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sabato 30 giugno 2018

ANTONIO TABUCCHI - Sostiene Pereira

DOVE: Lisbona, Portogallo
QUANDO: estate del 1938

Eccomi qui, dopo una pausa di alcune settimane; ahimè, giugno è stato frenetico, la scuola è terminata, la gravidanza progredisce (meno di una settimana allo scadere del tempo) lasciandomi sempre più appesantita e stanca ed emozionata, e per un insieme di cose non ho più trovato il tempo di aprire il computer e dedicarmi al mio angolo letterario.
Inoltre, essendo uscita molto di meno e trovandomi al contempo a dover fronteggiare tutta una serie di spese, per il momento ho accantonato le spese "libresche" riversandomi sulla mia meravigliosa, piccola libreria personale e recuperando vecchie letture.
Il mio primo ripescaggio, dunque, è stato questo: un libro che mi aveva tanto emozionato allora e non ha mancato di farlo neanche oggi, a distanza di tanti anni.
Un piccolo capolavoro di storia che prende spunto - ci dice l'autore in una breve postfazione - dalla storia vera di un giornalista trovatosi, suo malgrado, a camminare su quel sottile confine che c'è tra l'accettazione rassegnata del fatto che la Storia è più grande di noi, e stritola nei suoi ingranaggi coloro che tentano di opporvisi, e il disperato tentativo di fare comunque qualcosa, qualunque cosa. Una storia che parla del coraggio inaspettato che infiamma talvolta proprio quelli che sembravano meno eroici, meno inclini ai colpi di testa, più docili, ecco.
Come, appunto, il dottor Pereira, placido vedovo di mezza età e direttore della pagina culturale del Lisboa, cardiopatico, abitudinario, che in una Lisbona rovente sotto il sole d'agosto srotola quotidianamente i piccoli rituali della sua vita senza pretese. La colazione al Cafè Orquidea, e le poche chiacchiere col cameriere Manuel. Le silenziose conversazioni quotidiane col ritratto della moglie defunta, alla quale continua a rivolgersi con un amore che sfiora la devozione. Il viaggio andata e ritorno da casa alla sua solitaria redazione. Le letture.
Una vita, insomma, assolutamente tranquilla, imperturbabile. Eppure siamo nell'agosto del 1938, e sotto il rovente sole di Lisbona c'è qualcosa che sembra ribollire. I giornali ufficiali non ne parlano, ma si vocifera che cose strane stiano accadendo, che le forze dell'ordine si siano fatte improvvisamente violente, che la censura inizi a pressare in modo soffocante i mezzi d'informazione, che sulla scia di quanto sta accadendo nella vicina Spagna ed in Italia, anche nel tranquillo Portogallo la democrazia inizi a vacillare.
Ma di tutto questo, al dottor Pereira, importa poco. Lui, attento a non uscire dal rassicurante tracciato della sua vita, a parte le poche informazioni scambiate con Manuel mentre sorseggia la sua limonata ghiacciata, evita accuratamente di occuparsi di politica. D'altronde, si dice, il mio compito è dirigere la pagina culturale settimanale di un giornale indipendente, cosa ha a che fare con me ciò che sta accadendo nel mondo? E, preoccupandosi piuttosto di arginare il sudore che impregna la sua camicia, si occupa maniacalmente di gestire la sua piccola redazione, della quale peraltro egli è l'unico e solo componente, pianificando di affiancare alla rubrica dedicata alle Ricorrenze un'attività di preparazione e stesura di necrologi dedicati ai grandi autori contemporanei, da tenere pronti in archivio per esser certi di uscire in tempo, al momento del bisogno.
Ed è qui, ahimè, che il diavolo rimescola le carte costringendo il placido Pereira a guardare negli occhi la storia. Perchè a chi decide di affidare la rubrica, il piccolo, umile direttore? Al giovane e pallido Francesco Monteiro Rossi, filosofo autore di un brillante saggio sulla morte che Pereira legge per puro caso e che decide di contattare affinchè lo affianchi come apprendista.
Peccato che, ben presto, Monteiro Rossi si riveli tutt'altro che l'affidabile giornalista che Pereira sognava per la sua redazione. Perchè il giovanotto - che chiede una paga anticipata, trovandosi in difficoltà - scrive articoli inutilizzabili, sparisce più volte nel nulla per settimane, riappare con la splendida fidanzata Marta chiedendo di nuovo soldi, sempre più pallido, sempre più agitato.
Ed è a questo punto che il calmo, metodico, quieto Pereira comincia a dubitare, riflettere su ciò che sta accadendo, trovandosi ben presto ad un bivio.
Un racconto straordinariamente vivo, tanto che sembra di essere lì, sotto un cielo sgombro di nubi, ad arrancare  in tram assieme a Pereira per le strade ardenti di Lisbona, zuppi di sudore, col conforto di una limonata non zuccherata e di quiete conversazioni con un ritratto muto, in una vita solitaria, pacata, volutamente discosta da tutto ciò che richieda impegno politico, scelte impegnative, colpi di testa.
Una storia stupenda di come la Storia, quella con la S maiuscola che poi finisce stampata sui libri di scuola, si insinui con la forza dirompente di un liquido negli spiragli che trova aperti, travolgendo le vite dei singoli, costringendoli a guardarla negli occhi e a guardare negli occhi loro stessi, decidendo il loro destino.
Uno dei viaggi più straordinari che la letteratura mi ha regalato in questi anni da lettrice vorace. La penna di Tabucchi sa trasferirci nella Lisbona degli anni '30 con la potenza di una rappresentazione olografica.
Accanto a tanti libri che - giustamente - vengono raccomandati agli studenti per la comprensione degli anni forse più bui della nostra storia moderna, ritengo sarebbe opportuno dare spazio anche a questo, che più di tutti si pone l'immenso, dilaniante quesito: e noi, cosa avremmo fatto?

UN ASSAGGIO:

"Disse così, sostiene, perchè non voleva invitare una persona sconosciuta in quella squallida stanzetta di Rua Rodrigo da Fonseca, dove ronzava un ventilatore asmatico e dove c'era sempre puzzo di fritto a causa della portiera, una megera che guardava tutti con aria sospettosa e non faceva altro che friggere. E poi non voleva che lo sconosciuto si accorgesse che la redazione culturale del Lisboa era solo lui, Pereira, un uomo che sudava dal caldo e dal disagio in quel bugigattolo, e insomma, sostiene Pereira, gli chiese se potevano incontrarsi in città,e  lui, Monteiro Rossi, gli disse: Stasera, in Praca da Alegria, c'è un ballo popolare con canzoni e schitarrate, io sono stato invitato a cantare una romanza napoletana, sa io sono mezzo italiano ma il napoletano non lo conosco, comunque il proprietario del locale mi ha riservato un tavolino all'aperto, sul mio tavolino c'è un cartellino con scritto 'Monteiro Rossi', che ne dice se ci vediamo là? E Pereira disse di sì, sostiene, riattaccò la cornetta, si asciugò il sudore, e poi gli venne una magnifica idea, di fare una breve rubrica intitolata 'Ricorrenze', e pensò di pubblicarla subito per il prossimo sabato, e così, quasi macchinalmente, forse perchè pensava all'Italia, scrisse il titolo: Due Anni fa Scompariva Luigi Pirandello."

venerdì 8 marzo 2013

ROSA MONTERO - Storia del Re trasparente

DOVE: Francia
QUANDO: XII secolo

Sarà banale, ma per l'otto marzo ho scelto un libro che parla di donne. Anzi, di una donna, ma di una donna speciale, creata dalla penna di una scrittrice spagnola ed in grado di incarnare in sè le due anime contrastanti del Medioevo: da un lato il sangue, le lame affilate, le urla e la calca polverosa della battaglia; dall'altro, l'eleganza dei cavalieri che si confrontano nei tornei, le dame eleganti, l'amor cortese puro e poetico.
Lei, la protagonista, è una giovanissima contadina, Leola, costretta alla fine di una durissima giornata di lavoro uguale a tante altre - nei campi, mani scorticate, sudore e polvere ad avvolgere il corpo come un velo - completamente sola. Attorno a lei, l'orrore di un campo di battaglia al tramonto, i lamenti dei morenti, il sangue vischioso che penetra nel terreno, i cadaveri ancora chiusi nelle loro inutili armature, simili a grossi insetti. Gli Uomini di Ferro - quelli che continuamente si combattono, signorotto contro signorotto, imbrattando i loro campi sudati con la loro cieca violenza - si sono portati via suo padre e suo fratello, oltre al suo amore Jacques; ed a lei non resta altro da fare che fuggire. Ma come potrebbe mai, una giovane sola, sopravvivere al mondo maschio e violento in cui il destino ha voluto che nascesse? Ed ecco che, nella sua mente, balena l'unica via di salvezza: rubare l'armatura ad uno dei morti, ed indossarla. Non più Leola, ma Leo.
Detto, fatto; indossata l'armatura, viaggiamo assieme a lei  alla ricerca del suo amato attraverso la Francia del XII secolo e le sue contraddizioni, tra supertizione, incantesimi, brutale fanatismo religioso e antiche leggende. Come quella del Re Trasparente, nella quale Leola/Leo s'imbatte più volte, senza mai riuscire a conoscerne l'epilogo.
Assieme a lei la focosa e colta Nyneve, a suo dire una strega senza età, che indossati anch'essa indumenti maschili decide di accompagnarla in qualità di scudiero.
Una storia delicata eppure forte, nella quale con gli occhi puri di una giovane plebea osserviamo l'Europa buia, selvaggia, in cui centinaia di individui si muovono a piedi o a cavallo, chi inseguendo un ideale, chi trascinato dalle fiamme della fede, chi ancora in fuga da un segreto.
Un'epoca affascinante, nella quale gli idealisti sognano vivono nel culto di Avalon, con i suoi ideali, la sua lealtà, i suoi saldi valori, mentre molti si lasciano trascinare . dalla fede o dai meri interessi economici - verso l'ennesima, sanguinosa guerra.
Solida come un cavaliere ma sensibile come una dama, Leola/Leo scivola attraverso tutto ciò combattendo, amando, sperando, provando pietà.
Una bellissima storia di una donna nata serva, e morta libera.

UN ASSAGGIO:
"Obbediente, con una docilità poco adatta ad un cavaliere, sia pure un cavaliere senza cavallo, tiro fuori la borsa e mostro le monete. L'oste ci pensa su e torna a sedersi accanto a noi.
'Va bene. Vediamo un po' 'ste famose carte magiche'
E' un uomo piuttosto alto, con un po' di pancia, e si sorregge su due gambe incredibilmente magre. Si gratta il mento mal rasato con un'aria burlona e sputa per terra, in mezzo alle ginocchia ossute.
'E sono famose per davvero' dice la mia amica 'Non hai mai sentito parlare delle potentissime carte italiane, il Tarocco segreto?'
Nyneve ha tirato fuori dall'inesauribile tasca un mazzo di cartoncini colorati. Li distende sul tavolo; sono lisci e incerati e mostrano le figure più singolari: re maestosamente abbigliati, soli e lune, impiccati e scheletri dall'aspetto inquietante. L'oste si china sulla tavola son interesse.
'Ah, e così queste sarebbero quelle nuove carte tanto strane? Avevo sentito parlare della loro esistenza.'
'Sono nuove per noi. Ma il loro sapere è antico come la terra che t'uinsudicia le scarpe. Mescola e taglia.'

lunedì 5 marzo 2012

AZHAR ABIDI - La Casa degli amori sognati


DOVE: Karachi,Pakistan
QUANDO: metà degli anni '80

Se -come ormai ripeto fino alla nausea - per me leggere è intraprendere un viaggio, va da sè che adoro in particolar modo i libri che sono in grado di portarmi lontano da quella che è la mia realtà. Per esempio, nel Pakistan degli anni '80, sospeso a metà tra un passato fatto di rigidi principi familiari, disciplina, serenità ed un presente in cui la violenza lacera ed infiamma corpi ed animi di coloro che, in nome degli ideali, si lanciano nella follia di una guerra "giusta".
Bilqis, vedova, distinta signora discendente di un'antica famiglia di Karachi, colta ed elegante osserva impotente attorno a sè il lento declino di tutto ciò che un tempo era stato il suo presente; così come le tappezzerie vede gli antichi principi ed ideali ingiallirsi e farsi improvvisamente lisi, vetusti, muffosi agli occhi dei giovani. Come quelli dell'amato figlio Samad, fresco sposo della bella australiana Kate, che seppur combattuto nel proprio intimo con i sensi di colpa - abbandonare l'anziana madre, sempre più sola nella vecchia casa cadente - sceglie comunque di restare in Australia, tentando in tutti i modi di sradicare l'ostinata Bilqis dal Pakistan in rapido decadimento per portarla con sè a Melbourne. O quelli della giovane Mumtaz, domestica nata e cresciuta nella sua casa - come sua madre prima di lei - che in barba ai sani principi della tradizione che vorrebbero un matrimonio accuratamente selezionato e scelto da altri per lei, insegue il suo cuore imbarcandosi in una pericolosa relazione "non autorizzata" con Omar, focoso combattente per l'indipendenza.
Tutto ruota intorno all'amore nelle sue diverse forme - per i genitori, per la propria patria, per la religione, fino al più tradizionale, quello che toglie il fiato e fa battere il cuore - tra i profumi esotici del silenzioso giardino in mezzo al quale sorge l'ormai cadente casa di Bilquis, che pare precedere di qualche passo i piccoli "acciacchi" della sua ultima, tenace inquilina, fedelmente accudita da un esile manipolo di domestici a lei devoti.


UN ASSAGGIO:

"La mattina successiva, Bilqis si svegliò presto. Aveva piovuto prima dell'alba. Quando smise, le rane cominciarono a gracidare. Bilqis si svegliò da un sogno vivido, pensando che suo marito, Hashmat, fosse ancora vivo. Le ci volle qualche istante per rendersi conto che era morto da sette anni, anche se le sembrava che fossero passati solo pochi giorni. Seccata con sè stessa, si alzò e andò in bagno. Era uno spazio piccolo senza finestre, con un'apertura vicino al soffitto, i muri imbiancati e un bouquet di lavanda fresca in una nicchia. Si lavò le mani e il viso con una saponetta trasparente Pear's e si asciugò con uno spesso asciugamano. Moderni accessori in acciaio avevano sostituito l'impianto idraulico originale; era rimasta soltanto una vecchia vasca da bagno in ghisa che, quando gli operai avevano osato cercare di toglierla, aveva affondato le sue zampe artigliate nel pavimento, minacciando di portare con sè tutta la muratura. Si tolse le pantofole rosse di pelle e si sedette sul bordo della vasca. Le piaceva quel bagnetto, che sembrava la cella di un monastero. Si sentiva al sicuro lì dentro. Era il sancta sanctorum della sua casa."

giovedì 10 febbraio 2011

GAILE PARKIN - Africa Social Club


DOVE: Kigali, Ruanda
QUANDO: anni'90, al termine della guerra civile

La dolcissima Angel Tungaraza è certamente uno dei personaggi che più amo, tra quelli incontrati nei romanzi contemporanei. Questa donna corpulenta, che combatte con i fastidi della menopausa in un Ruanda in boccio dopo gli orrori della guerra e del genocidio, l'ho incontrata per caso, come spesso accade, leggendo distrattamente la quarta di copertina di un libro su una bancarella. E, immediatamente, ha preso un posto speciale in quella parte del mio cuore nella quale - chi ama leggere sa cosa intendo - restano quegli "affetti" tutti speciali che proviamo per i protagonisti delle storie che leggiamo. Angel è una donna speciale, come molti suoi conterranei sopravvissuta malgrado tutto al sangue e alla violenza, che faticosamente tenta di lasciarsi alle spalle le cicatrici che tutto questo le ha lasciato. E lo fa nel modo più dolce e semplice possibile, inventandosi una professione; perchè Angel, nella sua modesta cucina di Kigali, allestisce torte su ordinazione. Ma una torta, nel polveroso Ruanda che risolleva a fatica il capo contandosi le ferite, è molto più di uno sfizioso finepasto; è la celebrazione stessa della Vita. Si riscopre la voglia di festeggiare anniversari, compleanni, matrimoni, e lo si fa con tutto il cuore e l'energia dell'Africa, con delle coloratissime torte nelle quali Angel mette tutta la sua anima. Perchè lei, che pure porta dentro le ombre oscure di due figli prematuramente scomparsi, trova tuttavia il tempo e la voglia per stare ad ascoltare le storie di quelli che varcano la soglia della sua casa per ordinare una torta; li fa accomodare sul divano con una tazza di tè latte caldo speziato, e lascia che ciascuno racconti la propria storia. La giovane madre ammalata di AIDS, che decide di riscattarsi imparando da Angel il suo mestiere. L'ex soldato-bambino, divenuto un adulto che conserva appena una pallida ombra dei sentimenti umani dietro i suoi occhi spenti. La provocante Wazungu, l'occidentale che ritiene inspiegabilmente di voler festeggiare il suo divorzio, quasi che il fallimento di un matrimonio fosse un trionfo personale. La delicata infermiera che, vittima lei stessa di violenza, ha scelto di dedicare la vita ad aiutare i più bisognosi. Tante storie che la penna di Gaile descrive con tanta delicatezza che pare di poterle appena sfiorare, mentre sullo sfondo si dipanano gli oscuri background di un genocidio che per noi è stato tanto, troppo lontano.
Un libro che consiglio vivamente perchè fa riflettere sulla vita, sulla violenza, sulla morte e sulla capacità - ormai quasi scomparsa in noi "occidentali" - di gioire sinceramente per le piccole cose della vita.

UN ASSAGGIO:

"La torta sul piano di Angel era per la cena di Ken Akimoto che avrebbe avuto luogo quella sera stessa. Ken era di gran lunga il suo miglior cliente, perchè le ordinava una torta due o tre volte al mese. Adorava fare feste e si diceva che fosse molto bravo a preparare i piatti del suo nativo Giappone, sebbene avesse vissuto per la maggior parte della vita negli Stati Uniti. Angel si divertiva a fare le torte per lui perchè le lasciava la libertà di decorarle a suo piacimento. Solo una volta le aveva richiesto un disegno particolare: quando aveva dato un ricevimento per alcuni osservatori del governo giapponese in visita a Kigali peer vedere se fosse il caso di sponsorizzare qualcosa al KIST. In quell'occasione, Ken aveva ordinato ad Angel una torta che richiamasse la bandiera giapponese: una bandiera piuttosto noiosa, tutta bianca con un enorme cerchio rosso nel mezzo. Al tempo Angel aveva pensato che la torta fosse estremamente brutta - anche se adesso riconosceva che non lo era quanto quella dei Wanyika - ma, a quanto pareva, gli ospiti di Ken l'avevano trovata abbastanza bella da fotografarla da più angolazioni."

martedì 8 febbraio 2011

WALTER SCOTT - Ivanhoe


DOVE: Inghilterra
QUANDO: alla fine del Dodicesimo secolo

Come forse si è capito, adoro moltissimo i classici; dal momento che, infatti, per me leggere è viaggiare con il potere della mente, come potrebbe essere altrimenti? Come altri avrei potuto, ad esempio, visitare l'Inghilterra di Riccardo Cuor di Leone, se non immergendomi nella lettura di un classico con la "C" maiuscola quale l'Ivanhoe di Sir Walter Scott? Mi rendo conto che molti possano storcere il naso, di fronte ad un mattone di cinquecento pagine e più, specialmente tutti quelli che, pur amando leggere, trovano più piacevole abbandonarsi ad un linguaggio più vicino a quello dei nostri giorni che non a quello Ottocentesco di Scott. Eppure io l'ho divorato in pochi giorni, per ben due volte.
Provate infatti ad immaginare questo scenario: spegnete radio e TV, fate sparire il traffico, gli aerei, lo sbattere delle porte al piano di sotto, il lontano ululare di un'ambulanza. Immergetevi in un mondo dalla vegetazione rigogliosa, in cui il suono degli zoccoli di un cavallo era l'unica compagnia dei viaggiatori, in un'epoca in cui, al tramonto, calavano tenebre non ancora diluite dal brillare delle lampadine. Immaginate una neonata Inghilterra nella quale Sassoni e Normanni sono ancora due popolazioni in contrasto, vincitore contro vinto, che faticano ad amalgamare le proprie lingue ed usanze a forgiare l'Inghilterra che noi conosciamo. Immaginate poderosi feudi, entro le mura dei quali il feudatario è unico signore e padrone, e chiassosi tornei nei quali cavalieri in livrea fanno cozzare le lance lanciandosi in un galoppo sfrenato. Tutto questo non vi fa ancora venire l'acquolina in bocca? Ebbene, mettete nell'intreccio il nobile Vilfredo di Ivanhoe, sassone che ha giurato fedeltà combattendo accanto al nuovo re Riccardo I; aggiungetevi il suo patriottico padre che l'ha per questo diseredato e vive invece asserragliato nel proprio castello, rifiutando di riconoscere il vincitore normanno, e ancora: una giovane ebrea che con la sua bellezza infiamma il cuore del focoso templare Bois-Guilbert, un valente e misterioso Cavaliere Nero, una splendida orfana e il suo amore contrastato per il giovane diseredato... vicende private che si intrecciano le une alle altre, in un mondo tanto affascinante quale quello cavalleresco. Un'occasione imperdibile per conoscere un'epoca perlopiù oscura ed assistere alla nascita di una nazione che ha, alle sue spalle, molto più che i Quattro Baronetti di Liverpool.
E a far da sfondo alle vicende dei "piccoli" protagonisti, la grandezza della Storia, che prima d'essere un elenco ordinato di date e fatti è stata presente, adesso, sangue, terra, odore pungente di cavalli, fiammeggiare di incendi e mani giunte, imploranti.

UN ASSAGGIO:
"'Vuotate una coppa alla mia salute, signor Templare' disse Cedric ' Ed empitene un'altra all'abate, mentre io torno indietro di una trentina d'anni per raccontarvi un'altra storia. Il Cedric di allora non aveva bisogno di prendere dai trovatori francesi ornamenti per il suo semplice inglese quando voleva parlare a una bella; e il campo di Northalleron, il giorno di San Standard, potrebbe dire se il grido di guerra sassone non fu udito da così lungi nelle file degli scozzesi quanto il 'cri de guerre' del più prode barone normanno. Alla memoria di quei bravi che combatterono là! Brindate con me, miei ospiti - Bevve un lungo sorso, e proseguì con crescente calore - Sì, quello fu un giorno in cui gli scudi cozzarono e cento bandiere sventolarono sulle teste dei valorosi; e il sangue corse a fiumi e la morte parve preferibile alla fuga. Un bardo sassone lo avrebbe chiamato una festa delle spade, un raduno di aquile sulla preda, l'urto delle alabarde sugli scudi e degli scudi sugli elmi, il clamore della battaglia più gioioso di un tripudio di nozze. Ma i nostri bardi non esistono più -continuò Cedric - le nostre gesta sono andate perdute in quelle di un'altra razza, la nostra lingua, il nostro stesso nome sta rapidamente decadendo, e nessuno se ne lamenta eccetto un vecchio solitario. Coppiere! Empi le tazze, birbante. A tutti i forti guerrieri, signor templare, di qualunque razza o lignaggio che adesso combattono in Palestina fra i campioni della Croce!'"

mercoledì 26 gennaio 2011

ALESSANDRO BARICCO - Questa storia


DOVE: in un paesaggio rurale del Nord Italia
QUANDO: inizio del Ventesimo secolo.

Ultimo Parri è uno di quei personaggi che ti restano dentro. Con l'ingenuità e la testardaggine che solo un bambino può avere, s'innamora del nascente mondo dei motori, sentendo che è proprio lì che la sua vita deve essere diretta, verso la ricerca di un circuito perfetto che racchiuda in sè - nelle sue curve e i suoi rettilinei - tutta la sua stessa vita.
Un progetto bizzarro, nato nell'anima di un ragazzino che porta il nome che porta in ricordo del giorno in cui era nato ("Ultimo si chiamava così perchè era il primo figlio. 'E Ultimo' aveva subito precisato sua madre, appena ripresi i senso dopo il parto") e perseguito con tutto il suo cuore, a dispetto della Prima Guerra Mondiale, dello scetticismo di chi non lo capisce, delle difficoltà economiche che lo portano, proprio per coronare questo sogno, a trasportare e montrare pianoforti. Un libro che racchiude in sè una moltitudine di storie, quella di un padre e un figlio che condividono la passione per i motori, quella della Disfatta di Caporetto, quella di una giovane e bella nobile fuggita dalla Russia rivoluzionaria e ridotta in miseria - ma viva, questo è l'importante - in un'America che inizia a diventare poliglotta e multietnica. Storie individuali e storie collettive, che come sempre accade si intrecciano secondo il capriccio del destino e del narratore. E, al di sopra di tutte, il sogno caparbio di un uomo che cerca di mettere ordine nella propria vita.
Un romanzo fatto di suoni, che basta tacere per riuscire ad ascoltare: il rombo dei motori che accompagna la meraviglia di chi assiste ai primi straordinari prodigi della meccanica; le urla e il fischio dei proiettili nella trincea, il dolce fluire delle note di un pianoforte. Suoni che accompagnano la vita di un uomo che insegue il proprio sogno - e lo realizza.

UN ASSAGGIO:

"Era d'altronde proprio ciò che erano andati a cercarsi, ognuno a modo suo, compiendo quel gesto oggi incomprensbile che era stato volere la guerra, e, in molti casi, andare volontariamente alla guerra. Tutti avevano risposto, d'istinto, a una precisa volontà di fuga dall'anemia della loro gioventù - volevano che gli si restituisse la parte migliore di sè. Erano convinti che esistesse, ma che fosse ostaggio di tempi senza poesia. Tempi di mercanti, di capitalismo, di burocrazia - alcuni iniziavano già a dire: di giudei. Loro avevano in mente qualcosa di eroico, e comunque di intenso, e in ogni caso speciale: ma seduti pigramente al caffè vedevano passare i giorni senza altro obbligo che quello di essere disciplinate macchine tra le nuove macchine, in vista di un comune progresso economico e civile. Per questo noi oggi possiamo guardare increduli le foto di quegli uomini che si alzano dal tavolino e abbandonando bicchierini di blandi alcolici corrono all'ufficio di leva, sorridendo all'obiettivo, con la sigaretta ai labbri, e nelle mani, sventolata, la prima pagina di giornali che annunciavano la guerra - una guerra che poi li avrebbe maciullati, nel più orribile e metodico dei modi, con una pazienza che nessuna ferocia bellica, prima, aveva uguagliato. In un certo senso, cercavano l'infinito."

giovedì 30 dicembre 2010

Ferenc Molnar - I ragazzi della via Pal



DOVE: Budapest, Ungheria
QUANDO: inizi del Ventesimo secolo

Il mio amore per la lettura comincia molto, molto lontano, con i cosiddetti "classici" per ragazzi, forse un tantino fuori moda nell'era di Harry Potter e Geronimo Stilton, eppure a mio parere sempre affascinanti. Prendiamo per esempio, "I ragazzi della via Pal", dell'ungherese Ferenc Molnar, pubblicato agli inizi del secolo scorso; la trama è presto detta: due bande di ragazzi che si affrontano e si scontrano per il possesso di una segheria, improvvisamente trasformata dalla fervida immaginazione infantile in un vero e proprio campo di battaglia. Questo, perlomeno, quello che apparirebbe agli occhi "ciechi" di noi adulti, tutti presi e assorti nella gravità delle nostre occupazioni serie e quotidiane. Incapaci di riconoscere un cappello da un boa che ha inghiottito un elefante, se volessimo rubare una vivacissima ed efficace descrizione data da Antoine de Saint Exupery nel suo celebre "Piccolo Principe". Eppure, la scaramuccia tra le due bande rivali - l'una capitanata dal saggio Boka, l'altra dal focoso Ats - si infiamma e dilaga con la serietà propria dell'infanzia in una vera e propria guerra, nella quale sotto una rigida gerarchia si tessono strategie e si progettano imboscate. E nella quale le personalità differenti dei protagonisti emergono prepotentemente, specchio della società degli adulti che, al di là del muro della segheria, vive la propria realtà indifferente - e ignara - degli eroismi e delle prepotenze che prendono vita tra le cataste di legname.
Perchè, come accade nel Signore delle Mosche di Golding, anche qui l'infanzia serve per aprire gli occhi su noi stessi; anche se il sapore che resta in bocca dopo aver conosciuto i piccoli combattenti di Molnar è decisamente più dolce, capaci come sono di piccoli eroismi, di atti di dignità, di rispetto e disciplina che mai vengono meno, neanche nel mezzo del conflitto.


UN ASSAGGIO:

"Csele si è fermato sotto il portone di un palazzo vicino alla scuola per comprare un po' di torrone, e sta contrattando con il venditore che ha aumentato il prezzo senza alcun apparente motivo. Il pezzetto di torrone che il venditore, servendosi di una piccola accetta, stacca dal grosso blocco cosparso di noccioline, fino al giorno innanzi costava un soldo. Ed anche tutto il resto, sotto quel portone, costava un soldo: le tre prugne candite infilate in uno stecco, i tre mezzi fichi, i tre spicchi di noce, le caramelle d'orzo, il grosso pezzo di liquirizia ed anche il cosiddetto "giardinetto dello studente", un miscuglio, cioè, di noccioline, uva secca, confetti, polvere di strada, carrube in pezzi e mosche. Come si vede, un simile "giardinetto" offriva, con la modica spesa di un soldo, numerosissimi prodotti sia dell'industria sia del regno vegetale e animale.
Csele ora sta contrattando proprio perchè il venditore ha alzato i prezzi. Gli esperti di economia ci insegnano che i prezzi aumentano normalmente per quei generi la cui vendita presenta determinati pericoli. Ad esempio, è caro il tè che le carovane trasportano attraverso l'Asia passando per certe regioni infestate dai banditi: ed è di regola il compratore che finisce per fare le spese di tali rischi.
Per la stessa ragione il venditore di torrone, che corre il rischio di essere allontanato in qualsiasi istante dalle vicinanze della scuola, da buon affarista si rifà anche lui ritoccando i prezzi. Sa benissimo infatti che da un momento all'altro potrebbero proibirgli il suo fiorente commercio, dato che i professori lo considerano dannoso per gli studenti."

giovedì 4 novembre 2010

William Golding - IL SIGNORE DELLE MOSCHE


DOVE: su un'isola deserta
QUANDO: in un ipotetico futuro in cui la terra è infiammata da un sanguinoso conflitto planetario.

I ragazzi, si usa dire, sono il nostro futuro. E' nelle loro mani che lasceremo il pianeta, è sulle loro spalle che ricadranno i nostri errori ed è per loro che dobbiamo impegnarci a costruire delle solide basi sulle quali loro possano, a loro volta, far poggiare le proprie vite. Lampante e incontrovertibile? Non del tutto, se per una volta, volendoci districare dalla banalità di certi luoghi comuni, ci immergiamo in una singolare avventura proposta dallo scrittore William Golding, premio Nobel per la letteratura nel 1983.
Immaginiamo dunque che la Terra- la nostra Terra - venga improvvisamente ( e non così tanto inverosimilmente) dilaniata da un conflitto di proporzioni planetarie. Immaginiamo poi che, mentre la guerra infiamma, un aereo precipiti in una piccola isola, sperduta nella solitudine salata dell'Oceano, lasciando come soli superstiti uno sparuto gruppo di ragazzini, spaventati e confusi. Immaginiamo che questi ragazzi, rimboccandosi le maniche, decidano infine di organizzarsi e riprendere in mano le loro vite, non potendo contare sull'aiuto degli adulti, con l'intento di dare vita ad una piccola comunità che non lasci alcuno spazio alla violenza ed alle meschinità dei grandi.
Nascerebbe così - potremmo infine immaginare - il primo germe di una nuova era per il genere umano, in cui ci si lasci alle spalle gli errori che l'hanno portato sull'orlo della distruzione; una nuova età dell'Oro, nella quale tutti vivrebbero felici e contenti. Peccato che, ben presto, la buona lena dei giovani sopravvistuti cominci a vacillare, lasciando emergere sprazzi di un lato oscuro che tutti noi, in quanto Uomini, ci portiamo dentro.
Questo, molto in sintesi, il pensiero di Golding, che con straordinaria capacità evocativa ci immerge in un mondo silenzioso, fatto di salsedine, sabbia e notti buie come la pece, nel folto di una natura che osserva, neutrale e cinica. Un libro che apre gli occhi su quel lato selvaggio che tutti noi portiamo dentro, ben custodito sotto la scorza della nostra millenaria "civiltà."

UN ASSAGGIO:

"Vide che era possibile arrampicarsi sulla parete, ma non ce n'era bisogno. C'era una specie di cornice che girava tutt'intorno alla roccia, e ci si poteva spostare a destra e girare l'angolo in modo da sparire alla vista di quelli ch'erano rimasti indietro. Non era difficile, e ben presto si trovò al di là dell'angolo.
Non c'era nient'altro di quello che ci si poteva aspettare: rosei macigni accavallati l'uno sull'altro, con sopra uno strato di guano come una spolveratura di zucchero; e un pendio ripido che conduceva alle rocce frastagliate in cima al bastione.
Un rumore alle sue spalle lo fece voltare: Jack strisciava verso di lui sulla cornice."

giovedì 22 luglio 2010

ALESSANDRO BARICCO - Omero, Iliade


DOVE: Troia, Asia Minore
QUANDO: più di mille anni prima della nascita di Cristo.


Tra gli scrittori italiani, Alessandro Baricco è uno dei miei preferiti, per lo stile coinvolgente, per l'ambientazione sempre in bilico tra narrativa e favola, per i suoi personaggi che non puoi non amare. Eppure, nel mio piccolo archivio "virtuale" dei libri, voglio partire da questo, dalla sua idea di trasporre in prosa il celebre poema omerico. Un'idea azzardata, forse; non so quale sia stata, all'epoca dell'uscita, la posizione dei critici e degli umanisti di fronte a questa pubblicazione. Quello che è certo è che leggere l'Iliade in versi fa tutto un'altro effetto - d'altronde, che diventerebbero le poesie di Neruda se qualcuno le mettesse in prosa? Degli splendidi aforismi, certamente, privi però dell'atmosfera sensuale del verso originale.
Eppure, questo libro mi è piaciuto, e molto.
Tanto per cominciare, per chi come me è transitato per il Liceo Classico ed ha incontrato il grande Omero in lingua originale ed in pompa magna, non guasta "rinfrescarsi" la memoria con questa versione più fruibile e altrettanto avvincente. Dopotutto, l'Iliade fa parte delle nostre radici, ma mi rendo conto che non tutti, prendendo il coraggio a quattro mani, si avventurerebbero in un poema epico in versi, anche se corredato di note esplicative. Quindi perchè non "ingolosire" tutti coloro che, magari molto profanamente incuriositi dalla rivisitazione holliwoodiana, timidamente si sono affacciati al racconto mitologico della guerra di Troia?

Vi consiglio, se siete in libreria e dubitate sul senso di questa trasposizione, di scorrere il libro fino al capitolo conclusivo (Un'altra bellezza. Postilla sulla guerra), nel quale Baricco, sinteticamente e con avvincente semplicità, ci parla dell'attualità dell'Iliade in tempi come questi - tempi di guerra. Poche pagine che condensano nel loro succo la nostra storia di esseri umani, continuamente in balia del nostro istinto umano all'autodistruzione. Ecco perchè ha un senso, questa follia di racchiudere in un volumetto di poco più di 160 pagine l'immenso poema epico, ecco perchè è giusto che l'Iliade venga riproposta anche a noi uomini del ventunesimo secolo, perchè poco è cambiato, nell'animo degli uomini, dai tempi in cui il sole abbacinante faceva scintillare la terra arsa sotto i calzari dei soldati greci.
Nella sua introduzione, poi, Baricco spiega accuratamente come e perchè è nato questo libro, racconta il suo paziente lavoro di "sartoria letteraria", nel tagliare ed adattare il testo, con la cautela propria di chi maneggia un'opera di tale maestosa antichità. Il fine, quello di ottenere un testo sufficientemente moderno da rendere possibile la lettura dell'intero poema in uno spettacolo teatrale, è poi tutto sommato il fine stesso del poema d'origine: quello di trasmettere, oralmente, la cultura ed i valori di un popolo.


UN ASSAGGIO:
"Se ne stava ormai per uscire di nuovo dalle mura e tornare in battaglia quando Andromaca lo vide e gli andò incontro per fermarlo, e io dietro di lei, con il bambino tra le braccia, piccolo, tenero, l'amato figlio di Ettore, bello come una stella. Ci vide, Ettore. E si fermò. E sorrise. Questo l'ho proprio visto coi miei occhi. Ero lì. Ettore sorrise. E Andromaca gli andò vicino e lo prese per mano. Piangeva e diceva ' Infelice, la tua forza sarà la tua rovina. Non hai pietà di tuo figlio, che è ancora un bambino, e di me, sventurata? Vuoi tornare là fuori, dove gli Achei ti balzeranno addorro, tutti insieme, e ti uccideranno?". Piangeva.