DOVE: Istanbul, Turchia
QUANDO: tra la fine degli anni 50 e gli anni duemila
Un viaggio impagabile, suggestivo, unico, quello che offre Orhan Pamuk (tra l'altro, premio nobel 2006 per la letteratura) in poco meno di seicento pagine scorrevoli e fluenti: quello attraverso la Istanbul dell'ultimo secolo, a partire dagli anni '50 fin quasi ai nostri giorni, anni di profondo fermento politico e sociale durante i quali la città si trasforma e ribolle sotto la spinta dei suoi abitanti, fino a diventare la metropoli a cavallo tra oriente ed occidente che conosciamo oggi.
E tutto questo, noi lo viviamo sulla pelle di uno dei suoi cittadini più umili, Mevlut, trasferitosi da ragazzo in città assieme al padre, venditore di yogurt e boza, in cerca di fortuna e rimasto impigliato in una vita modesta un po' per un suo testardo, nostalgico attaccamento alle tradizioni, un po' per la sua indole pacata, accomodante, poco ambiziosa.
E mentre suo zio e i suoi cugini, anch'essi venuti ad Istanbul in cerca di ricchezza, riescono tutto sommato, anno dopo anno, ad ampliare la loro baracca, i loro guadagni, la loro famiglia, il romantico Mevlut rifiuta di abbandonare il suo mestiere e continua per la sua strada - letteralmente.
Perchè, anno dopo anno, lui continua a percorrere le vie cittadine con il pesante giogo appoggiato sulle spalle, richiamando col suo grido "bozaaaa" i clienti. Che però, anno dopo anno, man mano che il progresso porta ad Istanbul i frigoriferi e lo yogurt e la boza di produzione industriale, diminuiscono fino a ridursi a sporadici nostalgici perlopiù ubriachi che, di tanto in tanto, spinti dalla curiosità, vengono attratti dal piccolo, anacronistico ambulante.
Intorno a lui la città muta e si trasforma velocemente, i locali aprono e chiudono, le leggi cambiano, lui ed i suoi amici d'infanzia crescono; ma Mevlut, silenzioso, testardamente fedele a sè stesso, incurante degli scontri politici, delle lotte interne alla città, dei cambiamenti internazionali, continua a percorrere ogni sera le strade che conosce a menadito, lanciando il suo richiamo d'altri tempi.
Perchè lui, Mevlut, è un ragazzo - e poi, negli anni, un uomo - semplice, d'altri tempi, felice con poco.
Pienamente soddisfatto, e questo la dice lunga sul suo carattere, del matrimonio con Rayiha, rapita con la complicità di suo cugino Suleyman. Peccato che, si accorge Mevlut quando ormai è troppo tardi, la ragazza rapita non era quella di cui, tre anni prima, si era innamorato incrociando per caso il suo sguardo ad un matrimonio, ma la sorella maggiore di quest'ultima. Una terribile confusione, uno scambio di nomi, un fraintendimento con il solerte cugino; insomma Mevlut rapisce e sposa la ragazza sbagliata. Eppure, dicevamo, è pienamente soddisfatto del matrimonio con Rayiha, della loro vita coniugale, delle loro splendide figlie.
Mevlut è così: romantico, semplice, poco ambizioso. Uno così , verrebbe da pensare, una metropoli in fermento come Istanbul lo tritura, lo mastica sputandone via solo le ossa; e invece no, Mevlut resiste, insiste, vive la sua vita semplice osservando con occhi ingenui e puri i cambiamenti che avvengono attorno a lui.
Una storia semplice, raccontata a più voci - perchè non è solo Mevlut a parlare, ma i diversi personaggi, ciascuno per propria bocca, hanno tutti voce in capitolo - intrisa di una sottile e polverosa malinconia. Una storia piena di profumi e suoni di un tempo lontano, di un mondo esotico che vediamo sotto ai nostri occhi diventarlo sempre meno, sempre più contaminato da un Occidente che sembra , sguaiato e prepotente non lasciare scampo alle delicate tradizioni di un tempo ed alle silenziose notti d'oriente rotte solo dalla voce del bozaci.
Tante voci, tanta umanità, che finiscono per costringerti ad affezionarti alla vecchia Istanbul ed a provare anche tu, lettore, in fondo al cuore un moto di malinconia quando inesorabilmente i paesaggi familiari mutano sotto la spinta prepotente del progresso. Ed a renderti conto che, qui come in Turchia, tra gli anni 60 ed oggi il progresso ci ha dato tanto, chiedendoci forse in cambio di pagare un prezzo altissimo: la perdita del candore, dell'innocenza, del gusto genuino per le cose semplici. In una parola, di tutto ciò che incarna la piccola anima di carta di Mevlut.
PS: per chi, come me, ignorando cosa sia la boza, volesse conoscere meglio questa bevanda, rimando a questo link.
UN ASSAGGIO:
"Nel punto più alto di Kultepe, dove andavano Mevlut e suo padre, c'erano i resti dell'inceneritore dei rifiuti, e le ceneri che davano il nome a quel posto. Da lì si vedevano le altre colline, che si stavano riempiendo velocemente di baracche (Duttepe, Kustepe, Esentepe, Gultepe, Harmantepe, Seyrantepe, Oktepe ecc.), il cimitero più grande della città (Zincirlikuyu), parecchie aziende grandi e piccole, autorimesse, officine, depositi, fabbriche di medicinali e lampadine e, in lontananza, l'ombra spettrale della città, con i suoi alti edifici e minareti. La città stessa e i quartieri dove con suo padr vendeva yogurt al mattino e boza la sera, e dove andava a scuola, erano come tante chiazze misteriose.
Ancora più lontano c'erano le colline azzurre della parte asiatica della città. Il Bosforo era fra queste colline, e purtroppo non era visibile. Eppure ogni volta che Mevlut saliva in cima, sin dal suo arrivo in città, per un istante credeva di intravedere il mare fra quelle montagne azzurre. Sulle colline che scendevano verso il mare c'erano enormi tralicci, conduttori di una delle principali linee che portavano l'elettricità a Istanbul. A contatto con i cavi, il vento produceva suoni bizzarri, e nei giorni in cui c'era umidità i fili emettevano uno strano ronzio. "
"Non sei mai stato il capitano Nemo intrappolato nel tuo sottomarino mentre la piovra ti sta attaccando?" (Dal film 'La Storia infinita')
Visualizzazione post con etichetta padre e figlio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta padre e figlio. Mostra tutti i post
domenica 20 agosto 2017
ORHAN PAMUK - La stranezza che ho nella testa
Etichette:
Ad Istanbul tra gli anni 60 ed oggi,
amicizia,
amore,
contemporanei,
Orhan Pamuk,
padre e figlio,
scorrere del tempo,
scrittori turchi
mercoledì 10 agosto 2016
JONATHAN COE - I terribili segreti di Maxwell Sim
DOVE: in viaggio tra l'Inghilterra e la Scozia
QUANDO: 2009
Ancora svolte, ancora cambiamenti repentini della vita (dopo la recensione di Piccoli Limoni Gialli), ma stavolta, di tutt'altro sapore.
Maxwell Sim, 48 anni, uomo dalla vita ordinaria - un lavoro non particolarmente entusiasmante, una ex moglie ed una figlia che vivono in un'altra città, un addome prominente e i capelli che ingrigiscono - si trova improvvisamente a fare i conti con la sua esistenza atonica e senza scossoni. Rientrando a Watford, UK dopo un viaggio in Australia in visita a suo padre, infatti, lo assale tutto a un tratto con violenza la consapevolezza di essere incommensurabilmente solo, a dispetto dei suoi contatti facebook. Ma lui, uomo tutt'altro che energico e pieno d'iniziativa, immerso da oltre sei mesi in un limbo di depressione che lo ha spinto anche a prendersi una lunga aspettativa dal lavoro, si culla nella deprimente consapevolezza di questo senso di abbandono fino a quando un'incredibile, capricciosa, collana di eventi consecutivi non sembra mettergli davanti uno spiraglio di luce. Trevor Paige, l'ultimo superstite tra quelli che poteva considerare "amici", lo contatta proponendogli un lavoro come rappresentante di spazzolini da denti ecologici per una piccola, ambiziosa ditta che si propone di sbaragliare le grosse multinazionali e la crescente crisi economica producendo artigianalmente spazzolini a basso impatto ambientale. Non solo: per il lancio dell'ultimo, strabiliante modello si propongono una campagna pubblicitaria d'impatto, spedendo quattro rappresentanti ai quattro angoli dell'Inghilterra chiedendo loro di tenere un video-diario del viaggio, e promettendo oltretutto un allettante premio in denaro.
Sembrerebbe la tanto attesa svolta nella vita piatta e grigia di Max: da Watford alle remote isole Shetland a bordo di una Toyota Prius; e allora che cosa è andato storto? Perchè il 9 marzo 2009 una pattuglia di polizia ritrova Maxwell Sim nudo ed in coma etilico nella sua auto abbandonata in mezzo alla tormenta, con un bagagliaio carico di spazzolini da denti e un sacco pieno di cartoline provenienti dall' estremo oriente?
In un silenzioso, angosciante, piovoso e solitario viaggio attraverso l'Inghilterra - ed attraverso la mentre sconvolta dalla depressione - ripercorriamo con lui, passo dopo passo, tappa dopo tappa, il suo lento, amaro, inesorabile declino. E poi? Ci sarà un colpo di reni che lo riporterà a galla? O Max Sim finirà per lasciarsi affogare negli oscuri gorghi del suo male nero?
Al sorprendente colpo di scena finale, l'ardua sentenza; non anticipo nulla, ma dico solo che se le ultimissime pagine vi hanno entusiasmato, consiglio vivamente la lettura de "L'immortalità" di Kundera (già recensito qui)...
UN ASSAGGIO:
"Prima di incamminarmi verso l'entrata principale, presi la videocamera e filmai per una ventina di secondi, inquadrando tutto il palazzo, da sinistra a destra e dall'alto in basso. Era la prima volta che usavo la videocamera, ma sembrava abbastanza facile da maneggiare. Non so bene perchè lo feci, però: in parte per calmarmi i nervi, forse, e in parte perchè pensai che a mio padre sarebbe piaciuto vedere il filmato la prossima volta che ci fossimo incontrati, chissà quando. Quel che è certo è che non sarebbe stato molto utile a Lindsay o Alan Guest per il loro video promozionale. Finite le riprese, riposi la videocamera nel vano portaoggetti e bloccai gli sportelli dell'auto.
E' strano che adesso, quando ripenso a quella mattina, e mi rivedo camminare sulla distesa d'asfalto davanti al palazzo, io abbia la sensazione che tutto si svolgesse nel silenzio più assoluto. Eppure, evidentemente, non esiste una cosa come il silenzio assoluto. Non in Inghilterra. Quindi doveva esserci stato il rombo del traffico sulla Eastern Avenue, o il gemito distante delle sirene della polizia, o il pianto di un bambino in una carrozzina due strade più in là, ma non è così che ricordo la scena. Era tutto immobilità e silenzio. Era tutto mistero."
QUANDO: 2009
Ancora svolte, ancora cambiamenti repentini della vita (dopo la recensione di Piccoli Limoni Gialli), ma stavolta, di tutt'altro sapore.
Maxwell Sim, 48 anni, uomo dalla vita ordinaria - un lavoro non particolarmente entusiasmante, una ex moglie ed una figlia che vivono in un'altra città, un addome prominente e i capelli che ingrigiscono - si trova improvvisamente a fare i conti con la sua esistenza atonica e senza scossoni. Rientrando a Watford, UK dopo un viaggio in Australia in visita a suo padre, infatti, lo assale tutto a un tratto con violenza la consapevolezza di essere incommensurabilmente solo, a dispetto dei suoi contatti facebook. Ma lui, uomo tutt'altro che energico e pieno d'iniziativa, immerso da oltre sei mesi in un limbo di depressione che lo ha spinto anche a prendersi una lunga aspettativa dal lavoro, si culla nella deprimente consapevolezza di questo senso di abbandono fino a quando un'incredibile, capricciosa, collana di eventi consecutivi non sembra mettergli davanti uno spiraglio di luce. Trevor Paige, l'ultimo superstite tra quelli che poteva considerare "amici", lo contatta proponendogli un lavoro come rappresentante di spazzolini da denti ecologici per una piccola, ambiziosa ditta che si propone di sbaragliare le grosse multinazionali e la crescente crisi economica producendo artigianalmente spazzolini a basso impatto ambientale. Non solo: per il lancio dell'ultimo, strabiliante modello si propongono una campagna pubblicitaria d'impatto, spedendo quattro rappresentanti ai quattro angoli dell'Inghilterra chiedendo loro di tenere un video-diario del viaggio, e promettendo oltretutto un allettante premio in denaro.
Sembrerebbe la tanto attesa svolta nella vita piatta e grigia di Max: da Watford alle remote isole Shetland a bordo di una Toyota Prius; e allora che cosa è andato storto? Perchè il 9 marzo 2009 una pattuglia di polizia ritrova Maxwell Sim nudo ed in coma etilico nella sua auto abbandonata in mezzo alla tormenta, con un bagagliaio carico di spazzolini da denti e un sacco pieno di cartoline provenienti dall' estremo oriente?
In un silenzioso, angosciante, piovoso e solitario viaggio attraverso l'Inghilterra - ed attraverso la mentre sconvolta dalla depressione - ripercorriamo con lui, passo dopo passo, tappa dopo tappa, il suo lento, amaro, inesorabile declino. E poi? Ci sarà un colpo di reni che lo riporterà a galla? O Max Sim finirà per lasciarsi affogare negli oscuri gorghi del suo male nero?
Al sorprendente colpo di scena finale, l'ardua sentenza; non anticipo nulla, ma dico solo che se le ultimissime pagine vi hanno entusiasmato, consiglio vivamente la lettura de "L'immortalità" di Kundera (già recensito qui)...
UN ASSAGGIO:
"Prima di incamminarmi verso l'entrata principale, presi la videocamera e filmai per una ventina di secondi, inquadrando tutto il palazzo, da sinistra a destra e dall'alto in basso. Era la prima volta che usavo la videocamera, ma sembrava abbastanza facile da maneggiare. Non so bene perchè lo feci, però: in parte per calmarmi i nervi, forse, e in parte perchè pensai che a mio padre sarebbe piaciuto vedere il filmato la prossima volta che ci fossimo incontrati, chissà quando. Quel che è certo è che non sarebbe stato molto utile a Lindsay o Alan Guest per il loro video promozionale. Finite le riprese, riposi la videocamera nel vano portaoggetti e bloccai gli sportelli dell'auto.
E' strano che adesso, quando ripenso a quella mattina, e mi rivedo camminare sulla distesa d'asfalto davanti al palazzo, io abbia la sensazione che tutto si svolgesse nel silenzio più assoluto. Eppure, evidentemente, non esiste una cosa come il silenzio assoluto. Non in Inghilterra. Quindi doveva esserci stato il rombo del traffico sulla Eastern Avenue, o il gemito distante delle sirene della polizia, o il pianto di un bambino in una carrozzina due strade più in là, ma non è così che ricordo la scena. Era tutto immobilità e silenzio. Era tutto mistero."
Etichette:
contemporanei,
crisi di mezza età,
in viaggio dall'Inghilterra alle isole Shetland,
Inghilterra contemporanea,
Jonathan Coe,
padre e figlio,
pazzia,
scrittori inglesi,
solitudine,
viaggi
mercoledì 27 aprile 2016
HARPER LEE - Va', metti una sentinella
DOVE: Maycomb, Alabama
QUANDO: anni '50
Avete presente Scout, la brillante e combattiva ragazzina protagonista del capolavoro di Harper Lee, Il buio Oltre la Siepe? Sì, proprio lei, la scalza maschiaccia di Maycomb, figlia del pacato avvocato Atticus Finch, finalmente è tornata. Ed è esattamente come la immaginiamo una volta cresciuta; una donna testarda, indipendente, allergica a pregiudizi ed etichette sociali, trasferitasi a New York e di ritorno nella piccola Maycomb in visita a ciò che resta della sua famiglia, dopo la morte - ahimè - del fratello Jem.
E se da piccola già stentava a tenere a freno la lingua di fronte a quelle che reputava ingiustizie, figuriamoci adesso, quando la maturità di una giovane ventiseienne residente nella grande mela consente a Jean Louise di vedere ancor più chiaramente l'asfissiante grettezza e la mentalità meschina della provincia americana. Anche Maycomb è più o meno come ce la immaginiamo negli anni '50; strade asfaltate, piccoli giardini curati, un piccolo chiosco di gelati là dove un tempo lei e Jem giocavano insieme ad Henry (Hank) Clinton, lo storico amico d'infanzia divenuto ora un tranquillo ed affidabile praticante avvocato nello studio di Atticus Finch, nonchè corteggiatore di Jean Louise. Inutile dire che la tranquilla vita di provincia a Jean Louise - che nel profondo del cuore continua ad essere la burrascosa Scout - comincia presto ad andare stretta; quelle che un tempo erano state le sue compagne di scuola sembrano essersi tramutate una dopo l'altra in amabili casalinghe, che scrollatesi di dosso qualsivoglia ambizione personale vivono contemplando amorevolmente i loro mariti, riflettendone persino le opinioni, incapaci perfino di concepire propri pensieri indipendenti. Il germe del razzismo, che da tempo covava sotto la superficie dorata della piccola cittadina, continua a germogliare e spandere il suo veleno ipocrita; la comunità nera e quella "rispettabile" bianca vivono a debita distanza, in un precario equilibrio.
Ma soprattutto, il mondo di Jean Louise comincia a vacillare nel momento in cui perfino Atticus - suo padre, Atticus Finch, che per lei era il sole attorno a cui ruotava l'intero universo - sembra apparentemente deluderla, tradendo quelli che fino ad allora per lei erano stati i principi fermi ed indiscutibili della sua cieca fede in Atticus. Scavando in un passato talvolta dolce, spesso doloroso, Scout porta alla luce i piccoli, inconfessabili segreti di famiglia che la costringono inevitabilmente a maturare, rivedendo i suoi rapporti familiari, quello con Hank ma soprattutto rivedendo il rapporto con sè stessa. E, anche se sarà un processo doloroso - i cambiamenti lo sono sempre, specialmente quelli bruschi - la giovane Scout sopravvivrà. Perchè d'altronde continua ad essere la tosta figlia di Maycomb che scazzottava coi maschi.
Non aggiungo altro; per chi ha amato Harper Lee sarà certamente un piacere ritrovare la sua protagonista. Per tutti gli altri, un'occasione magari per accostarsi a lei, considerando fra l'altro che quest'opera era stata concepita dall'autrice prima di comporre Il Buio Oltre la Siepe, ma che poi da una serie di considerazioni di carattere editoriale è venuta fuori quest'ultima.
(Rimando alla pagina di Wikipedia tutti coloro che fossero interessati all storia di Va', Metti una Sentinella)
Infine, ultimo ma non per importanza, con questo post completo la mia partecipazione al Link Party del Blog Cinebooks Blog, dedicato ai libri ed alla primavera ^_^.
Cliccando sul link arriverete direttamente alla pagina dell'iniziativa, dove potete trovare la lista di tutti i blog partecipanti: una vera miniera d'oro, per gli amanti della lettura!
UN ASSAGGIO:
"La Seconda Guerra Mondiale ebbe una certa influenza su Maycomb: i suoi figli che tornavano a casa avevano strane idee su come fare quattrini e una gran fretta di recuperare il tempo perduto. Pitturavano le case dei genitori di colori atroci; imbiancavano i negozi di Maycomb e montavano insegne al neon; per se stessi costruivano case in muratura in quelli che una volta erano campi di granoturco e pinetine; rovinavano l'aspetto della vecchia città. Le sue strade non furono soltanto latricate, ma anche battezzate (Adeline Avenue, dal nome di Miss Adeline Clay), a i vecchi residenti si astenevano dall'usare i nomi delle vie: per orientarsi bastava indicare "la strada che passa davanti a Tompkins Place". Dopo la guerra, da tutte le aziende agricole della contea affluirono in massa a Maycomb giovani che costruivano casette di legno che sembravano scatole di fiammiferi e mettevano su famiglia. Nessuno capiva come facessero a sbarcare il lunario, ma in un modo o nell'altro ci riuscivano, e se il resto della città avesse riconosciuto la loro esistenza avrebbero creato a Maycomb un nuovo strato sociale.
Anche se l'aspetto della città era cambiato, nelle case nuove battevano gli stessi cuori, davanti ai frullatori e ai televisori. Si poteva dare una mano di bianco a tutto quello che si voleva, e montare buffe insegne al neon, ma le vecchie case di legno reggevano bene allo sforzo anche sotto questo peso supplementare."
QUANDO: anni '50
Avete presente Scout, la brillante e combattiva ragazzina protagonista del capolavoro di Harper Lee, Il buio Oltre la Siepe? Sì, proprio lei, la scalza maschiaccia di Maycomb, figlia del pacato avvocato Atticus Finch, finalmente è tornata. Ed è esattamente come la immaginiamo una volta cresciuta; una donna testarda, indipendente, allergica a pregiudizi ed etichette sociali, trasferitasi a New York e di ritorno nella piccola Maycomb in visita a ciò che resta della sua famiglia, dopo la morte - ahimè - del fratello Jem.
E se da piccola già stentava a tenere a freno la lingua di fronte a quelle che reputava ingiustizie, figuriamoci adesso, quando la maturità di una giovane ventiseienne residente nella grande mela consente a Jean Louise di vedere ancor più chiaramente l'asfissiante grettezza e la mentalità meschina della provincia americana. Anche Maycomb è più o meno come ce la immaginiamo negli anni '50; strade asfaltate, piccoli giardini curati, un piccolo chiosco di gelati là dove un tempo lei e Jem giocavano insieme ad Henry (Hank) Clinton, lo storico amico d'infanzia divenuto ora un tranquillo ed affidabile praticante avvocato nello studio di Atticus Finch, nonchè corteggiatore di Jean Louise. Inutile dire che la tranquilla vita di provincia a Jean Louise - che nel profondo del cuore continua ad essere la burrascosa Scout - comincia presto ad andare stretta; quelle che un tempo erano state le sue compagne di scuola sembrano essersi tramutate una dopo l'altra in amabili casalinghe, che scrollatesi di dosso qualsivoglia ambizione personale vivono contemplando amorevolmente i loro mariti, riflettendone persino le opinioni, incapaci perfino di concepire propri pensieri indipendenti. Il germe del razzismo, che da tempo covava sotto la superficie dorata della piccola cittadina, continua a germogliare e spandere il suo veleno ipocrita; la comunità nera e quella "rispettabile" bianca vivono a debita distanza, in un precario equilibrio.
Ma soprattutto, il mondo di Jean Louise comincia a vacillare nel momento in cui perfino Atticus - suo padre, Atticus Finch, che per lei era il sole attorno a cui ruotava l'intero universo - sembra apparentemente deluderla, tradendo quelli che fino ad allora per lei erano stati i principi fermi ed indiscutibili della sua cieca fede in Atticus. Scavando in un passato talvolta dolce, spesso doloroso, Scout porta alla luce i piccoli, inconfessabili segreti di famiglia che la costringono inevitabilmente a maturare, rivedendo i suoi rapporti familiari, quello con Hank ma soprattutto rivedendo il rapporto con sè stessa. E, anche se sarà un processo doloroso - i cambiamenti lo sono sempre, specialmente quelli bruschi - la giovane Scout sopravvivrà. Perchè d'altronde continua ad essere la tosta figlia di Maycomb che scazzottava coi maschi.
Non aggiungo altro; per chi ha amato Harper Lee sarà certamente un piacere ritrovare la sua protagonista. Per tutti gli altri, un'occasione magari per accostarsi a lei, considerando fra l'altro che quest'opera era stata concepita dall'autrice prima di comporre Il Buio Oltre la Siepe, ma che poi da una serie di considerazioni di carattere editoriale è venuta fuori quest'ultima.
(Rimando alla pagina di Wikipedia tutti coloro che fossero interessati all storia di Va', Metti una Sentinella)
Infine, ultimo ma non per importanza, con questo post completo la mia partecipazione al Link Party del Blog Cinebooks Blog, dedicato ai libri ed alla primavera ^_^.
Cliccando sul link arriverete direttamente alla pagina dell'iniziativa, dove potete trovare la lista di tutti i blog partecipanti: una vera miniera d'oro, per gli amanti della lettura!
UN ASSAGGIO:
"La Seconda Guerra Mondiale ebbe una certa influenza su Maycomb: i suoi figli che tornavano a casa avevano strane idee su come fare quattrini e una gran fretta di recuperare il tempo perduto. Pitturavano le case dei genitori di colori atroci; imbiancavano i negozi di Maycomb e montavano insegne al neon; per se stessi costruivano case in muratura in quelli che una volta erano campi di granoturco e pinetine; rovinavano l'aspetto della vecchia città. Le sue strade non furono soltanto latricate, ma anche battezzate (Adeline Avenue, dal nome di Miss Adeline Clay), a i vecchi residenti si astenevano dall'usare i nomi delle vie: per orientarsi bastava indicare "la strada che passa davanti a Tompkins Place". Dopo la guerra, da tutte le aziende agricole della contea affluirono in massa a Maycomb giovani che costruivano casette di legno che sembravano scatole di fiammiferi e mettevano su famiglia. Nessuno capiva come facessero a sbarcare il lunario, ma in un modo o nell'altro ci riuscivano, e se il resto della città avesse riconosciuto la loro esistenza avrebbero creato a Maycomb un nuovo strato sociale.
Anche se l'aspetto della città era cambiato, nelle case nuove battevano gli stessi cuori, davanti ai frullatori e ai televisori. Si poteva dare una mano di bianco a tutto quello che si voleva, e montare buffe insegne al neon, ma le vecchie case di legno reggevano bene allo sforzo anche sotto questo peso supplementare."
Etichette:
biografie autobiografie e spunti biografici,
contemporanei,
Harper Lee,
nella provincia americana degli anni'50,
padre e figlio,
razzismo,
ricordi d'infanzia,
scrittori statunitensi
domenica 3 aprile 2016
MASSIMO GRAMELLINI - Fai bei sogni
DOVE: Torino
QUANDO: tra la fine degli anni '60 ed oggi
Da quando - quasi sette anni fa - sono diventata mamma, ho scoperto una nuova forma di paura e di dolore. Prima di allora non mi preoccupavo mai più di tanto che potesse accadermi qualcosa; e comunque, se anche questo lontano pensiero mi avesse sfiorato la mente, avrebbe prodotto poco più che una noncurante alzata di spalle. Oggi, improvvisamente, il pensiero che io dovessi venire a mancare lasciando mio figlio mi spezza il cuore. L'idea di qualcuno che vada a dirgli che la sua mamma non esiste più, immaginare le sue lacrime, il suo senso di smarrimento, bastano a darmi la pelle d'oca. Diventi mamma, e Madre Natura ti dice che da quel momento in poi tu non sei più tu; tu sei una mamma, indissolubilmente legata alla creatura che hai portato in grembo. Scivoli in secondo piano, per lasciar spazio a lui.
Ed è con questo spirito che ho letto il libro di Gramellini, avventurandomi tra le sue pagine ignorando cosa mi aspettasse (al di là della quarta di copertina, evito sempre di leggere recensioni o qualsiasi altra anticipazione che possa privarmi del gusto della scoperta, quando inizio un libro) ed entrando in una storia diretta come un pugno allo stomaco.
Una storia autobiografica, che in poco più di duecento pagine mi ha strappato fiumi di lacrime.
Massimo, nove anni, in una fredda e nevosa notte dell'ultimo dell'anno, si sveglia e scopre che la sua vita è stata stravolta: improvvisamente la sua mamma non c'è più. Un bambino come tanti, che alla fine degli anni sessanta scopre tutto a un tratto che "come tanti" non lo è più. Lui è adesso agli occhi di tutti è un orfano, che dovrà lottare negli anni a venire non soltanto con i suoi demoni interiori (la rabbia, il senso di abbandono, il dolore che sembra schiantarti), ma anche con gli sguardi compassionevoli degli altri, con la pietà, con il disagio che gli adulti - estranei e non - provano nel doversi confontare con una realtà di dolore.
Massimo è solo. E' piccolo, è un bambino ed è solo ad affrontare una vita diversa da quella che aveva immaginato, una vita nella quale, da un momento all'altro, la sua mamma è stata cancellata da quella che semplicisticamente gli hanno definito come "brutta malattia". Niente più carezze consolatorie, niente più sorrisi orgogliosi davanti ai suoi piccoli, malfermi tentativi di approccio al disegno, niente più bacio della buonanotte. Accanto al padre, infiacchito dal dolore, lentamente Massimo cresce, matura, covando sempre nell'animo quel senso di abbandono, quella rabbia, fino al momento in cui, adulto, non si rende conto che è arrivato il momento di combattere i suoi demoni, lasciandoli venire alla luce. E affrontare finalmente il suo passato, scoprendo - ennesimo colpo al cuore, ennesima folata con cui la vita tenta di spezzarlo, invano -la verità su sua madre, e su quella lontana notte del 31 dicembre in cui tutto è iniziato.
Un libro straordinario, poetico, doloroso, talmente intimo che ti senti quasi in colpa, un libro che affronti in silenzio, in punta di piedi, con rispetto, come va affrontato il dolore.
Ma anche un libro di speranza, di rinascita, di lenta maturazione.
Ammetto di aver pianto tanto. E, per tornare alla mia premessa iniziale, l'ho fatto perchè mi rendo conto di averlo letto, dalla prima all'ultima pagina, attraverso i miei occhi, gli occhi di una mamma.
Una mamma strappata al proprio bambino, che non lo vede crescere, sbagliare, affrontare disorientato l'adolescenza per poi trovare una sua strada e diventare un uomo. Il dolore ha mille sfaccettature e mille modi di essere vissuto, ed in questo libro li ritroviamo tutti.
Il dolore rabbioso di un bambino alla quale sua madre viene ingiustamente strappata.
Il dolore amaro di un marito che vede appassire e sfiorire la donna che ha amato, senza poter fare nulla per impedirlo.
Il dolore accecante di una madre che perde la speranza, e si lascia andare benchè questo significhi non poter più, ogni notte, rimboccare silenziosamente le coperte al proprio bambino addormentato, sfiorandolo con un bacio silenzioso.
UN ASSAGGIO:
"L'operazione alle tonsille doveva essere stata un male bellissimo. La convalescenza mi aveva tenuto lontano dai compiti per settimane, in compagnia dei gelati della mamma e del mio rifugio segreto: il Sottomarino.
A una certa ora del pomeriggio abbassavo le serrande e mi infilavo nel letto all'incontrario, la testa in fondo e i piedi sotto il cuscino.
Effettuavo le immersioni in solitudine, però nei casi più delicati mi facevo scortare da Nemecsek, il ragazzo della via Pal che in una pagina del libro letta dalla mamma,e facilmente riconoscibile perchè l'avevo imbrattata con la saliva dei miei singhiozzi, si trascina in strada nonostante sia moribondo per aiutare i compagni nella battaglia decisiva.
I nemici circondavano il Sottomarino da ogni parte. Ma io, protetto dal velo magico delle lenzuola, resistevo ai loro assalti fino all'arrivo della mamma con il vassoio della merenda. Quella fantasia mi trasmetteva un senso di sicurezza che in seguito avrei ritrovato soltanto nella scrittura.
La mattina dei funerali mi chiusi in camera e attesi che la bara fosse uscita di casa. Abbassai le serrande, mi infilai all'incontrario sotto le lenzuola e salii a bordo del Sottomarino con un bisogno disperato di dichiarare guerra al mondo intero. Ma non riuscivo più a trovare i nemici. Erano tutti dentro di me."
QUANDO: tra la fine degli anni '60 ed oggi
Da quando - quasi sette anni fa - sono diventata mamma, ho scoperto una nuova forma di paura e di dolore. Prima di allora non mi preoccupavo mai più di tanto che potesse accadermi qualcosa; e comunque, se anche questo lontano pensiero mi avesse sfiorato la mente, avrebbe prodotto poco più che una noncurante alzata di spalle. Oggi, improvvisamente, il pensiero che io dovessi venire a mancare lasciando mio figlio mi spezza il cuore. L'idea di qualcuno che vada a dirgli che la sua mamma non esiste più, immaginare le sue lacrime, il suo senso di smarrimento, bastano a darmi la pelle d'oca. Diventi mamma, e Madre Natura ti dice che da quel momento in poi tu non sei più tu; tu sei una mamma, indissolubilmente legata alla creatura che hai portato in grembo. Scivoli in secondo piano, per lasciar spazio a lui.
Ed è con questo spirito che ho letto il libro di Gramellini, avventurandomi tra le sue pagine ignorando cosa mi aspettasse (al di là della quarta di copertina, evito sempre di leggere recensioni o qualsiasi altra anticipazione che possa privarmi del gusto della scoperta, quando inizio un libro) ed entrando in una storia diretta come un pugno allo stomaco.
Una storia autobiografica, che in poco più di duecento pagine mi ha strappato fiumi di lacrime.
Massimo, nove anni, in una fredda e nevosa notte dell'ultimo dell'anno, si sveglia e scopre che la sua vita è stata stravolta: improvvisamente la sua mamma non c'è più. Un bambino come tanti, che alla fine degli anni sessanta scopre tutto a un tratto che "come tanti" non lo è più. Lui è adesso agli occhi di tutti è un orfano, che dovrà lottare negli anni a venire non soltanto con i suoi demoni interiori (la rabbia, il senso di abbandono, il dolore che sembra schiantarti), ma anche con gli sguardi compassionevoli degli altri, con la pietà, con il disagio che gli adulti - estranei e non - provano nel doversi confontare con una realtà di dolore.
Massimo è solo. E' piccolo, è un bambino ed è solo ad affrontare una vita diversa da quella che aveva immaginato, una vita nella quale, da un momento all'altro, la sua mamma è stata cancellata da quella che semplicisticamente gli hanno definito come "brutta malattia". Niente più carezze consolatorie, niente più sorrisi orgogliosi davanti ai suoi piccoli, malfermi tentativi di approccio al disegno, niente più bacio della buonanotte. Accanto al padre, infiacchito dal dolore, lentamente Massimo cresce, matura, covando sempre nell'animo quel senso di abbandono, quella rabbia, fino al momento in cui, adulto, non si rende conto che è arrivato il momento di combattere i suoi demoni, lasciandoli venire alla luce. E affrontare finalmente il suo passato, scoprendo - ennesimo colpo al cuore, ennesima folata con cui la vita tenta di spezzarlo, invano -la verità su sua madre, e su quella lontana notte del 31 dicembre in cui tutto è iniziato.
Un libro straordinario, poetico, doloroso, talmente intimo che ti senti quasi in colpa, un libro che affronti in silenzio, in punta di piedi, con rispetto, come va affrontato il dolore.
Ma anche un libro di speranza, di rinascita, di lenta maturazione.
Ammetto di aver pianto tanto. E, per tornare alla mia premessa iniziale, l'ho fatto perchè mi rendo conto di averlo letto, dalla prima all'ultima pagina, attraverso i miei occhi, gli occhi di una mamma.
Una mamma strappata al proprio bambino, che non lo vede crescere, sbagliare, affrontare disorientato l'adolescenza per poi trovare una sua strada e diventare un uomo. Il dolore ha mille sfaccettature e mille modi di essere vissuto, ed in questo libro li ritroviamo tutti.
Il dolore rabbioso di un bambino alla quale sua madre viene ingiustamente strappata.
Il dolore amaro di un marito che vede appassire e sfiorire la donna che ha amato, senza poter fare nulla per impedirlo.
Il dolore accecante di una madre che perde la speranza, e si lascia andare benchè questo significhi non poter più, ogni notte, rimboccare silenziosamente le coperte al proprio bambino addormentato, sfiorandolo con un bacio silenzioso.
UN ASSAGGIO:
"L'operazione alle tonsille doveva essere stata un male bellissimo. La convalescenza mi aveva tenuto lontano dai compiti per settimane, in compagnia dei gelati della mamma e del mio rifugio segreto: il Sottomarino.
A una certa ora del pomeriggio abbassavo le serrande e mi infilavo nel letto all'incontrario, la testa in fondo e i piedi sotto il cuscino.
Effettuavo le immersioni in solitudine, però nei casi più delicati mi facevo scortare da Nemecsek, il ragazzo della via Pal che in una pagina del libro letta dalla mamma,e facilmente riconoscibile perchè l'avevo imbrattata con la saliva dei miei singhiozzi, si trascina in strada nonostante sia moribondo per aiutare i compagni nella battaglia decisiva.
I nemici circondavano il Sottomarino da ogni parte. Ma io, protetto dal velo magico delle lenzuola, resistevo ai loro assalti fino all'arrivo della mamma con il vassoio della merenda. Quella fantasia mi trasmetteva un senso di sicurezza che in seguito avrei ritrovato soltanto nella scrittura.
La mattina dei funerali mi chiusi in camera e attesi che la bara fosse uscita di casa. Abbassai le serrande, mi infilai all'incontrario sotto le lenzuola e salii a bordo del Sottomarino con un bisogno disperato di dichiarare guerra al mondo intero. Ma non riuscivo più a trovare i nemici. Erano tutti dentro di me."
Etichette:
a Torino tra gli anni 70 ed oggi,
biografie autobiografie e spunti biografici,
contemporanei,
dolore,
Massimo Gramellini,
padre e figlio,
perdita di una persona cara,
scrittori italiani
mercoledì 23 marzo 2011
KENZABURO OE - Una famiglia
DOVE: Tokyo (Giappone)
QUANDO: tra gli anni '60 e gli anni '90
Ecco un libro (*) che parla di dolore ma, anche di rinascita. E' la storia vera di un uomo che, solo poche ore dopo la gioia più grande - quella di diventare padre - vede spalancarsi sotto i suoi piedi il baratro della disperazione; perchè il piccolo e paffuto Hikari, roseo ed innocente come tutti i neonati, è in realtà affetto da una grave malformazione cerebrale. Solo dopo un complicato intervento chirurgico, come scrive il padre stesso, potè cominciare a "vivere in questo mondo". Una vita resa difficile dalla sua disabilità, che rendeva il suo corpo in crescita prigioniero di una mente che era come cristallizzata in un'età senza tempo; una vita che, come è prevedibile, non manca di stravolgere quella di chi gli sta accanto.
La storia di questa famiglia è la storia di come la vita possa cambiarti con la rapidità di un colpo di vento; anche quando sei uno scrittore e studioso di letteratura con davanti a sè un futuro roseo e sereno. Senza pudore, guardando a ritroso attraverso la sua vita, Kenzaburo Oe descrive allora la rabbia, l'angoscia, l'impegno, l'amore, l'ammirazione per la quieta pazienza della moglie e per la tenacia dello stesso Hikari, che incanala la sua voglia di comunicare nella musica divenendo un sorprendente compositore in grado di trasmettere con le note le emozioni intrappolate per anni nel bozzolo del suo handicap.
Un romanzo che trasporta in una Tokyo diversa da quella sorridente, trafficata e scintillante di luci che immaginiamo; una città di silenzioso dolore, di impegno quotidiano, di difficoltà.
Perchè la disabilità non ha confini nè passaporti.
*NB: il libro è stato originariamente pubblicato suddiviso in una serie di articoli sulla rivista Giapponese "Sawarabi"; Oe aveva però già descritto la storia di Hikari in un romanzo scritto più a caldo (nel 1964) ed intitolato Un'esperienza personale.
UN ASSAGGIO:
"Ci vuole una certa dose di coraggio - e di un coraggio venato d'amarezza - per ammettere che ci sono stati e ci sono momenti in cui qualcuno nella mia famiglia non riesce a controllare la rabbia nei confronti di Hikari; e mi riferisco soprattutto a me stesso.
Se devo parlare da un punto di vista concreto, penso che questo stato d'animo assomigli all'insofferenza che assale talvolta i medici, gli infermieri, i fisioterapisti o gli psicoterapeuti verso i loro pazienti - e questo pensiero mi fa balenare davanti agli occhi l'immagine di me stesso vecchio egoista che, in un futuro non così lontano, infastidisce familiari e infermieri e viene trattato di conseguenza. Quando Hikari aveva cinque o sei anni, superava i suoi coetanei in statura e corporatura, ma il suo sviluppo psichico era quello di un bambino di tre anni. Quando uscivamo insieme per una passeggiata, si lasciava cadere a terra bruscamente nei posti e nei momenti più impensati, oppure si lanciava nella direzione che aveva scelto, quasi slogando la spalla di chi lo teneva per mano."
Etichette:
biografie autobiografie e spunti biografici,
contemporanei,
disabilità,
Giappone tra gli anni'60 e '90,
Kenzaburo Oe,
nella vita del padre di un disabile,
padre e figlio,
scrittori giapponesi
martedì 8 marzo 2011
HARDEEP SINGH KOHLI - Indian takeaway
QUANDO: ai giorni nostri
Sono, lo ammetto, affetta da una vera e propria dipendenza da lettura. Quel tipo di dipendenza che ti spinge perfino al supermercato a trascinare il tuo cestino pieno fino al reparto libri, così, tanto per "dare un'occhiata". Ed è stato così, frugando nello scatolone delle occasioni, che mi sono imbattuta nel più particolare dei viaggi: quello di un indiano di etnia Sikh nato e cresciuto a Glasgow tra gli sguardi di chi non capiva come alla domanda "di dove sei?" quel bambino dalla pelle olivastra e i capelli nascosti dal turbante potesse rispondere "Bishopbriggs". E, divenuto adulto, decide di partire alla ricerca delle proprie radici in un modo tutto particolare; grande appassionato di cucina, convinto del potere della tavola come mezzo per unire i popoli, sceglie in ogni tappa del suo viaggio uno o più commensali ed un piatto della cucina scozzese, debitamente rielaborato e riadattato con ingredienti locali. Prendete posto dunque, e affinate i sensi; attraverso treni pittoreschi, affollati di un variegato campionario di umanità; su scalcagnati ma intrepidi furgoncini, in grado di inerpicarsi su esili sterrati aggrappati sull'orlo del baratro; nei contrasti delle scintillanti metropoli, spinte verso una modernità che sembra sempre sul punto di sfuggire attraverso le dita, fin sui lacerati e silenziosi orizzonti del Kashmir conteso. Davanti ai vostri occhi, si apre l'India colorata, paziente, speziata, umida ed affollata, con il placido pascolare dei buoi in mezzo alle città e il neo-colonialismo degli hippy dell'ultim'ora, cristallizzati nella psichedelia degli anni 70 ed approdati nel subcontinente in cerca di sè stessi.
In mezzo a tutto ciò, Hardeep taglia, impasta, assaggia, soffrigge, bolle, impastella, assapora, sperimenta, scola, sminuzza, frigge descrivendoci minuziosamente sapori e profumi di due cucine - quella scozzese e quella indiana - che negli anni, hanno contribuito a costituire una fitta rete di ricordi gastronomici, e raccontandoci con sottile ironia i contrasti di una terra dalla cultura millenaria.
Perchè la ricerca di "casa" passa anche attraverso la cucina.
UN ASSAGGIO:
"Posso andare in qualunque parte del mondo, ma pochi paesaggi riusciranno ad essere sfavillanti, magnetici e pieni di vita come la banchina di una stazione di treni in India. C'è sempre qualcosa da guardare e qualcosa da fare, a prescindere da che ora è. Mentre sorseggio una tazza da cinque rupie di tè dolce, vedo frotte di gente intenta a consumare pietanze dall'aria squisita. Inevitabilmente mi viene fame. E' ora di pranzo. Ma mangiare in una stazione dei treni è un'idea avventata, quasi quanto mangiare il rajmal chawal a Peeda.
Mi siedo alla caffetteria della stazione, un posto sorprendentemente arioso e luminoso con una manciata di tavoli che sembrano perdersi nella sala spaziosa. Dietro il bancone, un eterogeneo staff di camerieri di età variabile: non si fa servizio al tavolo.
Leggo il menù su un tabellone stile anni Settanta, molto retrò, in cui ogni singola lettera di plastica bianca di ogni parola di ogni piatto è stata accuratamente pigiata dentro la plastica perforata del tabellone. Probabilmente deve essere stato questo lavoro certosino a suscitare l'arroganza dei tizi al bancone."
Etichette:
biografie autobiografie e spunti biografici,
contemporanei,
cucina,
Hardeep Singh Kohli,
in un viaggio culinario nell'India contemporanea,
padre e figlio,
scrittori indiani,
scrittori inglesi,
viaggi
mercoledì 26 gennaio 2011
ALESSANDRO BARICCO - Questa storia
DOVE: in un paesaggio rurale del Nord Italia
QUANDO: inizio del Ventesimo secolo.
Ultimo Parri è uno di quei personaggi che ti restano dentro. Con l'ingenuità e la testardaggine che solo un bambino può avere, s'innamora del nascente mondo dei motori, sentendo che è proprio lì che la sua vita deve essere diretta, verso la ricerca di un circuito perfetto che racchiuda in sè - nelle sue curve e i suoi rettilinei - tutta la sua stessa vita.
Un progetto bizzarro, nato nell'anima di un ragazzino che porta il nome che porta in ricordo del giorno in cui era nato ("Ultimo si chiamava così perchè era il primo figlio. 'E Ultimo' aveva subito precisato sua madre, appena ripresi i senso dopo il parto") e perseguito con tutto il suo cuore, a dispetto della Prima Guerra Mondiale, dello scetticismo di chi non lo capisce, delle difficoltà economiche che lo portano, proprio per coronare questo sogno, a trasportare e montrare pianoforti. Un libro che racchiude in sè una moltitudine di storie, quella di un padre e un figlio che condividono la passione per i motori, quella della Disfatta di Caporetto, quella di una giovane e bella nobile fuggita dalla Russia rivoluzionaria e ridotta in miseria - ma viva, questo è l'importante - in un'America che inizia a diventare poliglotta e multietnica. Storie individuali e storie collettive, che come sempre accade si intrecciano secondo il capriccio del destino e del narratore. E, al di sopra di tutte, il sogno caparbio di un uomo che cerca di mettere ordine nella propria vita.
Un romanzo fatto di suoni, che basta tacere per riuscire ad ascoltare: il rombo dei motori che accompagna la meraviglia di chi assiste ai primi straordinari prodigi della meccanica; le urla e il fischio dei proiettili nella trincea, il dolce fluire delle note di un pianoforte. Suoni che accompagnano la vita di un uomo che insegue il proprio sogno - e lo realizza.
UN ASSAGGIO:
"Era d'altronde proprio ciò che erano andati a cercarsi, ognuno a modo suo, compiendo quel gesto oggi incomprensbile che era stato volere la guerra, e, in molti casi, andare volontariamente alla guerra. Tutti avevano risposto, d'istinto, a una precisa volontà di fuga dall'anemia della loro gioventù - volevano che gli si restituisse la parte migliore di sè. Erano convinti che esistesse, ma che fosse ostaggio di tempi senza poesia. Tempi di mercanti, di capitalismo, di burocrazia - alcuni iniziavano già a dire: di giudei. Loro avevano in mente qualcosa di eroico, e comunque di intenso, e in ogni caso speciale: ma seduti pigramente al caffè vedevano passare i giorni senza altro obbligo che quello di essere disciplinate macchine tra le nuove macchine, in vista di un comune progresso economico e civile. Per questo noi oggi possiamo guardare increduli le foto di quegli uomini che si alzano dal tavolino e abbandonando bicchierini di blandi alcolici corrono all'ufficio di leva, sorridendo all'obiettivo, con la sigaretta ai labbri, e nelle mani, sventolata, la prima pagina di giornali che annunciavano la guerra - una guerra che poi li avrebbe maciullati, nel più orribile e metodico dei modi, con una pazienza che nessuna ferocia bellica, prima, aveva uguagliato. In un certo senso, cercavano l'infinito."
Etichette:
alessandro baricco,
contemporanei,
guerra,
Inizio Ventesimo secolo tra Italia Inghilterra e USA,
inseguire i sogni,
padre e figlio,
scrittori italiani
Iscriviti a:
Post (Atom)



