sabato 30 giugno 2018

ANTONIO TABUCCHI - Sostiene Pereira

DOVE: Lisbona, Portogallo
QUANDO: estate del 1938

Eccomi qui, dopo una pausa di alcune settimane; ahimè, giugno è stato frenetico, la scuola è terminata, la gravidanza progredisce (meno di una settimana allo scadere del tempo) lasciandomi sempre più appesantita e stanca ed emozionata, e per un insieme di cose non ho più trovato il tempo di aprire il computer e dedicarmi al mio angolo letterario.
Inoltre, essendo uscita molto di meno e trovandomi al contempo a dover fronteggiare tutta una serie di spese, per il momento ho accantonato le spese "libresche" riversandomi sulla mia meravigliosa, piccola libreria personale e recuperando vecchie letture.
Il mio primo ripescaggio, dunque, è stato questo: un libro che mi aveva tanto emozionato allora e non ha mancato di farlo neanche oggi, a distanza di tanti anni.
Un piccolo capolavoro di storia che prende spunto - ci dice l'autore in una breve postfazione - dalla storia vera di un giornalista trovatosi, suo malgrado, a camminare su quel sottile confine che c'è tra l'accettazione rassegnata del fatto che la Storia è più grande di noi, e stritola nei suoi ingranaggi coloro che tentano di opporvisi, e il disperato tentativo di fare comunque qualcosa, qualunque cosa. Una storia che parla del coraggio inaspettato che infiamma talvolta proprio quelli che sembravano meno eroici, meno inclini ai colpi di testa, più docili, ecco.
Come, appunto, il dottor Pereira, placido vedovo di mezza età e direttore della pagina culturale del Lisboa, cardiopatico, abitudinario, che in una Lisbona rovente sotto il sole d'agosto srotola quotidianamente i piccoli rituali della sua vita senza pretese. La colazione al Cafè Orquidea, e le poche chiacchiere col cameriere Manuel. Le silenziose conversazioni quotidiane col ritratto della moglie defunta, alla quale continua a rivolgersi con un amore che sfiora la devozione. Il viaggio andata e ritorno da casa alla sua solitaria redazione. Le letture.
Una vita, insomma, assolutamente tranquilla, imperturbabile. Eppure siamo nell'agosto del 1938, e sotto il rovente sole di Lisbona c'è qualcosa che sembra ribollire. I giornali ufficiali non ne parlano, ma si vocifera che cose strane stiano accadendo, che le forze dell'ordine si siano fatte improvvisamente violente, che la censura inizi a pressare in modo soffocante i mezzi d'informazione, che sulla scia di quanto sta accadendo nella vicina Spagna ed in Italia, anche nel tranquillo Portogallo la democrazia inizi a vacillare.
Ma di tutto questo, al dottor Pereira, importa poco. Lui, attento a non uscire dal rassicurante tracciato della sua vita, a parte le poche informazioni scambiate con Manuel mentre sorseggia la sua limonata ghiacciata, evita accuratamente di occuparsi di politica. D'altronde, si dice, il mio compito è dirigere la pagina culturale settimanale di un giornale indipendente, cosa ha a che fare con me ciò che sta accadendo nel mondo? E, preoccupandosi piuttosto di arginare il sudore che impregna la sua camicia, si occupa maniacalmente di gestire la sua piccola redazione, della quale peraltro egli è l'unico e solo componente, pianificando di affiancare alla rubrica dedicata alle Ricorrenze un'attività di preparazione e stesura di necrologi dedicati ai grandi autori contemporanei, da tenere pronti in archivio per esser certi di uscire in tempo, al momento del bisogno.
Ed è qui, ahimè, che il diavolo rimescola le carte costringendo il placido Pereira a guardare negli occhi la storia. Perchè a chi decide di affidare la rubrica, il piccolo, umile direttore? Al giovane e pallido Francesco Monteiro Rossi, filosofo autore di un brillante saggio sulla morte che Pereira legge per puro caso e che decide di contattare affinchè lo affianchi come apprendista.
Peccato che, ben presto, Monteiro Rossi si riveli tutt'altro che l'affidabile giornalista che Pereira sognava per la sua redazione. Perchè il giovanotto - che chiede una paga anticipata, trovandosi in difficoltà - scrive articoli inutilizzabili, sparisce più volte nel nulla per settimane, riappare con la splendida fidanzata Marta chiedendo di nuovo soldi, sempre più pallido, sempre più agitato.
Ed è a questo punto che il calmo, metodico, quieto Pereira comincia a dubitare, riflettere su ciò che sta accadendo, trovandosi ben presto ad un bivio.
Un racconto straordinariamente vivo, tanto che sembra di essere lì, sotto un cielo sgombro di nubi, ad arrancare  in tram assieme a Pereira per le strade ardenti di Lisbona, zuppi di sudore, col conforto di una limonata non zuccherata e di quiete conversazioni con un ritratto muto, in una vita solitaria, pacata, volutamente discosta da tutto ciò che richieda impegno politico, scelte impegnative, colpi di testa.
Una storia stupenda di come la Storia, quella con la S maiuscola che poi finisce stampata sui libri di scuola, si insinui con la forza dirompente di un liquido negli spiragli che trova aperti, travolgendo le vite dei singoli, costringendoli a guardarla negli occhi e a guardare negli occhi loro stessi, decidendo il loro destino.
Uno dei viaggi più straordinari che la letteratura mi ha regalato in questi anni da lettrice vorace. La penna di Tabucchi sa trasferirci nella Lisbona degli anni '30 con la potenza di una rappresentazione olografica.
Accanto a tanti libri che - giustamente - vengono raccomandati agli studenti per la comprensione degli anni forse più bui della nostra storia moderna, ritengo sarebbe opportuno dare spazio anche a questo, che più di tutti si pone l'immenso, dilaniante quesito: e noi, cosa avremmo fatto?

UN ASSAGGIO:

"Disse così, sostiene, perchè non voleva invitare una persona sconosciuta in quella squallida stanzetta di Rua Rodrigo da Fonseca, dove ronzava un ventilatore asmatico e dove c'era sempre puzzo di fritto a causa della portiera, una megera che guardava tutti con aria sospettosa e non faceva altro che friggere. E poi non voleva che lo sconosciuto si accorgesse che la redazione culturale del Lisboa era solo lui, Pereira, un uomo che sudava dal caldo e dal disagio in quel bugigattolo, e insomma, sostiene Pereira, gli chiese se potevano incontrarsi in città,e  lui, Monteiro Rossi, gli disse: Stasera, in Praca da Alegria, c'è un ballo popolare con canzoni e schitarrate, io sono stato invitato a cantare una romanza napoletana, sa io sono mezzo italiano ma il napoletano non lo conosco, comunque il proprietario del locale mi ha riservato un tavolino all'aperto, sul mio tavolino c'è un cartellino con scritto 'Monteiro Rossi', che ne dice se ci vediamo là? E Pereira disse di sì, sostiene, riattaccò la cornetta, si asciugò il sudore, e poi gli venne una magnifica idea, di fare una breve rubrica intitolata 'Ricorrenze', e pensò di pubblicarla subito per il prossimo sabato, e così, quasi macchinalmente, forse perchè pensava all'Italia, scrisse il titolo: Due Anni fa Scompariva Luigi Pirandello."

domenica 3 giugno 2018

SUSANNA TAMARO - Và dove ti porta il cuore



DOVE: in una grande, solitaria casa nel Carso
QUANDO: anni'90

Quanto ho amato questo libro, non so esprimerlo, credo, a parole. L'ho amato come lo hanno amato molte adolescenti degli anni'90, l'ho letto evidenziandone i passaggi che più mi colpivano, ricopiandoli poi nelle pagine della Smemoranda, straripante di queste e di altre citazioni.
Erano tempi diversi, senza instagram nè facebook, fatti di carta, evidenziatori colorati e di diari che raddoppiavano di volume sotto la spinta di cartoline, biglietti del cinema, foto.
Ecco, è in quel mondo lì che ha visto la luce questo piccolo classico - posso permettermi di chiamarlo classico, anche se le generazioni successive forse non lo avranno mai letto? - a metà tra il romanzo fine a sè stesso e la filosofia "leggera".
Qualche tempo fa l'ho visto riapparire sotto forma di recensione in un blog ( ahimè, mi scuso con l'autore ma ho completamente rimosso di quale blog si trattasse ) e mi sono detta: ecco un altro titolo da recuperare e rileggere adesso.
All'epoca ero una figlia ( e una nipote), oggi sono passata dalla parte opposta della barricata e sono innanzitutto una mamma; l'idea era di intraprendere di nuovo questo viaggio a metà tra fisico e psiche, per vedere semplicemente l'effetto che fa. Manco a dirlo, ora come allora, l'ho amato. Con una nuova consapevolezza, certo, con occhi nuovi su certe sfaccettature; ma indubbiamente non ne sono rimasta delusa.
La storia è quella di tre generazioni di donne. La prima, quella della nonna, voce narrante nonchè figlia di una famiglia borghese dell'estremo nord Italia, formata come tutta la sua generazione dal dolore della guerra e da un'educazione rigida focalizzata sulle apparenze più che sull'affetto.
La seconda, quella della figlia di lei, turbolenta rappresentante della ribellione giovanile degli anni '70, dell'inquietudine, dei "tempi nuovi" che hanno visto la luce dopo le macerie della guerra e dopo il boom economico. L'ultima, quella della nipote, una giovane degli anni '90 emigrata negli USA in cerca di esperienze, voce muta eppure presente attraverso le parole ed i ricordi della nonna.
Tre generazioni che si intrecciano, si sovrappongono e si allontanano, ciascuna sotto la spinta del proprio modo d'essere, e che la nonna cerca di riunire - se non fisicamente, almeno emotivamente - scrivendo alla nipote una lunga lettera.
Una lettera che sgorga spontanea dal suo cuore, nella quale i ricordi si ammucchiano e si dipanano senza necessariamente seguire il filo cronologico, spinti dall'urgenza dei sentimenti contrastanti che la animano mentre cerca di spiegare alla nipote lontana la storia di lei, e delle donne della sua famiglia.
Noi siamo con lei, in una immensa villa nel ventoso inverno del Carso, una casa divenuta improvvisamente troppo grande e troppo silenziosa, nella quale lei, con la sola compagnia del cane Buck e dei suoi ricordi, si aggira ricostruendo la sua esistenza, mettendo nero su bianco aneddoti della sua vita, cercando di spianare le incomprensioni con la nipote riportando alla luce ricordi dei loro anni insieme, anni sereni e splendenti nei quali erano state unite, ma non solo.
Perchè con uno straordinario coraggio, la nonna decide di aprirle completamente il suo cuore, raccontandole finalmente un segreto che portava sepolto nell'animo da anni, un segreto pieno di spine che aveva dovuto inghiottire in nome di una rispettabilità borghese che negli anni '90 già cominciava a scricchiolare come concetto.
Una storia straordinaria che ha come voce narrante quella pacata di una donna anziana, la quale lontana ormai dai tumulti rabbiosi della giovinezza ripercorre passo a passo la sua vita, i suoi errori, cercando di fare luce negli angoli bui e di dare alla giovane nipote proiettata verso quel futuro che a lei sta sfuggendo dalle mani delle solide basi sulle quali costruire la donna che sceglierà di diventare.
Una storia delicata che spinge a riflettere sulle convenzioni, su ciò che davvero conta nella vita, sulle scelte, sul tempo che scorre e che non torna indietro.
Sulle fratture che talvolta si creano tra un essere umano e l'altro, e che non sempre si riescono a sanare.


UN ASSAGGIO:

"Per mio padre, come per mia madre, i figli prima di ogni altra cosa erano un dovere mondano. Tanto trascuravano il nostro sviluppo interiore, altrettanto trattavano con rigidità estrema gli aspetti più banali dell'educazione. Dovevo sedermi dritta a tavola con i gomiti vicino al corpo. Se, nel farlo, dentro di me pensavo soltanto al modo migliore di darmi la morte, non aveva nessuna importanza. L'apparenza era tutto, al di là di essa esistevano soltanto cose sconvenienti.
Così sono cresciuta con il senso di essere qualcosa di simile ad una scimmia da addestrare bene e non un essere umano, una persona con le sue gioie, i suoi scoramenti, il suo bisogno di essere amata. Da questo disagio molto presto è nata dentro di me una grande solitudine, una solitudine che con gli anni è diventata enorme, una specie di vuoto pneumatico nel quale mi muovevo con i gesti lenti e goffi di un palombaro."

mercoledì 30 maggio 2018

AA VV - I Confini della Realtà

DOVE e QUANDO: non sempre specificato, spesso in un'Italia contemporanea o in un futuro immaginario

Ecco un ennesimo caso di libro in cui mi imbatto per caso, frugando su una bancarella di libri usati.
Più e più volte ho detto di come il racconto non sia un genere a me congeniale, lasciandomi perlopiù con un senso di insoddisfazione di fronte a finali spesso frettolosi; ma più e più volte ho anche detto che, quando il racconto si addentra in mondi particolari, atmosfere noir, o horror, o fantascientifiche, trovo che al contrario diventi un genere interessante, e che spesso dia origine a vere e proprie piccole "chicche".
Ultimo in ordine cronologico tra le mie letture era stato Ray Bradbury, tanto per citarne uno.
In questo caso, invece, sono una serie di autori italiani (Licia Troisi, Violetta Bellocchio, Tullio Avoledo solo per citarne alcuni) ad accompagnarci attraverso un viaggio in un'Italia diversa da quella che conosciamo. Un'Italia in cui manco a dirlo accadono fatti misteriosi, inquetanti, a filo del paranormale. O, addirittura, un'Italia in cui la realtà che vediamo e percepiamo è completamente distorta rispetto al vero.
Il richiamo, già dal titolo, è evidente: la fortunata serie USA "Ai Confini della Realtà" ( "The Twilight Zone", se non avete mai avuto occasione di guardarla fatelo, se amate il genere, non resterete delusi) , nella quale in ogni puntata si raccontava una storia dal sapore surreale, angosciante, inquietante, paranormale, fantascientifico e chi più ne ha, più ne metta, dando vita a piccole "perle" di microcinema da gustarsi nell'arco di una mezz'ora,  credo, o poco più.
Ripeto, se amate il genere (io da buona teenager anni'90 ho divorato quasi tutte le serie di X-Files) e non avete avuto modo di guardarla, fatelo. Spesso la RAI la rimette in onda, specialmente nel periodo estivo ^_^.
Dunque, dicevamo, la strana e inquieta Italia attraverso cui questi autori ci portano in viaggio.
Talvolta, come in "L'Odore" di Carla Vangelista, il viaggio è più nella mente e nella psiche di un uomo malato. Altre volte, come in "Lo zoo di Schroedinger" di Tullio Avoledo, ci ritroviamo in una sorta di ghetto allucinato, malsano, popolato da personaggi non completamente umani.
Altre ancora, come in "Plastic" di Chiara Palazzolo, ci muoviamo attraverso l'afa asfaltata di una Roma contemporanea, nella quale però ben presto alcune cose cominciano a non tornare.
Difficile riassumere qui in maniera sintetica i tanti sapori e le tante ambientazioni proposte dagli autori. Dieci capitoli, altrettante penne che magistralmente creano questi mondi stravolti, dieci differenti atmosfere. Tra città afose e placidi paesaggi di campagna, da Nord a Sud, tra mondi paralleli, strane presenze, leggende metropolitane, l'esilissimo confine tra reale e irreale viene varcato e rivarcato più volte, accompagnandoci in un viaggio scorrevole, gustoso, rilassante seppure con qualche colpo di scena.
Una evasione a tutti gli effetti dal mondo reale, per tanti piccoli viaggi in altrettanti bizzarri universi, ciascuno con la propria, avvolgente atmosfera, ciascuno perfettamente chiuso in sè stesso, ciascuno ricco di suspance e di curiosità.
Personalmente, a parte un paio di storie che ho trovato meno "entusiasmanti", ho amato molto tutti i capitoli. E, ovviamente, tanti spunti di lettura a cui attingere, nel caso in cui qualcuno degli autori risultasse un "nuovo incontro".

Un libro da non perdere, se amate il genere.


UN ASSAGGIO:

"E' all'altezza del lungotevere Flaminio, poco prima di imboccare il ponte, che Plasty nota la signora. Capelli corti, arruffati. Spessi occhiali da vista. Pantaloni dall'aria trasandata. Come lei, del resto. La tipica vecchia signora di mezza età. Ma per Plasty, che compirà ventinove anni in giugno, tutte le signore con i capelli grigi sono vecchie. E poi questa ha il bastone.
Un bastone di legno poggiato a lato del sedile dell'autobus.
La signora deve aver detto qualcosa, per questo Plasty l'ha notata. O forse ha bofonchiato. O solo sbuffato, strappando Plasty alla lettura degli annunci immobiliari del quotidiano che tiene in mano.
E che farebbe a meno di spulciare, se non fosse per questi stronzi della Sa.Va.Te Inc., che si sono messi in testa di dismettere il loro patrimonio immobiliare, buttando Plasty in mezzo a una strada."

mercoledì 23 maggio 2018

PAUL KALANITHI - Quando il Respiro si fa Aria

DOVE: tra l'Arizona e Stanford, USA
QUANDO: anni'2000

Comprai questo libro tempo fa, lasciandolo poi a lungo nel cassetto, perplessa. Chi me lo aveva consigliato me ne aveva parlato in termini straordinari, eppure io temevo di andarmi ad impelagare in una storia strappalacrime, soffocante, intrisa di dolore.
D'altronde, qui si parla di un uomo - un giovane uomo, anzi, un giovane, brillante e promettente specializzando in neurochirurgia - che si trova a dover fare i conti con una diagnosi che non lascia scampo. Un cancro al polmone sta lentamente divorando il suo corpo, e con esso tutta la sua vita. La sua carriera di medico. Il suo matrimonio. Le sue speranze.
Si tratta, oltretutto, di una storia vera, verissima, raccontata dalla viva voce del protagonista, assieme al quale ripercorriamo le tappe salienti della sua breve vita, spaccata a metà come da una immensa diga proprio da quella diagnosi tremenda: da un lato gli anni spensierati della giovinezza, lo studio, il sogno di diventare medico. Dall'altro i tremendi dolori con cui il giovane chirurgo combatte e convive, lo stomaco rivoltato dalla chemio, la spossatezza, gli occhi dei familliari e delle persone amate che fissano addolorati ed impotenti il suo lento declino.
Dicevo, premettendo tutto questo ho atteso un po', prima di avventurarmi in questo viaggio, perchè temevo di ritrovarmi invischiata in un dolore che non avrei saputo gestire - e che avrei pianto fiumi di lacrime, come mi era accaduto con lo splendido Gramellini.
Invece, sorprendentemente, qui non ho trovato traccia di tutto questo. E' un libro, questo è vero, in cui si parla di morte e di dolore; eppure è un libro che ti scorre tra le mani lieve come una farfalla, pieno di poesia, di positività, della razionale e serena accettazione di ciò che è.
Assieme al dottor Kalanithi riviviamo la sua giovinezza, gli anni delgi studi, la sua passione per la scrittura soppiantata poi da una nuova, nascente passione per la medicina - e la neurochirurgia, in particolare - vista soprattutto come strumento per praticare l'empatia, ed aiutare i pazienti anche e soprattutto sotto il profilo umano.
Un uomo pieno di passione, che vede davanti a sè gli ultimi, faticosi gradini di specializzando in neurochirurgia, cominciando a raccogliere i frutti di tanto sudato lavoro. Un medico giovane, brillante, abilissimo chirurgo nonchè pieno di umanità, desideroso di approfondire ancor più le sue conoscenze affiancando gli studi di neurobiologo alla già impegnativa attività di medico ospedaliero.
Un uomo che, con la lucida razionalità del chirurgo, non può che avere subito chiara la sua situazione, quando i dati clinici confermano quello che lui sospettava, interpretando i suoi stessi sintomi: il dottor Kalanithi sta lentamente morendo.
Con poesia, delicatezza, realismo decide allora di riprendere in mano quello che era stato il suo primo amore, la scrittura, e inizia a mettere nero su bianco la sua storia. Raccontandosi e raccontandoci cosa succede quando tutto ciò che hai costruito ti crolla addosso. Anzi, ad essere corretti, quando sei TU a crollare fisicamente mentre tutto ciò che hai costruito improvvisamente pare perdere qualunque significato.
Ma non c'è traccia di rabbia, nè dolore, nelle sue parole; chiudendo il libro, dopo averlo accompagnato nel suo ultimo viaggio, quel che resta è una lieve malinconia per ciò che è rimasto in sospeso, per tutto ciò che non ha potuto realizzare, ma nulla di più. Per il resto, ciò che traspare attraverso le sue parole, anche nei momenti di sconforto, anche quando, sconfitto dal dolore, deve rinunciare ad essere in sala operatoria, è una straordinaria forza, una grande serenità e di capacità di accettazione, ed un soffuso, positivo senso della vita, tutto sommato. Quella vita che, negli anni a venire, andrà avanti senza di lui.
Un viaggio in un mondo fatto di lacrime ma anche di forza interiore, una storia delicatissima come una nuvola, che si legge in un soffio e ti lascia dentro una strana pace interiore.
Un uomo straordinario che insegna una grande lezione di vita.
Cito - lo faccio raramente, ma in questo caso trovo che siano parole perfette per condensare l'essenza di questo libro - uno dei commenti riportati sul retro di copertina; quello, in particolare, di Pino Corrias, il quale scrive:

"In questa storia la malattia diventa un pensiero profondo, diventa l'ombra che, precipitando verso il buio, illumina la vita"

Ecco, trovo che questo sia il senso della storia - e della breve vita - del giovane dottor Kalanithi. Non lasciarsi spaventare dalle ombre. Non disperarsi per ciò che non è in nostro potere controllare. Accettare la vita, e concentrarsi su di essa, vivendo al meglio ciò che ci è dato. Al di là del credo religioso, con lucidità da scienziato, quest'uomo ci ha lasciato - in più o meno 150 pagine - una grande lezione di vita.

UN ASSAGGIO:

"Avevo la certezza che non sarei mai diventato un medico. Sdraiato al sole, mi stavo rilassando su un altopiano deserto sopra la nostra casa. Mio zio, un medico come molti miei parenti, quel giorno mi aveva chiesto quale carriera avessi intenzione di intraprendere, ora che il college era alle porte, e io non avevo dato peso alla sua domanda. Se fossi stato costretto a rispondere, credo che avrei detto lo scrittore, ma sinceramente in quel momento qualsiasi idea di carriera mi sembrava assurda. Nel giro di poche settimane avrei lasciato quella cittadina dell'Arizona, e non mi sentivo come uno che si prepara a fare carriera, ma piuttosto come un elettrone ronzante che sta per raggiungere la velocità di fuga, catapultato verso uno strano universo sfavillante"


giovedì 17 maggio 2018

Shirley Jackson - L'Incubo di Hill House



DOVE: provincia americana
QUANDO: più o meno, inizio anni '60

Dopo due viaggi attraverso i meandri della psiche e della natura umana - con Saramago prima e con Huxley poi -  sentivo il bisogno di un po' di respiro con qualcosa di meno impegnato. Ed eccomi quindi ad avventurarmi tra le pagine di un horror di quelli che piacciono a me, molto "vintage", molto "psicologici", molto giocati sulla tensione e sulle emozioni dei protagonisti che non su ciò che di fatto avviene "concretamente". Un viaggetto che si consuma in pochi giorni, dallo stile scorrevole e coinvolgente, e che ci porta in una oscura e inquieta abitazione racchiusa in una tenuta dalla vegetazione fitta ed intricata, nel cuore della provincia americana. Una costruzione di quelle che ti danno un brivido lungo la schiena anche soltanto a guardarne la facciata durante il giorno, figuriamoci poi se devi passarci dentro una o più notti, in balia dei misteriosi cigolii che si disperdono in un intricato groviglio di corridoi e stanze comunicanti. Hill House è così, una casa che sembra avere un'anima, ed un'anima particolarmente inospitale, inquieta e violenta. Un po' come la Rose Red de "Il Diario di Ellen Rimbauer", per intenderci.
In questo caso, i nostri compagni di viaggio sono tre, oltre al misterioso professor Montague, studioso del paranormale e dell'occulto ed organizzatore di questa bizzarra "vacanza", il quale dopo un'attenta selezione ha contattato tre individui - due donne ed un uomo - che per le loro caratteristiche gli sono sembrati particolarmente idonei allo scopo. Che poi altro non è che quello di stimolare, vivere ed annotare eventuali vicende paranormali che dovessero verificarsi all'interno della casa.
Dunque, dicevamo, i nostri compagni di viaggio. Luke Sanderson, nipote della proprietaria di Hill House, dal passato non proprio irreprensibile e futuro erede dell'inquietante abitazione. Theodora - o semplicemente "Theo": esuberante e passionale artista e la timida Eleanor Vance, trentaduenne senza ambizioni vissuta per anni nell'ombra ingombrante di una madre invalida e ritrovatasi improvvisamente sola e senza aspirazioni alla morte di quest'ultima.
Assieme a loro, ma soprattutto assieme alla protagonista Eleanor Vance, raggiungiamo dunque la cupa dimora, ne varchiamo titubanti la soglia, prendiamo posto sistemando i nostri effetti personali nelle camere da tanto tempo disabitate, sotto l'occhio arcigno della vecchia e scorbutica coppia di custodi - i quali tengono bene a sottolineare che non metteranno mai piede ad Hill House dopo il tramonto, qualunque cosa accada.
Immaginatevi dunque la casa, avvolta in una nebbiolina piovosa, la sua assoluta quiete, le stanze comunicanti una con l'altra attraverso una intricata rete di corridoi. Immaginatevi di veder scendere la notte, lentamente, avviluppando la casa in una morsa scura, e di ritirarvi in solitudine nella vostra stanza, col cuore in gola in attesa di ciò che potrebbe accadere. Giorni che scorrono prigramente, notti che inaspettatamente sembrano animarsi di strani suoni, venti che spazzano i corridoi, porte scosse da colpi violenti. Ma soprattutto, l'attesa angosciosa di ciò che può accadere.
Ecco, la storia di Hill House è una storia così. Di angoscia, di attesa, di misteriosi accadimenti. Di una casa inanimata che pare avere occhi ed orecchie, ed un passato di malignità e strani accadimenti fin da quando le sue fondamenta sono state gettate, decenni prima. La potenza dello spirito di Hill House pare suggestionare - o fare presa, a seconda che vogliamo vederla in maniera più o meno scettica - sull'anello debole, la piccola e sola Eleanor Vance, succube di sè stessa, mai stata amata, mai stata in grado di scuotersi di dosso l'etichetta di ragazza calma e devota alla madre anima e corpo.
L'anima più fragile e più tormentata del gruppo finisce inevitabilmente per essere quella che più di tutte percepisce l'opprimente e malvagio spirito di Hill House, ne viene soggiogata, dalla prima all'ultima pagina.
Fino alla strana, inattesa eppure inevitabile conclusione.
Un horror classico, dalla penna di una grande maestra del genere, per chi ama la tensione psicologica, l'attesa angosciosa di ciò che potrebbe essere,  il fascino innegabile delle case dal passato oscuro.

PS: se volete seguirmi anche sull'altro blog, qui si parla invece di personaggi femminili che lasciano un segno...

UN ASSAGGIO:

"L'occhio umano non può isolare l'infelice combinazione di linee e spazi che evoca il male sulla facciata di una casa, e tuttavia per qualche ragione un accostamento folle, un angolo sghembo, un convergere accidentale di tetto e cielo, facevano di Hill House un luogo di disperazione, tanto più spaventoso perchè la facciata sembrava sveglia, con le finestre vuote e vigili a un tempo e un tocco di esultanza nel sopracciglio di un cornicione. Quasi ogni casa, colta di sorpresa o da un'angolazione bizzarra, può volgere uno sguardo profondamente burlesco su chi la osservi; perfino un comignolo dispettoso, o un abbaino che sembri una fossetta possono suscitare nell'osservatore un senso di intimità; ma una casa arrogante e carica d'odio, sempre in guardia, non può che essere malvagia.
Quella casa, che sembrava quasi aver preso forma da sola, assemblandosi in quel suo possente schema indipendentemente dai muratori, incastrandosi nella struttura di linee ed angoli, drizzava la testa imponente contro il cielo e senza concessioni all'umanità."

venerdì 11 maggio 2018

ALDOUS HUXLEY - Il Mondo Nuovo

DOVE: Londra
QUANDO: in un ipotetico futuro

Insieme alla Guida Galattica per gli autostoppisti, il Mondo Nuovo di Huxley era un altro di quei viaggi letterari che è rimasto, inspiegabilmente, in sospeso per anni. Un classico contemporaneo del quale avevo sentito tanto parlare e che tanto desideravo leggere, ma che poi, per un motivo o per un altro, è rimasto sempre un titolo nella mia wishlist "mentale".
Fino a quest'anno, quando finalmente ho fatto le mie valigie virtuali e mi sono immersa in questo strano, geniale, ipotetico universo. Siamo a Londra, in un futuro non meglio identificato ma che a occhio e croce collocherei negli anni '50-60 del nostro mondo, se proprio vogliamo trovare un parallelismo. Ma il Mondo Nuovo di Huxley, corre su binari profondamente diversi.
L'umanità - in contrasto con quella descritta da Saramago, in Cecità, appena recensito - pare aver finalmente raggiunto uno stato al limite della perfezione, eliminando da sè stessa tutti gli aspetti negativi correlati alle emozioni umane, ritrovandosi compatta, efficiente, sana. Nessuna guerra, nessuna carestia, nessuna lite nel piccolo come nel grande. Una produttività calcolata in maniera infinitesimale. Uno Stato estremamente presente, che in maniera capillare controlla, modula, definisce ogni singolo aspetto della vita umana, a cominciare dalla nascita, divenuta una sorta di disciplina scientifica nella quale gli embrioni vengono coltivati in provetta, e predestinati - con il controllo genetico prima e con un'educazione controllata poi - ad occupare uno specifico ruolo in società. Zero disoccupazione, zero infelicità, zero insoddisfazione. Un mondo che su carta sembrerebbe perfetto.Perfino il sesso, scorporato dal fastidioso inconveniente annesso della procreazione - della quale, appunto, si occupa premurosamente lo Stato - viene vissuto in maniera assolutamente libera, priva di legami sentimentali.
In questo mondo perfetto, gestito capillarmente ed asettico entriamo in punta di piedi, come osservatori, scoprendone ben presto le falle e le imperfezioni. Perchè, evidentemente, neppure il culto di Ford - bizzarra divinità postmoderna alla quale si deve la trasformazione della società umana in questo perfetto incastrarsi di ingranaggi - basta a tenere completamente sotto controllo le seppur soffocate emozioni umane. Che, anche in una società che ne pare priva, per una qualche anomalia nel processo di crescita embrionale sembrano affliggere alcuni individui, destinati pertanto ad essere bollati come "strani" dal resto della società.
Non voglio scendere troppo nei dettagli, perchè il libro in sè va gustato passo passo, seguendo pagina dopo pagina i tanti dettagli su come questa immaginaria civiltà perfetta sia nata e come sia perfettamente e minuziosamente gestita per evitare dispersioni di energia, profitti, denaro e salute.
E' un viaggio strano, surreale, dal sapore diverso rispetto - sempre per fare un parallelismo con una lettura recente - con il mondo immaginario ipotizzato da Saramago. Lì è il trionfo delle emozioni umane - in negativo - della violenza, dell'abiezione, dei bisogni fisici e corporali. Qui, al contrario, l'essere umano è accuratamente ed attentamente privato di tutto ciò che lo rende imperfetto, fisicamente e psicologicamente. Esseri eternamente giovani, eternamente controllati, eternamente perfetti, eternamente destinati ad un solo lavoro ed un solo posto in società, in grado di controllare perfettamente le emozioni, assumendone surrogati perfettamente dosati, di tanto in tanto, senza mai eccedere. Una società perfettamente pianificata come una sorta di gigantesco alveare, nel quale ciascuno fa quello che gli compete.
Una società, d'altro canto, in cui non c'è spazio per l'amore - neanche quello tra madre e figlio- nè per le emozioni positive, in cui tutto è freddo e controllato per evitare i rischi connessi all'impetuosità della natura umana.
Ma vale davvero la pena privare l'uomo della sua parte umana, per proteggerlo da sè stesso impedendogli di essere violento? Vale la pena restare eternamente giovani e perfetti, se non si può provare amore?
La risposta a tutto questo la troveremo più avanti, quando insieme a due giovani londinesi - la bella Lenina, perfetta incarnazione del sistema fordiano, ed il bizzarro Bernard, del quale si vocifera che un'anomalia incorsa durante il suo processo di sviluppo embrionale abbia causato la sua eccessiva e pericolosa tendenza alle emozioni - visiteremo una riserva di selvaggi, ultimo baluardo di quella che un tempo, prima dell'era Ford, era stata la civiltà umana e che adesso è ridotta ad un piccolo manipolo di individui isolati ed abbrutiti, cui i fordiani guardano con un misto di terrore e disprezzo.
E verso i quali, manco a dirlo, l'anomalo Bernard nutre una strana, pericolosa attrazione...

Un viaggio che porta lontano, lontanissimo, e che di nuovo ci pone interrogativi sull'uomo, su ciò che siamo, sul nostro ruolo sul pianeta terra e sulla nostra spiccata, irrefrenabile tendenza all'autodistruzione.

(PS: per chi volesse seguirmi anche nell'altro blog, qui parliamo invece di racconti classici per ragazzi con un potente messaggio ai contemporanei..)

UN ASSAGGIO:

"Ci fu una pausa, poi la voce riprese.
'I bambini Alfa sono vestiti di grigio. Lavorano molto più di noi, perchè sono tanto tanto intelligenti. Sono veramente contento di essere un Beta perchè non sono costretto a lavorare così duramente. E poi, noi siamo superiori ai Gamma e ai Delta. I Gamma sono stupidi. Sono vestiti tutti di verde, e i bambini Delta sono vestiti di cachi. Oh no, non voglio giocare con i bambini Delta. E gli Epsilon sono ancora peggio. Sono troppo stupidi per...'
Il Direttore girò di nuovo l'interruttore. La voce tacque. Soltanto il suo sottile fantasma continuò a mormorare sotto gli ottanta guanciali.
'Se lo sentiranno ripetere ancora quaranta o cinquanta volte prima di svegliarsi: poi di nuovo giovedì e ancora sabato. Centoventi volte, tre volte alla settimana, per trenta mesi. Dopo di che, passerammo a una lezione più avanzata.'

domenica 6 maggio 2018

JOSE SARAMAGO - Cecità


DOVE e QUANDO: in un luogo e un tempo non meglio specificati, da qualche parte negli anni'90.

Ecco uno di quei libri che ti colpiscono con la potenza di un pugno allo stomaco. Disturbante, anche se a questo termine non voglio dare un'accezione completamente negativa, anzi. Ma come altro potrei definire un libro che, con semplicità e scorrevolezza ci pone davanti agli occhi tutta la cruda brutalità ed abiezione di cui noi esseri umani siamo capaci?
Un libro certo scorrevole ma che non consiglio a chi sia in cerca di letture leggere, spensierate, da ombrellone. Eppure un libro da leggere perchè spinge all'introspezione ed ad una attenta riflessione sulla natura umana.
Siamo da qualche parte, in una banalissima città come tante, più o meno intorno agli anni '90, quando improvvisamente qualcosa accade a stravolgere la quotidianità dei suoi abitanti. Una bizzarra epidemia di cecità, che pare colpire rapidamente e inaspettatamente i suoi cittadini, i quali di punto in bianco si ritrovano avvolti in una sorta di buio lattescente.Panico, naturalmente. Disperazione. Vite che di punto in bianco si ritrovano completamente stravolte, medici disorientati che frugano i loro voluminosi libri in cerca di risposte, un Governo che - in un primo momento - pare essere in grado di gestire con calma e lucidità la situazione. Gli ammalati vengano immediatamente isolati dalla popolazione sana, mentre la scienza si occupa di cercare una soluzione al "mal bianco".
Individuato il luogo idoneo - un vecchio ospedale psichiatrico dismesso - il solerte Governo provvede subito a deportarvi gli ammalati, in completo isolamento dal mondo esterno, promettendo tre consegne di cibo al giorno e facendo sentire la propria attenta e quotidiana presenza attaverso un asettico messaggio audio attraverso il quale, giorno dopo giorno, ribadisce l'estrema attenzione verso le loro esigenze, richiama essi stessi al proprio amore civico, stila l'elenco delle regole da rispettare durante la degenza.
Qui, dunque, ci ritroviamo anche noi. Rinchiusi tra le fredde pareti di un ex manicomio assieme ad un piccolo manipolo di disperati, strappati bruscamente alle loro famiglie ed alle loro vite, spaventati, privati della vista, con un piccolo bagaglio di effetti personali e null'altro a dar loro conforto, sorvegliati dall'esterno da uno schieramento di soldati con l'ordine di sparare a vista (loro che, almeno per ora, ne sono provvisti) a chiunque dovesse cercare la fuga. In nome, manco a dirlo, del bene comune, che spinge l'amorevole Governo a isolare i malati onde circoscrivere il più possibile lo strano contagio. In un primo momento, tutto scorre più o meno liscio. Il piccolo manipolo di ricoverati, con disciplina e amor proprio, tenta di gestire al meglio la circostanza, abituandosi a muoversi in quel liquido lattescente che imprigiona i loro occhi, convivendo civilmente, dandosi appoggio reciproco. Lentamente però, la situazione sfugge di mano, i contagi aumentano, il numero di cittadini stipati nel manicomio cresce vertiginosamente, il premuroso ed attento Governo si fa sempre più distante e meno presente, le condizioni igieniche peggiorano, il cibo scarseggia.
E, manco a dirlo, all'interno della struttura la situazione degenera.
Inizia dunque un viaggio claustrofobico, angoscioso, disturbante, durante il quale Saramago rinchiudendoci all'interno del vecchio manicomio fatiscente, via via impregnato degli odori corporali degli internati, della putrefazione di coloro che soccombono, del viscidume appiccicoso dei bagni dismessi che ben presto si rivelano insufficienti a gestire una popolazione di duecento individui, ci costringe a gettare uno sguardo sull'essenza dell'animo umano.
Perchè, in breve tempo, dalla convivenza civile, dalla solidarietà, dal sostegno reciproco si passa all'abbrutimento, alla violenza, al sudiciume, alla brutalità del forte contro il debole, all'inganno ed alla rapina. Prigionieri in quel delirante manicomio, sempre più soffocati dagli odori putrescenti, ci ritroviamo in preda ad una angoscia che stringe la gola, tormentati dai morsi della fame, in balia del capriccio dei violenti, abbandonati ben presto dal mondo civile, con un unico, piccolo barlume di umanità che - debole fiammella - tenta di resistere all'oscura brutalità della massa.
Un libro che disturba ma che lascia il segno. "Homo Homini Lupus", diceva Hobbes a cavallo del 1600; "ogni uomo è un lupo per gli altri uomini". E qui, nell'asfissiante piccolo microcosmo in cui Saramago ci costringe, la veridicità di questa intuizione emerge in tutta la sua violenza. Anche nel mondo pulito e civilizzato, se le circostanze cambiano l'uomo tira fuori la sua vera essenza. Fatta di violenza, abiezione, istinti immondi. La storia ahimè più e più volte ci ha messo in guardia su cosa l'uomo è in grado di fare, quando scende in basso; e qui, in poco meno di trecento pagine, troviamo condensato tutto questo e molto di più.
Perchè nonostante il sapore amaro, nonostante il terrore che sembra serrarci la gola, nonostante il pessimismo che ti si appiccica addosso pagina dopo pagina - perchè in cosa mai potrebbero sperare un gruppo di ciechi isolati dal mondo civile ed in balia della bestiale ferocia di altri ciechi?- nonostante tutto questo, permane quella piccola fiammella di umanità che tutto ciò non riesce a spegnere, malgrado tutto, nell'animo di un piccolo gruppetto di persone.
Basterà questa piccola scintilla a non farli soccombere?

Un libro da leggere, metabolizzare lentamente ed accettare così com'è, nella sua brutalità. Perchè in fondo anche di questo è fatto l'animo umano.

UN ASSAGGIO:

"All'inizio, quando i ciechi qui dentro si contavano ancora sulle dita, quando bastava lo scambio di due o tre parole perchè gli sconosciuti si trasformassero in compagni di sventura, e con tre o quattro in più si perdonavano reciprocamente tutte le mancanze, talune anche gravi, e se il perdono non poteva esser completo, bastava solo aver la pazienza di aspettare qualche giorno, si è visto benissimo quante ridicole angosce abbiano dovuto sopportare gli sventurati ogniqualvolta il corpo pretendeva una di quelle urgenti liberazioni che siamo soliti designare come soddisfazione di necessità. Malgrado ciò, e pur sapendo come siano rarissime le educazioni perfette e come persino i più discreti recessi abbiano i loro punti deboli, c'è da riconoscere che i primi ciechi messi in quarantena sono stati capaci, più o meno consapevolmente, di portare con dignità la croce della natura prevalentemente escatologica dell'essere umano. Ma adesso, con le brande tutte occupate, e sono duecentoquaranta, senza contare i ciechi che dormono per terra, non c'è immaginazione, per quanto fertile e creativa in paragoni, immagini e metafore, che possa descrivere con proprietà la distesa di schifezza che c'è qua dentro. Non è solo lo stato in cui si sono rapidamente ridotti i cessi, antri fetidi, come probabilmente saranno all'inferno le fogne delle anime dannate, ma è anche la mancanza di rispetto di alcuni o l'improvvisa urgenza di altri che, in pochissimo tempo, ha trasformato i corridoi e gli altri posti di passaggio in gabinetti che inizialmente erano occasionali e ormai sono diventati abituali."