martedì 15 novembre 2016

DOUGLAS ADAMS - Guida galattica per gli autostoppisti



DOVE: in giro per lo spazio
QUANDO: più o meno negli anni '80 del Pianeta Terra

Ecco un viaggetto che pregustavo da tempo, pur non essendo, lo ammetto, quel che si dice una estimatrice del genere fantascientifico (nè in formato cartaceò nè in quello cinematografico). Ma della Guida Galattica ho sempre sentito così tanto parlare, che non potevo non avventurarmi tra le sue pagine, prima o poi. E così, con l'acquolina in bocca, assolutamente digiuna di viaggi interstellari, mi sono lasciata andare.
Certo, per apprezzarlo bisogna essere, se non proprio degli appassionati del genere, perlomeno dei lettori privi di pregiudizi e pronti ad addentrarsi di tanto in tanto in qualche intricato ragionamento di statistica, probabilità e pensiero computazionale, che rallenta un tantino il ritmo altrimenti serrato della storia. Ma se siete pronti a saltare nello spazio interstellare, il risultato sarà un viaggio assolutamente appassionante e non convenzionale.
La trama è complicata da dipanare, se non si vogliono rovinare i piccoli e saporiti colpi di scena in cui si incappa, tra una pagina e l'altra; diciamo solo che siamo in un anonimo giovedì mattina nell'Inghilterra Sudoccidentale, e l'anonimo trentenne ed ex londinese Arthur Dent, impiegato in una radio locale, conduce la sua vita anonima in una altrettanto anonima casa destinata ad essere abbattuta per far posto ad una scintillante tangenziale.
Tutto inizia da qui, da una pigra e soleggiata mattina, in una casa di mattoni immersa in un giardino reso fangoso dal temporale notturno, con un bulldozer che borbotta scalpitando mentre Arthur, all'interno, l'umore grigio e il passo pesante, si lava per quella che probabilmente sarà la sua ultima mattina in quella casa.
Ecco, una di quelle giornate che sembrano pessime, e nelle quali - ti verrebbe da dire - tocchi il fondo, tanto che "peggio di così non può andare"...
Peccato che, per Arthur Dent, solitario, grigio ed apatico cittadino del Pianeta Terra, le cose stanno per andare peggio, eccome... Se perdere la propria casa per un intestardimento della burocrazia vi sembra già un evento disperato, cosa pensereste se vi dicessi che il piccolo e insignficante (se lo guardiamo dall'ottica dell'Universo) Dent sta per perdere il suo stesso pianeta?
E qui mi fermo, senza scendere più di così nei dettagli; perchè la guida galattica va gustata, pagina dopo pagina. Uno stile scorrevole, una storia di viaggi intergalattici, navi interstellari, creature poliformi, con un retrogusto un tantino retrò, di quella fantascienza "di una volta", di quando ancora ascoltavamo la musica con il mangianastri ignorando che un giorno avremmo avuto Spotify e YouTube.
Una storia ricca di umorismo ed autoironia, di robot umanizzati - anche troppo - e di esseri bicefali, di ricchi rampolli annoiati che intraprendono in  autostop (anche questo, un termine dal sapore estremamente vintage) lunghi viaggi "low-comfort" attraverso le galassie, di misteriosi e leggendari fabbricanti di pianeti, di un asettico e distante Governo Galattico Imperiale, di irritabili e disgustose creature aliene, di immense navi spaziali dai lunghi corridoi metallici.
Ma non aspettatevi un libriccino tutto esplosioni nello spazio e tentacoli melmosi; questo è anche e soprattutto un libro che fa pensare. Uno di quei libri che - un po' come Flatlandia, che recensii millenni fa - mentre lo leggi ti dà la sensazione di dare "respiro" ai neuroni resi asfittici dall'era degli smartphone. Perchè qui, al di là dei salti interstellari, si parla di convivenza e conflitti tra i diversi, di grandi domande e grandi risposte, degli intrecci imperscrutabili del destino e del senso recondito della vita sul nostro pianeta.
Un libro che ti cattura e si fa leggere in poche ore, ma che ti lascia dentro un piccolo germoglio di riflessione su chi siamo noi, all'interno dell'immensità dell'universo.

UN ASSAGGIO:

"Il prostetnico vogon Jeltz non era piacevole a vedersi. Nemmeno per gli altri vogon. Il suo nasone a volta saliva alto sopra la piccola fronte da porcello. La sua pelle verde scuro, gommosa, era abbastanza spessa da permettegli di giocare bene al gioco della politica del Servizio Civile vogon, ed era abbastanza impermeabile da permettergli di sopravvivere tranquillamente, senza effetti collaterali, a una profondità sottomarina di trecento metri.
Non che lui andasse mai a nuotare, beninteso. Era sempre troppo occupato per farlo. Il suo aspetto era quello perchè miliardi di anni prima, quando i vogon erano usciti strisciando dai pigri mari primordiali di Vogsfera ed erano approdati ansimanti alle rive vergini del pianeta, quando i primi raggi del giovane brillante Vogsole loi aveva investiti col suo splendore, era successo che le forze dell'evoluzione avevano rinunciato ad occuparsi di loro: si erano come tirate in disparte, disgustate, e li avevano esclusi dal loro elenco, considerandoli un orrido ed increscioso errore. Così, i vogon non si erano più evoluti. Anzi, non sarebbero mai dovuti sopravvivere."

mercoledì 26 ottobre 2016

BANANA YOSHIMOTO - Andromeda Heights

DOVE: Giappone, tra città e boschi di montagna
QUANDO: oggi

Shizukuishi porta il nome di una particolare varietà di cacus e vive sola con la nonna in un'isolata casetta sperduta tra i boschi, in montagna, divenuta negli anni metà di un silenzioso pellegrinaggio da parte di chiunque avesse bisogno di conforto. Perchè? Ma perchè la nonna, esperta conoscitrice delle montagne, dei boschi e delle erbe, è in grado di miscelarle sapientemente a produrre dei tè dalle virtù terapeutiche, capaci di calmare e medicare il cuore di chi li sorseggia. Ecco, è bastato questo, per farmi innamorare - per l'ennesima volta, direi - della penna di Banana Yoshimoto.
Va detto che stavolta toccava delle corde a me particolarmente care - come farmacista appassionata di fitoterapia e come amante della montagna, con alle spalle anni di Dolomiti coi miei, da ragazzina, ad immergermi negli odori dei boschi. In ogni caso, da buona viaggiatrice virtuale quale sono, mi sono subito lasciata rapire dal suo solito tocco poetico ed evocante, piombando stavolta nella vita di una giovane ragazza malinconica e solitaria, trapiantata - mai come in questo caso la metafora attinta dal mondo vegetale calza a pennello - in una grande città dopo che la nonna si è trasferita a Malta, per convivere con l'uomo col quale da qualche anno intratteneva una composta e tenera corrispondenza via internet (ecco, anche questa nonna vedova che si rifà una vita con un cliente divenuto poi confidente telematico è una di quelle pennellate con cui la Yoshimoto arricchisce di poesia anche piccoli dettagli, e che io adoro).
Immaginate, quindi, il contrasto: dentro di lei, il silenzio dei boschi di montagna, l'aria tersa, il frusciare dei rami scossi dal vento, lo scricchiolare nascosto di un ramo secco sotto le zampe di un'anonimo animale, la terra umida che penetra con il suo aroma fino nelle narici, la vegetazione bagnata di rugiada, la piccola e silenziosa capanna in cui le mani della nonna miscelavano con amore i suoi celebri tè.
Fuori, il cemento, le luci, il continuo borbottare del traffico, centinaia e centinaia di teste e gambe e cappotti e borse che si affannano frettolose e distratte sui marciapiedi, i palazzi grigi che schermano la luce del sole, l'odore dei gas di scarico, le poche e anemiche piantine in cerca di ossigeno sui terrazzi.
In mezzo, sballottata tra questi sentimenti, la giovane Shizukuishi, senza amici, senza famiglia, con l'unico conforto delle erbe essiccate che ha portato con sè, dei preziosi insegnamenti della nonna sul potere terapeutico di un tè bollente e dei suoi amati, amatissimi cactus, coi quali Shizukuishi parla ed ai quali dedica cure amorevoli, certa che qualunque creatura vivente - sia essa una piantina dalle spine aguzze o un essere umano - sia meritevole d'amore.
Come può questa piccola e fragile diciottenne trovare il suo equilibrio nella giungla asfaltata? Senza svelare troppo della trama - il libro va gustato, lentamente, proprio come una bella tazza di tè - basta dire che interverranno un tramonto in un grande giardino botanico, il giovane custode di quest'ultimo e, soprattutto, Kaede, affascinante sensitivo ipovedente, presso il quale Shizukuishi inizia a lavorare come assistente.
Un libro delicato come un acquerello sulla vita, sui cambiamenti, sulla possibilità straordinaria che abbiamo di intervenire - positivamente - nelle vite degli altri, e sul destino.


UN ASSAGGIO:

"Ci svegliavamo ogni mattina alle cinque per andare a cogliere le erbe medicinali. La prima parte della giornata era dedicata interamente a farle essiccare, tagliarle e ricavarne gli estratti utilizzando una speciale acqua sorgiva o il calore diretto del sole, mentre nel pomeriggio ci occupavamo dei clienti. Nel nostro sgangherato negozio una confezione di tè costava sempre duemila yen, indipendentemente dal numero delle persone che l'acquistavano e dall'impegno che la preparazione aveva richiesto, quindi vivevamo in condizioni piuttosto modeste.
Tutti quelli che passavano, però, fosse anche solo per far visita alla nonna, portavano dei doni, il che ci garantiva almeno da mangiare. Un cacciatore della zona ci regalava carne di cinghiale e di coniglio, e inoltre il fiume era ricco di pesce. In primavera cresceva ogni genere di pianta e non avevamo problemi, le estati erano fresche, d'autunno eravamo indaffarate a raccogliere frutti, gli inverni erano freddi, ma il nostro vicino cacciatore veniva sempre a tagliarci la legna per il camino. Non ho mai avuto la sensazione che ci mancasse qualcosa, anzi, la nostra era una vita molto felice.
Le pareti di casa erano tappezzate di cartoline e lettere di ringraziamento giunte da tutto il Giappone. Quando ci sentivamo un po' abbattute ci bastava guardarle per ricordarci del sorriso di quelle persone e capire che dovevamo continuare a fare del nostro meglio."

martedì 18 ottobre 2016

ALESSANDRO BARICCO - La Sposa Giovane


DOVE: Nord Italia
QUANDO: Non dichiarato, comunque in qualche tempo agli inizi del '900.

Baricco è un autore che non tutti, ahimè, amano. Personalmente adoro le sue atmosfere, i suoi personaggi onirici, il suo stile. Ecco: se non amate Baricco; se, per dire, siete di quelli che non hanno ben digerito Castelli di Rabbia e Oceano Mare, non avvicinatevi alla Sposa Giovane.
Qui, pur non essendo una delle sue opere che io ami maggiormente, c'è tutto lo spirito baricchiano, con le sue ambientazioni sognanti, le atmosfere sospese tra reale ed immaginario, i suoi personaggi malinconicamente poetici, il suo stile a tratti secco e a tratti vischioso. Manna dal cielo, per chi, come me, adora lasciarsi trasportare dalla sua penna in luoghi insoliti. Siamo in un luogo ed un tempo imprecisati - comunque, da qualche parte lassù nel Nord Italia, in una pianura arsa dall'afa in estate e immersa in una nebbia lattiginosa in inverno, agli inizi del '900. Qui, in una solenne ed antica dimora, si muovono silenziosamente come piccoli, composti burattini, i membri di un'agiata famiglia di imprenditori nel settore tessile, anonimi ed austeri, devoti a sontuose colazioni e pigre giornate scandite da rigidi rituali; il tutto sotto la guida sapiente ed esperta di Modesto, storico maggiordomo nonché depositario assoluto di tutte le bizzarre e ritualistiche abitudini dei suoi padroni. Il Padre, mansueto e disciplinato, il cui unico scopo - la vocazione, sarebbe più opportuno dire - sembrerebbe essere quella di riportare ordine nel mondo. La Madre, sfavillante e sensuale, dal torbido e misterioso passato, la cui bellezza pare fosse in grado di gettare nella pazzia i malcapitati che venivano a contatto con lei. La Figlia, umile e bellissima ombra della mamma, con la sfortuna di esser rimasta zoppa. E ancora, il Figlio, spedito in Inghilterra in avanscoperta per poter un giorno ampliare i loro commerci, e lassù sparito in un silenzioso oblio, e lo Zio, arguto dispensatore di consigli benché trascorresse gran parte del giorno immerso in un bizzarro sonno perpetuo. In questa piccola comunità, devota ai propri ordinati ritmi quotidiani, piomba un giorno lei, la Sposa Giovane, che ahimè tutti avenano dimenticato essere stata promessa al Figlio, tempo addietro, e che lasciandosi alle spalle l'Argentina ed una numerosa famiglia di allevatori di bestiame si presenta, puntualissima nel giorno concordato, alla porta della loro dimora, per portare infine a compimento il suo destino.
Peccato che il Figlio, inghiottito in un nulla da cui riemergono solo saltuariamente bizzarri oggetti da lui spediti presso la sua antica dimora, continui ad essere assente; ma la sposa giovane, testarda, ostinata, fatalista, decide di aspettarlo, entrando in punta di piedi anche lei nell'esistenza della Famiglia.
Storia sensuale, femminile, poetica, per certi versi lenta - lentezza che per me non è un difetto, ma quasi un cedere del romanzo ai ritmi pacati di una residenza borghese dell'inizio del secolo scorso, con un retrogusto di malinconica rassegnazione verso il destino e la solita, straordinaria capacità di Baricco di delineare spiriti inquieti, o sognatori, o prepotentemente sensuali, disegnando personaggi mai privi di una qualche caratteristica bizzarra o surreale, il suo marchio inconfondibile.
Un breve viaggio in cui il silenzio è uno degli elementi dominanti, in una immensa, lussuosa dimora persa nella quiete della pianura, in un mondo apparentemente in bilico tra reale ed immaginario, insensato e potente come un sogno, che una volta sfumato lascia sospesi nell'aria del dormiveglia i suoi sfuggenti interrogativi...

UN ASSAGGIO:

"E in effetti, dal nulla, presero ad arrivare, uno ad uno, piccoli uccelli dalla pancia gialla, quasi delle rondini, ma con una loro andatura sconosciuta, e un riflesso di altri orizzonti nelle piume. Ora fa silenzio e ascolta - disse la Figlia. Gli uccelli tracciavano il lago con un volo pacato, a qualche spanna di altezza. Poi, d'un tratto, perdevano quota e diventando velocissimi scendevano a pelo dell'acqua: lì, in un istante, divoravano al volo un insetto che era andato a cercarsi casa, o conforto, sulla crosta umida del lago. Lo facevano con una scioltezza divina, e nel farlo, per un attimo strisciavano con le loro pance gialle sull'acqua: nel silenzio assoluto della campagna inebetita dal caldo, si udiva un fruscio argentino, per un istante, le piume a suonare la pelle dell'acqua. E' il rumore più bello del mondo, disse la Figlia. Lasciò passare del tempo, e un uccello dopo l'altro. Poi lo ripetè: E' il rumore più bello del mondo."

giovedì 29 settembre 2016

JONAS JONASSON - L'assassino, il prete, il portiere

DOVE: in giro per la Svezia, partendo da Stoccolma per arrivare ad una minuscola isola di pescatori a Gotland

QUANDO: oggi

Graffiante, politically scorrect, dissacrante. Questi i tre termini con cui definirei questo succoso ed irrestibile noir ironico, in perfetto stile Jonasson (se avete letto Il Centenario che Saltò dalla Finestra e Scomparve, sapete a cosa alludo).
Siamo ad Oslo, in un piccolo e squallido hotel ad una stella - o meglio, in un ex bordello promosso poi a sudicio alberghetto destinato a dare riparo a una variegata fetta di umanità dal dubbio spessore morale; qui lavora Per Persson, insoddisfatto receptionist apparentemente condannato ad una vita squallida. Figlio di una madre distaccata, nipote di un nonno che per cocciutaggine imprenditoriale ha visto dissiparsi come un miraggio la piccola fortuna che lui stesso aveva accumulato negli anni, l'abulico Per svolge il suo lavoro senza particolare entusiasmo nè convinzione, continuamente rimuginando su ciò che avrebbe potuto essere, finchè nella sua vita non arrivano due personaggi apparentemente agli antipodi.
Da un lato, il feroce Johan Andersson, più noto alla Svezia come Anders l'assassino, killer efferato che ha trascorso gli ultimi trent'anni alternandosi tra il carcere e le occasionali prestazioni omicide e limitandosi, nel resto del tempo, a vegetare imbottito di alcool e pasticche.
Dall'altro, Johanna Kjellander, donna-prete senza vocazione - per non dire "atea"- divenuta pastore in ossequio alle volontà del padre ed alla tradizione della famiglia Kjellander, ritrovatasi senza un tetto e senza soldi dopo una sua "spiacevole gaffe" durante la funzione religiosa.
E tanto Andersson è ottuso, ignorante, facilmente offuscabile dall'alcool, tanto il pastore Kjellander è sveglia, spregiudicata, ricca di inventiva; ecco dunque che i tre - accomunati seppur per motivi completamente diversi, dall'essere tre spiantati insoddisfatti dalla vita - si alleano in quella che sarà la miccia e l'innesco di una storia che dire scoppiettante è dire poco. Perchè, infatti, non creare una società che sfrutti il vasto curriculum di Anders l'omicida mettendo le sue competenze al servizio della malavita, offrendo - con opportuno tariffario - i più svariati servizi a coloro che, nei bassifondi di Stoccolma, avessero un nemico del quale vendicarsi (o nei casi più estremi, liberarsi)?
Detto, fatto. Johanna Kjellander e Per Persson si occupano - per così dire - delle pubbliche relazioni, mentre Anders l'assassino, opportunamente e costantemente addolcito da abbondanti dosi di vino, esegue il lavoro sporco. Ma questo non è che l'inizio, perchè la storia si dipana velocemente, srotolandosi davanti ai nostri occhi come un delizioso film oscillante tra il noir e la commedia brillante, mixando ingredienti su ingredienti: dalla fuga attraverso la Svezia alla fondazione di una bizzarra congregazione religiosa, fino a tirare in ballo addirittura Babbo Natale, e poi ancora, fino allo strambo finale.
Una storia leggera ma sorprendente, guizzante e piena di brio, che parla di truffatori e di truffati, di buoni e cattivi, di bene e di male, di individui apparentemente poco raccomandabili che si rivelano invece pezzi di pane, e di individui che invece sfruttano la loro apparenza rispettabile per raggirare gli altri. Il tutto, imprescindibilmente mescolato ad una grassa dose di ironia, in perfetto stile Jonasson.

UN ASSAGGIO:

"Nonostante tutto si scolarono insieme la bottiglia e forse fu grazie a essa che i due si trovarono d'accordo nel ritenere che una certa attenzione mediatica fosse un metodo in sè rischioso, ma efficace per raggiungere gli obiettivi prefissati. Venne stabilito che l'assassino avrebbe concesso un'intervista in esclusiva a uno dei mass media svedesi più adatti allo scopo, e così sarebbe emerso il suo insolito talento.
Il responsabile della reception si mise a leggere i giornali del mattino, i tabloid, i settimanali e le riviste, prese a seguire i programmi offerti da diversi canali televisivi e ad ascoltare la radio e alla fine decise che il risultato migliore e più immediato lo avrebbero ottenuto ricorrendo alla pubblicità che si sarebbero fatti comparendo su uno dei due tabloid nazionali di spicco. La scelta finale cadde sull' "Expressen", perchè sembrava più facilmente abbordabile dell' "Aftonbladet".
Nel frattempo il pastore informò Anders l'assassino del motivo di quell'iniziativa e di cosa essa comportava, poi pazientemente si esercitò con lui nella preparazione dell'immimente intervista. Gli riempì la testa di informazioni sul messaggio che intendevano lanciare, che cosa bisognava dire e che cosa invece non bisognava dire. Dulcis in fundo, lui doveva apparire sul giornale come:
1. in vendita
2. pericoloso, e
3. pazzo"

lunedì 19 settembre 2016

ROBERT LOUIS STEVENSON - Il dottor Jekyll e Mr. Hyde

DOVE: Londra, Inghilterra
QUANDO: metà dell'Ottocento

L'autunno mi rende nostalgica ed affamata di classici, e le giornate piovose mi spingono ad un inevitabile mix libro-plaid-gatto-divano, meglio ancora se il libro in questione è un buon classico della letteratura horror.
Premetto di non essere una cultrice del genere, perlomeno per quanto riguarda gli scrittori contemporanei... ma il fascino vintage delle atmosfere da brivido evocate dagli autori classici, a quello no, non resisto.

Da Frankenstein, a Carmilla, passando per Dracula e i racconti di Lovecraft... adoro immergermi nella lettura mentre magari fuori piove a catinelle, e mi godo una mattina di riposo in casa prima di andare al lavoro. E la storia del dr. Jekyll, studioso dall'irrefrenabile ambizione divenuto vittima e carnefice ad un tempo, incastrato come un'anima dannata nel suo stesso esperimento, è perfetta per i primi freddi autunnali. Si sorseggia lentamente ma in una mattinata, come una tisana bollente, colpendoci con la forza dirompente della letteratura dell'ottocento inglese.
Strade umide e deserte, nebbia a velare i contorni dei palazzi come un sudario, un laboratorio di anatomia in semi-abbandono, individui misteriosi che si aggirano nelle notti londinesi macchiandosi di atroci crimini, un avvocato che cerca di riunire i pezzi del puzzle sperando di salvare il suo vecchio amico Jekyll da quella che ritiene sia la minaccia di un ricatto da parte dello spregiudicato e rabbioso Hyde. Pochi, semplici ingredienti ben miscelati, quelli che compongono la classica storia dello scienziato che, sfidando Dio, crea una pozione in grado di scindere le due metà intrinseche nell'animo umano: la parte buona e quella cattiva, il bianco e il nero, lo yin e lo yang.
Da un  lato, il dottor Jekyll: rispettabile, brillante, educato, uomo di grande statura fisica e morale, benefattore, umano, scienziato di pregio.
Dall'altra, il signor Hyde: di piccola statura, iracondo, violento, sgradevole, prepotente, misteriosamente sfuggente.
Inspiegabilmente, il primo nutre - e dichiara pubblicamente - stima ed affetto verso il secondo, al punto di chiedere al leale Utterton, amico di vecchia data prima ancora che avvocato, di custodire un testamento nel quale si dichiara Hyde erede universale delle fortune di Jekyll; da questo, e da una serie di vicende collaterali che per pura coincidenza incrociano la strada del giovane avvocato, quest'ultimo inizia ad insospettirsi ed indagare sul rapporto morboso che sembrerebbe legare i due individui, fino al tragico epilogo finale.
Storia classica, ho scritto, ma non lasciatevi ingannare credendo sia banale. Quella di Jekyll e Hyde è una storia che crediamo di conoscere, tanto ormai è divenuta quasi proverbiale, ma che va assolutamente letta.
Cosa accade, infatti, quando le due entità iniziano ad esistere in maniera distinta? La metà malvagia, l'orribile e demoniaco Hyde, accetterà di essere messo a tacere a piacimento del suo alter ego? E la parte buona, il rispettabile dottor Jekyll, è davvero così integerrimo da non lasciarsi corrompere dalla possibilità di compiere atrocità indicibili senza che la sua rispettabilità sociale ne venga intaccata?

E' davvero tutto così limpido e banale?
E basterà una contro-pozione a ripristinare l'ordine iniziale, rifondendo le due entità in un unico essere imperfetto?

Una storia, insomma, assolutamente da leggere, assaporare, sulla quale riflettere.


UN ASSAGGIO:

"Una domestica che viveva sola, in una casa poco distante dal fiume, era salita in camera per andare a letto. Per quanto a notte fonda fosse scesa una nebbia fitta sulla città, quelle prime ore erano terse e il vicolo su cui dava la finestra della sua camera era illuminato quasi a giorno dalla luna piena. Pare fosse donna di natura romantica, perchè seduta sul baule, appena sotto la finestra, s'era abbandonata sognanti fantasie. Mai ( e lo diceva con gli occhi pieni di lacrime tutte le volte che raccontava di quella vicenda) come in quella occasione si era sentita così in pace col mondo, e vicina al genere umano. Mentre se ne stava lì seduta si accorse della presenza d'un uomo anziano di bellissimo aspetto, con i capelli bianchi, che risaliva lungo la strada, nella sua direzione; gli andava incontro un altro signore, molto piccolo, cui lei sulle prime non fece caso. Quando si trovarono vicini l'uno all'altro (il che avvenne proprio sotto la sua finestra) il più anziano si inchinò avvicinandosi all'altro con fare molto cortese ed educato. Non sembrava che si trattasse di un problema di gran conto; anzi, dal modo in cui gesticolava, sembrava che stesse solo indicando la strada; mentre parlava, la luna lo illuminò in viso e la ragazza rimase a guardarlo con piacere, tanta era l'innocenza che quel volto pareva emanare, insieme a una nota di autocompiacimento e una sorta di aristocratico distacco. A quel punto lo sguardo della ragazza passò all'altro, in cui, con sorpresa, riconobbe un certo Mr. Hyde  che una volta era venuto a trovare il suo padrone e per il quale lei aveva subito nutrito una certa antipatia...."

domenica 4 settembre 2016

SOPHIE HART - Il Club delle Cattive Ragazze



DOVE: Bristol, Inghilterra
QUANDO: oggi

Altra storiella leggera e fresca, perfetta per il clima torrido dell'estate, un po' sulla stessa lunghezza d'onda dei Piccoli Limoni Gialli (vite in corso di cambiamento, cuori che palpitano, profumi di cucina), con un pizzico di pepe in più.
Eccoci qui, catapultati nella vita impegnativa e profumata di Estelle, mamma separata - seppur in buoni rapporti con l'ex marito - e proprietaria del piccolo ed ahimè poco frequentato Cafè Crumb, pasticceria e sala da te da lei aperta dopo la separazione con grande spirito di intraprendenza e voglia di mettersi in gioco, ma che stenta  decollare. Divisa tra il figlio adolescente Joe e i suoi allenamenti di calcio e le finanze traballanti del locale, Estelle ha ben poco tempo da dedicare alla sua vita privata e sentimentale, mentre l'ex marito Ted e la sua seconda - e giovanissima - moglie Leila, aspettano felici un bambino.
Sonfortata, temendo di dover chiudere il locale da lei tanto amato, un giorno Estelle ha una brillante intuizione: perchè non organizzare un book club, per richiamare avventori e salvare il Cafè Crumb da un ingiusto oblio? E book club sia. La partenza, a dirla tutta, è parecchio tiepida; un ridottissimo manipolo di partecipanti (la giovane e fascinosa Grace, femminista dallo stile vintage; l'imbranato studente universitario Reggie; Sue, neo-pensionata desiderosa di dare un senso alle ore vuote anzichè sprofondare in un torpore letargico sul divano di casa assieme al marito George; Rebecca, neosposa in crisi), e un dibattito poco entusiasmante su Tess dei D'Urberville sembrerebbero arginare l'iniziale entusiasmo di Estelle verso la sua iniziativa. Davvero il book club è destinato a naufragare poco dopo il suo varo, portando con sè l'unica vaga speranza di risollevare le sorti del locale?
Inaspettatamente, l'ancora di salvezza arriva dalla penna di C.J. Jones, discussa autrice del best seller a sfondo erotico Ten Sweet Lessons; e se fosse quello, il prossimo libro oggetto di discussione?
Dissolto rapidamente l'iniziale imbarazzo, il book club vira dunque rotta, specializzandosi nei classici della letteratura erotica di tutti i tempi, accendendo molto più di accesi e scabrosi dibattiti con cadenza bisettimanale; saranno infatti le vite stesse dei cinque partecipanti a subire - inaspettatamente - una scossa.
Piccante, profumato, dolce, ricco di quei piccoli colpi di scena - mai del tutto inaspettati, eppure piacevolmente graditi - tipici delle piccole commedie leggere, di quelle che di tanto in tanto fa bene leggere, perchè malgrado tutto abbiamo ancora voglia di credere che i batticuori esistono, e che leggere può essere di stimolo per cambiare - e scuotere, se necessario - le nostre vite.
Da divorare a bordo piscina, o su una sdraio godendosi il fresco delle serate estive.

NB: anche se non mi occupo di cucina, linko qui la ricetta della torta in foto, una sbriciolata veloce veloce e di sicura riuscita (io ho sostituito la cioccolata con delle amarene sciroppate).
Perfetta, secondo me, in abbinamento a questo libro ^_^


UN ASSAGGIO:

"Reggie mise gli spaghetti al ragù nel microonde e regolò il timer, impaziente.
Come sempre, sembrava che in cucina fosse appena passato un ciclone, si rese conto guardandosi intorno. Viveva in uno degli edifici vittoriani in Pembroke Road, a Clifton, insieme ad altri cinque studenti che aveva conosciuto rispondendo ad un annuncio di affitto sul giornale locale. Benchè si sforzasse di tenere la sua stanza relativamente pulita, gli spazi comuni erano fuori controllo: il lavello pieno fino all'orlo di stoviglie usate che galleggiavano un'acqua grigiastra, e pile di contenitori del take away ammonticchiate sul secchio della spazzatura ricolmo, che nessuno si preoccupava di svuotare. Il foglio coi turni delle pulizie che aveva attaccato al frigo con un magnete era strappato, coperto di macchie e ignorato da tutti.
Mentre il vassoio di plastica ruotava senza posa nel microonde, Reggie pensò che esistevano modi più eccitanti di trascorrere il venerdì sera. Magari poteva fare una pazzia e stappare una bottiglia di vino - c'era quel buon Syrah, quello che aveva preso in offerta speciale al supermercato, e...
La porta d'ingresso sbattè e Reggie fece un salto. Pochi minuti dopo una ragaza piombò in cucina, imbacuccata per il freddo. I capelli biondi con la lunga ricrescita scura erano arruffati, indossava jeans aderenti, stivali pesanti, un giaccone di pelle corto e un'enorme sciarpa etnica arrotolata più volte intorno al collo.
"Ciao Reggie, come va?" era la sua coinquilina, Selena, specializzanda in Sociologia.
"Bene. Stavo.. hm.. cucinando." rispose lui impacciato, indicando il microonde.
"Ah, Tesco's Finest?" tirò ad indovinare Selena.
Reggie scosse la testa "Marks & Spencer"
"Giusto, del resto è venerdì sera, perchè non viziarsi un po'?" scherzò Selena lasciando cadere la borsa a terra.

mercoledì 10 agosto 2016

JONATHAN COE - I terribili segreti di Maxwell Sim

DOVE: in viaggio tra l'Inghilterra e la Scozia
QUANDO: 2009

Ancora svolte, ancora cambiamenti repentini della vita (dopo la recensione di Piccoli Limoni Gialli), ma stavolta, di tutt'altro sapore.
Maxwell Sim, 48 anni, uomo dalla vita ordinaria - un lavoro non particolarmente entusiasmante, una ex moglie ed una figlia che vivono in un'altra città, un addome prominente e i capelli che ingrigiscono - si trova improvvisamente a fare i conti con la sua esistenza atonica e senza scossoni. Rientrando a Watford, UK dopo un viaggio in Australia in visita a suo padre, infatti, lo assale tutto a un tratto con violenza la consapevolezza di essere incommensurabilmente solo, a dispetto dei suoi contatti facebook. Ma lui, uomo tutt'altro che energico e pieno d'iniziativa, immerso da oltre sei mesi in un limbo di depressione che lo ha spinto anche a prendersi una lunga aspettativa dal lavoro, si culla nella deprimente consapevolezza di questo senso di abbandono fino a quando un'incredibile, capricciosa, collana di eventi consecutivi non sembra mettergli davanti uno spiraglio di luce. Trevor Paige, l'ultimo superstite tra quelli che poteva considerare "amici", lo contatta proponendogli un lavoro come rappresentante di spazzolini da denti ecologici per una piccola, ambiziosa ditta che si propone di sbaragliare le grosse multinazionali e la crescente crisi economica producendo artigianalmente spazzolini a basso impatto ambientale. Non solo: per il lancio dell'ultimo, strabiliante modello si propongono una campagna pubblicitaria d'impatto, spedendo quattro rappresentanti ai quattro angoli dell'Inghilterra chiedendo loro di tenere un video-diario del viaggio, e promettendo oltretutto un allettante premio in denaro.
Sembrerebbe la tanto attesa svolta nella vita piatta e grigia di Max: da Watford alle remote isole Shetland a bordo di una Toyota Prius; e allora che cosa è andato storto? Perchè il 9 marzo 2009 una pattuglia di polizia ritrova Maxwell Sim nudo ed in coma etilico nella sua auto abbandonata in mezzo alla tormenta, con un bagagliaio carico di spazzolini da denti e un sacco pieno di cartoline provenienti dall' estremo oriente?

In un silenzioso, angosciante, piovoso e  solitario viaggio attraverso l'Inghilterra - ed attraverso la mentre sconvolta dalla depressione - ripercorriamo con lui, passo dopo passo, tappa dopo tappa, il suo lento, amaro, inesorabile declino. E poi? Ci sarà un colpo di reni che lo riporterà a galla? O Max Sim finirà per lasciarsi affogare negli oscuri gorghi del suo male nero?
Al sorprendente colpo di scena finale, l'ardua sentenza; non anticipo nulla, ma dico solo che se le ultimissime pagine vi hanno entusiasmato, consiglio vivamente la lettura de "L'immortalità" di Kundera (già recensito qui)...


UN ASSAGGIO:

"Prima di incamminarmi verso l'entrata principale, presi la videocamera e filmai per una ventina di secondi, inquadrando tutto il palazzo, da sinistra a destra e dall'alto in basso. Era la prima volta che usavo la videocamera, ma sembrava abbastanza facile da maneggiare. Non so bene perchè lo feci, però: in parte per calmarmi i nervi, forse, e in parte perchè pensai che a mio padre sarebbe piaciuto vedere il filmato la prossima volta che ci fossimo incontrati, chissà quando. Quel che è certo è che non sarebbe stato molto utile a Lindsay o Alan Guest per il loro video promozionale. Finite le riprese, riposi la videocamera nel vano portaoggetti e bloccai gli sportelli dell'auto.
E' strano che adesso, quando ripenso a quella mattina, e mi rivedo camminare sulla distesa d'asfalto davanti al palazzo, io abbia la sensazione che tutto si svolgesse nel silenzio più assoluto. Eppure, evidentemente, non esiste una cosa come il silenzio assoluto. Non in Inghilterra. Quindi doveva esserci stato il rombo del traffico sulla Eastern Avenue, o il gemito distante delle sirene della polizia, o il pianto di un bambino in una carrozzina due strade più in là, ma non è così che ricordo la scena. Era tutto immobilità e silenzio. Era tutto mistero."