giovedì 30 luglio 2020

KAHNO NASHIKI - Un' Estate con la Strega dell' Ovest

DOVE: Giappone
QUANDO: Anni '90

Ho un debole per gli autori giapponesi da quando per la prima volta ho incontrato - librescamente parlando - Banana Yoshimoto ed il suo Kitchen. Da allora, ogni volta che ne ho l'occasione, mi avventuro con altri autori, uscendone sempre piacevolmente stordita. Sarà che a me piace leggere storie "distanti" dal mio quotidiano, sarà che faccio parte di quella generazione di ex bambini degli anni '80 nutrita con cartoni animati in cui il Giappone era spesso l'ambientazione, finisco sempre per immergermi nella lettura con un pizzico di ritrovato stupore infantile. Specialmente quando, come in questo caso, fin dalle prime righe si intuisce che, tra le pieghe della storia, si annida un risvolto incantato.

Difficile delineare in maniera netta una trama in questa storia - che poi, a ben vedere, è l'insieme di quattro storie legate tra loro da un sottile filo magico. Partiamo da lei, la giovane protagonista Mai, tredicenne che combatte con una grave forma d'asma e contro l'ancor più feroce bullismo delle sue compagne di scuola. Non quella forma di bullismo fatta di violenza aperta, ma quella più sottile - e forse ancor più feroce - dell'isolamento sociale. Così, dall'indifferenza rumorosa della città, la mamma decide di spedirla per qualche tempo dalla nonna, in una placida casetta immersa a metà tra la campagna ed il bosco, ad un'ora di macchina.
L'idea è quella di lasciare alla ragazza un po' di tempo per respirare - letteralmente e psicologicamente - ritemprando le energie fisiche e mentali per riprendere poi le redini della propria esistenza; e Mai, che alla nonna di origini inglesi è affezionata, va. Eccoci dunque sole, con lei e l'anziana ma energica nonna, vedova del grande amore della sua vita eppure serenamente immersa nella sua tranquilla vita bucolica, fatta di tanti piccoli impegni quotidiani accompagnati dal ritmo naturale del giorno. Alba, tramonto, uccelli che cinguettano, cime degli alberi mosse morbidamente dal vento. Il bollitore per il tè, presenza costante e rassicurante, benevolo dispensatore di conforto ogni qualvolta ve ne sia bisogno. Le galline che razzolano nel giardino sul retro. La terra morbida nella quale affondano le loro radici umide decine e decine di piante, con le quali Mai prende lentamente confidenza, accompagnata dalla nonna che con affetto e devozione le accudisce e le coltiva. Un quieto angolo di paradiso, nel quale però aleggia un che di inquieto, che Mai percepisce eppure non riesce a definire, in particolare nella figura di Gengi, vicino servizievole che assiste la nonna e che tuttavia continua ad ispirare alla nipote un forte senso di disgusto.
E poi, c'è lei, la nonna. Sorridente, equilibrata, serena. La nonna che comunica a Mai che la insegnerà a gestire i poteri di cui è dotata. Sì, perchè la nonna è una strega, e Mai è lì per completare a sua volta il duro addestramento che farà diventare anche lei una strega a tutti gli effetti.
Ma non aspettatevi azione, incantesimi, bacchette e nemici oscuri alla Harry Potter. Qui di incantesimi non se ne vedono, tutto è velato, sottinteso, poetico. Tanto che, fino alla fine, restiamo col dubbio. Eppure c'è molto di magico, seppur non esplicito come vorrebbero quelli di noi più "affamati d'azione", nel lento e costante addestramento a cui la nonna la sottopone; perchè per dominare il suo potere, Mai deve innanzitutto imparare a controllare la sua mente, dominarla, porle dei limiti e costringerla a superarli quando questi la imbrigliano lontano dalla sua felicità.
Ed è così che, lontana dalla frenesia della vita di città, immersa in un ritmo lento e naturale e presa da tanti picccoli impegni quotidiani, Mai si addestra, e cresce.
Più di così non voglio dire, il grosso di questa storia non sta tanto nella trama, quanto nell'atmosfera che vi si respira. Di terra di bosco umida, di erbe aromatiche, di foglie di tè in infusione.
Diciamo pure questo: che io ho sempre avuto un rapporto stupendo con le mie nonne, ma in particolare con la mia nonna paterna; ed ora che ho scavalcato i quaranta i ricordi d'infanzia più preziosi sono quelli di me e lei, nelle estati da ragazzina, quando restavo a dormire in casa sua - casa che per me era meglio di qualsiasi castello incantato. E di conseguenza, tutte le storie che partono dal racconto di un legame speciale tra nonna e nipote finiscono inevitabilmente per attrarmi. Mi era successo con Susanna Tamaro, e mi è successo con questo libro. E' inevitabile dunque che, in questi casi, la mia mente aggiunga ulteriore magia alla lettura, e che quindi la mia visione sia poco obiettiva.
Ma in fondo, il bello dei libri è anche quello.
Che ti tirano fuori i ricordi, le emozioni, anche quelli sopiti, in maniera talvolta inaspettata. Silenziosi come specchi, leali come vecchi amici.

UN ASSAGGIO:

"Poi, ricevuta una scodella dalla nonna, uscì e si diresse verso il pollaio. Non era la prima volta che andava a prendere le uova. Le era già capitato in precedenza di fermarsi a dormire lì e di raccoglierle al mattino insieme alla mamma. Uova tiepide, appena deposte, con un po' di escrementi e di piume attaccati. Per dirla tutta, a Mai disgustava mangiare uova fresche. E le proteste delle galline ovaiole, che sembravano dire ' che cosa fai?' la facevano sentire in colpa. Però Mai non se la sentiva ancora di dirlo alla nonna in quei termini.


lunedì 6 luglio 2020

EMOZIONARSI CON L'ILIADE nel 2020

E' trascorso un anno dal mio ultimo post; e come ogni volta accade, quando sono costretta ad accantonare questo mio piccolo angolino dedicato ai libri, lo faccio sempre a malincuore.
Ma d'altronde la vita reale esiste ed è pressante, oltre che bellissima; ed io essendo tendenzialmente "antica" sono ancora dell'idea che, se si scrive su un blog, lo si fa per proporre dei contenuti, percui cerco per ora di non cadere in quella "trappola social" in cui vedo cadono molti book-blogger, di postare frettolosamente una foto (foto belle, per carità, foto fatte da Dio alle quali io non potrei mai agognare) acchiappa-like, con due o tre righe si accompagnamento.
Pertanto, scrivo solo se ho tempo di farlo. E come mamma lavoratrice, il tempo è quello che è, specie quando affronti due mesi e oltre di didattica online.

Oggi, in un attimo di quiete prima della tempesta - il grande al mare col padre, la piccola in fase di rientro dal mare coi nonni - voglio dedicare un post a qualcosa che stamattina mi ha stravolto, in senso positivo.
Non ho tempo per recensire uno dei tanti libri che ho impilati sul comodino da mesi - perchè se c'è una cosa che ho trovato comunque il tempo di fare, è stato leggere, leggere, leggere - ma voglio segnalare un meraviglioso monologo teatrale, piccola perla a disposizione di tutti, su youtube, scoperta a mia volta sul profilo facebook di una mia ex insegnante di liceo.

 


Eccolo, dunque. Omero non Piange Mai. Il primo di due episodi ( il secondo è dedicato all'Odissea) che il Teatro Stabile del Veneto propone su Youtube, ci racconta in maniera moderna e coinvolgente l'Iliade di Omero, condensata in poco più di 45 minuti e raccontata magistralmente da Andrea Pennacchi.

Ecco, suppongo che qualcuno, alle parole "Iliade", "teatro", "46 minuti" abbia storto il naso, o frettolosamente chiuso il post. Non fatelo. Lasciate un attimo alle spalle i pregiudizi, e trovate il tempo - la sera, al posto di una cazzatella in TV. O come me, la mattina del giorno libero, mentre sistemate casa - per lasciarvi coinvolgere ed emozionare.

Qui non c'è nulla di noioso, di didascalico, di distante. Qui c'è una storia viva, raccontata a tratti in chiave contemporanea, vibrante di emozioni, che strappa risate e lacrime come solo le grandi storie sanno fare.
C'è la straordinaria ed unica esperienza di riscoprire l'Iliade così com'era, un racconto destinato ad essere raccontato oralmente, stavolta in una prosa semplice, contemporanea, viva e vicina. Ci sono emozioni umane e divine, c'è la guerra, c'è - tra le righe - il racconto di un ragazzino che si accosta per la prima volta, anni fa, a questa storia apparentemente impenetrabile e la meraviglia di scoprirne la bellezza. Ci sono gli eroi, le loro lacrime, le loro passioni, talvolta le loro paure.
C'è la bellezza della narrazione. C'è l'amore, il dolore, il sorriso.
C'è l'estrema vitalità di un classico che non cesserà MAI di appassionarci, ogni volta che viene riproposto.

Dategliela, un'opportunità. E' youtube, d'altronde. Non dovete pagare nulla. Non temete di inabissarvi in qualcosa di noioso, antico, scolastico. Non vi deluderà. Omero non lo fa mai.

venerdì 19 luglio 2019

ANTONIO TABUCCHI - Requiem

DOVE: Lisbona, Portogallo
QUANDO: anni '90, in un torrido luglio

Già in Sostiene Pereira con Tabucchi ci eravamo immersi in una Lisbona inquieta, torrida, umida d'afa e sudore; qui la ritroviamo più intensa, più moderna, immersa in un torpore onirico che la ammanta di un fascino ancora maggiore, lasciandoci percepire tutto l'amore che l'autore nutre per questa città, che l'ha adottato accompagnandolo fino al suo ultimo respiro.

Qui Lisbona non è un semplice sfondo su cui i personaggi si muovono, ma un qualcosa di vivo, che pare respirare, avvolgere, accompagnare il cammino del protagonista in un luglio torrido e accecante, in cerca di quiete dell'anima, e di risposte. Tutto inizia lontano, su un'amaca ad Azeitao, nella campagna ronzante di insetti. Un'amaca sulla quale, pigramente abbandonato alle sue ferie, un'uomo sta leggendo Borges, finendo per assopirsi cullato dal frinire delle cicale; ed immediatamente, eccolo catapultato a Lisbona, in una città semideserta, bollente, arrostita dal sole di luglio, in un sogno talmente vivido che lo sentiamo sudare ed arrancare a fatica sull'asfalto rovente mentre si muove, in parte incredulo, in parte sicuro di ciò che questo strano sogno vivido sta a significare, diretto ad uno strano appuntamento.
Dipanare la trama sarebbe un peccato; perchè di sogno si tratta, e come tale va vissuto, senza un'idea chiara di ciò che accadrà, ma semplicemente lasciandosi trasportare assieme al protagonista, attraverso le strade semideserte, sciogliendosi di sudore e lentamente fondendosi con la città, quartiere dopo quartiere, tappa dopo tappa. Godersi il viaggio senza pensare alla meta, semplicemente assaporando il racconto che Tabucchi fa della città e dei meravigliosi personaggi - meravigliosi come solo le creature dei sogni sanno essere - dal sapore a tratti malausseniano, bizzarri, straordinariamente vivi, colorati e sfuggenti.
Ma soprattutto, assaporando la bellezza sudata di un luglio a Lisbona, attraversando la città semideserta, rifugiandoci nella confortevole frescura di un ristorante, assaporando lentamente il gusto della cucina semplice della Casimira, o sorseggiando un Sumol di ananas nella quiete del museo di arte antica, nel delizioso giardino interno riparato dall'afa, in attesa di poter contemplare Le Tentazioni di Sant'Antonio con tutta calma, dopo l'orario di chiusura. Ed ancora, a Santos, nell'afa del giardino deserto, con la sola compagnia di un ragazzo drogato in cerca di spiccioli e di un bizzarro venditore di biglietti della lotteria, sfogliando distrattamente "A Bola" per far passare il tempo in attesa del bizzarro appuntamento; e poi in treno fino a Cascais, in una villa disabitata ad un passo dal mare rombante, scrostata dalla salsedine ed accudita saltuariamente da una coppia di anziani. Passo dopo passo, seguendo l'onda di ciò che accade, il sogno si dipana e con esso prendono forma le risposte a domande che la vita aveva lasciato appese, in attesa di qualcosa.
Il protagonista ripercorre i momenti salienti della sua esistenza e noi, silenziosi accompagnatori accaldati, vediamo scorrere davanti ai nostri occhi istantanee di luoghi meravigliosi, perlopiù carichi della malinconia che inevitabilmente il peso dei ricordi si porta appresso. Come soffiando sulla brace, passo dopo passo le emozioni impolverate riprendono vita, fino al sorprendente incontro finale che prelude poi al risveglio, nella quiete della campagna e finalmente anche dell'anima del protragonista.
E noi? Noi che lo abbiamo accompagnato in silenzio, passo passo, innamorandoci di quei luoghi?
Noi non possiamo che chiudere l'ultima pagina con un sospiro. Perchè sì, ecco fatto, ci siamo innamorati di Lisbona.
Per una come me, che legge soprattutto per compensare il fatto di non riuscire - ahimè - a viaggiare quanto vorrebbe, che sceglie i libri in base all'ambientazione, che si immerge nella lettura spesso cercando le sensazioni, la suggestione dell'ambiente piuttosto che gli eventi, questo libro è stato una manna dal cielo; anche se dire "dal cielo" non è corretto, diciamo piuttosto che è stata una scelta consapevole dettata dal fatto che adoro Tabucchi ed il suo stile e che, dalla quarta di copertina, avevo intuito che sarebbe stato nelle mie corde.
Se cercate letture "d'azione", o libri con un principio ed una fine ed eventi nettamente delineati, questo certamente non è il libro adatto; perchè di un sogno si tratta, e come tale procede, con salti di luoghi, con lunghe e silenziose soste riflessive, con tanti sottintesi su ciò che è accaduto,che affiorano a tratti senza mai completamente delineare il quadro complessivo.
Si termina la lettura ritemprati, un po' malinconici, con la sensazione di aver provato sulla nostra pelle emozioni che erano su carta, a patto di saper entrare nell'ottica di lasciar condurre il gioco allo scrittore, senza cercare di ricostruirne la storia ma assaporandola, trasportati dal vento caldo e godendosi il viaggio.
Un sogno, appunto. Prendetelo come tale, e non resterete delusi.

UN ASSAGGIO:

"Finalmente ero riuscito ad aprire il finestrino, ma l'aria che entrava era torrida. Chiusi gli occhi e pensai ad altre cose, alla mia infanzia, mi ricordai di quando era estate e andavo in bicicletta a prendere l'acqua fresca alle 'caroline', con la bottiglia nel cestino di paglia. Una frenata brusca mi fece riaprire gli occhi. L'uomo era uscito dal tassì e si guardava attorno con aria desolata. Mi sono sbagliato, disse, siamo a Campo de Ourique, io ho preso a sinistra la strada che lei mi aveva detto, ma non credo che sia la Saraiva de Carvalho, ho preso un'altra strada che è in senso vietato, guardi un po', tutte le macchine sono parcheggiate contromano, mi sono infilato in un senso vietato. Niente di male, replicai, l'importante è che abbia svoltato a sinistra, adesso ci facciamo questo senso vietato e arriviamo a Largo Dos Prazeres."

domenica 2 giugno 2019

WILLIAM SOMERSET MAUGHAM - Storie Ciniche

DOVE: Tra Londra e le sue colonie a Sumatra e nel Borneo
QUANDO: inizi del secolo scorso

In più di un'occasione mi è capitato di sottolineare come ( sarà l'età che avanza) in questa fase della mia vita le storie che culminano con un classico lieto fine finiscono per lasciarmi un po' l'amaro in bocca. Ad esempio, è successo con "Gli Occhi dei Coccodrilli sono Gialli" di Katherine Pancol, recensito qui, deliziosa storia che scorre come una confortevole tazza di tè ma che avrei preferito vedersi sciogliere in un finale diverso, meno banale e più realistico. Idem con patate per "Piccoli Limoni Gialli" della Ingemarsson: divorato, piaciuto, ma anche lì, avrei preferito una conclusione differente. Ripeto, saranno gli 'anta' che incombono a brevissimo, ma questa raccolta di brevi racconti di Maugham è stata per la parte di Malefica che alberga in me una vera boccata d'ossigeno, in tal senso.
Lui - che poi è il tipo vestito di nero che vediamo in copertina, adoro questo scatto - lo avevo già incontrato parecchi anni fa, quando il blog era agli albori, con il suo straordinario Mago, romanzo al quale all'epoca dedicai un a recensione timida e striminzita, ma con il quale rimasi incantata dallo stile concreto e moderno, e dal taglio cinico - appunto - della sua prosa. Poi, come spesso accade, è finito nell'archivio degli autori di cui mi riprometto di leggere altro, per anni; finchè, in un blog - ahimè, non ricordo più quale fosse, sicuramente uno di quelli elencati qui a sinistra fra i  miei "Compagni di Viaggio" - non ho trovato una recensione di questa raccolta, ed eccola qui, infine, tra le mie mani.
Se al contrario della sottoscritta siete in una fase esistenziale in cui agognate principi azzurri e storie a lieto fine, come potete ben intuire dal titolo, quest'opera certamente non fa per voi; perchè qui, con sapienza e sottilissima ironia, troviamo invece uno spaccato della vita quale tende ad essere veramente, con i sogni che si infrangono, le delusioni, le persone che gettano la maschera palesandosi per quelle che sono davvero. Difficile anche raccogliere le idee per definirne in breve il succo; diciamo che quelle che incontriamo sono undici storie brevi, ambientate perlopiù a Londra e nelle sue umide colonie tropicali, nelle quali incontriamo una selva di personaggi straordinari, ciascuno dei quali ben incarna il cinismo che da sempre sembra accompagnare la vita umana.
Se infatti siamo trasportati in un'epoca lontanissima da quella attuale - e per me, profondamente affascinante, quando ancora angoli lontani di mondo erano "diversi" dall'Europa, la quale iniziava il suo lento ed orgoglioso stravolgimento dei paesi con cui veniva in contatto - sorprende certamente, nel corso della lettura, lo straordinario occhio senza tempo col quale Maugham osserva e descrive le piccole vicende umane.
Gli intrecci sentimentali. Le convenzioni sociali. Un certo ridicolo perbenismo (leggete "Prima della Festa" e capirete di cosa parlo). Il violento impatto delle delusioni. La rivalsa sociale. La sottile prepotenza di chi piega gli altri al proprio volere. Sotto i cieli umidi dei tropici o nella sonora confusione luccicante dei teatri londinesi; nel silenzio austero delle case di antiche famiglie "per bene" o nei coloriti e chiassosi ricevimenti nel cuore della city, ovunque ci giriamo, la realtà ci viene mostrata qual é realmente, senza patine, senza abbellimenti. Un cinismo schietto eppure talmente velato d'ironia da strapparci, di tanto in tanto, un'amaro sorriso.
Personaggi dai tratti indimenticabili, che vale la pena di assaporare lentamente, lasciandoci sorprendere dalla loro estrema modernità. La donna - moglie e madre - che, in "Louise", mantiene la sua intera famiglia soggiogata al proprio egoismo, ostentando una presunta malattia di cuore. La zitella bruttina e retrò che, complice un matrimonio mirato con acutezza, ha la sua rivalsa diventando la più splendente e desiderata ospite dei ricevimenti in voga, descritta in "Jane". L'amaro intreccio di amore, ingenuità e morte de "La Virtù". E ancora, storie su storie, all'apparenza incastonate in un tempo andato che tutttavia divengono, pagina dopo pagina, attuali in modo ardente.
Ho adorato l'amara e triste ironia con cui la vita sembra accanirsi sui personaggi di Maugham, spingendoli a reagire a ciò che accade fiaccandoli o indurendoli a seconda dei casi; perchè quel che c'è di straordinariamente moderno in queste pagine è senz'altro la capacità di descrivere la vita, come questa finisca inevitabilmente per trasformarci - talvolta, per farci soccombere - e di come le storie, anche quelle a lieto fine, non possono non avere poi, poco più in là, un epilogo amaro.
Non storcete il naso, dopotutto questa, insegna Maugham, è la vita. Che ha uno strano, stranissimo senso dell'umorismo.

PS: qui, su Le Cartoline di Mete d'Inchiostro, un altro assaggio un po' più corposo del senso della vita, secondo Maugham.

UN ASSAGGIO:

"Se ne stava seduto su una poltroncina in stile Luigi XVI, accanto alla moglie (su un'altra poltroncina ), che l'aveva convinto ad accompagnarla alla presentazione delle collezioni primaverili. Prova, questa, dell'indole amabile di Monsieur Le Sueur: era un uomo assai indaffarato e con cose ben più importanti da fare che guardare per un'ora una dozzina di belle figliole che si pavoneggiavano con una sbalorditiva varietà di mises. Certo non pensava che una di quelle mises potesse far apparire sua moglie diversa da quella che era: un donnone spigoloso sulla cinquantina, dai lineamenti forti, ben più del normale. Non l'aveva sicuramente sposata per la sua bellezza, e lei non si era mai figurata che così fosse, nemmeno nei primi, inebrianti giorni della luna di miele. L'aveva sposata per combinare il solido stabilimento siderurgico da lei ereditato con la propria ugualmente florida fabbrica di locomotive."





mercoledì 29 maggio 2019

MARY NORTON - Pomi D'Ottone e Manici di Scopa

DOVE: Bedfordshire, Inghilterra.
QUANDO: inizio del secolo scorso.



Ammetto di essere rimasta un po' spiazzata, all'inizio, dalla lettura di questo libro. Attendevo con ansia di immergermi tra le sue pagine, essendo io legata tantissimo - per motivi di età, di magia dell'infanzia, di affinità emotiva con la storia narrata - all'indimenticabile film della Disney, con una giovanissima Angela Landsbury nel ruolo della maldestra apprendista strega. E' stato quindi con una certa sorpresa - e forse con iniziale delusione - che qui, nel libro che ha ispirato quella che era stata una delle storie della mia infanzia, di quest'ultima ho trovato poco o nulla.
C'è il letto volante, certo. C'è una deliziosa, giovane strega. Ci sono tre bambini curiosi. Ma per il resto, lo sviluppo della trama è completamente diverso. Passato quindi l'iniziale disorientamento, forte del fatto che QUESTA, dopotutto, è la storia originale, mentre quella della Disney - seppur deliziosa - nè è una libera interpretazione, mi sono avventurata liberandomi dai pregiudizi in questa lettura ariosa, leggera seppure con una lontana ombreggiatura inquieta, che si srotola partendo nel vedre della campagna inglese, dove tre bambini sono stati spediti per trascorrere un'estate di sole e scorribande al'aria aperta presso una zia e la sua domestica, mentre i genitori sono a Londra per lavoro. Ecco dunque che, immersi nel verde del giardino, tra il ronzare delle api e le lucertole che sonnecchiano pigramente, assieme ai tre bambini incontriamo la giovane Miss Price, che proprio in fondo a quel giardino vive una vita apparentemente ordinaria di donna sola, ordinata e appassionata di giardinaggio.
Figurarsi dunque lo stupore dei tre piccoli curiosoni quando, per puro caso, scoprono che la deliziosa e gentile Miss Price è invece una strega con tanto di scopa volante e che sembra nascondere, sotto la scorza dolce, un qualche nocciolo di inquietudine. Nulla di meglio per scuotere la noia di un'estate pigra. Ecco dunque che, complice un patto segreto con la Price, la quale chiede loro di mantenere il segreto sulla sua identità, che tutto ad un tratto i tre bambini si ritrovano tra le mani un pomo d'ottone incantato, grazie al quale hanno la possibilità di viaggiare nel tempo e nello spazio, semplicemente ruotandolo dopo averlo rimesso al suo posto. Da qui, inevitabilmente, scaturiscono una serie di avventure che nel complesso risultano meno "luminose" e spensierate di quelle proposte dalla fantasia di Disney, frutto probabilmente dell'epoca in cui il libro è stato scritto (ricordiamoci che nelle favole tradizionali c'era sempre una maggior facilità nel descrivere scenari inquietanti o paurosi, senza la patina satinata che tendiamo a dare oggi alle storie destinate ai bambini, temendo di turbarli).
E, tra qualche elemento "naive", anch'esso apparentemente un elemento che stona, ma da contestualizzare nell'epoca in cui il libro è stato scritto ( i "cannibali dell'isola deserta", descritti come dei selvaggi che non esitano a far prigionieri gli stranieri per farne il loro pasto ) e che mi hanno ricordato l'atmosfera che avevo trovato in King Kong di Wallace, la storia prosegue tra i sobbalzi bizzosi del letto, portandoci in mondi e luoghi diversi e riportandoci poi nella quiete del Bedfordshire carichi di emozioni, stanchi, sporchi e sudati.
E' un libro da leggere purchè - ripeto - lo si sappia contestualizzare, considerando quegli elementi che ad un lettore abituato poco ai classici, potrebbero risultare anomali; un libro dallo stile scorrevole, chiaro, semplice come ci si aspetta da una favola, in cui si osserva e ci si stupisce, con gli occhi dei tre bambini.
Forse avrei dovuto premettere che io, da piccola, amavo sempre immaginare che il mio letto prendesse il volo per portarmi lontano, nei luoghi che, di volta in volta, la mia fantasia sapeva creare; va da sè dunque che la storia del pomo d'ottone magico la amo a prescindere, sia nella versione originale che nella reinterpretazione della Disney. Qui forse la spensieratezza è, come ho scritto, leggermente velata da un vago senso di inquietudine, qui c'è la razionalità paradossale di Miss Price che mette in guardia i bambini sul rischio di viaggiare nel tempo, qui si incontrano pericoli che strappano un amaro sorriso, qui si sorride e si prova nostalgia per un tempo di ingenuità perduta, in cui il mondo era ancora sconfinato e per certi versi misterioso, e l'infanzia era ancora lunga e intrisa di ingenua magia.

UN ASSAGGIO:

"Allora Carey fece una cosa che Charles giudicò molto coraggiosa. Si alzò e andò a sedersi accanto a Miss Price sul divano.
'Mi ascolti, Miss Price' disse ' Abbiamo cercato di aiutarla quando si è fatta male alla caviglia. Non c'è bisogno di adoperare la magia cattiva con noi. Se vuole impedirci di parlare, può farlo in maniera gentile'
Miss Price la guardò ' E come potrei farlo in maniera gentile?' chiese. Il tono sembrava più ragionevole.
'Beh' disse Carey ' Potrebbe darci qualcosa - qualcosa di magico - e se noi parliamo di lei con qualcuno perdiamo tutto. Sa, come un gioco. Appena parliamo, la cosa smette di essere magica.'
''Che genere di cosa?' chiese Miss Price, come se l'idea fosse fattibile.
Charles si chinò in avanti.
'Sì' intervenne ' un anello, o qualcosa del genere, che quando facciamo ruotare appare uno schiavo. E se parliamo di lei lo schiavo non appare più. Può farlo?'
'Non posso ammettere uno schiavo' disse dopo un'istante.
'Beh, allora qualcos'altro'.



martedì 21 maggio 2019

JANE GOODALL - Cambiare il mondo in una notte

DOVE: Gombe (Tanzania). E, poi, in giro per il mondo
QUANDO: Tra gli anni '60 e oggi (con breve digressione negli anni '30)

So bene che non per tutti gli ex-bambini degli anni '80 è così, e che io rappresento un'anomalia; ma per me Jane Goodall è - assieme a Konrad Lorentz- una delle figure "mitologiche" che accompagnavano la mia infanzia di bambina tendenzialmente secchioncella, piena di fantasia e smisurato amore per la natura.
Lei era per molti versi ció che io sognavo di diventare: una naturalista che si era data corpo, anima e cuore alla sua causa, e che viveva lontano dal caos delle città, immersa nel cuore romanticamente selvaggio della natura, silenziosamente devota ad essa.
La vita poi, si sa, costringe spesso ad aggiustare il tiro, e la mia tanto sognata vita da eremita si è invece concretizzata in un lavoro convenzionale che amo - peraltro a contatto col pubblico, altro che solitudine!, in una famiglia più o meno convenzionale ed in una mai sopita straordinaria passione per la natura.
È un piacere dunque incontrare di nuovo questa donna straordinaria, e farlo adesso, da adulta, ascoltando le sue parole ed osservando la sua vita con occhi nuovi e maturi.
In questo brevissimo, piccolo libro, che lei stessa ad un certo punto definisce con grande semplicità "una chiacchierata", la Goodall si mette a nudo, ci racconta di sè, della sua lontana infanzia in anni di guerra, del contatto con la natura, della sua passione straordinaria, delle occasioni colte al volo, del suo primo, magico incontro con gli scimpanzé.
Incontro per molti versi fortuito, che però segnerà in modo indelebile la sua esistenza. Perchè lei, Jane Goodall, per chi non lo sapesse è stata per anni una studiosa silenziosa e attenta di questi straordinari primati, ai quali si è accostata con immensa pazienza e rispetto, osservandoli senza preconcetti, studiandoli col cuore, scardinando molti dei pilastri che la scienza e l'evoluzionismo avevano costruito fino ad allora, rivoluzionando quel punto di vista fin troppo antropocentrico per riportare l'uomo ad una dimensione più reale, più vicina a quella dei suoi parenti più prossimi.
In questo libro, dunque, Jane ci racconta sé stessa,e sembra quasi di essere sedute con lei, in una veranda ombrosa affacciata sulla foresta, sorseggiando un rooibos sentendole raccontare come una ragazzina inglese sua diventata una delle più grandi attiviste mondiali sui temi della sostenibilità e della salvaguardia del pianeta. Tra queste poche ma intense pagine c'è la sua essenza, gli anni di studio sul campo, l'emozione delle sue prime scoperte; ci sono gli aneddoti dei "suoi" scimpanzè, c'è la sofferenza di scoprirli indifesi e maltrattati nel mondo, il suo impegno verso la ricerca di metodi alternativi per la sperimentazione scientifica e verso una maggior consapevolezza di ciò che i consumatori possono fare. C'è tutto ció che, con il suo progetto Roots and Sprouts, la Goodall cerca di instillare nei giovani, in Africa prima e nel mondo occidentale poi: la passione, l'amore, l'impegno, la consapevolezza di poter cambiare le cose, un passo alla volta.
Ci sono tanti spunti di riflessione su come tutti noi possiamo fare la differenza. E c'è speranza, tanta speranza, nel suo messaggio che profuma d'Africa e di semplicità. Perchè malgrado tutte le ferite che le abbiamo inferto, Madre Natura sa sempre riprendersi; perchè se cambiamo rotta e iniziamo a fare la differenza, nulla é perduto.
Perché in fondo non possiamo dire di amare davvero i nostri simili, se non dimostriamo prima di amare il nostro pianeta.
Una straordinaria testimonianza di vita di una grande donna. Da leggere col cuore, davvero.

UN ASSAGGIO:

"Vi è una qualità fondamentale in chi osserva gli animali, o qualunque altro evento, e consiste nel fatto che chi osserva vuole veramente conoscere la risposta, spinto da una bruciante curiositá che lo aiuta a porsi le domande giuste. Occorre molta pazienza, aspettare e stare fermi, osservare per molto tempo e ripetutamente lo stesso comportamento. E c'è un altro aspetto: quando uscite per osservare degli animali, vedrete un comportamento che è stato già visto molte volte da altri. Ma è la prima volta per voi: voi potrete notare un particolare non osservato, o potrete dare una spiegazione lievemente diversa da quella degli altri."

domenica 5 maggio 2019

SIMONETTA AGNELLO HORNBY - La zia Marchesa

DOVE: in Sicilia, tra Sarentini e Palermo
QUANDO: a cavallo dell'Unità d'Italia

Viaggio pieno di fascino, quello appena concluso; e se come me avete apprezzato lo splendido scenario in cui si muovono con romantica tristezza le anime de Il Gattopardo, non potete non tornare a gettare un'occhio su quel mondo e quel tempo.
Qui siamo a Sarentini, nella possente e lussosa dimora di un'antica famiglia, saldamente ancorata ai principi storici che ne hanno, nei secoli, scandito i ritmi; famiglia che, come molte altre, si sente scuotere le fondamenta mentre l'Italia intera è attraversata come da un rosso fremito di rivolta. E sì che loro, i Safamita, di rivolte ne hanno viste, senza mai per questo vedersi veder meno la solida fedeltà dei propri dipendenti; ma stavolta corre voce che le cose siano diverse, che questi garibaldini fiammeggianti riescano a smuovere anche gli animi più assopiti, e che il rischio di veder crollare tutto sia più che tangibile.
In quest'atmosfera di ansiosa attesa, nel palazzo austero dei baroni Safamita, la vita quotidiana continua a scorrere con i consueti rituali, così come ci viene narrata dalla voce di Amalia Cuffaro, costretta dalla suocera a separarsi dal figlio per divenire balia in quel palazzo; ed in un formicolare operoso di domestiche, che sotto l'occhio vigile del mastro di casa sciorinano biancheria scintillante per poi riporla, odorosa di sole, o impastano dolcetti profumati nell'umido tepore delle cucine, sussurrando sottovoce vizi e virtù dei propri padroni, tra sbuffi di farina, i giovani Safamita vengono al mondo.
Come la sorprendente Costanza, amatissima secondogenita del barone, dai capelli rossi come il fuoco, piccola anima rifiutata dalla sua stessa madre appena messa al mondo ed accolta dall'infinito e premuroso amore della balia Amalia, che la vede anno dopo anno fiorire e farsi donna splendida eppur fragile. Costanza, affamata d'amore, vittima nel corso degli anni anche dell'ostilità dei due fratelli - Giacomo il minore e l'amatissimo Stefano, il maggiore - cresciuta lontana dalle stanze lussuose dei Safamita e relegata durante la sua infanzia nel mondo sotterraneo della servitù, divenuta poi donna capace di tenere le redini di un piccolo impero eppure priva dello stesso polso quando si tratta di mettere mano alle questioni di cuore. Un ritratto femminile straordinario, delicato, a tratti inconsueto e moderno, tracciato con sapienza dal linguaggio semplice di Amalia, l'unica forse oltre al padre ad aver pienamente compreso ed amato questa straordinaria creatura, in cerca costantemente della propria identità.
Una storia bellissima ed una prosa evocativa, piena di profumi e suoni lontani, di colori sbiaditi dal sole, di appezzamenti di terra contornati di siepi gobbe di fichi d'india, di porcellane finissime ordinate dietro i vetri delle credenze, di lunghi corridoi silenziosi lungo i quali le domestiche si muovono, rapide ed invisibili, pronte a rispondere alla chiamata della propria padrona.
Ma anche una storia in cui, sullo sfondo, c'è tanta, tantissima Storia. Quella di un paese che fatica a trovare una propria identità, di un Sud rimasto ai margini, abbandonato a sè stesso ed al sorgere bellicoso dei primi germi di un'organizzazione mafiosa che - ahimè, ben lo sappiamo - metterà radici solide, qui come nel resto dello stivale. E qui, come nel Gattopardo, di nuovo tutto è soffusamente avvolto in un sentore di tramonto, di cose che stanno lentamente mutando, di inevitabile, scivolosa decadenza alla quale tutti sembrano abbandonarsi con malinconica rassegnazione.
Nella storia di Costanza, nella sua modernità di donna educata dal padre non come "sposa" ma come "padrona delle proprie sostanze", nella sua fame di affetto, nella ricerca di sè stessa, nel suo voler essere accettata ed amata per quella che è, si intravede in fondo un seme di quella società che va trasformandosi, portando ad un lento cambiamento anche e soprattutto nella condizione femminile e nei costumi sociali.
Una piccola storia incastonata nella Grande Storia, destinata a perdersi in essa eppure al contempo a simboleggiarne una certa fase, una storia pervasa da una sottile tristezza e che lascia in bocca un sapore dolcemente amaro; un bellissimo ritratto di un'epoca storica straordinaria, nella quale coesistevano gli entusiastici slanci di chi nel cambiamento vede una nuova vita e la malinconia con la quale, invece, altri vedono in esso il tramonto della loro esistenza così come era stata tramandata solidamente, secolo dopo secolo.

UN ASSAGGIO:

"Costanza pranzò per la prima volta con gente del continente e rimase affascinata dagli ospiti. Il prefetto era alto ed elegante. Aveva barba e capelli rossi come i suoi, ricci e folti.. Non aveva mai incontrato faccia a faccia qualcuno con i capelli del suo colore. Aveva intravisto dei giovani con i capelli rossi a Marsala durante una visita ai cugini Limuna; glieli avevano indicati, mentre passavano in calesse per la via principale, ridacchiando: li chiamavano ' i 'Nofri'. Alfonsina le aveva spiegato che tutti i rossi di capelli di Marsala discendevano da un inglese, un certo Onofrio, che aveva disseminato la città di figli bastardi. Costanza era impallidita e si era calcata il cappello sulla testa.