domenica 2 giugno 2019

WILLIAM SOMERSET MAUGHAM - Storie Ciniche

DOVE: Tra Londra e le sue colonie a Sumatra e nel Borneo
QUANDO: inizi del secolo scorso

In più di un'occasione mi è capitato di sottolineare come ( sarà l'età che avanza) in questa fase della mia vita le storie che culminano con un classico lieto fine finiscono per lasciarmi un po' l'amaro in bocca. Ad esempio, è successo con "Gli Occhi dei Coccodrilli sono Gialli" di Katherine Pancol, recensito qui, deliziosa storia che scorre come una confortevole tazza di tè ma che avrei preferito vedersi sciogliere in un finale diverso, meno banale e più realistico. Idem con patate per "Piccoli Limoni Gialli" della Ingemarsson: divorato, piaciuto, ma anche lì, avrei preferito una conclusione differente. Ripeto, saranno gli 'anta' che incombono a brevissimo, ma questa raccolta di brevi racconti di Maugham è stata per la parte di Malefica che alberga in me una vera boccata d'ossigeno, in tal senso.
Lui - che poi è il tipo vestito di nero che vediamo in copertina, adoro questo scatto - lo avevo già incontrato parecchi anni fa, quando il blog era agli albori, con il suo straordinario Mago, romanzo al quale all'epoca dedicai un a recensione timida e striminzita, ma con il quale rimasi incantata dallo stile concreto e moderno, e dal taglio cinico - appunto - della sua prosa. Poi, come spesso accade, è finito nell'archivio degli autori di cui mi riprometto di leggere altro, per anni; finchè, in un blog - ahimè, non ricordo più quale fosse, sicuramente uno di quelli elencati qui a sinistra fra i  miei "Compagni di Viaggio" - non ho trovato una recensione di questa raccolta, ed eccola qui, infine, tra le mie mani.
Se al contrario della sottoscritta siete in una fase esistenziale in cui agognate principi azzurri e storie a lieto fine, come potete ben intuire dal titolo, quest'opera certamente non fa per voi; perchè qui, con sapienza e sottilissima ironia, troviamo invece uno spaccato della vita quale tende ad essere veramente, con i sogni che si infrangono, le delusioni, le persone che gettano la maschera palesandosi per quelle che sono davvero. Difficile anche raccogliere le idee per definirne in breve il succo; diciamo che quelle che incontriamo sono undici storie brevi, ambientate perlopiù a Londra e nelle sue umide colonie tropicali, nelle quali incontriamo una selva di personaggi straordinari, ciascuno dei quali ben incarna il cinismo che da sempre sembra accompagnare la vita umana.
Se infatti siamo trasportati in un'epoca lontanissima da quella attuale - e per me, profondamente affascinante, quando ancora angoli lontani di mondo erano "diversi" dall'Europa, la quale iniziava il suo lento ed orgoglioso stravolgimento dei paesi con cui veniva in contatto - sorprende certamente, nel corso della lettura, lo straordinario occhio senza tempo col quale Maugham osserva e descrive le piccole vicende umane.
Gli intrecci sentimentali. Le convenzioni sociali. Un certo ridicolo perbenismo (leggete "Prima della Festa" e capirete di cosa parlo). Il violento impatto delle delusioni. La rivalsa sociale. La sottile prepotenza di chi piega gli altri al proprio volere. Sotto i cieli umidi dei tropici o nella sonora confusione luccicante dei teatri londinesi; nel silenzio austero delle case di antiche famiglie "per bene" o nei coloriti e chiassosi ricevimenti nel cuore della city, ovunque ci giriamo, la realtà ci viene mostrata qual é realmente, senza patine, senza abbellimenti. Un cinismo schietto eppure talmente velato d'ironia da strapparci, di tanto in tanto, un'amaro sorriso.
Personaggi dai tratti indimenticabili, che vale la pena di assaporare lentamente, lasciandoci sorprendere dalla loro estrema modernità. La donna - moglie e madre - che, in "Louise", mantiene la sua intera famiglia soggiogata al proprio egoismo, ostentando una presunta malattia di cuore. La zitella bruttina e retrò che, complice un matrimonio mirato con acutezza, ha la sua rivalsa diventando la più splendente e desiderata ospite dei ricevimenti in voga, descritta in "Jane". L'amaro intreccio di amore, ingenuità e morte de "La Virtù". E ancora, storie su storie, all'apparenza incastonate in un tempo andato che tutttavia divengono, pagina dopo pagina, attuali in modo ardente.
Ho adorato l'amara e triste ironia con cui la vita sembra accanirsi sui personaggi di Maugham, spingendoli a reagire a ciò che accade fiaccandoli o indurendoli a seconda dei casi; perchè quel che c'è di straordinariamente moderno in queste pagine è senz'altro la capacità di descrivere la vita, come questa finisca inevitabilmente per trasformarci - talvolta, per farci soccombere - e di come le storie, anche quelle a lieto fine, non possono non avere poi, poco più in là, un epilogo amaro.
Non storcete il naso, dopotutto questa, insegna Maugham, è la vita. Che ha uno strano, stranissimo senso dell'umorismo.

PS: qui, su Le Cartoline di Mete d'Inchiostro, un altro assaggio un po' più corposo del senso della vita, secondo Maugham.

UN ASSAGGIO:

"Se ne stava seduto su una poltroncina in stile Luigi XVI, accanto alla moglie (su un'altra poltroncina ), che l'aveva convinto ad accompagnarla alla presentazione delle collezioni primaverili. Prova, questa, dell'indole amabile di Monsieur Le Sueur: era un uomo assai indaffarato e con cose ben più importanti da fare che guardare per un'ora una dozzina di belle figliole che si pavoneggiavano con una sbalorditiva varietà di mises. Certo non pensava che una di quelle mises potesse far apparire sua moglie diversa da quella che era: un donnone spigoloso sulla cinquantina, dai lineamenti forti, ben più del normale. Non l'aveva sicuramente sposata per la sua bellezza, e lei non si era mai figurata che così fosse, nemmeno nei primi, inebrianti giorni della luna di miele. L'aveva sposata per combinare il solido stabilimento siderurgico da lei ereditato con la propria ugualmente florida fabbrica di locomotive."





mercoledì 29 maggio 2019

MARY NORTON - Pomi D'Ottone e Manici di Scopa

DOVE: Bedfordshire, Inghilterra.
QUANDO: inizio del secolo scorso.



Ammetto di essere rimasta un po' spiazzata, all'inizio, dalla lettura di questo libro. Attendevo con ansia di immergermi tra le sue pagine, essendo io legata tantissimo - per motivi di età, di magia dell'infanzia, di affinità emotiva con la storia narrata - all'indimenticabile film della Disney, con una giovanissima Angela Landsbury nel ruolo della maldestra apprendista strega. E' stato quindi con una certa sorpresa - e forse con iniziale delusione - che qui, nel libro che ha ispirato quella che era stata una delle storie della mia infanzia, di quest'ultima ho trovato poco o nulla.
C'è il letto volante, certo. C'è una deliziosa, giovane strega. Ci sono tre bambini curiosi. Ma per il resto, lo sviluppo della trama è completamente diverso. Passato quindi l'iniziale disorientamento, forte del fatto che QUESTA, dopotutto, è la storia originale, mentre quella della Disney - seppur deliziosa - nè è una libera interpretazione, mi sono avventurata liberandomi dai pregiudizi in questa lettura ariosa, leggera seppure con una lontana ombreggiatura inquieta, che si srotola partendo nel vedre della campagna inglese, dove tre bambini sono stati spediti per trascorrere un'estate di sole e scorribande al'aria aperta presso una zia e la sua domestica, mentre i genitori sono a Londra per lavoro. Ecco dunque che, immersi nel verde del giardino, tra il ronzare delle api e le lucertole che sonnecchiano pigramente, assieme ai tre bambini incontriamo la giovane Miss Price, che proprio in fondo a quel giardino vive una vita apparentemente ordinaria di donna sola, ordinata e appassionata di giardinaggio.
Figurarsi dunque lo stupore dei tre piccoli curiosoni quando, per puro caso, scoprono che la deliziosa e gentile Miss Price è invece una strega con tanto di scopa volante e che sembra nascondere, sotto la scorza dolce, un qualche nocciolo di inquietudine. Nulla di meglio per scuotere la noia di un'estate pigra. Ecco dunque che, complice un patto segreto con la Price, la quale chiede loro di mantenere il segreto sulla sua identità, che tutto ad un tratto i tre bambini si ritrovano tra le mani un pomo d'ottone incantato, grazie al quale hanno la possibilità di viaggiare nel tempo e nello spazio, semplicemente ruotandolo dopo averlo rimesso al suo posto. Da qui, inevitabilmente, scaturiscono una serie di avventure che nel complesso risultano meno "luminose" e spensierate di quelle proposte dalla fantasia di Disney, frutto probabilmente dell'epoca in cui il libro è stato scritto (ricordiamoci che nelle favole tradizionali c'era sempre una maggior facilità nel descrivere scenari inquietanti o paurosi, senza la patina satinata che tendiamo a dare oggi alle storie destinate ai bambini, temendo di turbarli).
E, tra qualche elemento "naive", anch'esso apparentemente un elemento che stona, ma da contestualizzare nell'epoca in cui il libro è stato scritto ( i "cannibali dell'isola deserta", descritti come dei selvaggi che non esitano a far prigionieri gli stranieri per farne il loro pasto ) e che mi hanno ricordato l'atmosfera che avevo trovato in King Kong di Wallace, la storia prosegue tra i sobbalzi bizzosi del letto, portandoci in mondi e luoghi diversi e riportandoci poi nella quiete del Bedfordshire carichi di emozioni, stanchi, sporchi e sudati.
E' un libro da leggere purchè - ripeto - lo si sappia contestualizzare, considerando quegli elementi che ad un lettore abituato poco ai classici, potrebbero risultare anomali; un libro dallo stile scorrevole, chiaro, semplice come ci si aspetta da una favola, in cui si osserva e ci si stupisce, con gli occhi dei tre bambini.
Forse avrei dovuto premettere che io, da piccola, amavo sempre immaginare che il mio letto prendesse il volo per portarmi lontano, nei luoghi che, di volta in volta, la mia fantasia sapeva creare; va da sè dunque che la storia del pomo d'ottone magico la amo a prescindere, sia nella versione originale che nella reinterpretazione della Disney. Qui forse la spensieratezza è, come ho scritto, leggermente velata da un vago senso di inquietudine, qui c'è la razionalità paradossale di Miss Price che mette in guardia i bambini sul rischio di viaggiare nel tempo, qui si incontrano pericoli che strappano un amaro sorriso, qui si sorride e si prova nostalgia per un tempo di ingenuità perduta, in cui il mondo era ancora sconfinato e per certi versi misterioso, e l'infanzia era ancora lunga e intrisa di ingenua magia.

UN ASSAGGIO:

"Allora Carey fece una cosa che Charles giudicò molto coraggiosa. Si alzò e andò a sedersi accanto a Miss Price sul divano.
'Mi ascolti, Miss Price' disse ' Abbiamo cercato di aiutarla quando si è fatta male alla caviglia. Non c'è bisogno di adoperare la magia cattiva con noi. Se vuole impedirci di parlare, può farlo in maniera gentile'
Miss Price la guardò ' E come potrei farlo in maniera gentile?' chiese. Il tono sembrava più ragionevole.
'Beh' disse Carey ' Potrebbe darci qualcosa - qualcosa di magico - e se noi parliamo di lei con qualcuno perdiamo tutto. Sa, come un gioco. Appena parliamo, la cosa smette di essere magica.'
''Che genere di cosa?' chiese Miss Price, come se l'idea fosse fattibile.
Charles si chinò in avanti.
'Sì' intervenne ' un anello, o qualcosa del genere, che quando facciamo ruotare appare uno schiavo. E se parliamo di lei lo schiavo non appare più. Può farlo?'
'Non posso ammettere uno schiavo' disse dopo un'istante.
'Beh, allora qualcos'altro'.



martedì 21 maggio 2019

JANE GOODALL - Cambiare il mondo in una notte

DOVE: Gombe (Tanzania). E, poi, in giro per il mondo
QUANDO: Tra gli anni '60 e oggi (con breve digressione negli anni '30)

So bene che non per tutti gli ex-bambini degli anni '80 è così, e che io rappresento un'anomalia; ma per me Jane Goodall è - assieme a Konrad Lorentz- una delle figure "mitologiche" che accompagnavano la mia infanzia di bambina tendenzialmente secchioncella, piena di fantasia e smisurato amore per la natura.
Lei era per molti versi ció che io sognavo di diventare: una naturalista che si era data corpo, anima e cuore alla sua causa, e che viveva lontano dal caos delle città, immersa nel cuore romanticamente selvaggio della natura, silenziosamente devota ad essa.
La vita poi, si sa, costringe spesso ad aggiustare il tiro, e la mia tanto sognata vita da eremita si è invece concretizzata in un lavoro convenzionale che amo - peraltro a contatto col pubblico, altro che solitudine!, in una famiglia più o meno convenzionale ed in una mai sopita straordinaria passione per la natura.
È un piacere dunque incontrare di nuovo questa donna straordinaria, e farlo adesso, da adulta, ascoltando le sue parole ed osservando la sua vita con occhi nuovi e maturi.
In questo brevissimo, piccolo libro, che lei stessa ad un certo punto definisce con grande semplicità "una chiacchierata", la Goodall si mette a nudo, ci racconta di sè, della sua lontana infanzia in anni di guerra, del contatto con la natura, della sua passione straordinaria, delle occasioni colte al volo, del suo primo, magico incontro con gli scimpanzé.
Incontro per molti versi fortuito, che però segnerà in modo indelebile la sua esistenza. Perchè lei, Jane Goodall, per chi non lo sapesse è stata per anni una studiosa silenziosa e attenta di questi straordinari primati, ai quali si è accostata con immensa pazienza e rispetto, osservandoli senza preconcetti, studiandoli col cuore, scardinando molti dei pilastri che la scienza e l'evoluzionismo avevano costruito fino ad allora, rivoluzionando quel punto di vista fin troppo antropocentrico per riportare l'uomo ad una dimensione più reale, più vicina a quella dei suoi parenti più prossimi.
In questo libro, dunque, Jane ci racconta sé stessa,e sembra quasi di essere sedute con lei, in una veranda ombrosa affacciata sulla foresta, sorseggiando un rooibos sentendole raccontare come una ragazzina inglese sua diventata una delle più grandi attiviste mondiali sui temi della sostenibilità e della salvaguardia del pianeta. Tra queste poche ma intense pagine c'è la sua essenza, gli anni di studio sul campo, l'emozione delle sue prime scoperte; ci sono gli aneddoti dei "suoi" scimpanzè, c'è la sofferenza di scoprirli indifesi e maltrattati nel mondo, il suo impegno verso la ricerca di metodi alternativi per la sperimentazione scientifica e verso una maggior consapevolezza di ciò che i consumatori possono fare. C'è tutto ció che, con il suo progetto Roots and Sprouts, la Goodall cerca di instillare nei giovani, in Africa prima e nel mondo occidentale poi: la passione, l'amore, l'impegno, la consapevolezza di poter cambiare le cose, un passo alla volta.
Ci sono tanti spunti di riflessione su come tutti noi possiamo fare la differenza. E c'è speranza, tanta speranza, nel suo messaggio che profuma d'Africa e di semplicità. Perchè malgrado tutte le ferite che le abbiamo inferto, Madre Natura sa sempre riprendersi; perchè se cambiamo rotta e iniziamo a fare la differenza, nulla é perduto.
Perché in fondo non possiamo dire di amare davvero i nostri simili, se non dimostriamo prima di amare il nostro pianeta.
Una straordinaria testimonianza di vita di una grande donna. Da leggere col cuore, davvero.

UN ASSAGGIO:

"Vi è una qualità fondamentale in chi osserva gli animali, o qualunque altro evento, e consiste nel fatto che chi osserva vuole veramente conoscere la risposta, spinto da una bruciante curiositá che lo aiuta a porsi le domande giuste. Occorre molta pazienza, aspettare e stare fermi, osservare per molto tempo e ripetutamente lo stesso comportamento. E c'è un altro aspetto: quando uscite per osservare degli animali, vedrete un comportamento che è stato già visto molte volte da altri. Ma è la prima volta per voi: voi potrete notare un particolare non osservato, o potrete dare una spiegazione lievemente diversa da quella degli altri."

domenica 5 maggio 2019

SIMONETTA AGNELLO HORNBY - La zia Marchesa

DOVE: in Sicilia, tra Sarentini e Palermo
QUANDO: a cavallo dell'Unità d'Italia

Viaggio pieno di fascino, quello appena concluso; e se come me avete apprezzato lo splendido scenario in cui si muovono con romantica tristezza le anime de Il Gattopardo, non potete non tornare a gettare un'occhio su quel mondo e quel tempo.
Qui siamo a Sarentini, nella possente e lussosa dimora di un'antica famiglia, saldamente ancorata ai principi storici che ne hanno, nei secoli, scandito i ritmi; famiglia che, come molte altre, si sente scuotere le fondamenta mentre l'Italia intera è attraversata come da un rosso fremito di rivolta. E sì che loro, i Safamita, di rivolte ne hanno viste, senza mai per questo vedersi veder meno la solida fedeltà dei propri dipendenti; ma stavolta corre voce che le cose siano diverse, che questi garibaldini fiammeggianti riescano a smuovere anche gli animi più assopiti, e che il rischio di veder crollare tutto sia più che tangibile.
In quest'atmosfera di ansiosa attesa, nel palazzo austero dei baroni Safamita, la vita quotidiana continua a scorrere con i consueti rituali, così come ci viene narrata dalla voce di Amalia Cuffaro, costretta dalla suocera a separarsi dal figlio per divenire balia in quel palazzo; ed in un formicolare operoso di domestiche, che sotto l'occhio vigile del mastro di casa sciorinano biancheria scintillante per poi riporla, odorosa di sole, o impastano dolcetti profumati nell'umido tepore delle cucine, sussurrando sottovoce vizi e virtù dei propri padroni, tra sbuffi di farina, i giovani Safamita vengono al mondo.
Come la sorprendente Costanza, amatissima secondogenita del barone, dai capelli rossi come il fuoco, piccola anima rifiutata dalla sua stessa madre appena messa al mondo ed accolta dall'infinito e premuroso amore della balia Amalia, che la vede anno dopo anno fiorire e farsi donna splendida eppur fragile. Costanza, affamata d'amore, vittima nel corso degli anni anche dell'ostilità dei due fratelli - Giacomo il minore e l'amatissimo Stefano, il maggiore - cresciuta lontana dalle stanze lussuose dei Safamita e relegata durante la sua infanzia nel mondo sotterraneo della servitù, divenuta poi donna capace di tenere le redini di un piccolo impero eppure priva dello stesso polso quando si tratta di mettere mano alle questioni di cuore. Un ritratto femminile straordinario, delicato, a tratti inconsueto e moderno, tracciato con sapienza dal linguaggio semplice di Amalia, l'unica forse oltre al padre ad aver pienamente compreso ed amato questa straordinaria creatura, in cerca costantemente della propria identità.
Una storia bellissima ed una prosa evocativa, piena di profumi e suoni lontani, di colori sbiaditi dal sole, di appezzamenti di terra contornati di siepi gobbe di fichi d'india, di porcellane finissime ordinate dietro i vetri delle credenze, di lunghi corridoi silenziosi lungo i quali le domestiche si muovono, rapide ed invisibili, pronte a rispondere alla chiamata della propria padrona.
Ma anche una storia in cui, sullo sfondo, c'è tanta, tantissima Storia. Quella di un paese che fatica a trovare una propria identità, di un Sud rimasto ai margini, abbandonato a sè stesso ed al sorgere bellicoso dei primi germi di un'organizzazione mafiosa che - ahimè, ben lo sappiamo - metterà radici solide, qui come nel resto dello stivale. E qui, come nel Gattopardo, di nuovo tutto è soffusamente avvolto in un sentore di tramonto, di cose che stanno lentamente mutando, di inevitabile, scivolosa decadenza alla quale tutti sembrano abbandonarsi con malinconica rassegnazione.
Nella storia di Costanza, nella sua modernità di donna educata dal padre non come "sposa" ma come "padrona delle proprie sostanze", nella sua fame di affetto, nella ricerca di sè stessa, nel suo voler essere accettata ed amata per quella che è, si intravede in fondo un seme di quella società che va trasformandosi, portando ad un lento cambiamento anche e soprattutto nella condizione femminile e nei costumi sociali.
Una piccola storia incastonata nella Grande Storia, destinata a perdersi in essa eppure al contempo a simboleggiarne una certa fase, una storia pervasa da una sottile tristezza e che lascia in bocca un sapore dolcemente amaro; un bellissimo ritratto di un'epoca storica straordinaria, nella quale coesistevano gli entusiastici slanci di chi nel cambiamento vede una nuova vita e la malinconia con la quale, invece, altri vedono in esso il tramonto della loro esistenza così come era stata tramandata solidamente, secolo dopo secolo.

UN ASSAGGIO:

"Costanza pranzò per la prima volta con gente del continente e rimase affascinata dagli ospiti. Il prefetto era alto ed elegante. Aveva barba e capelli rossi come i suoi, ricci e folti.. Non aveva mai incontrato faccia a faccia qualcuno con i capelli del suo colore. Aveva intravisto dei giovani con i capelli rossi a Marsala durante una visita ai cugini Limuna; glieli avevano indicati, mentre passavano in calesse per la via principale, ridacchiando: li chiamavano ' i 'Nofri'. Alfonsina le aveva spiegato che tutti i rossi di capelli di Marsala discendevano da un inglese, un certo Onofrio, che aveva disseminato la città di figli bastardi. Costanza era impallidita e si era calcata il cappello sulla testa.

venerdì 19 aprile 2019

GERALD DURRELL - L'Isola degli Animali / Il Giardino degli Dei

DOVE e QUANDO: Corfù (Grecia), anni '30.



Di nuovo qui, come era inevitabile accadesse; d'altronde, quando al termine della lettura de "La mia famiglia e altri animali" ho ritrovato mio figlio commosso fino alle lacrime per il dolore di doversi separare da Gerry e dagli altri meravigliosi personaggi che gli orbitano attorno, non potevo non mettermi immediatamente alla ricerca degli altri due capitoli della trilogia, come da lui esplicitamente richiesto con occhi gocciolanti.
Rieccoci quindi a Corfù, pronti per proseguire lo straordinario viaggio attraverso la luminosa infanzia di quello che sarebbe poi divenuto, negli anni a venire, un noto naturalista e che per noi, pagina dopo pagina, diventa semplicemente Gerry, il ragazzino che, soperto di polvere e sudore, trascinandosi appresso una piccola squadra di cani ed una gran quantità di barattoli, si aggira per le stradine sterrate, talvolta sotto il sole, talvolta scivolando sotto l'ombra acquosa degli ulivi, osservando con stupore tutte le meraviglie che la natura gli srotola davanti, stagione dopo stagione.
Premettiamo subito una cosa; se avete letto il primo libro e lo avete trovato lento, noioso, apparentemente priva di una trama con capo e coda, va da sè che anche in questo caso l'impressione che avreste è esattamente la medesima. Per accostarsi a questi libri - ed amarli - occorre entrare nell'ottica che si tratta di una raccolta (articolata in tre libri) di una serie di ricordi d'infanzia, nei quali, per via dell'indole tutta particolare del protagonista, molto spesso si indugia attraverso dettagliate descrizioni dei paesaggi o dei comportamenti animali, senza che, per molte pagine, nulla di significativo accada. Lo spirito con cui accostarsi a Durrell non è quello di una lettura che colpisca, o che sorprenda, o che smuova cose; è piuttosto l'atteggiamento di un viaggiatore lento, uno che voglia semplicemente essere trasportato, indugiare, osservare, annusare, assaporare.
Per stessa ammissione dell'autore, nelle prime pagine de "L'Isola degli Animali", nella stesura del primo libro erano stati accuratamente selezionati una serie di episodi, ritenuti più significativi; nel secondo e nel terzo trovano dunque spazio tutti quei racconti che - ci dice Durrell - a suo malincuore era stato costretto a lasciar fuori, per meri motivi di "volume"; ecco dunque tante, nuove, piccole storie, deliziosamente incastrate come piccoli monili all'interno della poderosa struttura descrittiva che costituisce l'ossatura del romanzo. Qui le descrizioni sono costanti, intense, multisensoriali, tanto che - credo di averlo scritto già nella recensione al primo libro - ci si rende conto, chiudendo il libro, di aver vissuto una sorta di esperienza "extracorporea", quasi percependo sulla pelle polvere e sudore e nelle narici il profumo della terra indorata dal sole e dell'aria salmastra.
Io, questo va detto, sono sempre stata amante delle descrizioni; mi ci immergo dentro, da amante quale sono dei "viaggi di carta ", e mi lascio andare, trama o non trama.
Ci sono storie che non sembrano avere il vezzo di trasmettere messaggi nè di far vivere avventure, ma semplicemente di portarci fuori dal nostro mondo, in una piccola oasi lontana di pace; e certamente la trilogia di Corfù appartiene a questa preziosa categoria di libri.
Nel secondo e terzo capitolo, dunque, osserviamo con serenità il susseguirsi delle stagioni, che fa da sfondo alla vita quotidiana dei pazienti e placidi isolani. Conosciamo gli aspetti talvolta più crudi della vita di campagna ( senza voler fare "spoiler", rimando al terzo volume, ed all'episodio in cui Gerry va a scegliere uno dei cuccioli appena nati dall'ossuta cagnetta di una vecchia contadina); entriamo in punta di piedi, da ospiti riguardosi, nelle usanze corfiote, assistendo ad un matrimonio ed addirittura ad un parto; sorridiamo con i tanti, piccoli equivoci che l'impaziente "fame di natura" di Gerry finiscono per suscitare, creando spesso attriti specialmente con il pungente Larry, fratello maggiore nonchè letterato, con la bizzarra tendenza ad invitare alla villa gli ospiti più improbabili, davanti allo sguardo paziente seppur esasperato della mamma.
Volendo condensare in poche righe il succo del secondo e terzo libro, diciamo che forse qui abbiamo riso meno - anche se risate non ne sono mancate certamente, specialmente quando, nel terzo volume, la mamma decide di invitare per il tè l'ossequiosa rappresentante di una società per la protezione degli animali proprio quando, con l'aiuto dell'abile cacciatore Leslie, Gerry decide di procacciarsi una bella scorta di passeri per alimentare la sua nidiata di gufetti.
In compenso, abbiamo avuto di nuovo - e forse anche più che nel primo volume - tanti spunti di riflessione, soprattutto attraverso i piccoli "spaccati" di società che Durrell con penna abile ci mostra, parlandoci tra le righe - nemmeno tanto velatamente - di omosessualità e di differenze razziali, e di come , si spera, ciò che un tempo scandalizzava adesso non dovrebbe farlo più, e di come, oggigiorno, si vada progressivamente appiattendo il divario tra le usanze di oriente ed occidente.
Insomma, tre libri dal ritrmo lento e dal sapore certamente didascalico, per certi versi, che però offrono sorrisi e una visione multisfaccettata che ci consente, una volta chiuso e ritornati nel presente, di riflettere su ciò che siamo, e dove stiamo andando.
Per il resto, una possente, meravigliosa trilogia piena zeppa di profumi, sapori, suoni, capace di strappare al presente il lettore che voglia lasciarsi andare, immergendolo in un mondo quieto, sonnolento, fatto di stagioni che si susseguono ciclicamente scandite dai ritmi di fioritura della natura; un mondo di api che ronzano, di pioggia che scroscia rumorosa, di gufi che solcano l'aria imbronciati, trasportati da ali silenziose, di orribili e fameliche creature acquatiche osservate con stupore attraverso un vetro, di acquitrini affollati di vita e silenziosi uliveti addormentati nella calura pomeridiana.
Un mondo nel quale rimbrotta in lontananza l'eco di una guerra che inizia a sobbollire sotto il coperchio.
Un mondo che, forse, da quella guerra non emergerà più uguale a prima.

UN ASSAGGIO:

"Sul finire dell'estate c'era la vendemmia. Per tutto l'anno le vigne facevano parte del paesaggio, ma solo quando arrivava la vendemmia tornavano in mente tutti gli avvenimenti che l'avevano preceduta. Ti ricordavi com'erano d'inverno, quando le viti sembravano morte e stavano inerti come tanti pezzi di legno, ficcati in terra uno dopo l'altro, una fila dopo l'altra; e del giorno di primavera in cui per la prima volta avevi notato un piccolo splendore verde su ogni vite, quello delle foglioline delicate e ricce che si andavano aprendo. Poi le foglie diventavano sempre più grandi e pendevano sulle viti, come grandi mani verdi che si scaldavano al calore del sole. Dopodichè ecco apparire i grappoli, minuscoli grumi verdi su un gambo ramificato, che con la luce del sole gradualmente crescevano e si inturgidivano fino ad assomigliare alle uova di giada di qualche strano mostro marino."

lunedì 8 aprile 2019

FOLCO TERZANI - Il Cane, Il Lupo e Dio



DOVE: non specificato, tra una grande città e le montagne boscose
QUANDO: al giorno d'oggi

Ci sono libri che fanno, per citare Venditti, "dei giri immensi". Ecco dunque che una carissima amica, che pur avendo visto mio figlio solo due o tre volte pare averne perfettamente "captato" l'essenza, mi consiglia questo libro, che lei ha appena terminato, sostenendo che gli piacerà. Confesso di aver letto la trama, con un certo scetticismo riguardo al fatto che lui potesse capirlo; in ogni caso, fidandomi con tutto il cuore dell'istinto di lei, ecco dunque che gliel'ho proposto. Ed ecco dunque che lui lo divora in un'unica sera, avvolto nella luce calda della sua abat-jour, ed ecco che la mattina dopo, con gli occhi umidi (ahimè, ha ereditato dalla mamma oltre ai capelli indomabili pure la tendenza al luccicone ^_^ ) mi dice che è il libro più bello che lui abbia mai letto.
Ed ecco che, concludendo, questo libro come era inevitabile finisce tra le mie mani, con la raccomandazione "mamma, leggilo, è bellissimo".
Ammetto, prima di cominciare a snocciolare come sempre le mie impressioni con un flusso incontrollato, che non è il tipo di libro che mi avrebbe normalmente attratto. O meglio; è decisamente il tipo di libro che mi avrebbe chiamato a gran voce in un certo periodo della mia vita, quando digerivo ancora Hesse - eppure mi riprometto sempre di riaccostarmici adesso, con occhi maturi - e non disdegnavo tutti quei libri che, in modo più o meno aperto, strizzassero l'occhio ad una certa spiritualità. Ma in questa fase della mia vità, sarà l'età, saranno le mille cose da fare, sarà la continua stanchezza, è un genere letterario che ho temporaneamente accantonato, preferendo titoli che mi consentano semplicemente di viaggiare altrove con la mente, senza necessariamente trasmettermi dei messaggi.
E' con questo spirito duplice, dunque - scetticismo da un lato, "core de mamma" dall'altro - che, valigia alla mano, mi sono avventurata in questo breve viaggio, che in poco più di un'ora mi ha portato dall'asfalto di una città distratta al folto di un bosco umido fin sulla vetta bianchissima di una montagna, in compagnia di un anonimo cane divenuto improvvisamente un randagio arruffato, e dell'affascinante branco di lupi che di lui decide di prendersi cura.
È un libro particolare, un tantino naive e prevedibile in certi punti, che fatico forse a collocare (troppo complesso come testo "spirituale" da bambini, troppo semplice per gli adulti); un libro che, semplicemente, narra la sua storia a chi crede di volerla ascoltare.
E pur non essendo riuscita a commuovermi fino alle lacrime come mio figlio - sarà l'età, che mi ha privato di quel velo di magia con cui lui sa ancora guardare le cose - non posso dire che non mi abbia coinvolto. Complici i meravigliosi acquerelli che illustrano il cammino fisico e mentale del Cane, mi sono sentita avvolta da quel mondo umido e lontano, sforzandomi di distaccarmi dal presente per tornare al passato lontano in cui noi, piccoli e spauriti nella nebbia, affrontavamo i terribili e potenti spettacoli naturali con un timore reverenziale, costruendo attorno ad essi la nostra idea del "Divino".
Ecco, la chiave di lettura per gli adulti che si accostano a questo libro è forse semplicente questa; interrogarsi - da credenti o da atei, poco importa - sul senso della divinità, sul perchè l'Uomo ne abbia sentito il bisogno e su come il progresso ed il conseguente allontanamento dell'Uomo dallo splendore terribile della Natura abbia in parallelo spogliato il divino dalle sue manifestazioni primordiali, spostando il focus sulle relazioni tra gli uomini anzichè sui suoi bisogni elementari.
Una storia odorosa di terra, silenziosa come un bosco solcato dalle quiete falcate dei lupi, gorgogliante di ruscelli ghiacciati e intrisa dell'umido respiro della nebbia, destinato tutto sommato a sollevare interrogativi in coloro che scelgano di accostarvisi con la giusta predisposizione d'animo.

UN ASSAGGIO:

"Soffiava un vento nuovo che veniva dal nord. Portava l'odore di boschi d'abete e di neve. Il Cane lo sentiva quando chiudeva gli occhi. La neve non era ancora arrivata ma gli alberi si preparavano a modo loro al freddo, cambiando il colore degli abiti e poi svestendosi completamente. Il bosco era pieno del fruscio delle foglie che cadevano".

mercoledì 20 marzo 2019

ANTONIO TABUCCHI -L'Angelo Nero


DOVE: Tra Italia e Portogallo, principalmente

QUANDO: in diversi tempi, tra gli anni'40 e gli anni '70

Ecco l'ennesima piccola raccolta di racconti in cui mi imbatto, e che finiscono per farmi dire "Sì, a me il racconto come genere è poco congeniale, ma..." .Spulciando anche qui, tra i post inseriti del blog nel corso degli anni, in più occasioni ho iniziato una recensione con questa premessa; diciamo che, tendenzialmente, il racconto breve riesce poco ad entusiasmarmi a meno che la storia non abbia una decisa tinta - o perlomeno, un certo retrogusto - surreale, inquieto, anomalo.
Nel caso di Tabucchi, diciamo pure che le sei piccole storie qui narrate - con quel suo stile magistralmente concreto, capace di evocare immagini e sensazioni con la potenza di una fotografia - più che anomale e inquiete sono decisamente amare, ombrose, angoscianti. Racconti che si sposano perfettamente con questo grigio assaggio di primavera, coi cieli color cemento e l'umidità che pare infiltrartisi fin dentro le ossa.
Storie che prendono l'avvio da una luminosa passeggiata domenicale, o da una cena tra amici, parlando di vino e poesia, in un appartamento portoghese, o in in una mattinata piovosa, nella sicura e ordinata casa di una ricca famiglia toscana, e che ben presto sfumano in un tono grigiastro, dietro le righe della storia se ne intravedono altre, si accennano, quasi bisbigliando, strani eventi, l'aria si fa rarefatta, ci stringe la gola in un nodo mentre ci rendiamo conto che qualcosa non quadra.
Di queste storie, dico subito, ho faticato ad accettare la conclusione, non sempre immediata, anzi; sembrano quasi restare sospese, senza che mai esplicitamente l'autore ci dicesse apertamente come sono andate le cose, ma lasciando a noi, alla nostra sensibilità, il compito di dipanare la questione, aggiungendo ad uno ad uno i tasselli del puzzle.
Racconti diversi, protagonisti diversi, luoghi e tempi diversi ( nel Portogallo del 1969, ad esempio, o nell'Italia del primo dopoguerra), legati indissolubilmente però da un unico, solido filo conduttore; quell'inquietudine, quel malessere, quel lato oscuro che sembra affiancare come una maledizione la storia dell'uomo, costringendolo, secolo dopo secolo, ad assecondare i suoi impulsi violenti. Lato Oscuro che, come avviene spesso nella vita reale, non è nulla di sovrannaturale, nulla di spirituale, nulla di demoniaco ma piuttosto una delle sfaccettature del nostro essere umani.
In questi racconti, Tabucchi delinea l'impronta di questo angelo nero, che accompagna la storia dell'uomo, con brevi pennellate ombrose, dietro le quali si intravedono nitidi i contorni di alcuni degli aspetti più crudi della nostra storia. Notti inquiete. Sotterranei dalle pareti imbrattate di sangue. Auto scure, guizzanti lungo le strade umide, portando nel ventre tre giovani impauriti. Volti aspri, sorrisi taglienti. Pistole che luccicano attraverso un finestrino.
Storie che lasciano addosso un'ansia appiccicosa, gocciolante, vischiosa come pece. Un vago senso di soffocante inquietudine, per certi versi simile a quello che mi ha lasciato addosso Cecità di Saramago (anche se lì il senso di soffocamento era più netto).
Una splendida riflessione su come il male sia insito in noi, nella nostra storia, nel nostro animo. Di come certe storie restino sospese sull'abisso, di come non sempre ci sia un lieto fine, di come sarebbe bello poter imputare ciò che va male a delle entità demoniache, mentre siamo solo e soltanto noi i responsabili delle nostre più sordide pulsioni, del Male, del dolore.

PS: su Le Cartoline di Mete d'Inchiostro propongo invece una breve riflessione su un personaggio letterario (femminile) da me molto amato.. per chi volesse, questo il link al post.
UN ASSAGGIO:

"Potrebbe essere un'idea sedersi a un caffè di piazza Dante, c'è una pasticceria con una spianata di tavolini all'aperto, davanti a un botteguccia che si chiama 'La Rapida' e dove si riparano borse e scarpe, a quest'ora ci sono sempre clienti che prendono il gelato e il caffè, oggi con questa bella giornata saranno venuti fuori anche i vecchietti sempre col cappello, sputano spesso, giocano a carte, ogni tanto borbottano frasi quasi incomprensibili e parlano con gli altri come se parlassero fra sè e sè, è il loro modo di comunicare chissà cosa a chissà chi, loro sono l'ideale per continuare una frase come quella che ha appena raccolto, vediamo cosa puoi mettere assieme."