeh, palpiti del cuore, dolorosi flashback e la triste realtà di chi, tra mille difficoltà, cerca di radicarsi in una terra nuova e sconosciuta, le tre sorelle sapranno - ricetta dopo ricetta - tener fede al loro sogno di crearsi una vita nuova.
(E quando dico: "ricetta dopo ricetta" non è tanto per dire; ogni capitolo è dedicato ad un piatto, con tanto di ricetta ( dalla Baklava, alla Zuppa di Lenticchie Rosse, alla Bevanda allo yoghurt dough) per poter ricreare i profumi e i sapori del libro.)


UN ASSAGGIO:

" Il Caffè Babilonia doveva aprire entro cinque ore. Cinque ore! E a Bal-li-na-croag, la nuova cittadina di cui a stento riusciva a pronunciare il nome, figurarsi scriverlo. Un intero villaggio pieno di gente che sarebbe venuta ad assaggiare i suoi piatti con sguardi interrogativi e lingue curiose. E, al contrario dei suoi precedenti incarichi in cucina, stavolta sarebbe stata lei la responsabile di tutto. Il cuore prese a batterle più forte mentre faceva rosolare la carne tritata e le cipolle sulla fiamma bassa e guizzante. La padella sfrigolò soddisfatta quando Marjan aggiunse le preziose erbe essiccate, le uniche che fosse riuscita a trovare in così poco tempo. Anche in Iran le era capitato di doverle usare, ma aveva scoperto che, se le metteva a mollo durante la notte, andavano ugualmente bene, quasi come quelle fresche. Poi unì la carne rosolata al riso e condì con succo di lime fresco, sale e pepe. A questo punto iniziò a mescolare con tutta la forza nonostante il dolore alle spalle, perchè quelle energiche rotazioni di tutto il busto erano necessarie all'armonia dei dolmeh."

giovedì 14 luglio 2011

THRITY UMRIGAR - Bombay time


DOVE: Wadia Baug, popoloso quartiere-condominio di Bombay
QUANDO: tra i giorni nostri e - in flashback - attraverso cinquant'anni di storia dell'India.

Tutto ha inizio da un matrimonio: Mehernosh Kanga e la bella Sharon, giovani "figli" dell'affollata Wadia Baug, convolano a giuste nozze sotto gli occhi orgogliosi della comunità. Eh sì, perchè quando si vive in un condominio della Bombay semplice eppure onesta, mentre tutto intorno la città pare disfarsi e marcire sotto la spinta del progresso e dei suoi devastanti effetti collaterali - la miseria di chi è costretto ad elemosinare gli avanzi, aspettando pazientemente accanto ad un cassonetto e la violenza di chi a tutto ciò tenta di ribellarsi con la forza della disperazione - è inevitabile che si diventi un po' il figlio di tutto il quartiere. Perchè quando il tempo scivola via veloce, imbiancando i capelli di chi osserva, allungando le ossa dei bambini sotto le ginocchia sbucciate, portandosi via gli affetti e le speranze, non rimane che questo: la semplice possibilità di gioire assieme a chi ha ancora, davanti a sè, tutto il tempo e le possibilità.
Qui, dal ricevimento nuziale al quale l'orgoglioso papà dello sposo - Jimmy Kanga, uomo di successo negli affari come nella vita - ha deciso di accogliere l'intera, colorata comunità di Wadia Baug, prende l'avvio una vicenda polifonica, nella quale l'intreccio della trama si dipana trasportato dalle voci degli invitati, ciascuno intento in un solitario viaggio a ritroso nella propria memoria. Lo sappiamo tutti, no, come accade? Basta un nonnulla, un gesto, un colore, un dettaglio, un profumo, e siamo risucchiati indietro nella melma dolce-amara dei nostri vischiosi ricordi... Ed ecco che, tra una portata e l'altra, tra lo scintillio delle sete e l'aroma intenso delle spezie, tra lo strombazzare dei clacson e il silenzio doloroso delle cerimonie funebri alla Torre del Silenzio, viaggiamo avanti e indietro attraverso il tempo, nella neonata India che s'è scrollata di dosso il giogo della dominazione inglese ed in quella che - ormai signora d'una certa età - si guarda alle spalle e fa' un bilancio di ciò che è diventata.
E conosciamo quest'India nel modo più schietto e veritiero, attraverso gli occhi di chi l'ha vissuta, come quelli di Rusi, un tempo giovane pieno di speranze, ora uomo di mezza età che cerca di interrogarsi sul perchè la felicità sembri scivolargli via attraverso le dita; o quelli di Tehmi, un tempo giovane e splendida sposa dell'amatissimo Cyrus, divenuta poi la solitaria vedova dall'alito che uccide; o ancora quelli di Adi, giovane scapolo con un segreto pesante come un macigno seppellito nel fondo del suo cuore. Ed ancora, la vecchia e combattiva pettegola Dosa, divenuta tale nel masticare per anni il dolore di una vita andata come non voleva che andasse. Soli Contractor ed il ricordo del suo unico, lontano, indimenticato amore di gioventù che ha finito per avvelenargli l'anima legandolo ad una solitudine perpetua.
Decine e decine di voci e di vite, accomunate dall'etnia parsi e dalle mura di Wadia Baug, che li hanno visti crescere, sperare, innamorarsi, imbiancare, soffrire, talvolta soccombere. Un delizioso affresco della Bombay più intima.

UN ASSAGGIO:

"Bombay ha aperto gli occhi. Le sveglie suonano in tutta la città. Il loro trillo scuote il sole dal sonno, lo fa scendere dal letto perchè cominci a malincuore la lenta scalata del cielo.Lungo il tragitto si lascia dietro una bava scarlatta, simile agli sputi rossastri che lasciano sui muri i masticatori di foglie di paan. Gli uomini impegnati nei loro esercizi quotidiani al Worli Sea Face notano appena lo splendore del cielo e il sole in ascesa.Grugniscono; sudano; i loro corpi muscolosi luccicano come rami scuri nella luce mattutina. Presto saranno strappati via dal petto ombroso di quell'attimo che precede l'alba e dalla sua pace anonima, elusiva. Ma ora, per un breve istante, possiedono la città, quegli uomini indistinti: un esercito di sagome sudate e ansimanti, che fanno addominali, si esercitano nella lotta, praticano esercizi yoga, respirano l'aria dolce del mattino. Per un momento breve e prezioso, gli stereo portatili non rigurgitano colonne sonore di film hindi a tutto volume; i taxi non parlano il linguaggio aspro dei clacson. C'è solo il rumore del loro respiro e dell'oceano che sospira agitandosi nel sonno. Ecco perchè quegli uomini credono di possedere la città scura, la sua aria tiepida, la sua luna vuota, le sue acque schiumanti. Adesso, però, è la città a possederli. Bombay apre gli occhi su un altro giorno."

lunedì 4 luglio 2011

MILAN KUNDERA - L'immortalità


DOVE: Parigi
QUANDO: Ventesimo secolo

E' senz'altro inusuale che uno scrittore ci conduca per mano attraverso la genesi di una sua opera, insegnandoci come, talvolta, i personaggi nascano da un nonnulla. Da un gesto, ad esempio.
Così, mentre attende pigramente al bordo di una piscina parigina il suo amico Avenarius, l'occhio dell'autore viene catturato da un semplice sorriso ed un cenno della mano, un saluto come tanti eppure straordinariamente affascinante perchè lanciato da una sessantenne certo non più piacente che però, in quel breve istante, ritrova la genuina civetteria della ventenne. Così, da un nonnulla, dalla nostalgia che quel gesto riesce a instillare nel cuore di uno scrittore, nasce Agnes, creatura bizzarra, infelice, distaccata - quasi nauseata - dal mondo che la circonda, chiassoso, appariscente, superficiale. Incapace, a detta di lei stessa, di essere solidale con l'umanità. E piena di dubbi sulla sua stessa vita, sul suo matrimonio, sul suo corpo. Dall'altra parte, sua sorella minore Laura, affascinante, molto consapevole di sè e del proprio aspetto fisico, sensuale, decisa. Una donna, per intenderci, in grado di dire alla sorella maggiore: " Chiedersi che cosa sia l'amore non ha alcun senso, cara sorella. L'amore o l'hai vissuto o non l'hai vissuto. L'amore è l'amore, non c'è nient'altro da dire. Sono le ali che mi battono in petto e mi spingono ad azioni che a te sembrano irragionevoli. Ed è proprio questo che a te non è mai successo". Tra le sue sorelle, quei brandelli di vita condivisa - la morte e la malattia dei genitori - che talvolta costringono ad avvicinarsi ed a rendersi improvvisamente conto che la vita ti porta lontano, che si può condividere lo stesso sangue ma non lo stesso spirito, che ti costringono ad aprire gli occhi sulla vita che scorre veloce come sabbia in una clessidra, lasciando in bocca il sapore amaro dei rimorsi e dei rimpianti.
Un romanzo particolare, in cui la storia della protagonista lascia spazio ad altre storie - Rimbaud, Goethe, perfino Hemingway si affacciano tra le pagine del libro, richiamati in punta di penna dall'abile giocoleria di Kundera; è lui stesso, ben lungi dal rimanere un burattinaio esterno alla vicenda, con una sorta d'incantesimo entra ed esce dalla storia, rendendo difficile la percezione di ciò che è reale e di ciò che non lo è, confondendo continuamente le acque tra la fantasia letteraria e la concreta, schietta realtà.


UN ASSAGGIO:

"Il marciapiede era così affollato che si camminava a fatica. Davanti a lei due figure di pallidi nordici con i capelli gialli si facevano largo nella calca: un uomo e una donna, che superavano di almeno due teste la moltitudine di francesi e di arabi. Ciascuno portava appeso alla schiena uno zaino rosa e sulla pancia un neonato sorretto da una specie di imbracatura. Dopo un istante scomparvero dalla sua vista: davanti a sè vedeva ora una donna vestita con larghi pantaloni che arrivavano appena sopra le ginocchia, come andava di moda quell'anno. Con quell'abbigliamento, il suo sedere sembrava ancora più grasso e più vicino a terra e i pallidi polpacci somigliavano a un'anfora campagnola ornata da un rilievo di vene varicose, di un azzurro violaceo, aggrovigliate come un gomitolo di piccoli serpenti. Agnes si disse: questa donna poteva trovare altri vestiti che avrebbero reso il suo sedere meno mostruoso e avrebbero coperto le vene azzurre. Perchè non lo fa? Ormai la gente non solo non cerca di essere più bella quando va in mezzo all'altra gente, ma non cerca neanche di non essere brutta!
Si disse: quando un giorno l'assalto della bruttezza fosse diventato del tutto insostenibile, si sarebbe comprata dal fioraio una violetta, una sola violetta, quello stelo delicato col suo minuscolo fiorellino, sarebbe uscita in strada e tenendolo davanti al viso l'avrebbe fissato spasmodicamente, per vedere solo quello..."

venerdì 3 giugno 2011

JOHN CONNOLLY - il libro delle cose perdute


DOVE: tra l'Inghilterra bombardata dai nazisti e un cupo mondo immaginario

QUANDO: anni'30

David è un bambino come tanti, se non fosse che la Vita lo ha costretto a confrontarsi con realtà difficili da gestire anche per un adulto. La mamma strappatagli da un male incurabile, tanto per cominciare, lasciando lui e il padre a colmare un vuoto incolmabile; o che, perlomeno, a David sembra tale finchè il padre non gli presenta Rose, la sua nuova compagna, annunciandogli che avrà presto un fratellino. E poi la guerra, che costringe David e la sua nuova famiglia allargata alla continua, angosciosa attesa di un attacco aereo, costringendoli a spostarsi da Londra alla vecchia, enorme casa di famiglia di Rose, sperduta in un bosco, nella quale il piccolo David resta solo con sè stesso, a covare un enorme rancore con la sola compagnia dei libri. Quegli stessi libri che, da quando sua madre se n'è andata, avevano cominciato a chiamarlo, bisbigliando dapprima il suo nome, poi sempre più forte, trascinandolo con sè quando meno se l'aspetta, quando preda di misteriosi attacchi di epilessia si risvegliava poi con il nitido ricordo di visioni, odori, sensazioni tattili sconosciute.
Fino a quando, in una notte silenziosa solcata dal ronzio degli aerei incursori, David non finirà davvero per essere risucchiato in quel mondo fantastico. Ma attenzione, qui non siamo nel Paese delle Meraviglie, qui non ci sono fumanti tazze di tè, Uova antropomorfe che camminano in bilico sui muretti e pasciuti gatti in grado di dissolversi nel nulla. Il mondo in cui viene trasportato David è un mondo cupo, violento, governato da un Re al quale il potere sta lentamente scivolando via dalle mani mentre una famelica orda di esseri metà lupo metà uomo - che sembrano partoriti dal peggiore degli incubi infantili - marcia alla volta del castello. Un regno in cui ai bambini che smarriscono la strada accadono cose brutte, molto brutte, in cui svolazzano arpie dagli artigli affilatissimi, in cui dal profondo delle foreste emergono creature primordiali affamate di sangue ed in cui, sopra ogni cosa, il malefico Uomo Storto sembra malgrado tutto governare. Riuscirà l'indifeso David ad affrontare questo mondo d'incubo, arrivando sano e salvo fino al Re, che pare essere l'unica sua speranza di salvezza? (Non tanto lui, quanto il preziosissimo Libro delle Cose Perdute, che egli possiede e che pare racchiuda la risposta ad ogni interrogativo).
Non resta che seguirlo in questa strana avventura - in cui, a onor del vero, va detto che le teste vengono mozzate, il sangue scorre a fiumi e si incontrano creature raccapriccianti, per scoprirlo.
Pur non essendo propriamente il mio genere, nel complesso un viaggio interessante attraverso l'idea stessa di Bene e Male, che sul finale finisce per essere sorprendentemente stravolta - come un cartello di carte mandato all'aria con un colpo di mano.

UN ASSAGGIO:

"Le cose andarono così. Rose era incinta. Il padre di David glielo disse mentre mangiavano patatine fritte lungo il Tamigi percorso dalle imbarcazioni e odoroso di lubrificante e di alghe. Era il novembre del 1939. Nelle strade c'erano più poliziotti rispetto a qualche mese prima, e gli uomini in uniforme erano ovunque. Sacchi di sabbia erano accatastati davanti alle finestre, e lunghi tratti di filo spinato percorrevano le strade come molle crudeli. I giardini erano punteggiati dalle gobbe dei rifugi antiaerei, e nei parchi erano state scavate trincee. Sembravano essevi manifestini bianchi affissi su ogni superficie disponibile: restrizioni all'uso dell'illuminazione, proclami del re, tutte le istruzioni di un paese in guerra.
Molti dei bambini che David conosceva avevano ormai lasciato la città, affollando le stazioni ferroviarie con piccole targhette marroni per bagagli applicate ai soprabiti, in viaggio verso fattorie e cittadine sconosciute. La loro assenza faceva sembrare la città ancora più vuota e aumentava la sensazione di aspettativa che sembrava governare le esistenze di chi era rimasto. Presto sarebbero arrivati i bombardieri, e di notte la città era immersa nel buio per rendergli più difficile il compito. Il blackout rendeva la città così buia che si potevano distinguere i crateri della luna, e il cielo traboccava di stelle."

martedì 31 maggio 2011

HA JIN - L'attesa


DOVE: Cina
QUANDO: tra la fine degli anni '60 e gli anni '80

Tra le mete più suggestive che i libri mi hanno consentito di conoscere, c'è certamente la Cina descritta da Ha Jin; siamo alla fine degli anni '60, gli anni della guerra in Vietnam, delle grandi manifestazioni, del Sergent Pepper. L'anno, per intenderci, del primo trapianto di cuore.
In tutto questo pullulare di ideali, di creatività, di progresso, il gigante cinese comincia mollemente a far rotolare i suoi ingranaggi, avviandosi a diventare la brulicante potenza che siamo abituati a conoscere; ma il vento di rinnovamento spira lentamente attraverso la sterminata estensione di questa terra millenaria. Da un lato, nelle grandi città, le donne istruite, brillanti, indipendenti. Dall'altro, nel silenzio dei piccoli villaggi di campagna, le loro coetanee annodano ancora i capelli in una stretta crocchia, ondeggiano sui loro piedi fasciati e vengono educate alla disciplina, alla silenziosa devozione, alla pazienza. E' qui che nasce una storia d'amore di quelle che finiscono per spezzarti il cuore, quella del medico Lin Kong per la bella infermiera Manna Wu, storia nata tra le corsie dell'ospedale di Muji, fiorente città del nord della Cina, ma destinata a restare sospesa e fragile come una bolla di sapone, a causa della minuta, ostinata, anacronistica Shuyu. E' lei, infatti, la moglie che i genitori di Lin avevano scelto per lui - e che lui aveva accettato, secondo i rigidi principi che regolano il rapporto tra genitori e figli nella Cina di allora: una "buona moglie" dai piedi fasciati e dalla faccia rugosa, silenziosa e disciplinata ma ostinata e tenace quando si tratta di negare il consenso al divorzio. Intrappolato in un matrimonio senza amore, Lin vive una vita in continuo conflitto fra ciò che desidera e ciò che deve, a metà tra la passione tenera e sincera che lo lega a Manna e la rigida legge che lo inchioda al fianco di Shuyu.
Un libro che offre una splendida occasione per visitare quel tempo in cui le antiche millenarie tradizioni orientali cominciano a cigolare sotto il peso del progresso portato dall'occidente (in questo, forse, mi ricorda un tantino le Memorie di una Geisha di Golden).

UN ASSAGGIO:

"La domenica seguente si incontrarono e passeggiarono nuovamente assieme, e così la domenica successiva. Nell'arco di un mese presero a vedersi più spesso, due o tre volte la settimana, prima del crepuscolo. Lin si attaccava sempre più a Manna. Una volta che non riuscirono a vedersi perchè lei era stata incaricata di accompagnare un paziente in un altro ospedale militare, lui passò due ore, quella sera, a misurare a grandi passi il proprio ufficio, tale era l'irrequietezza che l'aveva preso. Era la prima volta che sentiva tanto forte il desiderio di trovarsi con una donna. Alla fine di agosto lui e Manna non avevano più bisogno di mettersi d'accordo su dove e quando vedersi. In mensa mangiavano allo stesso tavolo; insieme andavano nello stanzino dell'acqua calda, ciascuno con il suo thermos in mano; alle riunioni e ai gruppi di studio politici si sedevano uno accanto all'altra; giocavano sempre insieme a ping-pong e a volano; la sera, tempo permettendo, facevano due passi nei paraggi, chiacchierando e a volte discutendo. Capitava che Lin si domandasse se non fossero diventati una coppia di fidanzati, anche se tra loro non c'era mai stato niente di fisico, non si erano nemmeno sfiorati con le mani. Continuava a rammentare a sè stesso di essere un uomo sposato."

giovedì 26 maggio 2011

DIECI LIBRI

Accolgo molto volentieri la sfida lanciatami da Alessandra, nel suo commento al mio post su King Kong; e parlo di sfida perchè, come giustamente dice lei stessa, elencare i libri più belli di sempre - secondo me, è ovvio ^_^ - non è affatto cosa facile.
I gusti letterari, così come gli altri, cambiano nel tempo; al liceo ricordo che divoravo le pagine di Herman Hesse come niente fosse, mentre riaccostandomi a questo autore a distanza di una quindicina di anni comincio a trovarlo un tantino meno "digeribile". Senza contare che, poi, l'umore del momento influenza moltissimo il mio giudizio: ci sono fasi della mia vita nelle quali sento il bisogno di ambientazioni "fantasy", altre in cui ho voglia di buio, tensione e respiro spezzato dalla paura, altre ancora in cui cerco disperatamente quelle storie d'amore tutte "bianche manine" da sfiorare, svenimenti, timidi convegni in un angolo della sala da ballo, guance che arrossiscono per un nonnulla. A seconda di dove mi porta l'umore - sarà che sono del Cancro? - scelgo, e amo, una storia piuttosto che l'altra; va da sè che redigere un elenco dei miei libri preferiti ad oggi (24 maggio 2011) non significa necessariamente che da qui a un anno - o ad una settimana - l'elenco sarebbe lo stesso ^_^.

A chiusura di questa premessa, Alessandra lascia a me la scelta del numero di libri; dopo aver messo a soqquadro la biblioteca e creato una pila che mai e poi mai sarebbe entrata in una fotografia, ho deciso di optare per un dieci tondo tondo.

Ecco qui, dunque, i dieci libri del cuore secondo me:



1 - IL MAESTRO E MARGHERITA : forse, il mio preferito in assoluto. Stupenda la descrizione che il Maestro fa del suo primo incontro con la bella Margherita, lungo la Tverskaja:
" Essa aveva in mano orribili fiori gialli inquieti. Non so come si chiamino, ma sono sempre i primi ad apparire a Mosca. Questi fiori si stagliavano nettamente sul suo soprabito nero primaverile. (...) Conosce la Tverskaja, no? Lungo la Tverskaja camminavano migliaia di persone, ma le assicuro che essa vide me solo e mi guardò, non dico con aria preoccupata, ma addirittura in un certo qual modo morboso. Fui colpito non tanto dalla sua bellezza, quanto dalla straordinaria, mai vista solutudine nei suoi occhi..." Un classico colpo di fulmine tra due individui soli.. Una storia splendida, poetica, surreale...

2- IL PICCOLO PRINCIPE: non gli ho ancora dedicato nessun post (chiedo umilmente venia, prometto che rimedierò al più presto!), ma è indubbio che sia uno dei capolavori del mio cuore. Non credo neanche che ci sia bisogno di aggiungere altro, se non che è IL libro. Quello che leggi da piccolo e riscopri da grande. Quello che, quando meno te lo aspetti, ti rigurgita in mente i suoi frammenti.
"Dove sono gli uomini?" riprese dopo un po' il piccolo principe. "Si è un po' soli nel deserto.."
"Si è soli anche con gli uomini" disse il serpente.
Pura poesia.

3- I TRE MOSCHETTIERI: credo di aver già parlato del mio amore per Dumas; probabilmente tra tutti i suoi romanzi, però, questo è quello che in assoluto preferisco. Azione, ironia, quel pizzico di intrigo che non guasta, e l'enorme fascino - perlomeno secondo me - emanato dal solitario e impenetrabile Athos, oltre alle impareggiabili atmosfere della Parigi di Luigi XIII, i duelli, gli amori.... Una impagabile evasione.

4-NOVECENTO: Baricco è senz'altro tra i miei autori preferiti. Personalmente adoro il suo stile ed i suoi personaggi. Fra tutti, il malinconico pianista Danny Boodman T.D. Lemon Novecento è uno dei miei preferiti, con la sua vita surreale appesa sul filo delle onde, con il mondo che gli passa davanti agli occhi. "Quando uno ti racconta con assoluta esattezza che odore c'è in Bertham Street, d'estate, quando ha appena smesso di piovere, non puoi pensare che è matto per la sola stupida ragione che in Bertham Street, lui non c'è mai stato. Negli occhi di qualcuno, lui, quell'aria l'aveva respirata davvero. A modo suo: ma davvero."

5- RACCONTI DI PIETROBURGO: anche di questo ho già parlato in un precedente post; amo moltissimo gli scrittori Russi (fosse stato per me avrei buttato nella lista anche il Dottor Zivago, e Guerra e Pace), ma per creare un elenco un pochino vario, ho costretto me stessa ad una scelta. E, tra i classici, scelgo decisamente Gogol per lo stile accattivante, ed i Racconti di Pietroburgo per il tema assolutamente non convenzionale, brillante, surreale. L'amaro che lascia in bocca la conclusione de Il Cappotto vale da sola il prezzo di tutto il viaggio nella gelida San Pietroburgo.

6- L'AMANTE DI LADY CHATTERLEY: non ne ho parlato che pochi giorni fa, ma mi ripeto: a me la storia d'amore tra l'infelice Constance e il misterioso Mellors piace da morire. Al di là di tutto quanto è stato detto sulla carnalità esplicita di questo libro, trovo che ciò che resti una volta sfogliata l'ultima pagina sia la sensazione di aver avuto tra le mani null'altro che una storia di amore puro e infelice. Se dubitate, cominciate dalla fine, dalla struggente lettera con cui il libro si chiude (non anticipo troppi dettagli, stiamo pur sempre parlando della conclusione di un libro!^_^)

7- RAGIONE E SENTIMENTO: eccola qui, la mia cara zia Jane. Forse avrei dovuto mettere in lista tutte le sue opere, ma volendo anche in questo caso operare una scelta, è forse questo il mio preferito, accanto a Northanger Abbey. Consapevole della presenza autorevole di una janeiter come Sylvia-66 tra i miei lettori, non mi sbilancio troppo in commenti tecnici sulla trama, avendo letto questa meraviglia ormai qualche annetto fa, percui la mia memoria su alcuni dettagli vacilla. Quel che è certo è che amo il binomio su cui la storia si incentra, se sia più giusto lasciarsi andare ai marosi delle emozioni o porre un freno guardando sempre le cose attraverso le lenti dell'intelletto...

8- PER CHI SUONA LA CAMPANA: anche a questo prometto di dedicare al più presto un post tutto suo (anche perchè mi sembra imperdonabile che nell'elenco qui a sinistra non compaia ancora un nome come quello di Hemingway!). Bellissimo intreccio di amore e guerra, bellissimo il senso del titolo, ispirato da una poesia di John Donne riportata nell'apertura : "Ogni morte d'uomo mi diminuisce, perchè io partecipo all'umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana. Essa suona per te."

9-OCEANO MARE: rieccolo, Baricco.. Ma come potevo non mettere nell'elenco dei libri del mio cuore anche questo? Come ho scritto nel post ad esso dedicato, adoro Bartleboom. Trovo sia l'essenza stessa del romanticismo, un uomo che abbia trascorso la prima parte della sua esistenza scrivendo lettere alla donna della sua vita, immaginando un giorno di incontrarla. E la passionale Ann Deverià, che passeggia sulla riva del mare avvolta nel mantello viola, lì dove il pittore Plasson attende pazientemente di incominciare a dipingere i suoi quadri - una volta che avrà trovato gli occhi del mare... Splendido.

10- JANE EYRE: anche a lei ho già dedicato un post - ormai quasi un anno fa; la mia eroina preferita, la piccola e tenace Jane ed il suo tenero, appena sussurrato amore per il burbero Rochester, sullo sfondo di un solitario maniero di pietra avvolto dal più perfetto dei silenzi. La trovo estremamente moderna, una donna intelligente, indipendente eppure fragile, capace di trovare sempre in sè stessa la forza d'animo per affrontare la vita, e con un cuore abbastanza grande da guardare oltre la scorza di chi si fa scudo del proprio dolore temendo d'essere nuovamente ferito.

Questi, dunque, i miei dieci, e grazie mille ancora ad Alessandra per avermi dato l'idea. E, perchè no, se qualcun altro di voi volesse partecipare al gioco, ben venga.. chissà che non sia un modo per conoscere altri titoli da inserire nell'elenco - già lungo! - dei libri da comprare ( e, se vi va, inserite il link dell'immagine nel vostro blog.. tanto per spargere un po' la voce! ^_^)

lunedì 23 maggio 2011

EDGAR WALLACE - King Kong

DOVE: Tra New York ed una sperduta isola al largo delle Indie Orientali

QUANDO: Anni '30.

Solo qualche giorno fa, sul blog del GdL di Bryce House si parlava dell'importanza di contestualizzare un libro prima di giudicarlo. Sostanzialmente, il succo è: vale per i libri lo stesso principio che vale per gli esseri umani: mai lasciarsi condizionare da commenti superficiali.
Ecco, trovo che King Kong sia un perfetto esempio di come un libro debba essere letto nel contesto in cui è nato. Certo che, ad un occhio del duemilaundici, l'avventura del cigolante Vagabondo ai confini del mondo conosciuto per assecondare il capriccio di un eccentrico produttore cinematografico mettendo a repentaglio la vita di quanti avrebbero preso alla spedizione, risulta forzatamente artificiosa, per non parlare per la facilità con cui, di fronte a creature credute estinte, si mette mano a bombe soporifere e pistole, completando con lo scatto di un grilletto ciò che l'evoluzione aveva miracolosamente lasciato in sospeso per anni.
Ma non dobbiamo dimenticare da dove nasce il poderoso e sfortunato gorilla: siamo infatti nell'America degli anni Trenta, sospesi tra due guerre mondiali, ancora scossa da una grave crisi economica, un'America nella quale la nascente industria cinematografica incomincia a costruire a tavolino opere che riempiano le sale facendo tintinnare le monete nei botteghini. Ecco quindi che, reclutato il genio del romanzo poliziesco Edgar Wallace, gli viene chiesto di scrivere una storia spaventosa eppure sentimentale, nella quale l'eterna lotta tra Uomo e Natura vede infine il primo trionfante, grazie ai vigliacchi espedienti che l'evoluzione delle armi ha messo in mano ad una creatura altrimenti debole ed inerme. Anche se, a onor del vero, va detto che Wallace morì nel 1932 contribuendo ben poco alla realizzazione effettiva della scenografia, pur mantenendo per questioni legali il proprio nome come autore dell'opera.
Nasce così l'infelice e terrificante scimmione, vissuto per anni nell'ombra della sua isola, venerato e temuto da una piccola tribù di indigeni con l'usanza di sacrificare al dio-bestia una fanciulla, fino a che sulle sue rive non sbarca una piccola ciurma capitanata dal produttore cinematografico Denham, guidato fin lì dai deliranti racconti di alcuni di quegli stessi indigeni, fuggiti all'isola e raccolti da una nave norvegese. Denham è in cerca di storie portentose, ed il suo fiuto gli dice che lì, nell'intrico della vegetazione, si nasconde qualcosa che potrebbe fruttargli un bel po' di verdoni; per questo ha convinto la giovane e disperata Ann, tanto bella quanto sola e senza il becco di un quattrino, a seguirlo nella sua folle avventura, assieme ad un manipolo di marinai scelti e ben equipaggiati di armi e munizioni.
Inutile dilungarmi nel raccontare la trama, che immagino sia ben nota a tutti, fin al tragico epilogo sulla vetta dell'Empire State Building, tra il ronzare degli aerei , le urla della biondissima Ann ed il ra-ta-ta-ta-ta delle mitragliatrici; quello che voglio sottolineare è l'atmosfera assolutamente ingenua, quasi naive, che traspira attraverso le pagine di questo libro; un'atmosfera che parla di come eravamo come pubblico, di un'epoca in cui bastava poco per farci spalancare la bocca dallo stupore o dal terrore, in cui al cinema ci accontentavamo di una storia senza troppi fronzoli, in cui si piantano pallottole nel cranio di innocenti bestioni - poco importa poi che fossero effettivamente carnivori, quel che importa è che lì, sullo schermo del cinema, un brontosauro è perfettamente credibile mentre azzanna un cristiano, anche se a noi "moderni" strappa un sorriso di tenerezza - in cui la bellissima protagonista dalla belle bianca e i capelli color oro suscita il tenero amore del capitano della nave ma, ahimè, anche quello pericoloso dell'enorme scimmione, in cui la gente fa la fila sciamando ai botteghini per vedere dal vivo Kong, l'Ottava Meraviglia del Mondo.
Insomma, ad un analisi superficiale, un guazzabuglio di tutto ciò che farebbe inorridire i moderni paleontologi, etologi ed animalisti; eppure siamo stati anche questo, in passato. Ma la chiave di tutto, probabilmente, è quella che sottolinea Mattia Carratello nell'interessante postfazione al libro, in quella mitragliatrice che pone fine a tutto, restituendo la tranquillità ad un mondo minacciato; è lei, in un certo senso, il simbolo di quegli anni in bilico tra le due guerre mondiali. Eravamo spaventati, avevamo bisogno di sicurezza, di controllo. Ecco quindi che l'immagine del possente gorilla, che così a lungo aveva terrorizzato i "poveri indigeni ignoranti ed incivili", viene reso inerme dalla società del cemento e delle pistole, dimostrando a noi piccoli seduti nel buio della sala che non c'è nulla da temere, che noi abbiamo il "progresso", la "civiltà", il completo controllo sul mondo.

UN ASSAGGIO:

"La folla s'era accalcata bloccando quattro isolati interi sopra Times Square, e si riversava a Broadway in un flusso continuo. I vigili scuotevano impotenti la testa, facendo inutili 'no' col dito e incoraggiando stancamente i taxi a deviare verso le strade laterali. Nel punto in cui la folla si accalcava di più, occupando non metà, ma quasi tutta la strada, un'insegna spiccava dall'alto annunciando a tutto il mondo a chiare lettere:

KING KONG! L'OTTAVA MERAVIGLIA DEL MONDO

Sotto la scritta luminosa i cappelli a cilindro di Park Avenue urtavano quelli a bombetta del Bronx, gli abiti da sera in stile parigino frusciavano contro i grembiuli da lavoro, maglioni contro soprabiti eleganti, e ancora i cappelli portati di traverso della Decima Strada che graffiavano le tese a quelli di Riverside Drive. C'erano proprio tutti; addirittura una delegazione molto ben rappresentativa della malavita, come non se ne vedevano da nessuna parte se non in una stazione di polizia il giorno dopo una retata. C'erano ragazze di Greenwich Village, e altre più serie e giovani da Columbia Heights. C'erano strilloni, venditori ambulanti, commessi viaggiatori, impiegati, cassiere, stenodattilografe, debuttanti, capoinfermiere, segretarie e fanciulle d'ogni sorta. C'era davvero tutta la città, che attendeva il proprio turno al botteghino per avere il biglietti e nel frattempo guardava in alto la scritta:


KING KONG! L'OTTAVA MERAVIGLIA DEL MONDO

'Ma cosa sarà?' chiede la Decima Strada in persona, da sotto un cappello portato di traverso.
'Una specie di gorilla, dicono.' rispose Park Avenue da sotto un cappello a cilindro, di traverso anche quello.
'Volete scherzare!' disse la Decima Strada con una certa diffidenza.
'Ehi' disse una bombetta del Bronx 'Più grande di un elefante ho sentito dire. Un mio amico conosce un tipo che lavora dietro le quinte.'
'Ah sì?' disse il grembiule da lavoro ' E che tipo di spettacolo farà, dei trucchi?'
'Santo cielo!' disse un abito in stile parigino 'Che gentaglia!'
'Ma sentitela!' sibilò la tesa di un cappello di Riverside "Venti dollari per un biglietto e quella ci chiama gentaglia."