venerdì 15 febbraio 2019

DI EMOZIONI E DI LIBRI RITROVATI

Il post di oggi è un po' diverso dai miei soliti viaggi; stavolta, infatti, vorrei raccontare una storia.
Anzi, due.


La prima storia è quella di un bambino che, come la sua mamma, ama leggere. Nella sua cameretta, negli anni, ha preso forma una piccola biblioteca personale, ed oltre a quella usufruisce con la voracità di un lettore appassionato anche della biblioteca scolastica. Spesso scende dallo scuolabus immerso nella lettura dell'ultimo libro preso in prestito, rischiando di ruzzolare giù dagli scalini; libri di narrativa, libri di mitologia, libri sugli animali. Ed ecco che, un giorno, torna a casa con un libro che nel mese successivo si porta appresso ovunque vada, sfogliandolo a colazione, nel pomeriggio mentre guarda i cartoni animati e la sera, nel suo letto, addormentandosi spesso a faccia in giù tra le sue pagine. E' un libro che non tutti i bambini apprezzerebbero, "I Grandi Fotografi di Natura" del National Geographic; ma per lui, che oltre alla lettura adora la natura e gli animali, è stato un colpo di fulmine.
Al punto che, a malincuore,terminato il mese a sua disposizione lo riporta in biblioteca, chiedendo però alla mamma che, come regalo di fine anno scolastico, possa averne una copia. Apparentemente, una richiesta facile da soddisfare; peccato che - scopre ben presto la mamma - il libro in questione sia fuori stampa da qualche anno. Nessuno riesce a reperirne una copia, apparentemente. Eppure, sarebbe così bello poter accontentare quel bambino! La mamma ce la mette tutta, ma sta per gettare la spugna, finchè...

La seconda storia è quella di una bambina che, negli anni '80, aveva un libro di racconti che amava con tutto il cuore. Un libro di racconti inconsueti, diversi dalle solite favole classiche - che pure lei aveva letto, riletto e adorato - con personaggi sui generis. Un bambino che decide di piantare il nonno per avere un albero di nonni, per dirne una. Oppure, una bambina che scopre uno strano mondo al di là della parete della sua cameretta. O di un piccolo fantasma. Storie così, brevi, imbevute di fantasia. Un libro che le aveva regalato il suo amatissimo nonno, e che lei leggeva e rileggeva; finchè, in occasione di un trasloco, non svanì nel nulla assieme ad altri giocattoli e libri che affollavano la sua cameretta - ne aveva davvero tanti, ad essere onesti, questa bambina - e che anch'essi furono "misteriosamente" inghiottiti dal nulla. Inutile dire che la mamma della bambina non ne sapeva niente; ed inutile dire che la bambina passò gli anni successivi a cercarlo ovunque, invano; finchè...



Sì, finchè. Perchè queste due storie, che forse in altri tempi - senza internet - sarebbero terminate qui, hanno avuto un esito felice.  Perchè in entrambi i casi (tramite Amazon nel primo, e tramite eBay nel secondo) c'era anche, a chilometri e chilometri di distanza, un libraio che gestisce un negozio di libri usati. Sia il primo che il secondo libraio erano su, al Nord Italia; e senza internet nè la mamma del bambino nè la bambina degli anni '80 diventata adulta avrebbero mai avuto modo di sapere che invece, una copia del libro che cercavano era disponibile. A voler essere romantici, lettori e libri in questione non avrebbero mai potuto incontrarsi. E invece..... e invece una e-mail, una prepagata, un poco romantico corriere sudato e frettoloso, un pacco anonimo col suo involucro di cartone ed ecco che la storia prende forma, si avvia al suo lieto fine in cui il bambino - e la bambina divenuta adulta - scartano, sfogliano si emozionano.
E il senso? Il senso di questo sproloquio, vi chiederete, qual è? Onestamente voglio sperare che coloro che amano davvero leggere, ed amano i libri come tali, lo abbiano capito senza doverlo spiegare. Che riescano a percepire l'emozione di avere fra le mani, dopo oltre trent'anni, un libro creduto ormai perduto. O di regalare ad un bambino la copia di un libro che gli avevate detto essere irreperibile.
Il senso è semplicemente quello di condividere una piccola emozione, anzi, DUE piccole emozioni da lettore.
Oltre, naturalmente, ringraziare le due librerie che l'hanno reso possibile; Dedalo Bosio Libri (Torino) e Bergoglio Libri (Rivalba, TO).
È grazie a loro, alla loro passione per il libro come oggetto, alla loro intuizione di portare una piccola attività in rete, che noi, nel nostro piccolo, abbiamo avuto un lieto fine. ^_^

sabato 2 febbraio 2019

GERALD DURRELL - La mia Famiglia e Altri Animali


DOVE: Corfù, Grecia
QUANDO: anni '30

Anche ora che mio figlio maggiore è grande (quest'anno compirà dieci anni, il tempo vola), abbiamo mantenuto l'abitudine di leggere alcuni libri insieme. Non so bene in base a quale criterio lui scelga di affrontare alcune storie da solo, avvolto nella luce giallastra della sua abat-jour e quali invece ritenga siano più idonee ad essere lette ad alta voce; fatto sta che di tanto in tanto ci sforziamo di ritagliarci questi piccoli momenti, che lui a quanto pare continua a gradire, nonostante ormai da parecchi anni sia perfettamente in grado di leggere da solo ( per chi volesse, qui ho dedicato un post proprio all'importanza di leggere anche ai bambini grandi; sarei curiosa di avere altre opinioni.. ^_^ )
C'è stato Willy Wonka, in primis; poi, tre libri e mezzo della saga di Harry Potter. Poi, Sepulveda, con la sua serie di libri dedicati all'amicizia (dalla Gabbianella e il Gatto in poi).
E adesso, appunto, Durrell.
Gli ho regalato questo libro ricordandomi di quanto mi fosse piaciuto, da bambina, ed immaginando che si sarebbe facilmente immedesimato in questo suo coetaneo del secolo scorso, appassionato come lui di natura e con una spiccata, travolgente voglia di scoprire il mondo; ed ammetto di essermi quasi commossa quando lui, con fermezza, ha deciso che lo avremmo letto insieme.
Talvolta soli, io e lui, talvolta con la compagnia della sorella, mentre allattavo, abbiamo dunque intrapreso il viaggio che tutti, una volta nella vita, dovrebbero fare: quello nell'infanzia di un grande naturalista, e più nello specifico nei cinque luminosi, entusiasmanti anni da lui trascorsi nello splendore di una Corfù selvaggia e lontana anni luce dalla grigia e umida Inghilterra che i Durrell si lasciano alle spalle.
Una storia d'altri tempi, certo. Una madre sola che può permettersi di partire armi e bagagli con i suoi quattro figli (tre maschi ed una ragazza) approdando dopo un lunghissimo viaggio in un mondo romanticamente caotico, dai ritmi talvolta sonnolenti, odoroso di sole e salsedine, cordiale e accogliente come solo le terre bagnate dal Mediterraneo, nelle sue varie sfaccettature, sanno essere.
Una famiglia atipica, bizzarra, dai tratti talvolta caricaturali, con una mamma affettuosa, dolcemente paziente, un tantino svampita e quattro figli ciascuno con il proprio carattere e le proprie ossessioni. Margot, adolescente bellissima e ossessionata dalla cura di sè; Larry, fratello maggiore ed in quanto tale col peso sulle spalle dell'essere per certi versi l'uomo di casa, letterato assennato fino a rendersi pedante e noioso; Leslie, rude ed appassionato di caccia, ed il piccolo Gerry, appunto, carico di tutto l'entusiasmo dei suoi dieci anni verso quel mondo nuovo e splendente.

Lui, che un giorno sarà quel Gerald Durrell che fonderà  la Durrell Wildlife Conservation Trust, dedicando la sua vita allo studio ed alla conservazione della biodiversità, ci accompagna nelle sue lunghe, oziose eppur pienissime giornate di scorribande attraverso l'isola e le sue meraviglie, con la compagnia del fedele cane Roger e dei tanti, straordinari personaggi che lo affiancheranno in questa  esperienza, dal bizzarro Spiro, che li prende sotto la sua ala protettrice assistendoli nei loro primi passi in terra greca, fino ai tanti precettori che si occuperanno di imbrigliare l'entusiasmo di Gerry affiancando alle sue scorribande sul campo un'educazione più tradizionale e teorica.
Il mondo in cui ci accompagna è un mondo meravigliosamente ricco di profumi intensi, di colori, di ronzare di insetti nei sonnolenti pomeriggi estivi e di inverni piovosi che tingono il mare di un blu plumbeo. Di piccole pozze d'acqua trasparente, che come scrigni di vetro custodiscono meravigliosi mondi in miniatura. Di mare azzurro venato di spruzzi color panna là dove si infrange sugli scogli. Di muretti di pietra scottati dal sole, uliveti che chiazzano d'ombra la terra brulla, fichi succosi addentati direttamente sotto la pianta. Di sentieri polverosi che si perdono nel frinire assordante delle cicale.
Di tante straordinarie creature che, ben presto, malgrado le proteste di Larry, finiranno per entrare a far parte della famiglia, occupando man mano gli spazi comuni delle tre case che li vedranno, nel corso degli anni, come residenti. Tartarughe, gufi, mantidi, perfino un enorme e ostile albatros: il mondo di Gerry è quello di un naturalista d'altri tempi, che anzichè osservare sul campo cattura, ingabbia, addomestica; ma siamo pur sempre negli anni '30, e bisogna essere indulgenti verso una visione dell' "essere naturalisti" che negli anni si è evoluta lentamente.
Una storia forse più descrittiva che d'azione, in cui poco accade dal punto di vista della trama ma molto, moltissimo se anzichè attendere eventi clamorosi e colpi di scena ci lasciamo coinvolgere dalle atmosfere, dalle emozioni, dalle descrizioni talmente minuziose che pare di sentire nelle narici l'odore dell'erba secca scaldata dal sole.
Matteo l'ha adorata al punto tale da commuoversi fino alle lacrime quando abbiamo finito, come accade ai lettori veri, quando incontrano un libro capace di coinvolgerli a tal punto che, nel chiuderli, si ha la sensazione di salutare dei cari amici. Con loro ha spesso sorriso, si è emozionato, ed insieme abbiamo spesso finito per cercare su google le immagini degli insetti che Gerry catturava e che credevamo di non conoscere, dalle tipule alle cetonie.
Per lui, Gerry, Larry e gli altri sono diventati questo: amici carissimi coi quali si è condiviso un viaggio straordinario, che ti verrebbe voglia di intraprendere di nuovo, ancora e ancora.

Ed ammetto anche io che, sera dopo sera, capitolo dopo capitolo, l'effetto era quello di riemergere da una sorta di tunnel spazio temporale, ritrovandomi smarrita in una cameretta buia, con la piccola abat-jour di ikea accesa, laddove fino ad un'istante prima mi sembrava di camminare su un sentiero pietroso perso tra gli uliveti.

UN ASSAGGIO:

"La primavera si immerse lentamente nei lunghi, caldi, assolati giorni d'estate tutti canori di cicale, stridule ed eccitate, che facevano vibrare l'isola coi loro gridi. Nei campi il granturco cominciava a gonfiarsi, mentre le seriche barbe, da castane si facevano di un biondo color burro; quando strappavi via l'involucro di foglie e piantavi i denti nei chicchi perlacei, il succo ti sprizzava in bocca come fosse latte. Sulle viti l'uva pendeva in piccoli grappoli macchiettati e caldi. gli ulivi sembravano piegarsi sotto il peso dei loro frutti, gocce levigate di giada verde tra le quali friniva il coro delle cicale. Negli aranceti, tra le foglie scure e lucenti, i frutti cominciavano a colorirsi, come se una vampata di rossore si spandesse sulle loro verdi pelli butterate."


giovedì 6 dicembre 2018

DINO BUZZATI - La boutique del mistero

DOVE: Italia
QUANDO: in diversi tempi, tra gli inizi del secolo scorso e gli anni '50.

Ancora a casa in maternità, continuo a sfruttare le lunghe sedute di allattamento per leggere ^_^ ; ed ho approfittato, tra le altre cose, per recuperare un autore dallo stile straordinario, scoperto ahimè troppo tardi.
Dino Buzzati è stato per anni solamente un nome allineato tra gli altri nomi su un piccolo scaffale a casa dei miei nonni - la libreria adiacente a quello che era stato il letto di mio padre da bambino, la stessa libreria a cui io mi affacciavo con curiosità infantile, innamorata com'ero dei libri e degli straordinari viaggi che essi contenevano, silenziosamente nascosti fra le pagine.
Dicevamo, dunque, Dino Buzzati. Poliedrico personaggio letterario, definito "il kafka italiano", autore straordinario rimasto ahimè accantonato, sebbene il suo stile e le atmosfere delle sue opere lo rendano tuttora godibile ed affascinante. Rimando come sempre a Wikipedia per approfondirne la vita e gli aspetti professionali; per quanto mi riguarda mi limito qui, come di consueto, a proporre una piccola proposta di viaggio ^_^, per coloro i quali volessero conoscerlo.
Tanti i titoli possibili; personalmente consiglio di iniziare da qui, da questa piccola raccolta di racconti brevi dal sapore surreale, talvolta amaramente ironico,spesso inquieto. Ben trentuno storie brevi, trentuno piccoli viaggi che in un certo senso mi hanno richiamato alla mente Paese d'Ottobre di Bradbury, con le loro atmosfere continuamente sospese a metà tra concreto e fantastico. Qui, con il suo stile dal sapore vintage ma dalla prosa diretta, semplice, dal grande impatto descrittivo, veniamo condotti per mano attraverso piccoli spicchi di un'Italia scomparsa: talvolta, in un mondo contadino ancora pregno di superstizioni (leggete per esempio Il cane che ha visto Dio; deliziosa e incredibilmente moderna descrizione di come talvolta la fede religiosa possa sfociare in risvolti amaramente ridicoli ), altre volte, nelle grandi metropoli ancora in fieri, in una fiera e decadente borghesia ancorata saldamente alle sue sciocche convenzioni, come in " Eppure battono alla porta".
Insomma, viaggiamo attraverso i tanti aspetti di un' Italia antica, sempre su quel filo sottile che separa la realtà dall'irrealtà, in una sorta di bruma nebbiosa che confonde i contorni delle cose finendo per smarrirci. In "Sette piani", ad esempio, veniamo rinchiusi in quella che appare una luminosa ed affidabile clinica, per ritrovarci poi invischiati in una storia claustrofobica ed angosciosa. In "Lo scarafaggio" veniamo invece trasportati in un appartamento cittadino come tanti, nel quale però in una notte silenziosa qualcosa di inquietante comincia ad aleggiare. Con "I Santi" veniamo poi trasportati al di fuori del tempo e dello spazio, in un piacevole paradiso in cui i santi che veneriamo vivono placide esistenze da impiegati - anche qui, una storia deliziosamente ironica sulle nostre esistenze piccole di uomini miseramente attaccati alle superstizioni. E ancora, in "Qualcosa era successo", di nuovo veniamo trasportati in una storia in cui l'angoscia va crescendo, rinchiusi in un treno che sferraglia correndo verso l'Italia meridionale.
Insomma, piccoli mondi racchiusi in poche pagine, ciascuno con la sua atmosfera, ciascuno con il suo sapore preziosamente "vintage" ciascuno con un messaggio senza tempo. Perchè lì, in quelle pagine, in quelle storie apparentemente scollate da ciò che è reale, Buzzati racconta noi, gli uomini di oggi come quelli di ieri, con le nostre convenzioni sociali, le nostre paure, soprattutto con la nostra fede religiosa che finiamo spesso per sfumare nella cieca superstizione. Ci sono le nostre paure, le inquietudini che celiamo nei meandri del nostro animo e che la mente gioca a tirar fuori quando, nel sonno, diventiamo più vulnerabili. Ci sono le nostre domande sul senso del nostro affannarci attorno alle piccolezze della vita, ci sono i nostri rancori covati per anni e la nostra struggente materialità.
Un autore che ha assolutamente ancora tanto, tanto da raccontarci.

PS: Per chi volesse, invece, qui ci interroghiamo sul senso dei lit-blog, sull'onda di un vecchio post degli Alberi da Libri...

Aggiornamento post 29/1/2019: ci tengo a segnalare su La Repubblica di ieri, un bellissimo articolo su questo autore, per tutti coloro che volessero approfondirne la conoscenza...

UN ASSAGGIO:

"Era sera e la campagna già mezza addormentata, dalle vallette levandosi lanugini di nebbia e il richiamo della rana solitaria che però subito taceva (l'ora che sconfigge anche i cuori di ghiaccio, col cielo limpido, l'inspiegabile serenità del mondo, l'odor di fummo, i pipistrelli e nelle antiche case i passi felpati degli spiriti), quand'ecco il disco volante si posò sul tetto della casa parrocchiale, la quale sorge al sommo del paese.
All'insaputa degli uomini che erano già rientrati nelle case, l'ordigno si calò verticalmente giù dagli spazi, esitò qualche istante, mandando una specie di ronzio, poi toccò il tetto senza strepito, come colomba. Era grande, lucido, compatto, simile ad una lenticchia mastodontica; e da certi sfiatatoi continuò ad uscire zufolando un soffio. Poi tacque e restò fermo, come morto.

giovedì 15 novembre 2018

GABRIEL GARCIA MARQUEZ - Cent'anni di Solitudine


DOVE: A Macondo, minuscolo e afoso villaggio sudamericano
QUANDO: a cavallo di un secolo, in un tempo non specificato tra la fine dell'800 e il '900



Parlando dell biografia di Frida Kahlo, più o meno un anno fa, ho scritto di come ci siano libri, per me, legati indissolubilmente ad eventi della mia vita, e di come quello sarebbe rimasto impresso della mia memoria come il libro che stavo leggendo quando ho scoperto di essere incinta prima, e che avrei avuto una bimba poi.
Ecco, allo stesso modo Cent'Anni di Solitudine di Gabriel Garcia Marquez - che avevo a dire la verità già letto anni fa, durante l'università - resterà il libro che mi ha accompagnato durante il travaglio.
Questa foto l'ho scattata a qualche ora dall'inizio dell'induzione, quando ero sola in ospedale con i primi doloretti e ingannavo il tempo cercando di concentrarmi sulla lettura. Era una sera di luglio calda e appiccicosa, perfetta per entrare nello spirito e nel clima di Macondo.
La trama è complessa, i personaggi sono tanti e intrecciati da parentele intricate, ma il viaggio è davvero impagabile (non a caso quest'opera valse al suo autore il Premio Nobel nel lontano 1982).
Dunque, Macondo e i Buendia. Il primo, uno sperduto villaggio nato per caso, per l'ostinata impenetrabilità delle foreste e delle paludi sudamericane che impedirono ai sognanti viaggiatori di giungere, come speravano, sulla costa. I secondi, una articolata famiglia che con la storia di Macondo è strettamente intrecciata fin dalla sua fondazione, una famiglia in cui le figure di spicco sono perlopiù le donne, dominate dalla tenacia e dalla passione, ciascuna con le proprie sfaccettature, mentre gli uomini, rimasti negli anni ancorati ad una bizzarra tradizione di battezzarli con i nomi di Josè Arcadio o Aureliano - o piccole variazioni sul tema - sembrano restare appesi non solo ad essi, ma anche ad alcuni stereotipati destini che ciclicamente sembrano condannarli all'isolamento mentale o fisico, alla rassegnazione, alla sconfitta.
Per comodità, a chi volesse partire per questo straordinario e lungo viaggio, consiglio di tenere a portata di mano una piccola guida genealogica alla famiglia Buendia, sul tipo di questa:

fonte: http://anna-lotus.tumblr.com/post/27555084597/albero-genealogico-famiglia-buendia-centanni-di

perchè facilmente si smarrisce la via, tra i contorti intrecci di passioni che sbocciano sotto il sole gocciolante di Macondo, e gli altrettanto contorti tentativi di nascondere - talora - le reali parentele per salvaguardare le convenzioni sociali. 
Albero genealogico alla mano, immergiamoci dunque in questo mondo afoso, umido, di case dalle porte spalancate per far circolare il vento sottile durante la siesta, di notti stellate e piene di passioni, di febbri divoranti, di piogge torrenziali che oscurano il villaggio per settimane, un piccolo microcosmo isolato dalla civiltà che, neanche tanto lontano, in quei lontani anni silenziosamente progredisce, e che a Macondo non arriva se non di striscio, portando con sè probabilmente tutto ciò che di peggio ha da offrire, a cominciare dai gringos che impiantano una fiorente industria bananiera retta sulle spalle degli operai locali, per passare alla sanguinosa repressione delle rivolte sociali, ed alla guerra.
Malgrado tutto, malgrado dunque il mondo insinui di tanto in tanto i suoi tentacoli di modernità fin nelle polverose strade di Macondo, richiedendo per esempio ai suoi allibiti abitanti di dipingere di azzurro le facciate delle abitazioni in ossequio ad una festa nazionale della quale questi ignorano perfino l'esistenza, o portando assieme ad una pianola - la prima che si fosse mai vista a Macondo, orgoglio di casa Buendia , un azzimato ed impeccabile professore di musica dai pantaloni attillati, presto divenuto scintilla di passioni ed ostilità mai sopite negli anni a venire, malgrado tutto ciò, dunque, nulla sembra mutare.
A tutte le bizzarrie del progresso, all'autorità del governo centrale, perfino alla guerra, Macondo resiste con sonnolenta pacatezza, con rassegnata noncuranza, lasciando correre ciò che deve correre e restando un piccolo universo a sè, orbitante intorno alle vicende straordinarie e sempre in bilico tra reale e irreale, della folta famiglia Buendia. 
A cominciare da Ursula, perno della casa e della famiglia, una donna tosta, fondatrice della città ed amministratrice instancabile della famiglia e della casa per oltre cento anni, oltre che ideatrice di una fiorente fabbrica di animaletti di caramello, unica industria nata sul suolo di Macondo prima dell'avvento dei gringos sudaticci. Dopo di lei, una fitta schiera di donne dalla bellezza sconvolgente, alcune sue dirette discendenti, altre prese sotto la sua ala protettrice ma tutte accomunate da un fascino quasi stregato, da personalità spesso bizzarre, dalla capacità di tenersi ostinatamente attaccate alle passioni che ardono loro nel petto. E, accanto ad esse, gli uomini, con le loro piccole fissazioni maniacali, con la loro passione per i prodigi portati in città dalle carovane di zingari, con la loro capacità di amare appassionatamente le donne più belle, conquistandole anche quando sembrano irragiungibili, con la loro solitudine atavica, con il dolore che si portano appresso come un karma. 
Tra suggestive atmosfere tropicali, tra spettri che aleggiano per secoli incatenati nel cortile di casa, tra morbide canzoni malinconiche cantate nelle notti umide dagli schiavi caraibici trapiantati a Macondo affinchè lavorino per i gringos, tra le cruente lotte intestine fra le donne della famiglia, ed i segreti che alcune di esse celano negli anni, in Cent'Anni di Solitudine si attraversa un secolo di vita surreale, poetica, evocativa.
Come in L'Amore ai Tempi del Colera, tutto pare sospeso in una bolla fuori dal tempo, che talvolta sfiora il mondo reale per poi riprendere il volo verso quello impalpabile delle leggende, degli spiriti, delle superstizioni. Manco a dirlo, un capolavoro.

UN ASSAGGIO:

" Jose Arcadio Buendia ci mise parecchio a rimettersi dalla perplessità quando uscì in strada e vide la folla. Non erano zingari, Erano uomini e donne come loro, coi capelli sciolti e la pelle scura, che parlavano nella loro stessa lingua e si lamentavano degli stessi dolori. Avevano mule cariche di cose da mangiare, carrette da buoi con mobili e utensili domestici, puri e semplici accessori terrestri messi in vendita senza smancerie dagli imbonitori della realtà quotidiana. Venivano dall'altra parte della palude, a due soli giorni di viaggio, dove c'erano villaggi che ricevevano la posta tutti i mesi e conoscevano le macchine del benessere. Ursula non aveva raggiunto gli zingari, ma aveva trovato la strada che suo marito non aveva potuto scoprire nella sua vana ricerca delle grandi invenzioni.

lunedì 22 ottobre 2018

JOHNATAN COE - La Famiglia Winshaw



DOVE: Inghilterra
QUANDO: tra gli anni '80 ed i primi anni '90

Dunque, rieccomi qui. Un ritaglio di tempo rubato tra le attività domestiche, lei che sonnecchia tranquilla nella sua culla, accanto a me, fuori dalla finestra l'autunno che lacrima grigio contro i vetri.
L'ennesima pausa di qualche mese durante la quale sono stata lontana dal blog perchè la vita ha reclamato tutte le mie attenzioni, ma ne valeva la pena; come ho scritto, la bambina è nata con una settimana di ritardo, tutto è andato bene ed ho trascorso tre mesi godendomi lei e il fratello, malgrado il caldo.
Ora che lui è a scuola, finalmente riprendo le fila del blog, anche se delle tante idee che mi ronzano per la testa (anche per sviluppare meglio la sua "costola", Le Cartoline di Mete d'Inchiostro ) per ora non credo di riuscire a fare molto, perciò ricominciamo dalle cose semplici: i miei piccoli resoconti di viaggio.
In questi mesi di letture molto diluite, riservate ai momenti in cui ho lei attaccata al seno e sono sola, ho perso e riperso spesso il filo e sono riuscita a portare avanti solamente due letture. La prima, eccola qui: La Famiglia Winshaw, di Jonathan  Coe.
Di lui ho adorato La Banda dei Brocchi (qui la recensione), uno straordinario e malinconico viaggio nell'Inghilterra degli anni Settanta. Con I terribili segreti di Maxwell Sim, invece, Coe mi aveva accompagnato in un viaggio di tutt'altro sapore, in una storia apparentemente sonnolenta che poi, sul finale, si srotolava in un inatteso colpo di scena.
Anche qui, i ritmi sono perlopiù lenti, in una storia che si dipana in un intricata successione di flashback e presente, resa ancor più complessa dal fatto che le storie da seguire sono tante, una per ciascuno dei componenti della facoltosa famiglia Winshaw, appunto.
Ma chi sono, questi Winshaw? Altezzosi, ipocriti, meschini, arrivisti. I protagonisti di questa storia non possono che non risultare insopportabili, nella loro ostinata tendenza ad incarnare quanto di peggio la società possa proporre. Ricchi, ricchissimi, i giovani rampolli della dinastia nata da Matthew e Frances, hanno davanti a sè le infinite possibilità che una vita agiata possa offrire, e ne usufruiscono arrampicandosi, negli anni, qua e là, nei posti più "strategici" della società, senza guardare in faccia nessuno e senza farsi tanti problemi nell'eliminare più o meno apertamente coloro che intralciano loro la strada. C'è la giornalista senza scrupoli. Il politico. L'imprenditrice - titolare di un agghiacciante allevamento bovino. Il direttore di banca. Insomma, la tela dei Winshaw tesse una fitta rete che tocca le posizioni strategiche. E se l'impressione che danno al mondo sia quella di gente scorretta ed arrivista, quello che nascondono è anche peggio. Ed ecco che entra in gioco un modesto scrittore di romanzi, Micheal Owen, al quale viene inspiegabilmente assegnato l'incarico complesso di scrivere la biografia della famiglia. Chi lo chiede è un membro della famiglia stessa, anche se per certi versi ne è un "outsider": la vecchia ed eccentrica Tabitha, rinchiusa in una clinica psichiatrica e bollata come pazza per via della sua costante, granitica ossessione che la morte durante il secondo conflitto mondiale del compianto fratello Godfrey, appena trentaduenne, fosse stata causata dalle trame oscure del fratello Lawrence.
Michael, di carattere poco socievole, insicuro, tutt'altro che ambizioso e arrivista, impantanato in una vita insoddisfacente eppure incapace di darle una svolta si addentra con un certo zelo nell'incarico, cercando di dipanare le fila della monumentale storia della famiglia.
Tra Londra e la scura e solitaria magione dei Winshaw immersa in un parco silenzioso, questa storia ci catapulta nel pieno degli anni '80, gli anni in cui la Thatcher prendeva le redini della Gran Bretagna e Saddam Hussein era il volto di un'Iraq bellicoso e temibile.
Un racconto non semplice da seguire, con parecchi riferimenti storici e politici concreti, con un continuo intrecciarsi di tempi e luoghi, ma che alla fine si srotola per culminare - come accade per la storia di Maxwell Sim - in un finale che scoppietta rapido e inatteso come un petardo.
La storia è lenta, il mondo in cui ci trasporta è perlopiù cupo e cinico, dominato dagli interessi economici e con ben poco spazio per l'amore, relegato a impalpabile meteora nella vita della gente semplice, perchè nel mondo della gente di successo come i Winshaw, non si perde tempo coi sentimenti, quando i possono combinare, con un po' di calcolo, matrimoni fruttuosi.
La storia è amara, rabbiosa, malsana; uno di quei libri da cui si riemerge a tentoni, come dalla pece, con un senso di disgusto. Eppure un viaggio che vale la pena fare, perchè illumina un certo lato oscuro della società che esiste ed è sempre esistito: quello di chi "conta", di chi decide, di chi ha soldi e potere e se li tiene stretti pur consapevole di aver sacrificato ad essi il proprio lato umano.

UN ASSAGGIO:

"Era una zona tranquilla e scarsamente illuminata, di squallide e lugubri case, precedute da giardinetti maltenuti, e a quell'ora di notte, non c'era traccia di vita: solo qualche gatto in fuga, che ci tagliava la strada. Sarà stato l'alcol o l'entusiasmo per la serata riuscita - così almeno la vedevo io - ma mi sentii inebriato d'una nuova, esaltante atmosfera, foriera di altri momenti come quelli o persino più bellu, e mi venne dar voce, senza peraltro lasciarmene sopraffare, all'ottimismo sfrenato che mi aveva invaso.
'Spero che ci capitino altre occasioni come queste' balbettai. 'Non mi divertivo così tanto da... beh, dall'alba dell'uomo, diciamo.'
'Sì, è stato bello. Molto bello.' Ma c'era una sorta di esitazione nelle parole di Fiona, e non fui sorpreso quando avvertii nella sua voce il tono caratteristico di chi si prepara a rettificare. 'Solo, non voglio che tu pensi... guarda, non so proprio come dirtelo'
'Continua' dissi, vedendola incerta.
'Beh, non me la sento più di salvare le persone. Tutto qui. Voglio solo che sia chiaro questo.' "

martedì 2 ottobre 2018

PICCOLA PAUSA ^_^





A malincuore, continuo a lasciare in pausa il mio blog, anche se spero ancora per poco... La ragazza è nata il 13 luglio, in ritardo sulla data presunta e un giorno dopo il mio compleanno ^_^; giusto il tempo di rodare un po' le nuove routine, gestire lei, il fratello, un compagno, cane e micioni, e siamo arrivati a settembre, con la scuola, il karate e piccole grandi grane burocratiche.
Ma le letture, ovviamente, continuano ^_^, e spero presto di tornare qui, nel mio angolino virtuale, a condividere i miei viaggi.
Appena le poppate si diraderanno quel tanto che basta ad avere tempo per scrivere ^_^.
A prestissimo!

sabato 30 giugno 2018

ANTONIO TABUCCHI - Sostiene Pereira

DOVE: Lisbona, Portogallo
QUANDO: estate del 1938

Eccomi qui, dopo una pausa di alcune settimane; ahimè, giugno è stato frenetico, la scuola è terminata, la gravidanza progredisce (meno di una settimana allo scadere del tempo) lasciandomi sempre più appesantita e stanca ed emozionata, e per un insieme di cose non ho più trovato il tempo di aprire il computer e dedicarmi al mio angolo letterario.
Inoltre, essendo uscita molto di meno e trovandomi al contempo a dover fronteggiare tutta una serie di spese, per il momento ho accantonato le spese "libresche" riversandomi sulla mia meravigliosa, piccola libreria personale e recuperando vecchie letture.
Il mio primo ripescaggio, dunque, è stato questo: un libro che mi aveva tanto emozionato allora e non ha mancato di farlo neanche oggi, a distanza di tanti anni.
Un piccolo capolavoro di storia che prende spunto - ci dice l'autore in una breve postfazione - dalla storia vera di un giornalista trovatosi, suo malgrado, a camminare su quel sottile confine che c'è tra l'accettazione rassegnata del fatto che la Storia è più grande di noi, e stritola nei suoi ingranaggi coloro che tentano di opporvisi, e il disperato tentativo di fare comunque qualcosa, qualunque cosa. Una storia che parla del coraggio inaspettato che infiamma talvolta proprio quelli che sembravano meno eroici, meno inclini ai colpi di testa, più docili, ecco.
Come, appunto, il dottor Pereira, placido vedovo di mezza età e direttore della pagina culturale del Lisboa, cardiopatico, abitudinario, che in una Lisbona rovente sotto il sole d'agosto srotola quotidianamente i piccoli rituali della sua vita senza pretese. La colazione al Cafè Orquidea, e le poche chiacchiere col cameriere Manuel. Le silenziose conversazioni quotidiane col ritratto della moglie defunta, alla quale continua a rivolgersi con un amore che sfiora la devozione. Il viaggio andata e ritorno da casa alla sua solitaria redazione. Le letture.
Una vita, insomma, assolutamente tranquilla, imperturbabile. Eppure siamo nell'agosto del 1938, e sotto il rovente sole di Lisbona c'è qualcosa che sembra ribollire. I giornali ufficiali non ne parlano, ma si vocifera che cose strane stiano accadendo, che le forze dell'ordine si siano fatte improvvisamente violente, che la censura inizi a pressare in modo soffocante i mezzi d'informazione, che sulla scia di quanto sta accadendo nella vicina Spagna ed in Italia, anche nel tranquillo Portogallo la democrazia inizi a vacillare.
Ma di tutto questo, al dottor Pereira, importa poco. Lui, attento a non uscire dal rassicurante tracciato della sua vita, a parte le poche informazioni scambiate con Manuel mentre sorseggia la sua limonata ghiacciata, evita accuratamente di occuparsi di politica. D'altronde, si dice, il mio compito è dirigere la pagina culturale settimanale di un giornale indipendente, cosa ha a che fare con me ciò che sta accadendo nel mondo? E, preoccupandosi piuttosto di arginare il sudore che impregna la sua camicia, si occupa maniacalmente di gestire la sua piccola redazione, della quale peraltro egli è l'unico e solo componente, pianificando di affiancare alla rubrica dedicata alle Ricorrenze un'attività di preparazione e stesura di necrologi dedicati ai grandi autori contemporanei, da tenere pronti in archivio per esser certi di uscire in tempo, al momento del bisogno.
Ed è qui, ahimè, che il diavolo rimescola le carte costringendo il placido Pereira a guardare negli occhi la storia. Perchè a chi decide di affidare la rubrica, il piccolo, umile direttore? Al giovane e pallido Francesco Monteiro Rossi, filosofo autore di un brillante saggio sulla morte che Pereira legge per puro caso e che decide di contattare affinchè lo affianchi come apprendista.
Peccato che, ben presto, Monteiro Rossi si riveli tutt'altro che l'affidabile giornalista che Pereira sognava per la sua redazione. Perchè il giovanotto - che chiede una paga anticipata, trovandosi in difficoltà - scrive articoli inutilizzabili, sparisce più volte nel nulla per settimane, riappare con la splendida fidanzata Marta chiedendo di nuovo soldi, sempre più pallido, sempre più agitato.
Ed è a questo punto che il calmo, metodico, quieto Pereira comincia a dubitare, riflettere su ciò che sta accadendo, trovandosi ben presto ad un bivio.
Un racconto straordinariamente vivo, tanto che sembra di essere lì, sotto un cielo sgombro di nubi, ad arrancare  in tram assieme a Pereira per le strade ardenti di Lisbona, zuppi di sudore, col conforto di una limonata non zuccherata e di quiete conversazioni con un ritratto muto, in una vita solitaria, pacata, volutamente discosta da tutto ciò che richieda impegno politico, scelte impegnative, colpi di testa.
Una storia stupenda di come la Storia, quella con la S maiuscola che poi finisce stampata sui libri di scuola, si insinui con la forza dirompente di un liquido negli spiragli che trova aperti, travolgendo le vite dei singoli, costringendoli a guardarla negli occhi e a guardare negli occhi loro stessi, decidendo il loro destino.
Uno dei viaggi più straordinari che la letteratura mi ha regalato in questi anni da lettrice vorace. La penna di Tabucchi sa trasferirci nella Lisbona degli anni '30 con la potenza di una rappresentazione olografica.
Accanto a tanti libri che - giustamente - vengono raccomandati agli studenti per la comprensione degli anni forse più bui della nostra storia moderna, ritengo sarebbe opportuno dare spazio anche a questo, che più di tutti si pone l'immenso, dilaniante quesito: e noi, cosa avremmo fatto?

UN ASSAGGIO:

"Disse così, sostiene, perchè non voleva invitare una persona sconosciuta in quella squallida stanzetta di Rua Rodrigo da Fonseca, dove ronzava un ventilatore asmatico e dove c'era sempre puzzo di fritto a causa della portiera, una megera che guardava tutti con aria sospettosa e non faceva altro che friggere. E poi non voleva che lo sconosciuto si accorgesse che la redazione culturale del Lisboa era solo lui, Pereira, un uomo che sudava dal caldo e dal disagio in quel bugigattolo, e insomma, sostiene Pereira, gli chiese se potevano incontrarsi in città,e  lui, Monteiro Rossi, gli disse: Stasera, in Praca da Alegria, c'è un ballo popolare con canzoni e schitarrate, io sono stato invitato a cantare una romanza napoletana, sa io sono mezzo italiano ma il napoletano non lo conosco, comunque il proprietario del locale mi ha riservato un tavolino all'aperto, sul mio tavolino c'è un cartellino con scritto 'Monteiro Rossi', che ne dice se ci vediamo là? E Pereira disse di sì, sostiene, riattaccò la cornetta, si asciugò il sudore, e poi gli venne una magnifica idea, di fare una breve rubrica intitolata 'Ricorrenze', e pensò di pubblicarla subito per il prossimo sabato, e così, quasi macchinalmente, forse perchè pensava all'Italia, scrisse il titolo: Due Anni fa Scompariva Luigi Pirandello."