lunedì 7 agosto 2017

MURAKAMI HARUKI - L'incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio

DOVE: Giappone, tra Nagoya e Tokio
QUANDO: tra gli anni '90 e gli anni 2000

Tra la fredda, caotica, disumana Tokio ed il piccolo calore e la semplicità provinciale di Nagoya si srotola la vita di Tazaki Tsukuru, ingegnere progettista di stazioni, "incolore" per sua stessa ammissione, insicuro, solitario, piattamente insoddisfatto. Un lavoro che corrisponde a quanto aveva sempre sognato, una casa di proprietà, una relazione tutto sommato stabile con una ragazza brillante e piena di fascino. Eppure lui, Tazaki, conduce la sua vita in un asettico torpore, incapace di entusiasmarsi, affezionarsi, emozionarsi. Un tempo, ricorda, la sua vita era diversa. A Nagoya, in provincia, al sicuro in un compatto gruppo di amici ( oltre a lui, altri due ragazzi e due ragazze), Tazaki era felice, pieno di impegni, fiducioso verso il futuro; ma ahimè l'adolescenza, rosea o cupa che sia, ad un certo punto termina e la vita, si sa, costringe a fare delle scelte. E mentre i suoi quattro amici storici scelgono di restare in provincia, lui si trasferisce a Tokio per studiare, inseguendo il sogno d'infanzia di realizzare stazioni ferroviarie; ma nemmeno questo sembra scalfire la solidità della loro amicizia ed i cinque ogni anno all'inizio dell'estate, quando anche Tazaki rientra a casa dei genitori per le vacanze, si ritrovano come se non si fossero lasciati mai, condividendo emozioni, speranze, paure.
Finchè di punto in bianco, durante l'estate del secondo anno di università, tutto cambia; rientrato come ogni anno a Nagoya Tazaki non trova i suoi amici ad attenderlo, ma quattro porte sbarrate. Senza una spiegazione, nessuno dei quattro ha più alcuna voglia di vederlo nè sentirlo, anzi, lo sollecitano a non farsi più sentire, uscendo dalle loro vite. Senza un motivo apparente, Tazaki si ritrova solo, in preda a mille domande. Perchè? Cosa aveva fatto? In che modo poteva aver ferito i suoi amici senza accorgersene? Per sei mesi, il giovane Tazaki sprofonda in una crisi nera, durante la quale vive apaticamente sperando soltanto di morire; infine riemerge dall'abisso in cui era sprofondato anche grazie ad una nuova amicizia, rimanendo però in qualche modo segnato. Il nuovo Tazaki è in un certo senso apatico, privo di entusiasmo, pessimista, rassegnato. Quel dolore sordo continua a logorarlo profondamente, per quanto lui tenti di ignorarlo. Solitario al limite della misantropia, Tazaki torna sempre meno al paese natale, trovando nella caotica e distaccata città di Tokio un ambiente più idoneo al suo desiderio di solitudine.
Accantonate l'adolescenza e la giovinezza, l'incolore Tsukuru è diventato un uomo solitario e disilluso.
Ed è soltanto per l'insistenza di Sara, l'unica in qualche modo a riuscire a fare breccia nella sua corazza, che Tazaki si deciderà infine a riprendere in mano le redini della sua vita, scavando finalmente alle radici del suo malessere e decidendo di affrontare uno ad uno gli altri quattro, ed a fare luce là dove per anni hanno regnato le tenebre.
Una storia delicata sul dolore della  crescita, sulle lacerazioni che restano dentro e continuano a far mare a distanza di anni, sul coraggio di affrontare i propri mostri, guardando in faccia noi stessi. Sul coraggio di chi, toccato il fondo, si dà una bella spinta e comincia a risalire.
Sulla necessità di aprire gli occhi, anche quando tenerli chiusi sembrerebbe la scelta migliore.
Diventare adulti, tutto sommato, non è che questo: affrontare ciò che ci ha ferito, impedendo che accada di nuovo. Accettare i cambiamenti, nel bene e nel male. Incassare i colpi.
Un romanzo che per certi versi di discosta un po' dal Murakami più tradizionale; pur aleggiando sempre un certo velo di sovrannaturalità, qui tutto è molto concreto, reale, come reali sono ahimè le ferite che ci vengono inferte dagli altri esseri umani, nella vita di tutti i giorni.
Tanta riflessione, tanta instrospezione. Tanta crescita spirituale. Tanta vicinanza con episodi della mia vita, quei piccoli "traumi"adolescenziali che non riusciamo a metabolizzare perchè dai 18 anni in poi è come rotolare giù da un piano inclinato, e come niente riapri gli occhi e di anni ne hai 38, combatti con le zampe di gallina ed i capelli bianchi. ^_^
Un libro consigliato anche a chi trova "ostico" il Murakami troppo onirico.


UN ASSAGGIO:

"Dal suo ritorno a Tokio, per sei mesi Tsukuru visse sulla soglia della morte. Si era organizzato un piccolo spazio sul bordo di una buia voragine senza fondo, e lì conduceva la sua solitaria esistenza. Un posto pericolosissimo: sarebbe bastato che dormendo cambiasse posizione per rotolare giù, nel nulla. Ma era un rischio che a lui non faceva paura. Cadere sarebbe stato tanto più semplice!
Attorno a sè vedeva solo una landa deserta cosparsa di rocce. Non una goccia d'acqua, non un filo d'erba. Non un colore, non un raggio di luce. Non c'era il sole, lì, nè la luna, nè le stelle, nè nord, nè sud. Una penombra dalla natura sconosciuta si alternava periodicamente ad un'oscurità sconfinata. Era l'estrema frontiera che un essere dotato di coscienza poteva percorrere. Al tempo spesso, però, era un luogo ricco di nutrimento. Durante la penombra, degli uccelli con il becco affilato venivano a scavare nella sua carne, ma quando le tenebre calavano sulla terra e gli uccelli se ne andavano, qualcos'altro colmava in silenzio il vuoto che si era aperto nel suo corpo."

lunedì 31 luglio 2017

LIEBSTER AWARD ^_^

Dunque, da dove si comincia, in questi casi? Ricordo che millenni fa, quando aprii questo mio piccolo spazio virtuale, qualcosa del genere era accaduto, e in qualche modo ne ero venuta fuori..... ^_^
Purtroppo, come credo di aver già scritto, sono piuttosto carente nell'etichetta blogghesca, perciò mi scuso a priori se in questo post dovessi commettere qualche "scivolone" che possa infastidire blogger più esperte di me... Abbiate pietà, semplicemente, di una mamma lavoratrice separata che vive il blog come uno spazietto da coltivare a tempo perso, per respirare un pochino ed evadere dalla quotidianità, senza alcuna smania o aspirazione di arrivare ad un numero innumerevole di followers..

Ma cerchiamo di rimboccarci le maniche, e procedere con ordine.

Due, ben DUE blogger hanno voluto menzionarmi tra i blog meritevoli di un piccolo riconoscimento virtuale: il LIEBSTER AWARD.Il senso del premio è molto semplice: conferire un piccolo riconoscimento ai piccoli blog, quelli con meno di 200 followers, per intenderci, per aiutarli ad avere un po' più di "risonanza" e a farli conoscere di più. Se sono qui a parlare di questo è grazie a due gentilissime "visitatrici" ( Martina del blog "Mami tra i libri" e Eva di "La libreria di Eva"), le quali ritrovandosi ogni tanto a curiosare nel mio blog hanno pensato che potesse meritarsi questo premietto; cosa che, manco a dirlo, mi fa un piacere immenso. Detto ciò, si passa al succo del Liebster Award, che è sì un premio virtuale, ma che richiede anche che il premiato, oltre ai ringraziamenti di rito, si metta in gioco, rispondendo a ben 11 domande. Per non far torto a nessuno, andiamo in ordine alfabetico e iniziamo con le 11 domande di Eva...Ringrazio di cuore entrambe, ed invito chi volesse a fare una capatina nei loro blog ( sopra trovate i link), soprattutto se siete alla ricerca di blog originali, scritti col cuore.Dunque, giochiamo ^_^

1) Qual è il romanzo che racconta una storia che vorresti vivere? Tenendo ben presente però che alla fine ritornerai alla tua vita di oggi...

Se mi garantisci che alla fine ritorno alla vita di oggi, incolume, senza rischio di rimanere intrappolata lì in mezzo ad orchi e incantesimi, la sparo grossa: Il Signore degli Anelli, di Tolkien. Perchè pur avendolo letto quando ero già grandicella l'ho adorato, e perchè se devo sognare, voglio sognare in grande, e andarmene a spasso per la Terra di Mezzo. ^_^


2) Se potessi trasformarti in un personaggio letterario maschile, quale sceglieresti e perché? 

Domanda complessa, questa.. Qualcosa a cui non avevo mai pensato onestamente. E non so perchè, ma d'impulso mi è venuto in mente Edmond Dantes de Il Conte di Montecristo; e confesso, cara Eva, che la cosa mi ha anche parecchio inquietato.. Perchè proprio lui? L'uomo che trascina e cova per anni il suo rancore e finalmente si gode la sua lenta vendetta? Forse perchè nel mio animo cova un certo sadomasochismo? O forse semplicemente perchè, al di là di questo aspetto, è un personaggio che mi ha sempre fortemente affascinato, per il suo saper resistere alle avversità della vita, per la sua tenacia, per la capacità di mantenersi saldo e lucido - benchè accecato dalla rabbia - senza lasciarsi abbattere dalle avversità. D'istinto mi è venuto in mente lui, percio che Edmond Dantes sia.... ^_^

3) Qual è l'ultimo libro che hai letto al di fuori della tua "comfort zone" letteraria?

Intendi libri che non siano di narrativa? Diciamo che leggo molto per evasione, percui il grosso è quello, ma come farmacista sono anche appassionata di fitoterapia percui intervallo la letteratura con dei testi che trattino di quello.
Se invece intendi letteratura di tematiche diverse rispette a quelle che leggo di solito, non saprei.. sono una che spazia parecchio. Dal romanzo storico (Il nome della Rosa) alla fantascienza (Guida Galattica per gli autostoppisti), negli ultimi mesi ho avuto una "comfort zone" dai confini molto ampi... Non saprei cosa risponderti, in quel caso..

4) Parlaci di un "viaggio letterario" che hai amato molto... cioè un posto che ti è piaciuto dove senti quasi di essere stata, pur avendone solo letto.

Ah, qui sai bene che tocchi un tasto fondamentale, per me.. ^_^ .. Il mio blog è TUTTO incentrato sui viaggi letterari.. il mio primissimo post (credo fosse il 2011) spiegava perfettamente quanto per me i libri siano un mezzo per viaggiare, non potendo per ora farlo concretamente. Se dovessi scegliere un posto - e uno soltanto - sarebbe sicuramente il Giappone. Tra Murakami Haruki e Banana Yoshimoto, sono una grande amante dei libri ad ambientazione nipponica. ^_^


5) Al contrario, qual è un luogo (o un tempo) terribile dove ringrazi di essere stata solo tramite le pagine di un libro?

Altra questione interessantissima.. Domanda non banale, alla quale rischio di dare una risposta banale.. Ma risponderei: negli anni e nei luoghi oscuri della nostra storia umana. La guerra. La caccia alle streghe nel Medioevo. Gli orrori e le brutalità del razzismo nel Sud degli Stati Uniti.
(Solo per citare, ad esempio, "Per chi suona la Campana" di Hemingway, "La Chimera" di Sebastiano Vassalli e "In fondo alla palude" di Joe R. Landsdale). I libri, d'altronde, hanno questo grandissimo pregio. Consentirci di toccare con mano il lato più oscuro del mondo, affinchè noi possiamo imparare dai nostri errori. Se poi impariamo o meno, solo i posteri potranno giudicarlo...

6) Un tuo autore o autrice (vivente) "feticcio"? Cioè, di cui compri a scatola chiusa ogni suo nuovo titolo?

Qui rispondo di getto: Banana Yoshimoto (sempre lei!) e Alessandro Baricco. Due, perchè per me sceglierne uno solo sarebbe imbossibile. Compro a scatola chiusa, e difficilmente resto delusa, nonostante siano due autori che non tutti amano incondizionatamente come me. Ma evidentemente, toccano corde che ho dentro come nessun altro scrittore

7) Rileggi mai libri? Sia in caso di risposta affermativa, sia negativa... perché?

Mi capita, sì. A volte lo faccio perchè mi scatta una sorta di "voglia improvvisa", un po' come capita in gravidanza. Per esempio, il "Piccione" di Suskind di cui ho parlato solo qualche settimana fa era già stato letto ed apprezzato una quindicina di anni fa, se non di più. E mai più  mi era venuto in mente, fino a quest'anno, quando la mia testa ha deciso che era ora di ripescarlo dallo scaffale.
Altre volte - meno poeticamente- mi capita quando ho avuto qualche spesuccia imprevista e preferisco tagliare quelle non necessarie, ahimè, limitandomi a ripescare dalla mia libreria anzichè fare razzia in un negozio.
Ma devo dire che, in entrambi i casi, rileggere è illuminante. Come ho scritto poco fa nella risposta ad un commento, leggere un libro a distanza di tempo è come guardarci allo specchio e rendersi conto, nelle diverse emozioni che il libro sa dare a distanza di anni, di quanto davvero siamo cambiati.

8) Perché hai aperto un blog letterario?

Terapia, risponderei. Ero disoccupata, mamma da poco, il matrimonio iniziava gia a scricchiolare - anche se da lì alla separazione sono passati un paio d'anni. Dubitavo di me stessa. Ero insicura, terrorizzata dal mondo, poco convinta delle mie capacità. Mentre mio figlio era all'asilo, inviavo CV cercando di rimettere insieme i cocci, e nei momenti liberi ho pensato di crearmi uno spazio virtuale in cui dare vita all'unico aspetto rimasto "solido" nella mia vita: l'amore per la lettura, e la capacità che avevano i libri di "ossigenarmi". Da lì è nato tutto. Non mi è mai interessato più di tanto il numero di followers, mi era sufficiente leggere pochi commenti ma scritti con il cuore e con la testa, non il "brava! bravissima!" frettoloso che mi era capitato di leggere nel mio precedente blog ( perchè inizialmente mi ero buttata in un blog di cucina, che mi sono affrettata a cancellare quando ho visto che non mi dava nulla).

9) Quando acquisti un libro, qual è l'aspetto che ti influenza di più? La copertina, la trama, l'edizione, il prezzo...

Non saprei dirti, non seguo un ragionamento razionale. L'autore, sicuramente. E poi la trama, o più che quella, l'ambientazione. Per dirti, tra un libro ambientato in una città italiana contemporanea ed uno che mi porta - per esempio - in Iran al tempo della rivoluzione, scelgo quest'ultimo, indubbiamente.

10) Il libro che stai leggendo in questo momento: perché proprio quello? Com'è arrivato a te?

E' arrivato a me come arrivano quasi tutti, frugando fra gli scaffali in biblioteca e leggendo il retro delle copertine. Orhan Pamuk, "La Stranezza che ho nella testa". Una scoperta.

11) Elenca cinque libri che leggerai quest'estate in vacanza.

Ahi ahi ahi... vacanze è una parola grossa, ho avuto una settimana di mare a giugno e stop, durante la quale mi ha fatto compagnia la Serrano con il suo "Albergo delle Donne Tristi", al quale ho già dedicato un post. Nel comodino, in panchina c'erano poi Murakami con "L'incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di Pellegrinaggio" (già letto, in attesa di essere postato), Orhan Pamuk citato poco fa ed attualmente in lettura ed altri due titoli in attesa: "L'isola del giorno prima" di Umberto Eco e "La variante di Luneburg" di Maurensig, al quale proprio tu, cara Eva, dedicasti se non erro un post, tempo fa....


Queste, dunque, le domande di Eva; andiamo adesso con le undici domande proposte da Martina:

1. In quale città nel mondo ti piacerebbe vivere e perché?

Non ho preferenze, sinceramente. Non sono neanche particolarmente attratta dalle "città" in senso stretto, sarà perchè ho vissuto a Roma per parecchio tempo e tuttora sono a pochissimi chilometri.. Ora come ora se dovessi immaginarmi una vita diversa sarebbe lontana dalla città. Quanto lontana? Su una piccola isola greca, per esempio. O nel cuore degli USA, in mezzo alla natura selvaggia. O nella brughiera alla "Cime Tempestose", una cosa così. Un tantino asociale, mi rendo conto!! ^_^

2. C'è una storia che ti piacerebbe leggere ma non è ancora stata scritta?

Per hobby, oltre che leggere, mi piace tantissimo scrivere, anche se negli anni questa passione è stata accantonata, ahimè. Ma fino a qualche anno fa, le storie che non erano state ancora scritte e avrei voluto leggere sognavo di scriverle io. Con una ci sono riuscita, e grazie al concorso della casa editrice Butterfly Edizioni è stata anche pubblicata; la maggior parte di esse, invece, sono rimaste delle bozze addormentate in fondo ad un cassetto.

3. Il tuo classico preferito?

Se dovessi sceglierne uno, ma solo uno, direi Jane Eyre. Anche se, subito a seguire, piazzerei tutti i libri della mia amatissima Jane Austen.

4. Una canzone che sembra essere stata scritta apposta per te?

Pur amando moltissimo la musica - la radio a casa mia è perennemente accesa - non mi sono mai particolarmente identificata con una canzone che fosse "la mia"; direi piuttosto che, in certe fasi della vita, come è normale che sia, sento più vicina una canzone rispetto alle altre. Ora come ora, nessuna in particolare, sinceramente.

5. Leggi solo in italiano o anche in lingua straniera? Quale?

Ora come ora no, solo in italiano; in passato, quando ero una studentessa universitaria con tanti buoni propositi e molto più tempo libero, leggevo anche in inglese, per mantenerlo "vivo"; ricordo che lessi per esempio The bonesetter daughter di Amy Tan in lingua originale, accostandomi per la prima volta a questa autrice che poi ho letto anche in italiano.

6. Qual è il tuo dolce preferito?

Ne ho diversi, essendo anche una che si diverte parecchio - e si rilassa - a pasticciare in cucina; molti dei momenti liberi con mio figlio li abbiamo trascorsi davanti al forno acceso.
Ma forse, fra tutti, il classico ciambellone che mi ha insegnato mia nonna resta il dolce del mio cuore. La casa si riempie del profumo di lei, e torno bambina.
A parte i dolci che preparo io, ho poi un debole per il cioccolato bianco, da sempre. Potrei divorare dieci tavolette in dieci minuti ^_^

7. Ti piace la poesia? Se sì, chi è il tuo poeta preferito?

Dunque, la poesia... Diciamo nì, non sono una grande conoscitrice della poesia in sè e degli autori, ma mi è capitato di leggere singole poesie che mi hanno davvero emozionato (della Szymborska, ad esempio). Se dovessi citarti un poeta, per questioni d'infanzia però ti citerei Pascoli... L'ho sempre amato particolarmente, complice una nonna con radici romagnole che da piccola mi raccontava la sua storia e leggeva le sue poesie, percui nella mia testa i ricordi dei racconti di mia nonna bambina si fondono con le atmosfere delle poesie di pascoli, in un tutt'uno che, inevitabilmente, ancora oggi mi emoziona quando leggo - per esempio - "X agosto".

8. Se dovessi svegliarti e trovarti a essere per un giorno nei panni di un qualsiasi autore a tua scelta, chi saresti e perché?

Jane Austen, indubbiamente. Per vivere quell'epoca che ho imparato a conoscere ed amare attraverso i suoi romanzi, e per vedere il mondo con gli occhi di lei, conoscerla, sentire le cose come le sentiva lei.

9. Un colore che ami e un colore che odi.

Altra domanda che mi mette in crisi... i colori sono colori, di per sè non mi trasmettono nè odio nè altro. Nell'arredamento, per esempio, mi piace molto il bianco abbinato al lavanda. Se devo vestirmi, però, per esempio scelgo il verde.

10. Cosa sognavi di diventare da bambina?

Un mucchio di cose:la scrittrice, la veterinaria, la farmacista (aspirazione poi realizzata!), la guardia forestale.

11. Qual è un film che ti ricorda la tua infanzia?

Sono nata nel 1979. L'infanzia, per me, è E.T., e La Storia Infinita. Semplice! ^_^


Ecco fatto! Ringrazio ancora di cuore entrambe (passerò poi di persona anche sui vostri blog), e mi scuso per essermi dilungata un pochino, forse, ma devo dire che questa cosa di sviscerare un po' di noi stessi rispondendo alle domande degli altri mi ha preso! ^_^

Adesso, ultimo step: devo scegliere a mia volta 11 blog sotto i 200 followers e proporre altrettante domande.... E qui mi trovo in crisi, perchè non ho tanto tempo quanto vorrei per seguire con attenzione i tanti, tantissimi blog letterari che ho intravisto.. E dubito che l'etichetta blogghesca consenta di menzionare a loro volta le due che mi hanno tirato in ballo ^_^...

Perciò, propongo:


Gresi di Sogni D'Inchiostro 
Lisa di Le Parole Dipinte
Jasmine di Stoffe D'Inchiostro (anche se il suo blog si sta prendendo una pausa e dubito che potrà partecipare, ma ci tengo comunque a menzionarlo perchè è un blog originalissimo in cui fonde le sue due passioni, cucito e lettura)

MariaT di Capitolo Zero
Julia di Tanto Non Importa

E rinnovo i ringraziamenti, rigirando a loro il premio - meritatissimo - a:

Eva di La libreria di Eva 
Mami di Mami tra i libri

Non le ho inserite nell'elenco sopra semplicemente perchè sono state loro a nominare me e temevo di finire in un loop infinito ^_^.. ma anche i loro sono due piccoli blog che seguo con immenso piacere ^_^.

Mi dispiace di non avere 11 blog sotto i 200 followers da menzionare, ma sono stata parecchio presa da altre cose, ultimamente, ed il tempo per poter stare online è stato veramente pochissimo... Prometto che rimedierò leggendo gli altri post del Liebster Awards, in modo da conoscere altri piccoli blog in attesa di essere conosciuti ^_^

Infine, le mie 11 domande:

1. Nella tua "vita reale", gli altri sanno che tieni questo blog? O la blogosfera è una specie di universo parallelo, una sorta di seconda identità come quella dei supereroi?
2. C'è qualcosa che proprio non sopporti (senza fare nomi, ovviamente) negli altri lit-blog?
3. Che rapporto hai (o hai avuto) con la lettura a scuola? La amavi? La odiavi? Ci sono libri che hai poi riscoperto a distanza di anni, e che hai amato nonostante ai tempi della scuola li considerassi indigesti?
4. Come descriveresti la bellezza della lettura a chi non legge?
5. Classici o contemporanei? Cosa leggi di più e perchè?
6. In quale o in quali momenti della giornata leggi?
7. Secondo te può esistere davvero il libro che "ti cambia la vita"?
8. Quali sono stati i libri della tua infanzia?
9. Uno o più libri che ti hanno strappato una lacrima
10. Qual è - se ne esiste uno - il genere letterario che proprio non riesci a digerire?
11. Tra i personaggi femminili della letteratura, qual è il tuo preferito?

Grazie di cuore a quelle che vorranno partecipare, diffondendo a loro volta il premio ai blog che reputeranno meritevoli!

martedì 4 luglio 2017

BANANA YOSHIMOTO - Un viaggio chiamato Vita


DOVE e QUANDO: in giro tra Giappone ed Europa, nel corso degli anni.

 Dunque, da dove inizio nel commentare questo libro? Mi butto a capofitto sull'onda delle emozioni che mi ha suscitato? O inizio in punta di piedi, cercando di parlarne prima in maniera obiettiva?
Bene, rimbocchiamoci le maniche e cerchiamo di andare con ordine. Punto primo: Banana Yoshimoto è uno di quegli autori che o si ama alla follia, o proprio non si digerisce. Non so perchè accada questo, ma gironzolando un po' nella blogosfera letteraria mi rendo conto che - un po' come accade con Baricco - non ci sono vie di mezzo nei post che parlano di lei.Qualcuno l'adora alla follia, qualcuno non riesce proprio a sopportarla.
Io - lo dico subito, ma chi ha sbirciato qua e là nel blog credo lo abbia capito - faccio parte del primo gruppo, di quelli che per lei hanno avuto fin da subito un colpo di fulmine e che, a distanza quasi di vent'anni dal primo incontro col suo stile delicato e poetico, continuano ad amarla.
Ecco, forse la chiave di lettura per "Un viaggio chiamato Vita" è proprio lì. Se non amate lei, il suo stile, i suoi libri, i suoi personaggi, state lontani da questo. Tantopiù che non è neanche un romanzo in senso stretto, ma una raccolta di frammenti sparsi di alcune "istantanee" della sua vita, impressioni, sensazioni, moti dell'animo che potrebbero anche sembrare senza capo nè coda.

Io, manco a dirlo, l'ho amato alla pazzia, e forse anche di più. Non sono neanche andata in giro a leggere altre recensioni per questo titolo, per non restare magari delusa scoprendo che sono la sola ad averlo apprezzato così, ma per me è uno di quei libri da tenere fissi sul comodino, a portata di mano, e da aprire a caso nei momenti cupi, per cercare una boccata di ossigeno.
Si tratta, dunque, di frammenti di vita, impressioni, diapositive fermate dalla sua penna mentre, negli anni, il suo lavoro da scrittrice la portava in giro per il mondo. Tokio, l'Italia, le Piramidi di Giza; luoghi ed istanti "fissati" dal suo occhio di autrice per salvarli dall'oblio, preservandone il ricordo, un po' come una fotografia. Ma, più che in fotografia, lei riesce a fissare nel tempo non solo le immagini, ma le emozioni che l'hanno accompagnata. Che si tratti di appunti di scrittrice in attesa di essere trasferiti nei suoi romanzi e poi sapientemente sfruttati dalla casa editrice per partorire un nuovo titolo - coi relativi incassi - poco importa; io, in queste righe, ho trovato l'essenza di lei, dei suoi personaggi, della sua visione poetica del mondo.
La sua capacità di emozionarsi per una piccola, rachitica piantina di rosmarino nel suo appartamento giapponese, in grado di evocare nella sua mente le fiere, possenti piante di rosmarino che ha visto ergersi contro il vento in Sicilia.
Essere in grado di percepire e fissare su carta il calore umano di un piccolo hotel di Kochi, al tramonto.
I frammenti sparsi della sua maternità, la meraviglia nel veder crescere suo figlio, quel misto di orgoglio e struggente nostalgia nel vederlo rendersi giorno dopo giorno indipendente (sensazione che conosco fin troppo bene, come madre).
La frenesia disumana di Tokio. La magia di una lontana nevicata, quand'era bambina. L'amore tra cani ed esseri umani, ed il vuoto catramoso nel quale ci lasciano, quando se ne vanno.
Decine e decine di appunti, fissati con delicatezza nero su bianco, intrisi di poesia. Piccole lezioni di magia del quotidiano, di empatia nei confronti del mondo, della struggente bellezza dei ricordi.

Sarà che anche io sono una grafomane; da piccola appuntavo puntualmente sul mio diario i momenti che desideravo fermare, confidando nel fatto che, rileggendoli, mi avrebbero riavvolto nel morbido piacere che dà la rievocazione dei ricordi; e tutt'ora nel cassetto del mio comodino, sotto alla Canon ed ai libri in attesa di essere letti, c'è una moleskine alla quale ahimè non riesco mai a dedicare il tempo che vorrei, e che continua a rimanere bianca, ad eccezione di una piccola manciata di fogli, testimoniando la quantità di momenti che ho lasciato scorrere senza essere stata in grado di fissarli.
Sarà anche che - come accade alla Yoshimoto in queste pagine - sono una che vive in balia delle emozioni, a cui bastano piccoli dettagli, piccoli quanto il profumo di una fogliolina di rosmarino, per evocare un mondo di sensazioni.
Sarà un insieme di tutte queste cose, ma questo libro io l'ho amato alla follia. E sono certa che tornerò a leggerlo e a rileggerlo, in futuro. Consapevole, certo, del fatto che il mio potrebbe essere un folle parere isolato, e che là fuori il mondo dei lit-blog sia pieno di prepotenti, sicure stroncature.
Chissà, mi chiedo, se qualcuno di voi che passano ogni tanto di qua lo hanno letto, e hanno voglia di condividere con me le loro impressioni?

UN ASSAGGIO:

"Nelle sere d'inverno, quando l'aria all'improvviso prende il profumo delle foglie secche bruciate, e le le finestre delle case cominciano ad illuminarsi e a fluttuare, quadrate, nella semioscurità azzurrina, in quel momento mi sembra sempre che tutti siano a metà di una strada, di ritorno verso qualcosa. Certo, ognuno di noi è sempre di ritorno verso qualche luogo, indipendentemente dalle stagioni, ma in inverno in particolare mi sembra che sia così."




giovedì 29 giugno 2017

MARCELA SERRANO - L'albergo delle donne tristi


DOVE: isola di Chiloè, al largo delle coste Cilene
QUANDO: anni' 90

Chiloè, piccola isola battuta dal vento, al largo delle coste cilene. Il luogo perfetto in cui donne ferite, amareggiate, deluse dall'amore e dalla vita possano trovare tre mesi di quiete e riparo per lenire le ferite dei loro cuori tristi. Ed è proprio qui che Elena - brillante psicologa, anch'essa donna "ferita" in primis - decide di dare vita ad un alloggio, una specie di casa-famiglia in cui queste anime in tempesta possano trovare la serenità dell'animo e ricostruire le loro vite più o meno a brandelli. Le "donne tristi" che trovano rifugio presso il silenzio dell'albergo sono madri, mogli, donne in carriera, casalinghe, più o meno giovani, tutte accomunate dall' avere un cuore in pezzi e il desiderio struggente di riprendere le redini delle proprie vite. Al di là di tutto, al di là di quello che la società esige, al di là delle convenzioni, al di là delle aspettative altrui, queste donne imparano di nuovo a rimettere sè stesse al centro dei loro pensieri, per essere in grado di spiccare di nuovo il volo ed affrontare la vita. Perchè le donne, si sa, hanno riserve di forza inimmaginabili, sempre. Solo che a volte le troppe lacrime, le troppe delusioni, la troppa sensibilità finiscono per fiaccarle. Come Floreana, secondogenita di tre femmine in una famiglia che di figli in totale ne conta cinque, la quale dopo un matrimonio naufragato ed un grave lutto in famiglia si sente vacillare, e sceglie di isolarsi nell'inverno di Chiloè per ritrovare sè stessa con l'aiuto di Elena e delle altre ospiti del suo albergo. Angelina, bellissima e insicura vittima di un matrimonio "sbagliato"; Costanza, brillante economista; Tona, attrice di mezza età oltre che donna d'impeto deciso ed apparentemente inaffondabile. Tutte con le proprie cicatrici, tutte con le proprie insicurezze, tutte in cerca di una ritrovata fiducia nel futuro.
A far da cornice alla loro lenta guarigione spirituale, il mare invernale di Chiloè, il vento impetuoso, la prorompente natura selvaggia di una piccola isola al largo delle coste del Sudamerica, battuta dalle onde tempestose, intrisa dei profumi della terra umida e dell'aria salmastra, con il suo ritmo di vita lento, ben lontano dalla frenetica corsa in tondo delle grandi metropoli.

Per certi versi, un libro che mi ha richiamato alla memoria quello della Pancol letto pochi mesi fa; anche qui una protagonista insicura, poco consapevole del suo essere donna, ripiegata sul suo lavoro di ricercatrice universitaria. Ed anche qui, un lieto fine che personalmente mi fa storcere un po' il naso - come ho scritto nella recensione al libro della Pancol, al momento i lieto fine in stile favola poco mi piacciono, ma il problema è mio e della vita che mi sta rendendo terribilmente cinica, al punto che forse dovrei ritirarmi anche io nel silenzio selvaggio di Chiloè, a riflettere su me stessa.
Nonostante questo mio punto di vista del tutto discutibile e personale, un libro delicato, lento eppure coinvolgente, intriso della forza dirompente della natura tanto che sembra quasi di sentir scrosciare la pioggia irruenta e percepire nelle narici l'armonia profumata della terra bagnata.

Un libro pieno di sensualità, di musica, di tenera e incauta speranza, di cucina speziata, di lentezza.
La storia di una lenta rinascita, perfetta da leggere in riva al mare, col sottofondo delle onde e null'altro. Lo stesso sottofondo che accompagna le fredde notti stellate di Chiloè e la lenta, quieta cicatrizzazione dei cuori feriti.

PS: ci sono libri fortemente musicali, e questo è uno di quelli. Raccomando pertanto, per entrare nello spirito, un sottofondo musicale per la mia recensione....



UN ASSAGGIO:

"Il cimitero del paese, con le sue tombe rivolte verso il mare, indifferente al frangersi sonoro delle onde, si trova a metà strada fra il paese e l'Albergo. Un paesaggio maestoso per umili, definitive dimore. A Floreana è sempre piaciuto avventurarsi nei cimiteri dei posti che visita, convinta che vi si trovino le chiavi per capire i vivi. Si dirige così a questo suo primo appuntamento deviando dalla strada per l'albergo. Per Floreana, da quando abita lì, il pomeriggio comincia tra le quattro e mezza e le cinque. Sono le quattro, c'è ancora tempo.
Alcune lapidi sono adagiate a terra, altre si ergono senza protervia. Non c'è ombra di marmo, ci sono solo lapidi di pietra o di legno grezzo. Avvolgendosi stretta nella sua mantella di lana, Floreana passeggia tra quei nomi sconosciuti con le loro date remote o recenti e i fiori appassiti. I piccoli cimiteri di paese hanno un fascino speciale, pensa, e sceglie un piccolo dosso di sabbia circondato da erba alta per sedersi ad ammirare il mare. Da quel luogo ideale, fissa il profilo del sole.
Avanti, è il momento della predica. Ora che ci pensa, non è passato neanche un mese da quella sera, in quel bar."





mercoledì 28 giugno 2017

DANIEL PENNAC - Abbaiare stanca
















DOVE: tra Parigi e Nizza
QUANDO: nel tempo indefinito delle favole

I bambini, si sa, crescono in fretta. Tu non te ne rendi conto, perchè ti accade quotidianamente, sotto al naso; ma arriva in giorno in cui quel cosino rosa profumato di latte è diventato un ometto dalle ginocchia sbucciate, al quale sei riuscita - e la cosa ti emoziona e commuove insieme - a trasmettere l'amore sconfinato per la lettura. E ti rendi conto di questo quando lui, serio, convinto, "adulto", ti CONSIGLIA un libro. Ecco qui, allora, il primo libro letto perchè raccomandatomi caldamente da mio figlio, lo stesso libro che, qualche mese fa, avevo scelto per lui nella libreria di un centro commerciale, perchè si parlava di amicizia, di cani, di bambini. E perchè, a otto anni, dopo aver incontrato Sepulveda, volevo che conoscesse Pennac.
Dunque, siamo in Francia, una Francia che vediamo attraverso gli occhi - ma sarebbe più opportuno dire che la percepiamo attraverso il naso - di un cane. Nulla di che, un bastardino neanche particolarmente bello, scampato per miracolo alla morte per annegamento ed allevato da una randagia come lui in una discarica di Nizza. La sua è una storia comune, che fa riflettere, sorridere e commuovere; quella di un randagio, cresciuto dall'affettuosa ruvidezza di Muso Nero e finito, dopo una serie di peripezie, in una famiglia non troppo consapevole di cosa voglia dire "avere un cane". Una storia fatta di lacrime, perdite, solitudine, scoperte, rivalse, paura e piccole vendette, la storia di un bastardino a cui la vita mette continuamente i bastoni fra le ruote ma che con la tenacia di chi alla vita  è attaccato coi denti insiste, combatte, insegue il suo lieto fine.
Che, manco a dirlo, è quello di avere una famiglia "umana" che lo ami e che soprattutto abbia rispetto per il suo "essere cane".
Dal lungomare di Nizza, odoroso di salsedine e stridente di gabbiani, fino al cuore di Parigi intriso di migliaia di odori intrecciati tra loro in maniera tanto stretta che solo un naso molto sensibile ed allenato può essere in grado di dipanarli; insieme al cane percorriamo le strade del mondo osservando la vita dal basso, con l'intensità di sentimenti e la positività di un cucciolo di strada. E osserviamo, dall'esterno, le pazzesche vite di noi esseri umani, attenti al superfluo ma poco alla sostanza, distratti, rabbiosi, irrispettosi della vita diversa da quella bipede, orgogliosamente rinchiusi nella routine inquinata delle nostre città, incapaci di percepire la bellezza della vita in una corsa sulla spiaggia umida ad inseguire i gabbiani.

E' una favola, certo. Un libro destinato ai bambini, ma che consiglio di leggere anche a noi adulti, perchè Pennac - oltre ad uno stile inconfondibile, schietto, scorrevole - lascia intendere in queste pagine tutto il suo delicato amore, la sua comprensione, il suo rispetto per il Cane. E, nella Postfazione finale ( "Nè ammaestrato nè ammaestratore", che consiglio vivamente di leggere), lo dichiara senza fronzoli, col cuore in mano, raccontando delle sue esperienze di vita, dei cani che lo hanno accompagnano lungo gli anni, dell'amore che lo ha legato ad essi e di come noi esseri umani dovremmo imparare a capire ed interagire con il cane.
Una favola che si legge in un pomeriggio, e che parla dritta dritta al cuore.

UN ASSAGGIO:

 "La notte era scesa da un pezzo sulla città. Le case avevano ingoiato i loro abitanti. Le automobili si erano addormentate lungo i marciapiedi. Il Cane camminava solo soletto per le strade. Le luci gialle dei lampioni rendevano più cupa la sua ombra. E il Cane pensava 'Se l'avessi saputo, sarei rimasto dal macellaio'.
Gli uomini erano veramente imprevedibili! Con loro, niente andava come ci si aspettava. Anche gli odori si erano addormentati. Giacevano per terra, come sono soliti dormire gli odori, muovendosi appena. L'alito salato del mare vicino si stendeva su di loro come una coperta. Il Cane avanzava come in sogno, zampettando silenzioso. 'Bene' si disse ' ecco il sonno'.
Scelse la conca fiorita più comoda della piazza Garibaldi, si scavò una buchetta fra i gerani, girò sei volte su sè stesso e si acciambellò con un sospiro. 'Ma prima di addormentarmi devo prendere una decisione' Riflettè ancora qualche istante. Da un campanile suonò la mezzanotte sopra la città vecchia.'Bene' decise Il Cane, 'domani torno dal macellaio. Non è una padrona, ma Muso Nero sarebbe certamente d'accordo. E poi, chissà.... Forse è sposato.....' "

domenica 4 giugno 2017

EPICURO - Lettera sulla Felicità / SENECA - La vita felice

DOVE e QUANDO: in un viaggio virtuale attraverso due pilastri della filosofia classica

Non sono mai stata un'appassionata di filosofia, devo premetterlo. Anche al liceo classico, è sempre stata una materia che digerivo con difficoltà, nonostante fossi per il resto una allieva brillante e senza problemi. Negli anni a seguire, difficilmente mi sono accostata di nuovo a questo tipo di libri; probabilmente perchè per me la lettura è sempre stata un modo per allontanarmi, evadere, sognare e come tale sono sempre stata attratta più dalla narrativa che non dalla filosofia.
Nonostante ciò -sarà perchè il mondo classico, vuoi o non vuoi, mi è rimasto nel cuore, sarà perchè in fondo la filosofia classica è stata quella che ho trovato a suo tempo meno "ostica" - quelle poche volte che l'ho fatto, è stato leggendo Seneca.
Mi accosto, dunque, alla filosofia in punta di piedi e con il dovuto rispetto, consapevole che la mia formazione di tipo prettamente chimico-farmacologico non mi consente forse di sviscerarla a fondo, ma consapevole anche del fatto che se loro, duemila anni fa, hanno parlato, lo hanno fatto affinchè ascoltassimo anche noi. E di cose da ascoltare, ne abbiamo eccome, ancora oggi.
Ecco qui, dunque, due autori a confronto - con la preziosissima introduzione di Giuseppe Dino Baldi che prende per mano e guida chi, come me, la filosofia l'ha accantonata da vent'anni - su uno stesso tema: la felicità.
Da un lato Epicuro, filosofo greco vissuto a Samo intorno al 300 a.C.; dall'altro Lucio Anneo Seneca, vissuto a Roma nel primo secolo a.c. Il primo, fondatore della scuola epicurea, il cui pensiero è stato poi in parte "distorto" nei secoli fino a renderlo sinonimo di "amante dei piaceri" in modo quasi amorale; il secondo, padre dello stoicismo e fortemente impegnato anche in politica, impegno che lo porterà al suicidio. Entrambi hanno lasciato in eredità il loro pensiero - per quanto riguarda Epicuro, in forma di frammenti e di massime; per Seneca, in una sorta di "botta e risposta", un dialogo tra il filosofo e un immaginario "oppositore"- che risulta tutt'altro che sepolto, a distanza di duemila anni.
Epicuro ci insegna a cercare la felicità nelle cose semplici, nella natura, nell'allontanarsi dalla bramosa ricerca del piacere, nel non temere la morte, nel "liberarsi dalla prigione degli affari e della politica"; Seneca, dal canto suo, rivede e rielabora la visione di Epicuro (del quale per esempio non può condividere quest'ultima affermazione, essendo lui in primis un personaggio di spicco della politica romana), sottolineando come la felicità derivi  dall'affrancarsi dalla spasmodica ricerca dei beni materiali per porre invece l'attenzione verso la ricerca della virtù e nel godere di piaceri miti, controllati, senza eccessi.
Entrambi continuano a darci interessantissimi spunti di riflessione; ecco dunque un libro assolutamente prezioso per chi non si lasci spaventare dallo stile - inutile mentirci, questo è un testo che richiede una mente aperta, sgombra e concentrata - e voglia addentrarsi nella lettura di un messaggio vecchio di duemila anni.
Mi riservo di dedicare un post un po' più corposo sul tema nell'altro mio blog (http://cartolinedimetedinchiostro.blogspot.it/), non appena avrò un pochino più di tempo per mettermi comoda e dipanare con calma tutti i miei pensieri; per ora questa voleva essere una segnalazione un tantino "diversa" per chi voglia avventurarsi in un viaggio mentale, più che fisico, indietro di duemila anni. Scoprendo che, incredibilmente, le parole di questi due "padri" del pensiero filosofico siano ben più moderne di quanto crediamo.

UN ASSAGGIO:

"Quella considerazione che ci ha incoraggiato a ritenere che nessun male è eterno o durevole per molto tempo è la medesima che ci attesta che in queste condizioni limitate si può far soprattutto affidamento sull'amicizia" EPICURO, Massime sulla felicità, XXVIII

"Nessuno, se vede un male, lo sceglie in quanto tale, ma perchè si inganna valutando che sia un bene rispetto a un male maggiore di quello" EPICURO, Sentenze sulla felicità, 15

"Perchè allora - mi obietta- mi deridi se per te le ricchezze hanno la stessa importanza che hanno per me?" Vuoi sapere in quale misura non hanno la stessa importanza? A me, se le ricchezze dovessero svanire, non porteranno via niente altro che se stesse; tu, invece, rimarrai stordito se esse ti abbandoneranno, e ti sembrerà di essere privato di te stesso. Per me le ricchezze hanno un certo valore, per te il massimo valore; in conclusione, nel mio caso le ricchezze sono mie, nel tuo caso sei tu che appartieni alle ricchezze" SENECA, Lettera sulla felicità, XXII

"Un generale non si fida main della pace, al punto da non prepararsi alla guerra, che, se non è ancora combattuta, è stata però dichiarata; voi invece siete resi insolenti da una bella casa, come se non potesse andare in fiamme o crollare, e perdete la testa per delle ricchezze, quasi fossero al di là di ogni pericolo e tanto grandi che la fortuna non abbia sufficienti forze per distruggerle." SENECA, Lettera sulla felicità, XXVI

giovedì 1 giugno 2017

UMBERTO ECO - Il nome della rosa

DOVE: in una imponente abbazia benedettina del centro italia
QUANDO: agli inizi del 1300

 Quando anni fa ho aperto il blog, ho detto che sarebbe stata un po' una piccola raccolta di "viaggi" virtuali. Leggo per pura e semplice evasione, fin da quando ho scoperto che quelle fredde ed asettiche letterine che tanto avevo faticato ad imparare all'inizio della prima elementare, erano in realtà frammenti d'incanto in grado di dare vita ad una vera magia e trasmettere a distanza nel tempo e nello spazio sentimenti ed emozioni. Di conseguenza, più lontano un libro mi porta, più lo amo.
Stavolta, mi sono concessa un viaggio che ho sempre temuto e rimandato, soprattutto perchè, avendo già visto un paio di volte il film, temevo che sarei rimasta delusa. Siamo nell'anno del Signore 1327, in un'austera, fredda, impenetrabile abbazia benedettina arroccata nel silenzio di un Italia Centrale dilaniata all'epoca da scontri sanguinari che non risparmiano nemmeno gli ordini religiosi. Con lo spettro mminaccioso dell'Inquisizione che aleggia ovunque, con Papa Clemente V trasferitosi ad Avignone e la sede apostolica di Roma rimasta vacante, con due imperatori (Ludovico di Baviera e Federico d'Austria) a contendersi il potere e con l'ordine francescano che rischia di minare dalle radici il potere temporale del papa, rivendicando la povertà come fondamento della dottrina cattolica, correvano tempi oscuri, tra il clamore delle spade, e le silenziose minacce di eresia e scomunica.
E' in quegli anni che un giovane novizio benedettino, Adso da Melk, si trova ad accompagnare in un viaggio attraverso l'Italia il carismatico e dotto Guglielmo da Baskerville, spirito brillante ed ex inquisitore, incaricato di presiedere ad un complicato incontro tra i sostenitori del Papa e quelli dell'Imperatore (Ludovico di Baviera, risultato nel frattempo vincitore ed alleatosi con i francescani vedendo in essi e nella loro contestazione al potere temporale del papa uno spiraglio per aprire una "breccia" in quello stesso, solido potere). E, come se la questione non fosse già di per sè abbastanza delicata, nell'abbazia che li ospita iniziano a verificarsi, una dopo l'altra, una serie di morti sospette che ben presto assumono i chiari contorni di un delitto. Chi o che cosa sta operando nell'oscurità della nebbiosa abbazia, e per quale scopo? Il giovane Adso, testimone ed ingenuo osservatore, seguirà passo passo, con ammirazione il brillante intelletto di Guglielmo da Baskerville mentre dipana filo a filo la questione, il nocciolo della quale ruota intorno all'impenetrabile e sconfinata biblioteca, vanto dell'abbazia stessa.
Immergendosi nel silenzio e nel freddo delle mura omertose dell'abbazia - sembra quasi di percepire, attraverso le pagine del libro, il silenzio che domina incontrastato su quello sperone di roccia, interrotto solo dallo stridere di un rapace e dai canti dei monaci che riecheggiano sotto le volte, scandendo la progressione delle ore - si procede lentamente, a tentoni, insieme a Guglielmo ed al fido Adso, osservando, interrogando, deducendo. Bisogna prepararsi mentalmente a digerire alcune digressioni storiche tanto lunghe e dettagliate quanto necessarie, nonchè una serie di dibattiti di etica e filosofia intricati ma fondamentali per giungere alla sudata conclusione, non senza qualche colpo di scena che spezza il ritmo lento del romanzo - e della vita stessa dell'abbazia, governata da una rigida progressione di celebrazioni e di incarichi "pratici", in ossequio alla regola "ora et labora" che di quell'ordine era ed è tuttora il fulcro.
Un viaggio sconsigliato agli appassionati dei gialli in chiave "moderna" (quelli più di azione, alla Highsmith, per intenderci), ma consigliatissimo a chi voglia lasciarsi andare ad un lento viaggio in un'epoca oscura della nostra storia; doppiamente interessante se pensiamo che, probabilmente, anche quella che stiamo attraversando - ahimè - oggi verrà descritta come un'epoca "oscura".
Come a dire: ne siamo venuti fuori una volta, ne verremo fuori ancora.

UN ASSAGGIO:

"L'essere alle nostre spalle pareva un monaco, anche se la tonaca sudicia e lacera lo faceva assomigliare piuttosto a un vagabondo, e il suo volto non era dissimile da quello dei mostri che avevo appena visto sui capitelli. Non mi è mai accaduto in vita, come invece accade a molti dei miei confratelli, di essere visitato dal diavolo, ma credo che se esso dovesse apparirmi un giorno, incapace per decreto divino di celare appieno la sua natura anche quando volesse farsi simile all'uomo, esso non avrebbe altre fattezze di quelle che mi presentava in  quell'istante il nostro interlocutore. La testa rasata, ma non per penitenza, bensì per l'azione remota di qualche viscido eczema, la fronte bassa, chè se egli avesse avuto capelli sul capo essi si sarebbero confusi con le sopracciglia (che aveva dense e incolte), gli occhi erano rotondi, con le pupille piccole e mobilissime, e lo sguardo non so se innocente o maligno, o forse entrambe le cose, a tratti e in momenti diversi. Il naso non poteva dirsi tale se non perchè un osso si dipartiva dalla metà degli occhi, ma come si staccava dal volto subito ne rientrava, trasformandosi in null'altro che due oscure caverne, narici amplissime e folte di peli. La bocca, unita alle narici da una cicatrice, era ampia e sgraziata, più estesa a destra che a sinistra, e tra il labbro superiore, inesistente, e l'inferiore, prominente e carnoso, emergevano con un ritmo irregolare denti neri e aguzzi come quelli di un cane. "