giovedì 19 aprile 2018

HAYDEN HERRERA - Frida Kahlo

DOVE: Messico
QUANDO: Tra gli anni ' e gli anni '

Essendo una lettrice vorace, non c'è stato un momento della mia vita che non sia stato accompagnato da un libro sul comodino.
Da quando io ricordi, terminato un libro ne è sempre venuto un altro, ed un altro, ed un altro; va da sè che ogni momento saliente della mia vita, in un modo o nell'altro, può essere associato ad un libro che, in quella fase della mia vita, mi teneva compagnia.
Ebbene: la biografia di Frida Kahlo resterà impresso nella mia memoria come il libro che stavo leggendo quando ho scoperto che sarei stata mamma, stavolta di una bimba. Non so perchè, ma ho vissuto la cosa come un buon auspicio; Frida col suo temperamento passionale, il suo essere sè stessa a dispetto delle convenzioni, il suo fascino fuori dai canoni non può che essere il simbolo di un certo modo di vivere la femminilità.
E io, manco a dirlo, l'ho adorata fin dalla prima pagina.
Conoscevo la sua storia a grandi linee; e questa biografia corredata da fotografie delle sue opere consente di immergersi a 360 gradi nella vita di quella che, a tutti gli effetti, è una delle più straordinarie figure femminili del secolo scorso.
L'infanzia, l'incidente che le stravolge l'esistenza, l'amore intenso che la legò tutta la vita, malgrado tutto, al grande Diego Rivera, il suo lento farsi strada nel panorama artistico mondiale, fino alla sua morte avvenuta nel 1954; passo dopo passo, accompagnandoci con uno stile descrittivo e coinvolgente, Herrera ci accompagna nella vita di questa donna straordinaria e nella sua altrettanto straordinaria interiorità, attraverso stralci dei suoi diari.
L'ho letto in fretta, quasi divorandolo, immergendomi nei dettagli delle sue opere lasciando che esse parlassero di lei, del suo doloroso rapporto con la maternità mancata, con il passato, con l'amore per un uomo dal carattere complesso, seguendola nei suoi trasferimenti dentro e fuori dal Messico, trascinata dal carattere straordinario di una donna forte, che anche quando il dolore la schianta si rialza sempre e comunque, tenacemente attaccata alla sua vita.
Con lei, conosciamo la vera essenza di un Messico lontano, colorato, passionale, fiero delle proprie tradizioni. Entriamo nella sua casa di Coyoacan (Città del Messico), ricca di colore, di personalità, di vita, divenuta poi inevitabilmente  un museo dedicato alla pittrice (qui, se volete, maggiori dettagli e qualche immagine).
Viaggiamo attraverso la sua vita breve ed intensa, affezionandoci a lei - come si poteva non amarla, straordinariamente ricca di sfaccettature com'era, piena di vita e di colore e di passioni contrastanti? - e seguendola anche nei suoi momenti di fragilità, quando il dolore, la prospettiva di affrontare l'ennesimo intervento sul suo corpo martoriato, il tradimento dell'adorato Diego la piegavano senza mai spezzarla.
E manco a dirlo, pagina dopo pagina, Frida diventa un modello. Sopravvissuta giovanissima ad un terribile incidente si ritroverà improvvisamente intrappolata in un corpo ricucito, rappezzato, ricomposto. Con una colonna vertebrale spezzata e riassemblata ed una gamba anch'essa malridotta. Una ragazza piena di vita, di prospettive per il futuro che si ritrova, nel fiore della sua esistenza, ad essere invalida. Che, come se ciò non bastasse, vede allontanarsi da sè, in quegli stessi anni, il suo primo amore. Eppure, da tutto questo dolore, da tutta questa sofferenza, Frida insegna che si può rinascere, letteralmente. E diventare più forti, più consapevoli, più combattivi.
Una storia ricca, dolorosa, passionale, intensa, così come i suoi quadri, dalla quale non si può che uscire se non in rispettoso silenzio, portandosi dietro brandelli di sensazioni appiccicate addosso come tatuaggi. Un modello di donna nuovo, presente a sè stessa, indipendente eppure dolorosamente attaccata al suo uomo, coinvolgente, sempre ripiegata su sè stessa, a scandargliare in profondità, nella sua anima, le radici del suo dolore, e allo stesso tempo sempre aperta verso l'esterno, ricettiva nei confronti del mondo, della vita, del fermento politico rivoluzionario.
Un viaggio che mi ha lasciato senza fiato, e piena di rispetto verso la straordinaria personalità di una donna estremamente attuale. E che ha ancora tanto, tanto da dire.

UN ASSAGGIO:

"A partire dal 1925 la vita di Frida fu una lotta all'ultimo sangue contro il lento decadimento. Non la abbandonarono più la persistente sensazione di fatica ed i dolori costanti alla colonna vertebrale e alla gamba destra. Ci furono periodi in cui si sentiva più o meno bene e il fatto che zoppicasse si notava appena, ma a poco a poco il suo corpo andò disintegrandosi. Olga Campos, un'amica di famiglia che ha conservato le sue cartelle cliniche dai primi anni di vita al 1951, dice che Frida subì almeno trentadue interventi chirurgici, perlopiù alla spina dorsale e al piede destro, prima di capitolare, ventinove anni dopo l'incidente. 'E' vissuta morendo' ha detto lo scrittore Andres Henestrosa, un altro vecchio amico."

venerdì 13 aprile 2018

ORHAN PAMUK - Il mio nome è Rosso



DOVE: Istanbul, Turchia
QUANDO: Fine del '500

Un libro strano, particolare, che per certi versi - la lentezza con cui scorre la storia, le lunghe digressioni "tecniche" e storiche, i dialoghi talvolta lenti da seguire - ha richiamato alla mia mente Il Nome della Rosa di Eco.
In entrambi i casi, un delitto efferato (più di uno, a dire il vero, nell'abbazia benedettina) maturato in una cerchia ristretta di individui. In entrambi i casi, l'ambientazione è strettamente legata alla conservazione della cultura: da un  lato gli amanuensi benedettini, dall'altro i miniaturisti al servizio del sultano. In entrambi i casi, un'indagine scandita dai ritmi lenti di un'epoca lontana dalla nostra.
Più o meno tre secoli di distanza tra le due storie, oltre a parecchi chilometri, ma una sorta di atmosfera che li accomuna: cupa, lenta, claustrofobica e asfittica.
Storie di tempi e luoghi lontani, di invidie represse, di sangue, di lunghi dibattiti tecnici che possono- per quanto a noi possa sembrare assurdo - sfociare in violenza.
Nel caso di Eco - non sveliamo troppi dettagli, si tratta pur sempre di un giallo, per quanto di fama amplissima - il dibattito sulla commedia e il riso, che ruota attorno alla Poetica di Aristotele. Nel caso dei miniaturisti di Pamuk, la diatriba su quale sia lo stile migliore da adottare, se quello tradizionale tramandato nei secoli - che prevede la visione del mondo dall'alto, come lo vedrebbe Allah - o quello nuovo importato dagli "infedeli" veneziani, che sposta l'occhio del disegnatore a terra, e adotta l'espediente della prospettiva.
In entrambi i romanzi, lunghe pause di digressioni tecnico-filosofiche che rallentano la storia e talvolta stentano a farne seguire il filo, perlomeno ad un lettore poco "presente".
Per il resto, due storie assolutamente differenti sul piano umano dei protagonisti.
Di Eco, del giovane Adso da Melk e dell'ex inquisitore Guglielmo da Baskerville ho già parlato in una precedente recensione; in questo caso, invece, la storia è quella di Nero, giovane miniaturista innamorato perdutamente fin da ragazzo della bella Sekure, che rientra ad Istanbul dopo dodici anni di assenza trovandola sposata e madre di due amatissimi bambini.
Il marito di lei, però, è disperso in guerra, il che riaccende la speranza di Nero di poterla riconquistare; se non fosse che la stessa speranza infiamma Hasan, fratello del marito scomparso, anch'egli innamorato di Sekure e fortemente intenzionato a farne sua moglie.
In mezzo lei, la bellissima ed indecisa Sekure, che ahimè con la complicità di una vecchia venditrice di corredi - e organizzatrice di incontri più o meno clandestini, e di matrimoni - tiene accese entrambe le fiamme intrattenendo con entrambi una corrispondenza seppure sporadica.
Tutto intorno, una caotica Istanbul, con i suoi viottoli fangosi, i mendicanti coperti di cenci, il profumo delle spezie, i piccoli giardini ombrosi delle case, il succo di amarena a dar refrigerio nelle ore più calde.
Quando poi, la calma confusione di Istanbul viene scossa dall'omicidio di un giovane miniaturista del sultano, l'onda d'urto non può che abbattersi anche sulle loro vite, poichè il padre di Sekure - nonchè zio di Nero- è anch'egli un noto miniaturista ed era per lui che la vittima stava lavorando ad un libro commissionato dal Sultano.
E sarà proprio lui, l'anziano zio Effendi, a chiedere a Nero di fare luce sul delitto in via ufficiosa, indagando ed interrogando gli altri miniaturisti, per dipanare la questione. Manco a dirlo, in nome dell'amore per Sekure, Nero accetta ed entra in punta di piedi in quest'avventura, muovendosi con prudenza tra i miniaturisti e le loro sanguinose invidie covate per anni, cercando di non attirare troppo l'attenzione e cercando di dipanare una matassa più intricata del previsto.
Cosa si nasconde dietro la ferocia dell'assassino, che torna a colpire prima che Nero abbia potuto far luce sull'accaduto?
Un libro non certo semplice - se volete accostarvi a Pamuk, vi consiglio piuttosto questo, già recensito tempo fa - ma che, esattamente come accaduto con il Nome della Rosa, sebbene il ritmo fosse lento e lo stile talvolta contorto, e sebbene le lunghe digressioni tecniche mi facessero perdere un po' il filo, mi ha comunque tenuta incatenata fino all'ultimo con l'atmosfera assolutamente inconsueta.
Un mondo lontano, nuovo, maestosamente malinconico, una città già immensa, fatta di contrasti tra il lusso straordinario del palazzo del Sultano e le strette stradine in cui alloggia il popolo, che di quell'invisibile Sultano vive in devota adorazione. Una terra ed una cultura sconfinata che comincia a scricchiolare sotto l'urto dell'innovazione portata da Occidente, da quei veneziani infedeli che anzichè restarsene a casa propria hanno il viziaccio di viaggiare verso Oriente, portando con sè pericolose deformazioni artistiche, accendendo contrasti che infiammano il dibattito artistico.
Un popolo vivo e vibrante, che si affolla nei mercati intrisi di odori e si disperde tra le viuzze umide, dove le donne scivolano via silenziose avvolte nei loro mantelli, e gli uccelli invisibili cantano fra i rami.
Un viaggio strano, distorto, in una storia dal sapore di sangue, amara, cupa eppure affascinante.
Lontana, questo è certo, dalle rotte conosciute.

UN ASSAGGIO:

"Non mi lamento del fatto che i denti mi siano caduti come ceci nella bocca piena di sangue, nè che il mio volto sia talmente fracassato da essere irriconoscibile, nè di essere rimasto schiacciato in fondo a un pozzo, mi lamento perchè mi credono ancora vivo. Sapere che chi mi vuole bene pensa continuamente a me immaginando che stia perdendo tempo in stupidaggini in qualche angolo di Istanbul, oppure che sia andato dietro a una donna, aumenta il dolore della mia anima inquieta. Basta! Trovate il mio cadavere, seppellitemi e fatemi un funerale con tutte le necessarie preghiere rituali! Ma soprattutto che venga scoperto il mio assassino! Sappiate che finchè non si scopre quel vigliacco, anche se sepolto nella più bella delle tombe, io attenderò girandomi inquieto per la tomba e insinuerò in tutti voi la miscredenza. Trovate quel figlio di puttana del mio assassino e io vi racconterò tutto quello che vedrò nell'aldilà!"

venerdì 6 aprile 2018

JANE AUSTEN - Ragione e Sentimento

DOVE: Tra il Sussex e Londra, Inghilterra
QUANDO: Inizio dell'800.

Rieccomi qui, finalmente, dopo mesi di assenza, nel mio caro, carissimo blogghino (eh sì, continuo a rubare questa espressione di Eva perchè trovo che calzi a pennello per descrivere questo piccolo, caldo spazio virtuale in cui parlare dei miei amatissimi viaggi letterari :-) )
Assenza dovuta, ovviamente, al fatto che al di fuori del blogghino esiste una vita reale e pressante, che spesso reclama le nostre attenzioni.
Nel mio caso, una vita che negli ultimi mesi è stata stravolta - in positivo - dalla scoperta che diventerò di nuovo mamma. Ho aperto questo spazio millenni fa, quando ero una neomamma disoccupata, insicura ed in crisi, con una laurea alle spalle e scoraggiata dalle porte in faccia di numerosi colloqui andati male. Da allora, ne è passata di acqua sotto i ponti. Una separazione, due lavori cambiati, tanta fatica, tanti momenti di sconforto, tante domande ed altrettante "pause" dal mio piccolo spazio sul web. Che però, puntualmente, ho trovato sempre pronto ad attendermi.
E rieccolo qui, il mio blogghino, dopo gli ultimi mesi in cui conciliare il lavoro con un figlio, un nuovo compagno, due micioni, un cane e la stanchezza mostruosa di una seconda gravidanza alla soglia dei quaranta (ahimè, nove anni fa il mio fisico reggeva meglio ^_^ ) si è rivelato più arduo del previsto.
In questi mesi ho letto, sempre e comunque. Fortunatamente, riesco sempre a ritagliare spazio per i miei amati libri. Leggo mentre mi asciugo i capelli, leggo mentre mi depilo, leggo mentre aspetto mio figlio fuori dalla palestra di karate.
Dunque, mi ritrovo ora con una pila disordinata di libri che vorrei commentare e condividere, poco tempo e sempre tanta tanta stanchezza. In ogni caso, da qualche parte dovrò pur cominciare; ed ho scelto di cominciare da qui, da uno degli ultimi che ho letto in ordine cronologico. La mia cara, amata, amatissima Jane Austen, che mi ha tenuto compagnia in tanti pomeriggi del liceo ( che ricordi che ho, dei miei viaggi mentali nella verde Inghilterra di inizio Ottocento, standomene sdraiata nella mia cameretta!) e che ho sentito il bisogno di recuperare adesso. Forse perchè correndo qua e là tra spesa, lavoro, karate, fermata dello scuolabus, pulizie di casa sentivo che lei avrebbe saputo darmi quella boccata di aria di cui avevo bisogno.
Fermati e respira, sembra dirti la zia Jane. Entra, siediti accanto al camino, in un angolo, sorseggia il tuo tè e lascia che io ti racconti una storia.
Tra le tante - manco a dirlo, in quei pigri pomeriggi adolescenziali di cui sopra ho letto TUTTE le sue opere - chissà perchè ho sentito il bisogno di recuperare proprio quella delle sorelle Dashwood, ed eccomi qui, nel verdeggiante Sussex, in un piccolo cottage modesto ma curato, ad ascoltare quello che, a distanza di anni, Jane sembra volermi dire.
Le Dashwood, dunque. La sorella minore, Margaret, lasciata perlopiù in ombra, e le due protagoniste del romanzo: Elinor, la maggiore, lucida, razionale, calma. E Marianne, la seconda, travolgente, passionale, emotiva. Entriamo nelle loro vite di fanciulle di epoca vittoriana, fatta di educazione, di convenzioni più o meno rigide, di visite di cortesia scandite con regolarità quasi scientifica, di sonate al pianoforte, passeggiate sui sentieri placidi delle verdi colline inglesi e della ricerca del vero amore, del matrimionio o di entrambi.
Un mondo apparentemente lontano anni luce dal nostro, fatto talvolta di donne dal taglio frivolo e scialbo - come Fanny, la giovane moglie del fratello delle tre ragazze, o come Lucy Steele, avviluppatasi a Elinor in una sorta di amicizia a senso unico, che la signorina Dashwood ricambia con ferma cortesia.
Eppure, un mondo attuale, sotto certi aspetti che Jane non tarda ad illuminare con la sua caratteristica, pungente ironia: l'ipocrisia di talune forme di ostentata generosità (sarebbe complicato riassumerlo qui in poche righe, vi rimando solo alla già menzionata cognata Fanny, ed alle sue complesse manovre per sottrarre alle tre sorelle del marito la maggior quantità possibile di denaro e di beni, pur continuando a dimostrare a sè stessa di esserne invece una grande benefattrice), l'incostanza delle relazioni umane, la debolezza di carattere che priva alcuni della capacità di imporsi. E poi, le rigide briglie delle convenzioni sociali che, nel 2018, siamo riuscite solo in parte ad allentare, il giudizio del prossimo sempre in agguato, il mito mai tramontato del buon partito, un certo stereotipo di donna che tarda, anch'esso, a tramontare.
In mezzo a tutto questo, si muovono le due protagoniste, entrambe costrette a far fronte ad un amore disilluso, ciascuna coi propri mezzi. La tempestosa Marianne dando sfogo al suo dolore, piangendo lacrime di rabbia fino a sfiancarsi; la razionale Elinor, invece, col silenzio, la calma, l'analisi lucida, la compostezza, l'accettazione masochistica.
Quale delle due avrà ragione? Qual è il modo migliore per affrontare la vita? Prenderla di petto, lasciandosi andare ad entusiasmi smodati e dando sfogo altrettanto violento al dolore?
O affrontarla con distacco, senza mai eccedere nelle emozioni, senza lasciar trasparire all'esterno il proprio dolore?

Ad entrambe, la vita riserverà piccoli colpi di scena e un gran finale, per arrivare al quale però dovranno penare non poco, in un frusciare di vesti e lunghe, lunghissime conversazioni dallo stile talvolta un po' arzigogolato ma dal sapore assolutamente "vintage" che chi, come me, ama la Austen non può non adorare.
E poi, la sorpresa di scoprire che, malgrado nei miei ricordi fosse Marianne il personaggio con cui all'epoca della prima lettura mi identificai, rileggendolo ora sento invece di appartenere più al mondo cauto di Elinor.
Miracoli della lettura, per cui le stesse parole rilette a distanza di venti anni sanno darti emozioni diverse.

UN ASSAGGIO:

"Marianne si sveglio l'indomani tutta lieta. La delusione della sera precedente sembrava dimenticata nell'attesa di quello che poteva capitare quel giorno. Avevano finito da poco la colazione quando la barouche della signora Palmer si fermò alla porta, e pochi minuti dopo ella entrò ridendo nella stanza; così felice di rivedere tutte che non si capiva se traesse maggior piacere dal ritrovarsi con sua madre o con le signorine Dashwood; così sorpresa del loro arrivo in città, quantunque era cosa che si era sempre aspettata; così stizzita che avessero accettato l'invito di sua madre dopo aver declinato il suo ma allo stesso tempo non le avrebbe mai perdonate se non fossero venute!
'Il signor Palmer sarà felice di vedervi' aggiunse 'indovinate un po' che ha detto quando ha saputo che venivate con la mamma? .. Adesso l'ho dimenticato, ma era una cosa tanto buffa!'
Dopo un paio d'ore trascorse in quelle che sua madre chiamava 'quattro chiacchiere fra noi', in altre parole, in ogni specie di domande su tutte le loro conoscenze da parte della signora Jennings, e di risate senza ragione da parte del signor Palmer, quest'ultima propose che andassero tutte insieme in certi negozi dove aveva intenzione di recarsi quella mattina; al che la signora Jennings ed Elinor acconsentirono subito, avendo acquisti da fare anch'esse; e Marianne, dopo un primo rifiuto, fu indotta ad accompagnarle."

domenica 22 ottobre 2017

RAY BRADBURY - Paese d'ottobre

DOVE: perlopiù nel Midwest degli USA
QUANDO: tra gli anni '30 e gli anni '40

Ci sono libri che sembrano essere stati scritti appositamente per l'autunno, per le prime serate fredde che fanno venire voglia di plaid, di cioccolata calda e per chi- come me - li ama alla follia, di un gatto sulle ginocchia. Ecco, questo è uno di quei libri, perfetti per ritagliarsi momenti di evasione mordi e fuggi.
Come ho scritto in diverse occasioni, non sono un'amante del racconto; trovo che in molti casi le storie di poche pagine non riescano a coinvolgermi, restando perdipiù incompiute, e lasciandomi in bocca un sapore amarognolo e deludente, come di qualcosa che doveva essere e non è stato. Accade anche, però che il racconto in mano a penne particolarmente dotate, diventi "altro", una piccola storia compiuta, da mangiare in un boccone, come quei piccoli mignon colorati che occhieggiano dalle vetrine delle pasticcerie e che ti vien voglia di divorare uno dopo l'altro. Accade raramente, ma accade. Con Asimov, per esempio, e il suo brillante I racconti dei Vedovi Neri. Oppure, con le bizzarre e guizzanti Storie del Terrore da un minuto.
Ed accade con Bradbury ed i suoi brevi, stralunati, surreali racconti autunnali che ci trasportano nella provincia americana a cavallo tra gli anni '30 e '40, dove accadono cose strane, talvolta semplicemente ambigue, talvolta decisamente spaventose.
Ecco, va anche detto che probabilmente per quanto mi riguarda apprezzo i racconti quando strizzano l'occhio non dico all'horror, ma perlomeno al mistero, da buona ex ragazza degli anni '90 cresciuta a pane e Mulder&Scully.
Ho comprato questo libro su Amazon, semplicemente - lo confesso - a completamento di un ordine, per arrivare alla cifra necessaria per evitare le spese di spedizione; l'ho comprato senza troppe aspettative, ma con una certa curiosità. Punto primo, perchè di lui avevo letto - millenni fa - le Cronache Marziane (ed anzi, sarei curiosa di recuperarle). Punto secondo, perchè al di là della promessa di sapori "surreali", mi intrigava moltissimo questa ambientazione negli USA della prima metà del Ventesimo Secolo.
Di storie e di luoghi, poi, in queste pagine se ne trovano per tutti i gusti, Per esempio, un vecchio e cadente Luna Park coi suoi baracconi allineati lungo un molo, nell'afa di una sera di fine estate.
Oppure, una quieta, silenziosa ed elegante casa circondata da un folto bosco che la protegge dai pericoli del mondo esterno. O un lago, un quieto e luccicante lago, con la sua spiaggia silenziosa ed i baracchini dei panini imbottiti chiusi, con le imposte inchiodate.
O una città, una perfetta, ordinata, caotica, trafficata, pericolosa città degli anni'30, con le automobili lucide come insetti che scorrono sulle strade dritte, gli attraversamenti pedonali, i grattacieli color piombo dritti contro il cielo.
Su questi perfetti, suggestivi scenari scorrono poi, come in un teatrino magnetico, le vicende di decine di personaggi, storie diverse una dall'altra ma tutte accomunate dal retrogusto surreale, misterioso, talvolta inquieto.
Un bambino bloccato a letto da una lunga malattia, e la straordinaria amicizia del suo cane, che gli porta in camera brandelli di quel mondo esterno dal quale è escluso.
Una giovane mamma che sembra crollare psicologicamente, convinta che il suo neonato nasconda un'inquietante verità.
Un agricoltore, la sua famiglia ed uno strano, stranissimo campo di grano.
Il giovane Timothy, membro "diverso" di una famiglia "speciale".
Tanti ingredienti perfettamente miscelati per creare 19 racconti instabili, inquieti, bizzarri.
Diciannove micro-viaggi in altrettanti piccoli mondi di un'America divenuta antica, tra città e campagne, con un piccolo sconfinamento in Messico assieme ad una coppia di mezza età alle prese con un misterioso rituale di mummificazione.
Il mio preferito tra tutti, decisamente, "L'emissario".
Da leggere se amate le storie che strizzano l'occhio all'irreale, al fantastico e al nonsense.

UN ASSAGGIO:

"Martin seppe che era tornato l'autunno, perchè entrando in casa di corsa Fido portò vento, brina e un sentore di mele inacidite sotto gli alberi. Nelle molle d'orologio del suo pelame, Fido raccoglieva il solidago, la polvere dell'astrea che dà l'addio all'estate, guscio di ghianda, pelo di scoiattolo, piuma di pettirosso partito, segatura di legna da ardere appena tagliata e foglie, simili a tizzoni scrollati dalla vampata fulva degli aceri. Fido balzò. Una pioggia di gracile felce, di pruno da more, d'erba di palude si riversò sul letto dove Martin strillava. Nessun dubbio, nessunissimo dubbio, quella bestia incredibile era ottobre!
'Qua, bravo, qua'
E Fido si adagiò a riscaldare il corpo di Martin con tutti i falò e i fuochi misteriosi di stagione, e a riempire al camera degli odori tenui o forti, umidi o secchi di una lunga gita."

giovedì 5 ottobre 2017

UMBERTO ECO - L'Isola del Giorno Prima

DOVE: con un naufrago sperduto in prossimità di una misteriosa isola nell'Oceano
QUANDO: 1643

Complesso, onirico, a tratti lento e certamente non adatto a tutti, eppure avvolgente e suggestivo questo romanzo che ci trasporta intorno alla metà del Diciassettesimo Secolo, nella travagliata vita di Roberto de la Grive. Erede di una famiglia della piccola nobiltà del ducato di Milano, i Pozzo di San Patrizio, cresciuto sotto la guida di un precettore carmelitano, combattente valoroso - accanto al padre - durante l'assedio di Casale Monferrato (battaglia cardine della Guerra di Successione scoppiata alla morte senza eredi di Vincenzo Gonzaga Duca di Mantova, qui un sunto "wikipediesco" della storia) ed infine naufrago solitario in una regione sconosciuta dell'Oceano, aggrappato ai miseri resti della gloriosa Amarilli sulla quale si era imbarcato, tempo addietro, per una misteriosa missione della quale solo più avanti verrà svelato il fine; questa, molto in breve, la vita del giovane protagonista, dal carattere mite ma tenace e dall'amore sconfinato, puro e platonico per la bella e lontana Lilia.
Dunque, dicevamo, naufrago. Iniziamo infatti questa avventura aggrappati ad una tavola di legno, sballottati tra le onde, sfiniti, intrisi d'acqua fino alle ossa, bruciati da sole e seccati dalla salsedine; sembrerebbe a tutti gli effetti la fine, più che l'inizio; ma ecco, all'orizzonte, comparire una nave. Una nave - a dirla tutta - anch'essa in un certo senso naufraga, orfana com'è di qualunque membro dell'equipaggio e priva di scialuppe, ma pur sempre un qualcosa di solido su cui poggiare le stanche membra di naufrago dopo tanto sciabordare di marosi; perciò, traendo a sè le ultime forze, Roberto sale a bordo. E qui, sulla misteriosa e deserta Daphne, inizia la sua vita di duplice naufrago. Naufrago dell'Amarilli, come abbiamo detto; e di nuovo, naufrago sulla Daphne, che scopre ben presto essere attraccata di fronte ad un'isola sconosciuta, irraggiungibile a nuoto eppure perfettamente visibile all'orizzonte. Che cosa fa una nave zeppa di provviste ed acqua potabile, senza alcun segno di lotta, nè alcun danno visibile, sola ed abbandonata - apparentemente- di fronte ad una misteriosa isola? che fine ha fatto l'intero equipaggio? Riprese le forze, Roberto inizia ad indagare, ben presto iniziando a sospettare che da qualche parte, laggiù nelle profondità della stiva, essa nasconda anche un'intruso ostile.
Una storia che inizia con i toni del giallo ma sfuma ben presto nel trattato scientifico, quando man mano dipaniamo la matassa della misteriosa missione che ha condotto Roberto sull'Amarilli e sul perchè la maestosa Daphne sia stata abbandonata al suo destino dai membri dell'equipaggio.
Un romanzo storico che ci porta lontano, un pelino più indietro dell'Illuminismo, in un mondo di passione per l'ignoto, per l'esplorazione geografica, la scoperta del mondo al di là dei confini conosciuti. Un'epoca in cui si iniziava a manifestare interesse per i mondi esotici, e d'altro canto si cercava di razionalizzarli, di renderli individuabili matematicamente, identificabili numericamente sulle mappe geografiche. L'epoca in cui si cominciavano a calcolare latitudini e longitudini, per dare riproducibilità a viaggi facilitando l'individuazione dei luoghi; eppure un'epoca in cui ancora - in Italia, soprattutto - il pensiero religioso cozza prepotentemente con la scienza ed il progresso, con la filosofia, a tratti anche con l'ingegno umano. E poi, un romanzo che parla di solitudine, disperazione, tenacia, abbandono. Del delirio della mente umana quando l'uomo si ritrova lontano dai suoi simili, costretto ad una prigionia seppur apparentemente confortevole.
Ripeto, un libro che non è per tutti, lo stile è - come si confà ad un romanzo storico - ben lungi dall'essere scorrevole e contemporaneo, le lunghe digressioni di stampo filosofico o tecnico richiedono di essere affrontate con la curiosità di chi osserva sotto il microscopio un mondo lontano dal nostro, ma un libro completo, da leggere. ù
Che poi, mi viene quasi da sorridere, e dire: "E' Umberto Eco. Non c'è certo bisogno che sia tu, a dire che è un libro che vale la pena leggere" ^_^

UN ASSAGGIO:

"Aveva barcollato verso l'altro bordo e aveva intravisto - ma questa volta lontano, quasi a filo di orizzonte - i picchi di un altro profilo, anche quello delimitato da due promontori. Il resto mare, come a dare l'impressione che la nave fosse attraccata in una rada in cui era entrata passando per un vasto canale che separava le due terre. Roberto aveva deciso che, se non si trattava di due isole, certo si trattava di un'isola prospiciente una terra più vasta. Non credo avesse tentato altre ipotesi, visto che non aveva mai saputo di baie così ampie da dar l'impressione, a chi vi si trovi in mezzo, di star di fronte a terre gemelle. Così, per ignoranza di continenti smisurati, aveva colto nel segno.
Una bella vicenda per un naufrago: con i piedi sul solido e terraferma a portata di braccio. Ma Roberto non sapeva nuotare, entro poco avrebbe scoperto che a bordo non c'era nessuna scialuppa,e  la corrente aveva frattanto allontanato a tavola con cui era arrivato. Per cui al sollievo per la morte scampata si accompagnava ormai lo sgomento per quella triplice solitudine: del mare, dell'Isola vicina e della nave."

sabato 2 settembre 2017

PAOLO MAURENSIG - La variante di Luneburg

DOVE: Austria
QUANDO: Tra gli anni '30 e gli anni '90

Come in Canone Inverso, di nuovo Maurensig ci conduce a Vienna, stavolta nella vita di un ricco imprenditore e grande appassionato di scacchi, il quale però, al culmine della propria vita apparentemente senza spine e senza macchia, viene ritrovato morto in circostanze misteriose.
Anzi, più che misteriose, visto che il cadavere viene rinvenuto al centro del labrinto della sua maestosa casa di campagna e che, come unico possibile indizio collegato alla sua morte non c'è che una strana, sudicia e sdrucita scacchiera di stoffa sulla quale dei bottoni altrettanto sudici e malridotti, sono disposti come a voler richiamare una partita interrotta.
Archiviata la morte come suicidio, e tanti saluti. La vita di tutti ricomincia a scorrere come prima, con o senza il ricchissimo e abitudinario Frisch.
Eppure le cose sono ben lontane dall'essere semplici come appaiono in apparenza. Cosa potrebbe spingere, infatti, un ricco e soddisfatto uomo di successo al suicidio? E che legame esiste tra la sua morte e gli scacchi?
Di nuovo, come in Canone Inverso, le storie si aprono una dentro l'altra, come matrioske, consentendoci di ricostruire mano a mano la vita scintillante di Frisch, che però a ben guardare tanto scintillante non è e nasconde - inevitabilmente, verrebbe da dire col senno di poi - qualche scheletro nell'armadio.
Tutto inizia con un viaggio in treno, quello che ogni fine settimana conduce Frisch dal suo ufficio di Monaco fino alla  sua tenuta settecentesca poco distante da Vienna, circondata da un vasto parco attorniato a sua volta da una riserva di caccia di parecchi ettari. Insomma, un piccolo paradiso di quiete in cui l'uomo d'affari ama ritemprarsi nei fine settimana, verrebbe da dire. Come ogni venerdì, lungo il tragitto lo accompagna il signor Baum, direttore della sua filiale di Monaco oltre che grande appassionato di scacchi con il quale, ogni venerdì sul rapido per Vienna delle diciannove e venti, il nostro solido ed abitudinario signor Frisch amava intrattenersi con una lunga e stimolante partita. Ma in quel particolare fine settimana - quello precedente al misterioso suicidio dell'imprenditore - la loro partita viene interrotta da un giovane bizzarro, anch'egli evidentemente esperto di scacchi, il quale poi, rimasto solo con Frisch, comincia a raccontargli la propria lunga, noiosa e strana storia. Che però, ad un certo punto, s'intreccia con la storia di un uomo altrettanto bizzarro ed altrettanto brillante negli scacchi. Frisch ascolta, tra l'infastidito e il rassegnato, il lungo racconto del ragazzo, e man mano nella sua mente si apre uno squarcio verso un passato che credeva di aver sepolto.
E, mossa dopo mossa, uno scacco dopo l'altro, un avversario che credeva di aver dimenticato riemerge proprio da quel passato oscuro, per compiere una silenziosa ed altrettanto oscura vendetta.
Un  romanzo non semplice, un tantino contorto specialmente nei punti in cui si addentra nella descrizione dettagliata degli incontri di scacchi; eppure nonostante questo un romanzo appassionante, che nella sua brevità incastra una dentro l'altra tre storie tra loro apparentemente disgiunte eppure indissolubilmente legate dall'amore dei tre protagonisti per gli scacchi. Un amore forse incomprensibile per chi - come me - ha sempre faticato ad entrare nello spirito del gioco, e si limita a muovere più o meno casualmente i pezzi sulla scacchiera, cercando di addivenire ad una qualche conclusione, ma che per loro è essenza stessa della vita.
E per due di loro, che in passato sono stati loro malgrado pedine di colori diversi in una lunga e sanguinosa partita di scacchi compiuta dalla Storia, su quella scacchiera è rimasta in sospeso una vecchia partita nella quale la posta in gioco era alta, altissima....

UN ASSAGGIO:

"Immerso com'era nelle sue riflessioni, non si era neppure accorto che un viaggiatore era entrato nello scompartimento e stava prendendo posto accanto a loro. Capitava così di rado che qualcuno decidesse, nonostante le tendine tirate, di occupare proprio il loro scompartimento, che Frisch alzò il capo dalla scacchiera e rivolse all'intruso un'occhiata carica di fastidio. Frisch aveva un modo di guardare indiretto, che gli derivava da un passato trascorso nell'esercito: non fissava mai negli occhi una persona, ma il suo sguardo si accentrava con una sorta di disapprovazione su un punto della gola, come se osservasse una macchia sul colletto, o una mostrina scucita.
Sentendosi osservato, il giovane disse qualcosa a mezzavoce, mormorò un saluto e si sedette. L'intruso poteva avere poco più di vent'anni. Aveva i capelli biondicci che gli arrivavano fin sulle spalle, era mal rasato e si stringeva addosso un impermeabile, bianco ma non più candido, chiuso fino al collo. Un tipo di abbigliamento che Frisch naturalmente detestava."



venerdì 25 agosto 2017

PATRICK MC GRATH- Spider


DOVE: Londra, Inghilterra
QUANDO: tra gli anni '30 e la fine degli anni '50

Già anni fa, quando lessi "Grottesco", mi innamorai dello stile di McGrath e della sua capacità di trasmetterti l'inquietudine cupa della mente umana, lasciandoti quasi senza fiato, con una sensazione di claustrofobia e disorientamento, quasi, una volta richiusa l'ultima pagina.
Mi ero ripromessa di leggere altri titoli di questo autore ma poi, per un motivo o per un altro, mi sono sempre ritrovata fra le mani altro; fino a quest'anno, quando finalmente incontro di nuovo la penna affilata di McGrath e la sua capacità spietata di frugare tra le pieghe più oscure dell'anima umana.
Devo ammettere che, ahimè, avendo già visto il film tratto da questo romanzo - un film di David Chroneberg altrettanto cupo ed angosciante - in parte ho perso il gusto del colpo di scena finale; nonostante questo, Spider è riuscito comunque ad attanagliarmi la gola ed opprimermi il petto d'angoscia.
Siamo a Londra, intorno alla fine degli anni '30, in una stradina di un quartiere popolare - casette cadenti con il bagno ricavato all'esterno, piccoli giardini recintati ed un pub in cui riversare, la sera, lo stress di una dura e poco gratificante giornata di lavoro. Dennis Claig, o "Spider", come lo ha soprannominato la mamma, è un ragazzino inquieto, solitario, magro ed allampanato, con pochi amici. Un ragazzino divenuto uomo che cerca, nei meandri della sua memoria disordinata i pezzi di un puzzle complesso, per ricostruire e capire una storia cupa ed angosciosa rimastagli annodata dentro per venti lunghi anni. Da quando, così gli sembra di ricordare, il padre Horace - idraulico severo ed incline all'alcol - ha ucciso la sua amata mamma rimpiazzandola con Hilda, volgare e vistosa ex prostituta, la quale si insinua con prepotenza nella vita di Spider, cercando di prendere il posto della madre defunta ed il controllo sulla vita sua e di suo padre.
Isolato, disperato, aggrappato al ricordo della mamma, Spider cresce soffocato dal dolore e dall'angoscia, divenendo un adulto disturbato attraverso i cui occhi, a distanza di venti anni, ricostruiamo pezzo a pezzo quello che è veramente accaduto.
Perchè le cose, manco a dirlo, sono diverse da quelle che Dennis ricorda. E pagina dopo pagina, appunto dopo appunto, è lui stesso inconsapevolmente a fare luce su quanto accaduto.
Soffocante, allucinato, paranoico. Un romanzo che oscilla continuamente tra l'incubo e la realtà, sullo sfondo della periferia di Londra, con le strade lucide di pioggia, i piccoli pub affollati, le casupole popolari, gli enormi gasometri che svettano al di là del canale, sulle cui rive lo Spider giovane e quello adulto si siedono in cerca di chiarezza, contemplando l'acqua melmosa.
Lontanissimo dalla Londra luminosa, dal Big Ben, dagli autobus rossi a due piani e i grossi taxi cab neri e lucenti che scivolano sotto il traffico, qui è cresciuto Dennis; in una periferia fangosa, con piccoli orti urbani nei quali gli operai sfiancati da una settimana di lavoro cercano di recuperare il fiato distendendo i nervi, una periferia di vicoli solitari e silenziosi, di lampioni che lanciano una stanca luce giallognola nella nebbia, di donne pazienti che attendono sedute in cucina i passi stanchi dei mariti di rientro dal pub, annebbiati dall'alcol e schiantati dalla vita.
E mentre lui, lentamente, srotola davanti a noi vividi frammenti della sua vita di bambino, in un continuo oscillare di passato e presente, flashback e realtà, scendiamo fino nei meandri più oscuri della mente umana, lì dove si annidano i traumi, i ricordi sgradevoli che non possiamo e non vogliamo che risalgano in superficie.
Fino a che, come le onde del mare, la memoria di Dennis non vomita frammenti inquieti di passato, ad uno ad uno. Lasciandoti, infine, senza fiato.

UN ASSAGGIO:

"Ma almeno non sono lontano dal canale. Ho trovato una panchina vicino all'acqua, in un punto riparato che posso definire 'personale', dove mi piace passare il pomeriggio senza che nessuno mi disturbi. Da questa panchina, ho una chiara visuale dei gasometri, e la vista mi ricorda sempre mio padre: non so perchè, forse per il fatto che era un idraulico e una figura familiare in questo quartiere quando pedalava sulla bicicletta con la borsa di stoffa degli attrezzi buttata su una spalla come una faretra piena di frecce. Le strade erano strette a quel tempo, fiancheggiate da scure, squallide catapecchie accostate l'una all'altra, con dietro dei cortiletti minuscoli- tubazioni esterne e fili per stendere tesi fra muro e  muro, e i cortili davano su vicoli in cui magri gatti randagi rovistavano nei bidoni della spazzatura. Londra sembra così grande e vuota, adesso, e questa è un'altra cosa che trovo strana: mi aspettavo il contrario, perchè le scene della propria infanzia tendono ad apparire enormi e immense nella memoria, come sono state vissute a quel tempo."