"Non sei mai stato il capitano Nemo intrappolato nel tuo sottomarino mentre la piovra ti sta attaccando?" (Dal film 'La Storia infinita')
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domenica 3 giugno 2018
SUSANNA TAMARO - Và dove ti porta il cuore
DOVE: in una grande, solitaria casa nel Carso
QUANDO: anni'90
Quanto ho amato questo libro, non so esprimerlo, credo, a parole. L'ho amato come lo hanno amato molte adolescenti degli anni'90, l'ho letto evidenziandone i passaggi che più mi colpivano, ricopiandoli poi nelle pagine della Smemoranda, straripante di queste e di altre citazioni.
Erano tempi diversi, senza instagram nè facebook, fatti di carta, evidenziatori colorati e di diari che raddoppiavano di volume sotto la spinta di cartoline, biglietti del cinema, foto.
Ecco, è in quel mondo lì che ha visto la luce questo piccolo classico - posso permettermi di chiamarlo classico, anche se le generazioni successive forse non lo avranno mai letto? - a metà tra il romanzo fine a sè stesso e la filosofia "leggera".
Qualche tempo fa l'ho visto riapparire sotto forma di recensione in un blog ( ahimè, mi scuso con l'autore ma ho completamente rimosso di quale blog si trattasse ) e mi sono detta: ecco un altro titolo da recuperare e rileggere adesso.
All'epoca ero una figlia ( e una nipote), oggi sono passata dalla parte opposta della barricata e sono innanzitutto una mamma; l'idea era di intraprendere di nuovo questo viaggio a metà tra fisico e psiche, per vedere semplicemente l'effetto che fa. Manco a dirlo, ora come allora, l'ho amato. Con una nuova consapevolezza, certo, con occhi nuovi su certe sfaccettature; ma indubbiamente non ne sono rimasta delusa.
La storia è quella di tre generazioni di donne. La prima, quella della nonna, voce narrante nonchè figlia di una famiglia borghese dell'estremo nord Italia, formata come tutta la sua generazione dal dolore della guerra e da un'educazione rigida focalizzata sulle apparenze più che sull'affetto.
La seconda, quella della figlia di lei, turbolenta rappresentante della ribellione giovanile degli anni '70, dell'inquietudine, dei "tempi nuovi" che hanno visto la luce dopo le macerie della guerra e dopo il boom economico. L'ultima, quella della nipote, una giovane degli anni '90 emigrata negli USA in cerca di esperienze, voce muta eppure presente attraverso le parole ed i ricordi della nonna.
Tre generazioni che si intrecciano, si sovrappongono e si allontanano, ciascuna sotto la spinta del proprio modo d'essere, e che la nonna cerca di riunire - se non fisicamente, almeno emotivamente - scrivendo alla nipote una lunga lettera.
Una lettera che sgorga spontanea dal suo cuore, nella quale i ricordi si ammucchiano e si dipanano senza necessariamente seguire il filo cronologico, spinti dall'urgenza dei sentimenti contrastanti che la animano mentre cerca di spiegare alla nipote lontana la storia di lei, e delle donne della sua famiglia.
Noi siamo con lei, in una immensa villa nel ventoso inverno del Carso, una casa divenuta improvvisamente troppo grande e troppo silenziosa, nella quale lei, con la sola compagnia del cane Buck e dei suoi ricordi, si aggira ricostruendo la sua esistenza, mettendo nero su bianco aneddoti della sua vita, cercando di spianare le incomprensioni con la nipote riportando alla luce ricordi dei loro anni insieme, anni sereni e splendenti nei quali erano state unite, ma non solo.
Perchè con uno straordinario coraggio, la nonna decide di aprirle completamente il suo cuore, raccontandole finalmente un segreto che portava sepolto nell'animo da anni, un segreto pieno di spine che aveva dovuto inghiottire in nome di una rispettabilità borghese che negli anni '90 già cominciava a scricchiolare come concetto.
Una storia straordinaria che ha come voce narrante quella pacata di una donna anziana, la quale lontana ormai dai tumulti rabbiosi della giovinezza ripercorre passo a passo la sua vita, i suoi errori, cercando di fare luce negli angoli bui e di dare alla giovane nipote proiettata verso quel futuro che a lei sta sfuggendo dalle mani delle solide basi sulle quali costruire la donna che sceglierà di diventare.
Una storia delicata che spinge a riflettere sulle convenzioni, su ciò che davvero conta nella vita, sulle scelte, sul tempo che scorre e che non torna indietro.
Sulle fratture che talvolta si creano tra un essere umano e l'altro, e che non sempre si riescono a sanare.
UN ASSAGGIO:
"Per mio padre, come per mia madre, i figli prima di ogni altra cosa erano un dovere mondano. Tanto trascuravano il nostro sviluppo interiore, altrettanto trattavano con rigidità estrema gli aspetti più banali dell'educazione. Dovevo sedermi dritta a tavola con i gomiti vicino al corpo. Se, nel farlo, dentro di me pensavo soltanto al modo migliore di darmi la morte, non aveva nessuna importanza. L'apparenza era tutto, al di là di essa esistevano soltanto cose sconvenienti.
Così sono cresciuta con il senso di essere qualcosa di simile ad una scimmia da addestrare bene e non un essere umano, una persona con le sue gioie, i suoi scoramenti, il suo bisogno di essere amata. Da questo disagio molto presto è nata dentro di me una grande solitudine, una solitudine che con gli anni è diventata enorme, una specie di vuoto pneumatico nel quale mi muovevo con i gesti lenti e goffi di un palombaro."
mercoledì 10 febbraio 2016
JONATHNAN COE - La Banda dei Brocchi
DOVE: Birmingham, Regno Unito
QUANDO: anni '70
Tutto ha inizio nel 1973, in una Birmingham marrone e piovosa, ribollente del malumore di una classe operaia stanca ed affamata di diritti. Più o meno negli stessi anni in cui i due protagonisti di "Due di Due" di De Carlo vedono rinsaldarsi la loro amicizia, in una Milano benestante a malapena scossa dalle proteste studentesche, qui nel cuore dell'Inghilterra industriale altri quattro ragazzi vedono fiorire la loro amicizia.Benjiamin Trotter, Philip Chase, Doug Anderton (i cui padri sono legati per motivi diversi ai destini della locale fabbrica di automobili ed alle proteste violente degli operai), oltre al ribelle Harding, prolifico ideatore di scherzi più o meno feroci, frequentano tutti quanti il King Williams, prestigiosa scuola destinata - questo almeno sperano i loro genitori - a proiettarli verso una laurea ad Oxford ed un brillante futuro. Qui, tra le austere mura della scuola, i quattro intrecciano le loro vicende personali, fatte di insicurezze, musica, sogni infranti, piccole e grandi difficoltà quotidiane, cuori spezzati, vacanze in un Galles aspro e spigoloso.
Ma quelli non sono anni qualsiasi. In Inghilterra come in Italia, tutto sembra fremere, ribollire, come un lago di lava che qua e là scoppia in enormi, rosse bolle letali.
Freme la scena musicale, in una continua evoluzione (dagli Harthfield and the North, con il loro The Rotters' Club che ha ispirato il titolo, passando per gli Henry Cow, fino ai primi ruggiti del punk dei Damned.)
Freme la politica, con gli integralisti (cattolici!!) dell'IRA che seminano sangue e terrore piazzando autobombe nei pub, mentre gli scioperi paralizzano le aziende e la polizia scandalizza l'opinione pubblica caricando i manifestanti. Sudditi di sua Maestà che si mordono uno con l'altro, come cani rabbiosi.
Freme la società, quando al King Williams viene ammesso - primo nella storia - uno studente di colore, Steve Richards, unico in tutta la scuola, che affronta a testa alta il soprannome di Rastus immediatamente affibbiatogli dai suoi compagni.
Tutto è in evoluzione, tutto è sospeso, tutto e tutti sembrano impegnati in una lotta aspra tra passato ed innovazione, modernità e tradizione. Anni straordinari, tutto sommato, per essere degli adolescenti le cui menti, per definizione, sono proiettate in avanti, verso il progresso, verso il domani, verso le decine di migliaia di opportunità che il mondo sembra offrire.
Coe offre un viaggio straordinario verso anni che ci appaiono improvvisamente lontani, ingenui, spigolosi eppure traboccanti di speranza.Un viaggio da godersi comodi comodi, assaporando una tazza di tè bollente ma soprattutto mettendo in sottofondo i tanti, tantissimi riferimenti musicali di cui il libro è disseminato, per entrare DAVVERO nello spirito dell'epoca.
UN ASSAGGIO:
"Fu una serata fantastica. Ti ci potevi perdere in tutto quel rumore. I piccoli problemi, come il fatto che eri senza soldi e non sapevi dove andare a dormire scomparivano in quel mare di accordi e sudore e birra e distorsioni e corpi che saltavano e si lanciavano frenetici per aria e poi per terra come pazzi senza quasi seguire il ritmo della musica. Doug non aveva mai sentito prima nessuna di quelle canzoni, ma nei mesi e negli anni a venire sarebbero diventate i suoi migliori amici: Deny, London's burning, Janie Jones. Restò pietrificato per l'aspetto e per la voce di Joe Strummer che gridava, strillava, cantava, ululava nel microfono: i capelli fradici di sudore, appiccicati alla testa, le vene del collo tese e pulsanti. Doug si arrese a tutto quel rumore e per un'ora trampolò come un indemoniato nel cuore denso e palpitante di una folla di duecento e più persone. Il calore e l'energia erano irresistibili. Alla fine del concerto si avvicinò barcollando al bancone del bar e lottò per trovare un posto mentre i fan schiamazzavano cercando di placare la loro sete. Fu spinto e strattonato ma restituì alla pari spinte e strattoni e finì col sentirsi per la prima volta, quel giorno, meravigliosamente e inaspettatamente a posto."
QUANDO: anni '70
Tutto ha inizio nel 1973, in una Birmingham marrone e piovosa, ribollente del malumore di una classe operaia stanca ed affamata di diritti. Più o meno negli stessi anni in cui i due protagonisti di "Due di Due" di De Carlo vedono rinsaldarsi la loro amicizia, in una Milano benestante a malapena scossa dalle proteste studentesche, qui nel cuore dell'Inghilterra industriale altri quattro ragazzi vedono fiorire la loro amicizia.Benjiamin Trotter, Philip Chase, Doug Anderton (i cui padri sono legati per motivi diversi ai destini della locale fabbrica di automobili ed alle proteste violente degli operai), oltre al ribelle Harding, prolifico ideatore di scherzi più o meno feroci, frequentano tutti quanti il King Williams, prestigiosa scuola destinata - questo almeno sperano i loro genitori - a proiettarli verso una laurea ad Oxford ed un brillante futuro. Qui, tra le austere mura della scuola, i quattro intrecciano le loro vicende personali, fatte di insicurezze, musica, sogni infranti, piccole e grandi difficoltà quotidiane, cuori spezzati, vacanze in un Galles aspro e spigoloso.
Ma quelli non sono anni qualsiasi. In Inghilterra come in Italia, tutto sembra fremere, ribollire, come un lago di lava che qua e là scoppia in enormi, rosse bolle letali.
Freme la scena musicale, in una continua evoluzione (dagli Harthfield and the North, con il loro The Rotters' Club che ha ispirato il titolo, passando per gli Henry Cow, fino ai primi ruggiti del punk dei Damned.)
Freme la politica, con gli integralisti (cattolici!!) dell'IRA che seminano sangue e terrore piazzando autobombe nei pub, mentre gli scioperi paralizzano le aziende e la polizia scandalizza l'opinione pubblica caricando i manifestanti. Sudditi di sua Maestà che si mordono uno con l'altro, come cani rabbiosi.
Freme la società, quando al King Williams viene ammesso - primo nella storia - uno studente di colore, Steve Richards, unico in tutta la scuola, che affronta a testa alta il soprannome di Rastus immediatamente affibbiatogli dai suoi compagni.
Tutto è in evoluzione, tutto è sospeso, tutto e tutti sembrano impegnati in una lotta aspra tra passato ed innovazione, modernità e tradizione. Anni straordinari, tutto sommato, per essere degli adolescenti le cui menti, per definizione, sono proiettate in avanti, verso il progresso, verso il domani, verso le decine di migliaia di opportunità che il mondo sembra offrire.
Coe offre un viaggio straordinario verso anni che ci appaiono improvvisamente lontani, ingenui, spigolosi eppure traboccanti di speranza.Un viaggio da godersi comodi comodi, assaporando una tazza di tè bollente ma soprattutto mettendo in sottofondo i tanti, tantissimi riferimenti musicali di cui il libro è disseminato, per entrare DAVVERO nello spirito dell'epoca.
UN ASSAGGIO:
"Fu una serata fantastica. Ti ci potevi perdere in tutto quel rumore. I piccoli problemi, come il fatto che eri senza soldi e non sapevi dove andare a dormire scomparivano in quel mare di accordi e sudore e birra e distorsioni e corpi che saltavano e si lanciavano frenetici per aria e poi per terra come pazzi senza quasi seguire il ritmo della musica. Doug non aveva mai sentito prima nessuna di quelle canzoni, ma nei mesi e negli anni a venire sarebbero diventate i suoi migliori amici: Deny, London's burning, Janie Jones. Restò pietrificato per l'aspetto e per la voce di Joe Strummer che gridava, strillava, cantava, ululava nel microfono: i capelli fradici di sudore, appiccicati alla testa, le vene del collo tese e pulsanti. Doug si arrese a tutto quel rumore e per un'ora trampolò come un indemoniato nel cuore denso e palpitante di una folla di duecento e più persone. Il calore e l'energia erano irresistibili. Alla fine del concerto si avvicinò barcollando al bancone del bar e lottò per trovare un posto mentre i fan schiamazzavano cercando di placare la loro sete. Fu spinto e strattonato ma restituì alla pari spinte e strattoni e finì col sentirsi per la prima volta, quel giorno, meravigliosamente e inaspettatamente a posto."
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mercoledì 18 novembre 2015
ANDREA DE CARLO - Due di Due
DOVE: Tra Milano e l'Umbria, passando per la Grecia
QUANDO: a cavallo tra la fine degli anni '60 e gli anni '80
Eccomi qui, con un ritardo a dir poco mostruoso. Continuo a ripromettermi di far riprendere al blog un ritmo regolare ma un po' i piccoli impegni quotidiani tra lavoro e figlio, un po' il computer vecchio che ti fa passare la voglia di accenderlo, finisco sempre per rimandare.
Ma andiamo con ordine, per quanto possibile.
Millenni fa, partecipai con immenso piacere ad un piccolo giveaway organizzato dal blog My Caffè Letterario, in occasione della bellissima iniziativa Io Leggo Perchè.
Due i titoli in palio in tale occasione: il bellissimo Oceano Mare di Baricco (che io adoro e ho già letto, straletto e commentato) e un libro di Andrea De Carlo che mi aveva sempre incuriosito ma che ancora non avevo avuto il piacere di leggere. Detto, fatto: ho partecipato, e qualche tempo dopo, in un bel pacchettino giallo, l'ho ricevuto, mi sono messa comoda, e sono partita per questo nuovo viaggio. Tra l'altro, diretto verso una meta "inesplorata", almeno per quanto mi riguarda, dal punto di vista letterario: quegli anni della contestazione che i miei genitori hanno attraversato più o meno di striscio.
Eccoci qui, in un liceo della Milano benestante, dove tutto ha inizio. Siamo alla fine degli anni '60, la contestazione studentesca attendeva solo una miccia che la facesse esplodere quando Mario e Guido si incontrano. Timido il primo, fascinosamente asociale il secondo, stringono tra loro una solida amicizia che li legherà per anni, anche quando la vita e le scelte li divideranno. I primi amori, il motorino, le famiglie distaccate e prese dalla loro vita "bene", i banchi di scuola, le barricate, i megafoni, le assemblee.. e poi la maturità, il mondo improvvisamente - e inaspettatamente - a portata di mano, gli ideali, la voglia di credere in un mondo migliore, il proprio viso che, giorno dopo giorno, si trasforma al di là dello specchio ed improvvisamente ritrovare i lineamenti di un uomo là dove c'erano quelli di un ragazzo... I due attraversano talvolta insieme, talvolta a distanza, tutte queste tappe dolci e amare che costituiscono i tasselli della vita, accomunati entrambi dalla delusione e dalla nausea per la società in cui vivono, ma reagendo ad esse in maniera diametralmente opposta: Guido alternando una rabbia cieca a filo dell'autodistruzione con momenti di apatia e sconforto; Mario con costruttività e un ottimismo a un passo dall'utopia.
Tra una Milano rigida e schematica, una tappa in Grecia che ha il profumo della libertà e delle possibilità infinite, passando per Londra, l'Australia e una quieta coppia di casali - poco più di un rudere - lontano da tutto e tutti, nel cuore dell'Umbria, due giovani italiani che sperano in un futuro diverso e migliore... esiste un tema più attuale di questo?
UN ASSAGGIO:
" Nei pomeriggi andavamo all'Università, pieni di aspettative fin da quando giravamo l'angolo della via. Ci aggiravamo nel fumo di sigaretta per le aule e gradinate dove si parlava di come trasformare tutto, e ci sembrava una dimensione molto più autentica e arrischiata di quella del nostro liceo.Eravamo affascinati dagli studenti universitari: dalle loro giacche di tela verde militare e la loro aria adulta, l'ironia e la conoscenza del mondo, la pericolosità pronta a manifestarsi.Ci rendevamo conto che era una specie di gioco romantico, dove ognuno si inventava un personaggio in base ai modelli letterari o storici o pittorici o musicali che aveva, ma in quella fase della nostra vita eravamo pronti a prenderlo per buono, usarlo come punto di partenza per le nostre fantasie.
Dai discorsi che ascoltavamo uscivano immagini di altri possibili mondi, realizzati in altri paesi o solo pensati, rimasti semplici disegni nell'aria. Tutti si erano messi a scavare nella storia lungo tracciati diversi da quello della nostra educazione scolastica: ogni giorno facevano nuove scoperte che quasi subito entravano in contrasto tra loro."
QUANDO: a cavallo tra la fine degli anni '60 e gli anni '80
Eccomi qui, con un ritardo a dir poco mostruoso. Continuo a ripromettermi di far riprendere al blog un ritmo regolare ma un po' i piccoli impegni quotidiani tra lavoro e figlio, un po' il computer vecchio che ti fa passare la voglia di accenderlo, finisco sempre per rimandare.
Ma andiamo con ordine, per quanto possibile.
Millenni fa, partecipai con immenso piacere ad un piccolo giveaway organizzato dal blog My Caffè Letterario, in occasione della bellissima iniziativa Io Leggo Perchè.
Due i titoli in palio in tale occasione: il bellissimo Oceano Mare di Baricco (che io adoro e ho già letto, straletto e commentato) e un libro di Andrea De Carlo che mi aveva sempre incuriosito ma che ancora non avevo avuto il piacere di leggere. Detto, fatto: ho partecipato, e qualche tempo dopo, in un bel pacchettino giallo, l'ho ricevuto, mi sono messa comoda, e sono partita per questo nuovo viaggio. Tra l'altro, diretto verso una meta "inesplorata", almeno per quanto mi riguarda, dal punto di vista letterario: quegli anni della contestazione che i miei genitori hanno attraversato più o meno di striscio.
Eccoci qui, in un liceo della Milano benestante, dove tutto ha inizio. Siamo alla fine degli anni '60, la contestazione studentesca attendeva solo una miccia che la facesse esplodere quando Mario e Guido si incontrano. Timido il primo, fascinosamente asociale il secondo, stringono tra loro una solida amicizia che li legherà per anni, anche quando la vita e le scelte li divideranno. I primi amori, il motorino, le famiglie distaccate e prese dalla loro vita "bene", i banchi di scuola, le barricate, i megafoni, le assemblee.. e poi la maturità, il mondo improvvisamente - e inaspettatamente - a portata di mano, gli ideali, la voglia di credere in un mondo migliore, il proprio viso che, giorno dopo giorno, si trasforma al di là dello specchio ed improvvisamente ritrovare i lineamenti di un uomo là dove c'erano quelli di un ragazzo... I due attraversano talvolta insieme, talvolta a distanza, tutte queste tappe dolci e amare che costituiscono i tasselli della vita, accomunati entrambi dalla delusione e dalla nausea per la società in cui vivono, ma reagendo ad esse in maniera diametralmente opposta: Guido alternando una rabbia cieca a filo dell'autodistruzione con momenti di apatia e sconforto; Mario con costruttività e un ottimismo a un passo dall'utopia.
Tra una Milano rigida e schematica, una tappa in Grecia che ha il profumo della libertà e delle possibilità infinite, passando per Londra, l'Australia e una quieta coppia di casali - poco più di un rudere - lontano da tutto e tutti, nel cuore dell'Umbria, due giovani italiani che sperano in un futuro diverso e migliore... esiste un tema più attuale di questo?
UN ASSAGGIO:
" Nei pomeriggi andavamo all'Università, pieni di aspettative fin da quando giravamo l'angolo della via. Ci aggiravamo nel fumo di sigaretta per le aule e gradinate dove si parlava di come trasformare tutto, e ci sembrava una dimensione molto più autentica e arrischiata di quella del nostro liceo.Eravamo affascinati dagli studenti universitari: dalle loro giacche di tela verde militare e la loro aria adulta, l'ironia e la conoscenza del mondo, la pericolosità pronta a manifestarsi.Ci rendevamo conto che era una specie di gioco romantico, dove ognuno si inventava un personaggio in base ai modelli letterari o storici o pittorici o musicali che aveva, ma in quella fase della nostra vita eravamo pronti a prenderlo per buono, usarlo come punto di partenza per le nostre fantasie.
Dai discorsi che ascoltavamo uscivano immagini di altri possibili mondi, realizzati in altri paesi o solo pensati, rimasti semplici disegni nell'aria. Tutti si erano messi a scavare nella storia lungo tracciati diversi da quello della nostra educazione scolastica: ogni giorno facevano nuove scoperte che quasi subito entravano in contrasto tra loro."
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domenica 16 dicembre 2012
EVA RICE - L'arte perduta di mantenere i segreti
QUANDO: a cavallo tra il 1954 e il 1955.
Ecco uno di quei libri che sono in grado di incantare i sensi. Di quelli che, quando chiudi l'ultima pagina, hai ancora sulla pelle il vento pungente dell'inverno londinese, nel naso l'odore delle sigarette e dei profumi costosi che evaporano nel chiuso dei locali piu' chic, aleggiando sopra il chiacchiericcio delle testoline leggere di adolescenti viziatissime, dal rossetto sgargiante e una preoccupante propensione per l'alcol e la superficialità. Ma soprattutto, è un libro che si muove a suon di musica. Quella zuccherosa e melodica di Johnny Ray, di cui le due giovani protagoniste sono pazzamente innamorate come solo due diciottenni sanno essere, e della sua The Little White Cloud That Cried, o quella sensuale, pepata, energica di un ancora sconosciuto (perlomeno in Europa) Elvis Presley in Mistery Train, che incanta con il suo ritmo infuocato il fratello della protagonista, trascinandolo nella spira del piu' puro rock and roll.
Ma andiamo con ordine..
Siamo nel dopoguerra, quando quasi con stupore le famiglie della Londra "bene" riprendono la loro vita scintillante sotto l'occhio vigile dei rotocalchi; ed è qui, in un freddo pomeriggio di metà novembre, che la giovane ed un tantino impacciata Penelope Wallace s'imbatte in Charlotte, anticonvenzionale, disinvoltamente bella, eccentrica, che le apre improvvisamente le porte di quel mondo. Con lei, il suo ammaliante cugino Harry - apprendista mago - e la bellissima e caotica zia Claire, Penelope addenta con piacere tutto cio' che la città puo' offrirle; perchè lei e il fratello Inigo, confinati nella cadente Milton Magna Hall, mastodontica dimora di origine medievale che cade a pezzi, nel silenzio della campagna inglese, sotto il peso dei debiti, fino ad allora avevano poco più che sognare ad occhi aperti l'America davanti al giradischi. La mamma Talitha, bellissima trentacinquenne resa vedova dalla guerra, fatica a risollevarsi dalla perdita del marito e lascia infatti languire lentamente attorno a se' la casa, mentre i due figli adolescenti, affamati di vita, d'amore e di successo, tentano in tutti i modi di reagire a quella muta decadenza.
E quando Harry chiede aiuto a Penelope per fare ingelosire la bellissima e capricciosa Marina Hamilton, protagonista della stampa mondana nonche' sua ex, gli ingranaggi di qualcosa che cambierà le loro vite si mettono in moto.....
Delizioso, scorrevole, poetico viaggio negli anni Cinquanta che trovo ottimamente sintetizzato nel commento - riportato sul retro di copertina - di Cosmopolitan:
Se Jane Austen fosse ancora in circolazioone, scriverebbe libri come questo. Eva Rice serve ai lettori un trancio di letteratura vintage così delizioso che vien voglia di mangiarlo in un boccone!
Ok, di solito non amo riportare gli altrui commenti nelle mie recensioni; e forse tirare in ballo la zia Jane e' un tantino azzardato... ma l'occasione di tuffarsi in un ambiente così particolare è forse unica, e pare quasi di sentir scricchiolare il pavimento di Milton Magna Hall sotto i nostri passi, mentre fuori fiocca la neve...
UN ASSAGGIO:
"Alle cinque del mattino Inigo dichiaro' di avere una voglia terribile di uova alla coque; ma le lasciammo nell'acqua troppo a lungo, mentre Harry ci mostrava il trucco del cucchiaio che spariva, e alla fine diventarono sode. Le sgusciammo (operazione difficile visto che tutti avevamo bevuto come non mai) e le intingemmo nella saliera; io tagliai delle irregolari fette di pane e le imburrai in un modo che Mary avrebbe definito generoso. Charlotte ci preparo' del caffe' forte, ben zuccherato, e Harry mi colpì versando nella tazza quello che restava del suo brandy con un sospiro di disperazione.
Poi ci infilammo gli stivali e facemmo scricchiolare la neve sotto i piedi fino a raggiungere la panca davanti allo stagno delle anatre, armati di plaid e sciarpe.
"Che meraviglia di posto in cui vivere!" continuava a dire Charlotte. "Chi si rintana nella casa in fondo al viale? Ci siamo passati venendo qui".
"La Dower House? E' li che abitavamo durante la guerra. Quando siamo tornati a Magna, ci perdevamo in continuazione." disse Inigo. "La casa non e' piccola, ma quando sei lì puoi sentire chiunque ti chiami ad alta voce. Nell'East Wing di Magna siamo praticamente ad un altro fuso orario."
Charlotte ridacchio'- "Abbiamo passato gran parte della guerra nell'Essex, dalla mia prozia. Noi non vedevamo l'ora di tornare a Londra. La' tutto ci sembrava maledettamente eccitante, e invece eravamo segregati nel mezzo del nulla."
Mi dichiarai d'accordo.
"Mi sentivo frodata. Zia Claire se ne stava in città, e per quanto ne sapevo si divertiva un mondo. Faceva sempre colazione da Fortnum's con i calcinacci che le cadevano in testa. Diceva che la guerra era inebriante."
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tra le giovani adolescenti benestanti della Londra anni 50
giovedì 5 aprile 2012
ZADIE SMITH - Della Bellezza
DOVE: Wellington, prestigioso college statunitense di Boston
QUANDO: anni'90
Howard Belsey, stimatissimo docente nonchè autore di una monumentale opera dissacrante su Rembrandt -opera incompiuta da anni, seppur chiacchieratissima - è ad un punto cruciale della sua vita. I capelli imbiancano, qualche fascinosa ruga comincia a solcare il viso, si tirano le somme della prima metà della propria vita: un matrimonio solido che pare aver superato la burrasca di una sua scappatella da cinquantenne, tre figli, una lussuosa casa in un quartiere rispettabile, un posto di tutto rispetto nella prestigiosa università di Wellington. Kiki, la sua burrosa moglie caraibica - un tempo battagliera femminista - organizza minuziosamente il party in giardino per il loro anniversario, mentre i suoi figli (il pio Jerome, il ribelle Levi e la caustica ed intellettuale Zora) cominciano a tracciare ciascuno la propria strada, alla ricerca del loro posto nel mondo. S'innamorano, lottano, sfidano le convenzioni. Tutto scorre liscio, le burrasche del passato sembrano spente alle loro spalle, fino a quando il destino non catapulta nel cuore di Wellington addirittura il suo acerrimo - in termini puramente accademici - nemico Monty Kipps, conservatore ai limiti del fanatismo, autore di una serie di pungenti stoccate dirette contro l'opera in fieri del professor Belsey. Inutile dire che, nei corridoi dell'austera Wellington, comincia ben presto a serpeggiare il malumore; tantopiù che tra gli studenti che seguono il suo corso fa la sua comparsa Victoria, figlia di Monty, affascinante e provocatoria.
Riuscirà il professor Belsey a riprendere le redini della propria vita, rimettendo ordine laddove il destino si è divertito a lanciare sassi ed increspare le acque?
UN ASSAGGIO:
"L'estate se ne andò improvvisamente da Wellington, sbattendo la porta nell'uscire. Il contraccolpo fece cadere d'un tratto tutte le foglie dagli alberi e come ogni fine di settembre Zora Belsey provò la strana sensazione che da qualche parte in una piccola aula dalle piccole seggiole una maestra di scuola elementare attendesse il suo arrivo. Le sembrava sbagliato camminare verso il centro senza una gonna a pieghe e una sravatta di stoffa lucida, senza una serie di gomme da cancellare profumate. Il tempo non è quello che è, ma come lo si vive, e Zora lo viveva così. Ancora a casa dei suoi, ancora vergine. Eppure in procinto di iniziare il primo giorno del suo secondo anno di università. L'anno prima, da matricola, gli studenti del secondo anno le erano sembrati appartenere a un'altra categoria di esseri umani: così sicuri nei gusti e nelle opinioni, negli amori e nelle idee. Quel mattino Zora si era svegliata con l'idea che la notte potesse averle portato la sperata metamorfosi; ma nello scoprire che così non era, aveva fatto ciò che quasi ogni ragazza fa quando non si sente nella parte: si era vestita in modo da simularla. In che misura ci fosse riuscita, non lo sapeva. Si fermò a esaminare la propria immagine riflessa nella vetrina di Lorelie's, un negozio di parrucchiere per studentesse che risaliva agli anni Cinquanta, sull'angolo tra Houghton Street e Maine Avenue. Cercò di mettersi nei panni dei suoi pari. Si rivolse la più difficile delle domande: se IO mi vedessi, cosa penserei di me?
Aveva mirato a qualcosa del genere 'intellettuale bohemienne: impavida; aggraziata; audace e coraggiosa'. Perciò indossava una lunga gonna zingaresca verde scuro, una camicetta bianca di cotone con un'eccentrica gorgiera, un'alta cintura di pelle scamosciata presa in prestito dall'armadio di Kiki e risalente all'epoca in cui sua madre poteva ancora permettersi di indossare una cintura, un paio di zatteroni e una specie di cappello. Che specie di cappello? Un cappello da uomo, di feltro verde, che somigliava vagamente a una fedora ma che in effetti non lo era. L'insieme non somigliava affatto all'idea che se n'era fatta nell'uscire di casa. Nemmeno lontanamente."
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tra le rivalità accademiche e non di un college statunitense,
zadie smith
lunedì 5 marzo 2012
AZHAR ABIDI - La Casa degli amori sognati
DOVE: Karachi,Pakistan
QUANDO: metà degli anni '80
Se -come ormai ripeto fino alla nausea - per me leggere è intraprendere un viaggio, va da sè che adoro in particolar modo i libri che sono in grado di portarmi lontano da quella che è la mia realtà. Per esempio, nel Pakistan degli anni '80, sospeso a metà tra un passato fatto di rigidi principi familiari, disciplina, serenità ed un presente in cui la violenza lacera ed infiamma corpi ed animi di coloro che, in nome degli ideali, si lanciano nella follia di una guerra "giusta".
Bilqis, vedova, distinta signora discendente di un'antica famiglia di Karachi, colta ed elegante osserva impotente attorno a sè il lento declino di tutto ciò che un tempo era stato il suo presente; così come le tappezzerie vede gli antichi principi ed ideali ingiallirsi e farsi improvvisamente lisi, vetusti, muffosi agli occhi dei giovani. Come quelli dell'amato figlio Samad, fresco sposo della bella australiana Kate, che seppur combattuto nel proprio intimo con i sensi di colpa - abbandonare l'anziana madre, sempre più sola nella vecchia casa cadente - sceglie comunque di restare in Australia, tentando in tutti i modi di sradicare l'ostinata Bilqis dal Pakistan in rapido decadimento per portarla con sè a Melbourne. O quelli della giovane Mumtaz, domestica nata e cresciuta nella sua casa - come sua madre prima di lei - che in barba ai sani principi della tradizione che vorrebbero un matrimonio accuratamente selezionato e scelto da altri per lei, insegue il suo cuore imbarcandosi in una pericolosa relazione "non autorizzata" con Omar, focoso combattente per l'indipendenza.
Tutto ruota intorno all'amore nelle sue diverse forme - per i genitori, per la propria patria, per la religione, fino al più tradizionale, quello che toglie il fiato e fa battere il cuore - tra i profumi esotici del silenzioso giardino in mezzo al quale sorge l'ormai cadente casa di Bilquis, che pare precedere di qualche passo i piccoli "acciacchi" della sua ultima, tenace inquilina, fedelmente accudita da un esile manipolo di domestici a lei devoti.
UN ASSAGGIO:
"La mattina successiva, Bilqis si svegliò presto. Aveva piovuto prima dell'alba. Quando smise, le rane cominciarono a gracidare. Bilqis si svegliò da un sogno vivido, pensando che suo marito, Hashmat, fosse ancora vivo. Le ci volle qualche istante per rendersi conto che era morto da sette anni, anche se le sembrava che fossero passati solo pochi giorni. Seccata con sè stessa, si alzò e andò in bagno. Era uno spazio piccolo senza finestre, con un'apertura vicino al soffitto, i muri imbiancati e un bouquet di lavanda fresca in una nicchia. Si lavò le mani e il viso con una saponetta trasparente Pear's e si asciugò con uno spesso asciugamano. Moderni accessori in acciaio avevano sostituito l'impianto idraulico originale; era rimasta soltanto una vecchia vasca da bagno in ghisa che, quando gli operai avevano osato cercare di toglierla, aveva affondato le sue zampe artigliate nel pavimento, minacciando di portare con sè tutta la muratura. Si tolse le pantofole rosse di pelle e si sedette sul bordo della vasca. Le piaceva quel bagnetto, che sembrava la cella di un monastero. Si sentiva al sicuro lì dentro. Era il sancta sanctorum della sua casa."
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martedì 1 marzo 2011
DOMENICO STARNONE - Ex cattedra
DOVE: in una scuola superiore della periferia romana
QUANDO: anno scolastico 1985-1986
L'arguta penna di Starnone ci trascina nell'irresistibile descrizione della vita di un professore, snocciolata in forma di diario attraverso un solo anno scolastico, a cavallo tra il 1985 e il 1986. Con uno stile sciolto ed irresistibilmente accattivante, aiutato dall'esperienza autobiografica dell'autore - egli stesso un insegnante - ci addentriamo così in un mondo al quale tutti noi, per un periodo della nostra vita, apparteniamo, guardandolo però attraverso gli occhi di un professore. Un mondo nel quale i professori sembrano inerosabilmente intrappolati da un malefico incantesimo che li costringe, come il Ritratto di Dorian Gray, ad invecchiare anno dopo anno mentre intorno a loro la gioventù si rinnova con i propri colori. Dove studenti dai nomi vagamente pittoreschi - Timballo Daniele, Martinelli Stefy, Menegozzi Catia con la "C" - tra gite scolastiche, autogestioni e minacciosi comunicati del preside cercano a loro modo il loro posto nel mondo. Dove i professori prendono l'odore stantio dei panini al tonno costretti a trangugiare nei periodi di scrutini, quando restano prigionieri di estenuanti votazioni ed altrettanto estenuanti discussioni per cercare di strappare un misero punticino al collega intransigente. Un libro breve che si sorseggia d'un fiato come un caffè, e che in un battito d'ali ci porta attraverso le stagioni, la polvere dei cancellini, l'eco della campanella nei corridoi, il ciabattare svogliato dei bidelli. e che consiglio vivamente soprattutto a chi, come me, avendo degli insegnanti in famiglia saprà apprezzare ancor di più l'ironico dipanarsi di un inconsueto "dietro le quinte" della scuola italiana.
UN ASSAGGIO:
"Ora vago per i corridoi, in una scuola che sta tra la sezione staccata del tribunale dell'Inquisizione e un lazzaretto nel pieno della pestilenza. Nelle classi c'è poca gente. La gran parte degli studenti o si sta appiccicando nozioni nei cessi o si sta facendo interrogare fuori orario, una domandina veloce in un'altra classe, in sala professori, in biblioteca. Molti invece si aggirano con gli occhi rossi lanciando bestemmie e non c'è giorno che non si veda qualche studentessa distesa su due banchi priva di sensi, mentre l'amica del cuore strilla : "aria, aria!" E il preside arriva gridando: "chiamate l'insegnante di educazione fisica", una categoria che lui considera piena di medici e taumaturghi, visto che sa un po' d'anatomia."
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mercoledì 21 luglio 2010
AMY TAN - Il circolo della fortuna e della felicità
DOVE: tra Cina e Stati Uniti
QUANDO: tra gli inizi del '900 e gli anni '70
Il mio primo approccio con Amy Tan è stato piuttosto casuale; qualche anno fa, volendo "rinnovare" il mio inglese un tantino arrugginito, chiesi ad una cara amica - che allora era studentessa di Lingue - di prestarmi qualche libro in lingua originale. E' stato così che mi sono appassionata a The bonesetter daughter (La figlia dell'aggiustaossa), di questa scrittrice americana ma di origini cinesi. Nonostante qualche intoppo con la lingua e la necessità di avere a portata di mano il mio fedele dizionarietto, il libro mi ha talmente incantato che mi ero riproposta di rileggerlo in italiano, ma una volta in libreria mi sono detta: perchè invece non leggere prima qualcos'altro della stessa autrice?
Detto, fatto: sono uscita dal negozio portando con me questo sorprendente pezzetto di Cina...
La storia è piuttosto articolata, ripercorrendo le vite di otto donne - quattro mamme e quattro figlie - tra una Cina rurale e pittoresca e un'America razionale e "moderna". A fungere da spunto, la storia di Jing-Mei, che dopo la morte della mamma Suyuan prende - un po' di malavoglia - il suo posto al tavolo del Mah-jong; da questo episodio si dipana il filo conduttore dell'intero libro, il contrasto tra due generazioni e due culture, le mamme rimaste impigliate nel folklore e nelle superstizioni di una Cina che sta scomparendo e le figlie, combattute tra il folle desiderio di rinnegare le proprie origini e il loro "essere cinesi".
Amy Tan ci porta a spasso in un oriente tanto lontano da tingersi di fiaba, un oriente in cui le quattro coraggiose mamme - e le loro stesse mamme - vivono la loro giovinezza, tra folklore e magia popolare, barcamenandosi come possono tra gli orrori della guerra ed i vincoli spesso incomprensibili dell'onore e del rispetto; e poi via, attraverso l'oceano, fin negli USA scintillanti di vetrate e grigi di cemento, una nuova terra carica di promesse nella quale le quattro donne hanno piano piano messo radici. Salvo poi trovarsi davanti delle figlie quasi estranee, cresciute malgrado tutti i loro sforzi secondo i principi americani ma che, una volta adulte, riscoprono lentamente le loro radici, nella semplicità di piccoli, preziosi gesti, come quello di preparare i piatti della tradizione cinese.
Splendida in questo senso la descrizione della zia An-Mei intenta a preparare i wonton, o il racconto - un intero capitolo - del pranzo a base di granchi per il Capodanno Cinese, che ci porta tra gli odori e i colori del mercato di Chinatown, nella folla chiassosa in cerca della "migliore qualità".
Per questo amo questa scrittrice, per la capacità di evocarti, con pochi tratti, un'intera scena e per la semplicità con cui, da un capitolo all'altro, il suo stile vira bruscamente, passando dal racconto delle figlie a quello delle madri. Alla fine del libro, resta una vaga sensazione di tenerezza per queste quattro donne, trapiantate in un occidente che faticano a comprendere, guardandolo nel contempo mentre, come una marea, cerca di portare via le loro figlie.
UN ASSAGGIO:
"'Questa è la camera degli ospiti', mi ha detto Lena con quel suo fiero piglio americano. Ho sorriso. Ma secondo lo standard cinese la camera degli ospiti è la camera da letto migliore della casa, quella dove dormono lei e suo marito. Io non glielo dico. La sua saggezza è come uno stagno senza fondo. Tu ci getti delle pietre che affondano subito nell'oscurità, e spariscono nel nulla. I suoi occhi che ti guardano non riflettono niente. Io lo penso tra me e me anche se amo mia figlia. Io e lei abbiamo diviso lo stesso corpo. C'è una parte della sua mente che è parte della mia. Ma quando è nata, è schizzata fuori dal mio corpo come un pesce scivoloso, e da allora ha continuato a nuotare lontano da me. Per tutta la vita l'ho guardata come se fossi su un'altra spiaggia. E adesso devo dirle tutto quello che riguarda il mio passato. E' l'unico modo per penetrare nella sua pelle e trascinarla fin dove può essere salvata."
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