domenica 26 giugno 2016

ANDRE' BRINK - La polvere dei sogni

DOVE: Sudafrica
QUANDO: metà anni '90, alle soglie dell'elezione di Nelson Mandela

In una immaginaria città del Sudafrica, una donna sta morendo. Ouma Kristina, centenaria, minuta, coriacea vecchietta che si ostina a vivere sola in una immensa ed eccentrica costruzione di proprietà della sua famiglia da tempi immemori, si sta lentamente spegnendo. Ma non è la vecchiaia ad ucciderla, quanto piuttosto la violenza di ignoti che, in una notte turbolenta, hanno appiccato il fuoco ad un'ala del suo sterminato palazzo. Sono tempi cupi, per il Sudafrica; per la prima volta dopo anni la popolazione nera avrà accesso a delle libere elezioni, e nei giorni che le precedono l'entusiasmo, la rabbia covata in anni e anni di apartheid, il desiderio di riscatto, si miscelano in un cocktail esplosivo. Dall'altra parte del pianeta, sua nipote Kristien, fuggita anni prima dalla grettezza di un mondo claustrofobico, ma rimasta legatissima alla nonna, sente il richiamo del cuore, molla il suo fidanzato perfetto Michael, la sua vita ordinata e vola al capezzale di Ouma, pronta ad esaudire le sue ultime volontà. Numero uno: lasciare l'ospedale asettico per tornare a morire nella sua amatissima e bizzarra dimora, fatta di stanze incastrate una nell'altra come scatole cinesi e di misteriosi e labirintici corridoi. Numero due: avere la sua nipote prediletta accanto al letto, munita di penna e taccuino, per poterle lentamente raccontare la sua storia; anche se dire "sua" è riduttivo, perchè quello che Ouma lentamente, tenacemente, con un sottile filo di voce va dipanando è un inanellarsi di racconti, uno per ciascuna delle straordinarie donne che si sono succedute nella loro famiglia. Ouma stessa, con una segreta storia d'amore sconvolgente per un uomo diverso da quello che Kristien ha sempre considerato suo nonno. La sfortunata Rachel, imprigionata nei sotterranei della casa e svanita nel nulla, lasciando dietro di sè una serie di disegni osceni che (stregoneria?) continuamente riaffiorano dalle pareti, malgrado queste vengano pulite costantemente.
Wilhelmina, solida, mascolina, terrificante matrona che negli anni assunse dimensioni talmente spropositate da non essere in grado di passare attraverso le porte della sua stessa casa. E poi la sensuale Kamma, volitiva fanciulla khoihoi sacrificatasi per cercare di portare la pace con i bianchi; e l'affascinante Samuel, dai lunghissimi capelli biondi.
Notte dopo notte, accoccolata accanto alla piccola Ouma sofferente, Kristien scrive, ed assorbe lentamente i suoi strampalati racconti; e, inevitabilmente, mentre lo fa si trova a ripercorrere passo dopo passo la sua storia personale.
Intorno a lei, uno scorcio amaro del Sudafrica in trasformazione, enorme farfalla in procinto di lacerare il bozzolo oscuro in cui per anni ha covato; da un lato, la popolazione nera, sballottata tra rabbia e rassegnazione. Dall'altro, i bianchi, discendenti degli ex coloni, perfettamente incarnati da Anna - sorella di Kristien, mamma pluripara, sciatta, depressa, insoddisfatta ma perfettamente in linea con ciò che la società si aspettava da lei - e da suo marito Casper, violento, maschilista, capobranco di un piccolo manipolo di razzisti.
Una storia che oscilla continuamente tra presente e passato, speranza e disperazione, poesia e crudezza, reale e irreale. Tassello dopo tassello, il puzzle prende forma, fino allo sconcertante, tragico finale.

UN ASSAGGIO:

" 'I cognomi non hanno importanza. Sono stati tutti aggiunti dopo, non puoi farci conto. Ogni volta che un uomo diventa padre non vede l'ora di mettere avanti il suo cognome. Ma come può essere sicuro che quello che lui ha messo dentro è lo stesso di quello che viene fuori? Solo noialtre possiamo dirlo per certo, e qualche volta preferiamo tenerlo segreto. E' di noi che parlo. Le donne. Te l'ho detto che questo è il mio testamento. E adesso che mi sto avvicinando alla morte questo è tutto ciò che conta veramente.'
'Fino a che punto riesci a risalire nel passato con la storia?'
'Abbastanza in là. Nella nostra famiglia abbiamo avuto la fortuna di avere sempre donne che raccontavano storie. Tu hai me, io avevo Petronella, nei aveva Wilhelmina e così via, sempre più indietro, fino alla donna che aveva due nomi, Kamma e Maria. Se ricordo bene il totale fa nove.'
'Allora la prima fu Maria-Kamma?'
'Certo che no. Mi stai ad ascoltare? Nessuno sa da dove abbiamo cominciato. A un certo punto il passato è avvolto nell'ombra. Secondo me ci siamo sempre state. Ci sono vecchie storie che parlano di una donna, nel profondo cuore dell'Africa, che venne da un lago portando sulla schiena un bambino e spingendo davanti a sè una vacca nera. O da un fiume, la donna-serpente con il gioiello sulla fronte. O dal mare. Un giorno una piccola onda si infranse sulla spiaggia e lasciò dietro di sè della schiuma, e sotto la luce del sole la schiuma diventò una donna. Questo però non lo sappiamo per certo, e io preferisco solo parlare delle cose che conosco.' "

mercoledì 27 aprile 2016

HARPER LEE - Va', metti una sentinella

DOVE: Maycomb, Alabama
QUANDO: anni '50

Avete presente Scout, la brillante e combattiva ragazzina protagonista del capolavoro di Harper Lee, Il buio Oltre la Siepe? Sì, proprio lei, la scalza maschiaccia di Maycomb, figlia del pacato avvocato Atticus Finch, finalmente è tornata. Ed è esattamente come la immaginiamo una volta cresciuta; una donna testarda, indipendente, allergica a pregiudizi ed etichette sociali, trasferitasi a New York e di ritorno nella piccola Maycomb in visita a ciò che resta della sua famiglia, dopo la morte - ahimè - del fratello Jem.
E se da piccola già stentava a tenere a freno la lingua di fronte a quelle che reputava ingiustizie, figuriamoci adesso, quando la maturità di una giovane ventiseienne residente nella grande mela consente a Jean Louise di vedere ancor più chiaramente l'asfissiante grettezza e la mentalità meschina della provincia americana. Anche Maycomb è più o meno come ce la immaginiamo negli anni '50; strade asfaltate, piccoli giardini curati, un piccolo chiosco di gelati là dove un tempo lei e Jem giocavano insieme ad Henry (Hank) Clinton, lo storico amico d'infanzia divenuto ora un tranquillo ed affidabile praticante avvocato nello studio di Atticus Finch, nonchè corteggiatore di Jean Louise. Inutile dire che la tranquilla vita di provincia a Jean Louise - che nel profondo del cuore continua ad essere la burrascosa Scout - comincia presto ad andare stretta; quelle che un tempo erano state le sue compagne di scuola sembrano essersi tramutate una dopo l'altra in amabili casalinghe, che scrollatesi di dosso qualsivoglia ambizione personale vivono contemplando amorevolmente i loro mariti, riflettendone persino le opinioni, incapaci perfino di concepire propri pensieri indipendenti. Il germe del razzismo, che da tempo covava sotto la superficie dorata della piccola cittadina, continua a germogliare e spandere il suo veleno ipocrita; la comunità nera e quella "rispettabile" bianca vivono a debita distanza, in un precario equilibrio.
Ma soprattutto, il mondo di Jean Louise comincia a vacillare nel momento in cui perfino Atticus - suo padre, Atticus Finch, che per lei era il sole attorno a cui ruotava l'intero universo - sembra apparentemente deluderla, tradendo quelli che fino ad allora per lei erano stati i principi fermi ed indiscutibili della sua cieca fede in Atticus. Scavando in un passato talvolta dolce, spesso doloroso, Scout porta alla luce i piccoli, inconfessabili segreti di famiglia che la costringono inevitabilmente a maturare, rivedendo i suoi rapporti familiari, quello con Hank ma soprattutto rivedendo il rapporto con sè stessa. E, anche se sarà un processo doloroso - i cambiamenti lo sono sempre, specialmente quelli bruschi - la giovane Scout sopravvivrà. Perchè d'altronde continua ad essere la tosta figlia di Maycomb che scazzottava coi maschi.

Non aggiungo altro; per chi ha amato Harper Lee sarà certamente un piacere ritrovare la sua protagonista. Per tutti gli altri, un'occasione magari per accostarsi a lei, considerando fra l'altro che quest'opera era stata concepita dall'autrice prima di comporre Il Buio Oltre la Siepe, ma che poi da una serie di considerazioni di carattere editoriale è venuta fuori quest'ultima.
(Rimando alla pagina di Wikipedia tutti coloro che fossero interessati all storia di Va', Metti una Sentinella)
Infine, ultimo ma non per importanza, con questo post completo la mia partecipazione al Link Party del Blog Cinebooks Blog, dedicato ai libri ed alla primavera ^_^.
Cliccando sul link arriverete direttamente alla pagina dell'iniziativa, dove potete trovare la lista di tutti i blog partecipanti: una vera miniera d'oro, per gli amanti della lettura!


UN ASSAGGIO:

"La Seconda Guerra Mondiale ebbe una certa influenza su Maycomb: i suoi figli che tornavano a casa avevano strane idee su come fare quattrini e una gran fretta di recuperare il tempo perduto. Pitturavano le case dei genitori di colori atroci; imbiancavano i negozi di Maycomb e montavano insegne al neon; per se stessi costruivano case in muratura in quelli che una volta erano campi di granoturco e pinetine; rovinavano l'aspetto della vecchia città. Le sue strade non furono soltanto latricate, ma anche battezzate (Adeline Avenue, dal nome di Miss Adeline Clay), a i vecchi residenti si astenevano dall'usare i nomi delle vie: per orientarsi bastava indicare "la strada che passa davanti a Tompkins Place". Dopo la guerra, da tutte le aziende agricole della contea affluirono in massa a Maycomb giovani che costruivano casette di legno che sembravano scatole di fiammiferi e mettevano su famiglia. Nessuno capiva come facessero a sbarcare il lunario, ma in un modo o nell'altro ci riuscivano, e se il resto della città avesse riconosciuto la loro esistenza avrebbero creato a Maycomb un nuovo strato sociale.
Anche se l'aspetto della città era cambiato, nelle case nuove battevano gli stessi cuori, davanti ai frullatori e ai televisori. Si poteva dare una mano di bianco a tutto quello che si voleva, e montare buffe insegne al neon, ma le vecchie case di legno reggevano bene allo sforzo anche sotto questo peso supplementare."



giovedì 7 aprile 2016

GABRIELLE DONNELLY - Le lettere segrete di Jo

DOVE e QUANDO: tra la Londra di Oggi e Concord, Massachussets, seconda metà dell'Ottocento

Tre sorelle londinesi, una mamma psicoterapeuta con un passato ribelle ed una bisnonna ancor più anticonvenzionale, nientepopodimeno che la Jo March protagonista delle Piccole Donne con cui sono cresciuta: questa la combinazione di ingredienti che mi ha magneticamente attratto verso questo libro non appena ho letto la quarta di copertina. Come potevo lasciarlo lì? Jo, proprio lei, che tanto ho adorato sulla carta e sullo schermo (in tutte le salse.... dalla versione vecchissima del film con Liz Taylor fino ai cartoni animati giapponesi), estrosa, tosta, ribelle, energica, bisbetica, confusionaria e piena d'amore per la propria famiglia, è tornata.
Ma sto creando confusione, lasciandomi andare dall'impulso emotivo, lo stesso che mi ha fatto decidere in quattro e quattro otto di comprare il libro, nonostante fossi andata in libreria soltanto per comprare il Secondo Viaggio nel Regno della Fantasia di Geronimo Stilton per mio figlio ^_^.

Dunque, dicevamo, tre sorelle. Emma, la maggiore, composta, nei ranghi, ordinata, metodica. Una che fa esattamente quello che ti aspetteresti. Un fidanzato perfetto, un lavoro perfetto, in corso di preparativi per il matrimonio perfetto.
Sophie, la minore, biondissima, di professione attrice, corteggiata, brillante, sempre con la testa tra le nuvole, assolutamente lontana dai pensieri pratici, un tantinello svampita come da clichè delle bionde, ma sempre attenta e ferma nel voler realizzare i suoi sogni.
In mezzo lei, Lulu, persa in un limbo sentimentale e lavorativo in cui nulla sembra soddisfarla. Brontolona, tenace, disillusa dalla vita, una laurea conseguita con voti brillanti eppure senza convinzione, un'amore sconfinato per le proprie sorelle eppure l'amarezza di sentirsi un passo indietro rispetto ad esse. Nei loro brunch domenicali a casa dei genitori, immancabile il confronto. Emma e Sophie, seppure in modo diverso (ed in direzioni diverse) puntano con sguardo fermo verso il proprio futuro. Lulu, invece, sembra svolazzare qua e là come un uccello in gabbia, incapace di trovare la propria strada.
Fino a quando, in soffitta, mentre cerca un vecchio ricettario di famiglia, non s'imbatte in una scatola di ricordi, dove, tra fotografie ingiallite e guanti ottocenteschi non incontra lei, nonna Jo, morta a cent'anni circondata dall'affetto della sua famiglia, attraverso una fitta corrispondenza che negli anni l'aveva legata alle sue sorelle, e attraverso la quale Lulu ricompone, passo a passo, la storia della sua famiglia. Giorno dopo giorno, all'insaputa di tutti, Lulu si chiude in soffitta e legge; e leggendo, piano piano, scopre che c'è stata, prima di lei, in famiglia, un'altra giovane donna inquieta, che scalpitava come un puledro di fronte alle convenzioni e che sembrava non avrebbe mai trovato il proprio posto nel mondo. Una giovane donna testarda e bisbetica, seconda di quattro figlie cresciute nel Massachussets da una madre amorevole mentre il padre combatte nella Guerra Civile.
Ma due mondi così lontani, gli USA ottocenteschi e la Londra degli anni duemila, possono ancora parlarsi? Riusciranno le parole di nonna Jo ad indirizzare la sua inquieta pronipote verso il suo destino?
Una storia scorrevole, fatta di confidenze in rosa durante assolati brunch domenicali punteggiati di fiori ed allettanti colpi di testa in una city frenetica e piena di occasioni. Un'occasione per incontrare quella che in un certo senso è stata una presenza "forte" nella mia vita letteraria di bambina, perchè Jo March è Jo March, punto. Ma soprattutto, pur nella sua frivolezza, un'occasione per riflettere sulla vita, sulle scelte, sull'amore che aspettiamo con tanta impazienza e che poi arriva dalla direzione in cui mai avevamo guardato.

PS: per tutte le amanti della Alcott, segnalo un libro che avevo recensito parecchio tempo fa e che era stato anch'esso una piacevole "riscoperta".. :-)


UN ASSAGGIO:

"La scatole occupavano la maggior parte dello spazio rimanente nella libreria. Ce n'erano più di dieci, in tela o cartone, di misure diverse e con il contenuto etichettato in modo chiaro dalla mano ordinata e ferma di nonna Jojo. Lulu si accovacciò per terra, spazzò via un paio dei ragni che tanto allarmavano Sophie e si accinse ad esaminarle. Pensò di ignorare quella con su scritto GIOIELLI e anche quella delle CARTE GEOGRAFICHE. Una scatola di scarpe con l'etichetta RICETTE sembrava promettente, ma conteneva soltanto una serie di rendiconti su sottile carta bianca, i  numeri scritti con un'antiquata macchina per scrivere. Un'elegante contenitore con le rifiniture in pergamena color panna e la scritta CISSIE riaccese le sue speranze, ma un controllo più accurato rivelò che ospitava solo alcuni diari logori ricoperti da una grafia fitta e illegibile: se era quella di nonna Cissie, pensò Lulu, non c'era da stupirsi che avesse deciso di far stampare le ricette. Su una scatola c'era scritto TRASCENDENTALISMO, che forse un tempo aveva appassionato qualche membro della famiglia, e su un'altra CONCORD. Il libro che cercava, però, non era nè nelle scatole nè infilato tra una e l'altra.
Lulu si alzò e si pulì le ginocchia disgustata. Nel chinarsi notò una valigetta di pelle seminascosta nell'ombra, posata sul pavimento tra la libreria e i bauli. Più grande delle scatole, era il tipo di valigia usato dai medici, con il manico robusto ed un vecchio fermaglio di ottone annerito; non aveva nè etichetta nè descrizione. Curiosa, suo malgrado la prese, la portò allo sgabello sotto la finestra e l'aprì mentre le gocce di pioggia, battendo, disegnavano un tatuaggio sul vetro sopra alla sua testa."

domenica 3 aprile 2016

MASSIMO GRAMELLINI - Fai bei sogni

DOVE: Torino
QUANDO: tra la fine degli anni '60 ed oggi

Da quando - quasi sette anni fa - sono diventata mamma, ho scoperto una nuova forma di paura e di dolore. Prima di allora non mi preoccupavo mai più di tanto che potesse accadermi qualcosa; e comunque, se anche questo lontano pensiero mi avesse sfiorato la mente, avrebbe prodotto poco più che una noncurante alzata di spalle. Oggi, improvvisamente, il pensiero che io dovessi venire a mancare lasciando mio figlio mi spezza il cuore. L'idea di qualcuno che vada a dirgli che la sua mamma non esiste più, immaginare le sue lacrime, il suo senso di smarrimento, bastano a darmi la pelle d'oca. Diventi mamma, e Madre Natura ti dice che da quel momento in poi tu non sei più tu; tu sei una mamma, indissolubilmente legata alla creatura che hai portato in grembo. Scivoli in secondo piano, per lasciar spazio a lui.

Ed è con questo spirito che ho letto il libro di Gramellini, avventurandomi tra le sue pagine ignorando cosa mi aspettasse (al di là della quarta di copertina, evito sempre di leggere recensioni o qualsiasi altra anticipazione che possa privarmi del gusto della scoperta, quando inizio un libro) ed entrando in una storia diretta come un pugno allo stomaco.
Una storia autobiografica, che in poco più di duecento pagine mi ha strappato fiumi di lacrime.

Massimo, nove anni, in una fredda e nevosa notte dell'ultimo dell'anno, si sveglia e scopre che la sua vita è stata stravolta: improvvisamente la sua mamma non c'è più. Un bambino come tanti, che alla fine degli anni sessanta scopre tutto a un tratto che "come tanti" non lo è più. Lui è adesso agli occhi di tutti è un orfano, che dovrà lottare negli anni a venire non soltanto con i suoi demoni interiori (la rabbia, il senso di abbandono, il dolore che sembra schiantarti), ma anche con gli sguardi compassionevoli degli altri, con la pietà, con il disagio che gli adulti - estranei e non - provano nel doversi confontare con una realtà di dolore.
Massimo è solo. E' piccolo, è un bambino ed è solo ad affrontare una vita diversa da quella che aveva immaginato, una vita nella quale, da un momento all'altro, la sua mamma è stata cancellata da quella che semplicisticamente gli hanno definito come "brutta malattia". Niente più carezze consolatorie, niente più sorrisi orgogliosi davanti ai suoi piccoli, malfermi tentativi di approccio al disegno, niente più bacio della buonanotte. Accanto al padre, infiacchito dal dolore, lentamente Massimo cresce, matura, covando sempre nell'animo quel senso di abbandono, quella rabbia, fino al momento in cui, adulto, non si rende conto che è arrivato il momento di combattere i suoi demoni, lasciandoli venire alla luce. E affrontare finalmente il suo passato, scoprendo - ennesimo colpo al cuore, ennesima folata con cui la vita tenta di spezzarlo, invano -la verità su sua madre, e su quella lontana notte del 31 dicembre in cui tutto è iniziato.
Un libro straordinario, poetico, doloroso, talmente intimo che ti senti quasi in colpa, un libro che affronti in silenzio, in punta di piedi, con rispetto, come va affrontato il dolore.
Ma anche un libro di speranza, di rinascita, di lenta maturazione.
Ammetto di aver pianto tanto. E, per tornare alla mia premessa iniziale, l'ho fatto perchè mi rendo conto di averlo letto, dalla prima all'ultima pagina, attraverso i miei occhi, gli occhi di una mamma.
Una mamma strappata al proprio bambino, che non lo vede crescere, sbagliare, affrontare disorientato l'adolescenza per poi trovare una sua strada e diventare un uomo. Il dolore ha mille sfaccettature e mille modi di essere vissuto, ed in questo libro li ritroviamo tutti.
Il dolore rabbioso di un bambino alla quale sua madre viene ingiustamente strappata.
Il dolore amaro di un marito che vede appassire e sfiorire la donna che ha amato, senza poter fare nulla per impedirlo.
Il dolore accecante di una madre che perde la speranza, e si lascia andare benchè questo significhi non poter più, ogni notte, rimboccare silenziosamente le coperte al proprio bambino addormentato, sfiorandolo con un bacio silenzioso.


UN ASSAGGIO:

"L'operazione alle tonsille doveva essere stata un male bellissimo. La convalescenza mi aveva tenuto lontano dai compiti per settimane, in compagnia dei gelati della mamma e del mio rifugio segreto: il Sottomarino.
A una certa ora del pomeriggio abbassavo le serrande e mi infilavo nel letto all'incontrario, la testa in fondo e i piedi sotto il cuscino.
Effettuavo le immersioni in solitudine, però nei casi più delicati mi facevo scortare da Nemecsek, il ragazzo della via Pal che in una pagina del libro letta dalla mamma,e  facilmente riconoscibile perchè l'avevo imbrattata con la saliva dei miei singhiozzi, si trascina in strada nonostante sia moribondo per aiutare i compagni nella battaglia decisiva.
I nemici circondavano il Sottomarino da ogni parte. Ma io, protetto dal velo magico delle lenzuola, resistevo ai loro assalti fino all'arrivo della mamma con il vassoio della merenda. Quella fantasia mi trasmetteva un senso di sicurezza che in seguito avrei ritrovato soltanto nella scrittura.
La mattina dei funerali mi chiusi in camera e attesi che la bara fosse uscita di casa. Abbassai le serrande, mi infilai all'incontrario sotto le lenzuola e salii a bordo del Sottomarino con un bisogno disperato di dichiarare guerra al mondo intero. Ma non riuscivo più a trovare i nemici. Erano tutti dentro di me."

mercoledì 2 marzo 2016

Jane Austen - Sanditon

DOVE: Sanditon, piccola località sulla costa inglese
QUANDO: inizio dell'800

Un libro particolare, che - va detto subito, a scanso di equivoci - non ha conclusione. Nel senso che parliamo di un manoscritto la cui stesura fu abbandonata dalla scrittrice a pochi mesi dalla sua prematura scomparsa; ma una storia che merita assolutamente di essere letta, perlomeno per tutte coloro che, come la sottoscritta, hanno amato le opere della cara e preziosissima zia Jane. Qui ritroviamo tutta l'essenza della Austen, la sua graziosa e pungente ironia, le sue signorine dall'ingegno brillante, il suo acuto spirito di osservazione per la società del suo tempo, i placidi e rassicuranti convenevoli delle famiglie borghesi, i sentimenti in boccio, l'assoluta e sorprendente modernità di certe immagini ed espressioni che la penna attenta di Jane sapeva cogliere e trasferire su carta, ad uso e consumo di noi donzelle moderne.
Forse con quest'opera - più che con le altre- ho sentito chiaramente il senso di perdita, la nostalgia per quello che Jane avrebbe ancora potuto regalarci, l'assoluta grandezza del suo spirito di donna forte e moderna, per il suo stile deliziosamente scorrevole, essenziale eppure efficace, per la bellezza dei personaggi femminili che il suo ingegno ha saputo creare.
In questa storia - o meglio, accenno di storia, rimasta in sospeso come un sogno dal quale il trillo della sveglia ci abbia interrotto - Jane ci porta a Sanditon, piccola e sconosciuta località balneare della costa inglese, sulla quale l'intraprendente Mr. Parker ha deciso di investire i propri risparmi e il proprio spirito, certo di renderla entro breve tempo una località alla moda in grado di competere con la ben più scintillante ed affollata Brighton.
Accanto a lui, la sua pacata ed accondiscendente moglie Mary; le due sorelle di lui - zitelle eccentriche ed ipocondriache; il fratello di lui, giovane pallido e timido, vittima delle prepotenti attenzioni materne delle due sorelle maggiori; ed ancora la spigolosa Lady Denham, ricca e virile dama dal carattere granitico, socia di Mr. Parker nell'ardua impresa di richiamare a Sanditon le ricche famiglie della borghesia londinese; Miss Charlotte Heywood, arguta e brillante figlia di un signorotto della vicina campagna nonchè gradita ospite dei Parker. E poi l'affascinante Sir Edward, nipote di Lady Denham, e Miss Clara, pupilla di quest'ultima oltre che ragazza di umilissime origini; tutti personaggi disegnati con l'inconfondibile tratto d Jane, preciso ed attento nel delineare i caratteri con tanta intensità da renderceli vivi.
Per il resto, poco altro da dire su questo - ahimè troppo breve - assaggio di ciò che una grande scrittrice aveva ancora in serbo per noi; non avrei nemmeno le necessarie competenze per addentrarmi di più nel terreno di critici letterari ed esperti conoscitori della zia Jane.
E, a proposito di questo, per tutti coloro che volessero approfondire la conoscenza di questa straordinaria donna e scrittrice, segnalo il piacevolissimo blog Un tè con Jane Austen, dove tra una tazzà di tè bollente ed un pasticcino potranno trovare una miniera di preziose informazioni.


UN ASSAGGIO:

"Nonostante il paese fosse composto quasi esclusivamente di piccole case, lo spirito dei tempi nuovi lo aveva conquistato - come Mr. Parker fece notare con un certo compiacimento a Charlotte - e due tre delle casette migliori erano abbellite da una tenda bianca e dal cartello 'Camere in Affitto'; inoltre, più avanti, nel piccolo cortile di una vecchia casa colonica, si potevano vedere due donne in eleganti abiti bianchi, con i loro libri e i seggiolini pieghevoli, e girando l'angolo del panettiere, si poteva udire il suono di un'arpa che proveniva dalle finestre del piano superiore.
Questa vista e questi suoni erano una vera benedizione per Mr. Parker. Non che avesse alcun interesse personale nel successo del paese: egli, infatti, considerandolo troppo lontano dalla spiaggia, lì non aveva costruito nulla,ma erano una prova considerevole del  crescente successo di tutta la zona. Se il paese riusciva a richiamare dei turisti, la collina avrebbe potuto fare il pienone. Egli prevedeva una stagione eccezionale. Nello stesso periodo (fine luglio), l'anno precedente non c'era un solo villeggiante a pensione in paese! Nè se n'era visto nessuno per tutta l'estate, ad eccezione di una famiglia di Londra venuta per l'aria di mare dopo la pertosse dei bambini, la cui madre non li lasciava neanche avvicinare alla riva, per paura che cadessero in acqua."

mercoledì 10 febbraio 2016

JONATHNAN COE - La Banda dei Brocchi

DOVE: Birmingham, Regno Unito
QUANDO: anni '70

Tutto ha inizio nel 1973, in una Birmingham marrone e piovosa,  ribollente del malumore di una classe operaia stanca ed affamata di diritti. Più o meno negli stessi anni in cui i due protagonisti di "Due di Due" di De Carlo vedono rinsaldarsi la loro amicizia, in una Milano benestante a malapena scossa dalle proteste studentesche, qui nel cuore dell'Inghilterra industriale altri quattro ragazzi vedono fiorire la loro amicizia.Benjiamin Trotter, Philip Chase, Doug Anderton (i cui padri sono legati per motivi diversi ai destini della locale fabbrica di automobili ed alle proteste violente degli operai), oltre al ribelle Harding, prolifico ideatore di scherzi più o meno feroci, frequentano tutti quanti il King Williams, prestigiosa scuola destinata - questo almeno sperano i loro genitori - a proiettarli verso una laurea ad Oxford ed un brillante futuro. Qui, tra le austere mura della scuola, i quattro intrecciano le loro vicende personali, fatte di insicurezze, musica, sogni infranti, piccole e grandi difficoltà quotidiane, cuori spezzati, vacanze in un Galles aspro e spigoloso.
Ma quelli non sono anni qualsiasi. In Inghilterra come in Italia, tutto sembra fremere, ribollire, come un lago di lava che qua e là scoppia in enormi, rosse bolle letali.
Freme la scena musicale, in una continua evoluzione (dagli Harthfield and the North, con il loro The Rotters' Club che ha ispirato il titolo, passando per gli Henry Cow, fino ai primi ruggiti del punk dei Damned.)
Freme la politica, con gli integralisti (cattolici!!) dell'IRA che seminano sangue e terrore piazzando autobombe nei pub, mentre gli scioperi paralizzano le aziende e la polizia scandalizza l'opinione pubblica caricando i manifestanti. Sudditi di sua Maestà che si mordono uno con l'altro, come cani rabbiosi.
Freme la società, quando al King Williams viene ammesso - primo nella storia - uno studente di colore, Steve Richards, unico in tutta la scuola, che affronta a testa alta il soprannome di Rastus immediatamente affibbiatogli dai suoi compagni.
Tutto è in evoluzione, tutto è sospeso, tutto e tutti sembrano impegnati in una lotta aspra tra passato ed innovazione, modernità e tradizione. Anni straordinari, tutto sommato, per essere degli adolescenti le cui menti, per definizione, sono proiettate in avanti, verso il progresso, verso il domani, verso le decine di migliaia di opportunità che il mondo sembra offrire.
Coe offre un viaggio straordinario verso anni che ci appaiono improvvisamente lontani, ingenui, spigolosi eppure traboccanti di speranza.Un viaggio da godersi comodi comodi, assaporando una tazza di tè bollente ma soprattutto mettendo in sottofondo i tanti, tantissimi riferimenti musicali di cui il libro è disseminato, per entrare DAVVERO nello spirito dell'epoca.


UN ASSAGGIO:

"Fu una serata fantastica. Ti ci potevi perdere in tutto quel rumore. I piccoli problemi, come il fatto che eri senza soldi e non sapevi dove andare a dormire scomparivano in quel mare di accordi e sudore e birra e distorsioni e corpi che saltavano e si lanciavano frenetici per aria e poi per terra come pazzi senza quasi seguire il ritmo della musica. Doug non aveva mai sentito prima nessuna di quelle canzoni, ma nei mesi e negli anni a venire sarebbero diventate i suoi migliori amici: Deny, London's burning, Janie Jones. Restò pietrificato per l'aspetto e per la voce di Joe Strummer che gridava, strillava, cantava, ululava nel microfono: i capelli fradici di sudore, appiccicati alla testa, le vene del collo tese e pulsanti. Doug si arrese a tutto quel rumore e per un'ora trampolò come un indemoniato nel cuore denso e palpitante di una folla di duecento e più persone. Il calore e l'energia erano irresistibili. Alla fine del concerto si avvicinò barcollando al bancone del bar e lottò per trovare un posto mentre i fan schiamazzavano cercando di placare la loro sete. Fu spinto e strattonato ma restituì alla pari spinte e strattoni e finì col sentirsi per la prima volta, quel giorno, meravigliosamente e inaspettatamente a posto."

domenica 31 gennaio 2016

DEBORAH MEYLER - Lo strano caso dell'apprendista libraia

DOVE: New York
QUANDO: nei giorni nostri

Rieccomi a New York, città che non ho mai avuto il piacere di vedere dal vivo (il lavoro, il tempo, il bimbo piccolo, i soldi..) ma che di tanto in tanto "vivo" attraverso un buon libro. Ci ero stata con Cathleen Schine, tempo fa, e ci ritorno oggi con una storia semplice e poetica, anzi, incentrata completamente sul posto più poetico tra tutti i posti poetici, perlomeno per una ossessionata dalla lettura come me: una piccola, quasi anonima libreria, precariamente sopravvissuta nell'Upper West Side alla poderosa esplosione delle grosse catene. La Civetta, questo il suo nome, non è che un negozietto dall'aspetto stropicciato, dagli scaffali e i pavimenti invasi dai libri, che incurante delle lustre ed asettiche grandi metrature delle Barnes & Nobles che vanno fagocitando man mano le piccole librerie indipendenti, continua a brillare di luce propria, nel cuore di Broadway. Esme, trasferitasi dalla placida Inghilterra per motivi di studio - ha un prestigioso Master in Storia dell'Arte presso la Columbia University da portare a termina - vi si imbatte quasi per caso, e se ne innamora all'istante. Adora la disposizione deliziosamente caotica dei libri, adora il personale, adora le piccole chicche che giacciono, sepolte ed inesplorate, sui suoi scaffali impolverati.
E quando si ritrova, fulmine a ciel sereno, incinta e con un rapporto sentimentale più che traballante e tutti i suoi progetti di vita sembrano andare in frantumi, ecco che dalla vetrina della Civetta spunta un barlume di speranza: "CERCASI AIUTO".
Esme si aggrappa a quella speranza con tutta sè stessa, si mette in gioco, prende in mano la vita sua e quella della piccola creatura silenziosa annidata dentro di lei, ed incastrando orari delle lezioni e tempo libero inizia il primo passo verso una vita assolutamente nuova, lavorando nella piccola libreria, ed entrando così nel suo piccolo mondo di stravaganti clienti abituali - il giovanotto appassionato di Nabokov, o l'eccentrico newyorkese con l'asciugamano avvolto in testa a mo' di turbante, per citarne un paio - e di homeless in cerca di qualche lavoretto, o semplicemente di qualcuno con cui scambiare due chiacchiere.
E mentre Mitchell, il suo brillante e snob  fidanzato/ ex fidanzato nonchè padre della creatura continuamente tentenna tra lei e "le altre", Esme procede dritta, consapevole, forte come solo una donna sa essere, anche quando ha solamente ventitrè anni, ed è sola a migliaia di chilometri dalla sua famiglia con un lavoretto part-time, un figlio in arrivo e un Master che richiede piena concentrazione.
Ma dopotutto, non ci hanno insegnato che a New York tutto è possibile, perfino rifarsi una vita quando tutto sembra disperato? ^_^
Una bellissima storia di forza, di coraggio, di speranza e di libri. Di persone che ancora credono che il commercio sia fatto anche di sorrisi e piccole attenzioni per l'individuo. Di una città piena di stimoli, di vetrine scintillanti, di neon, di luci, di negozietti orientali aperti tutti i giorni a tutte le ore, di taxi gialli e di senzatetto che si spengono nell'indifferenza di tutti, sebbene sotto ai loro occhi.


UN ASSAGGIO:

"Sono in anticipo, perciò posso concedermi una passeggiatina sulla Broadway. Fuori dal mercatino di Brunori c'è del crescione nel ghiaccio, voluminose cassette di succulente ciliegie scure e asparagi legati con nastri viola. Appartiene ad una famiglia di iraniani che, dopo una scrupolosa indagine di mercato sull'Upper West Side ha deciso di darsi una patina di sapore italiano. Entro, e sulla soglia mi accoglie un buon profumino di pane caldo all'uvetta e cannella. Se fai due passi sulla destra, si sente odore di caffè appena fatto. Se vai al reparto di frutta e verdura, senti odore di erba e terra. Non è un negozio grande, è solo strapieno di roba. Compro sei albicocche tra il rosso e l'arancione, vellutate e perfette, importate da qualche posto in cui è ancora estate.
Sono incerta se tradire il mio abituale rivenditore di bagel per uno appena aperto sulla strada, ma una folla di gente ansiosa di provarlo mi rende la decisione più facile. Gli inservienti saranno nuovi, i clienti non sapranno cosa devono scegliere, e io non sono brava ad aspettare. Non so mai a cosa pensare durante l'attesa."