martedì 31 maggio 2011

HA JIN - L'attesa


DOVE: Cina
QUANDO: tra la fine degli anni '60 e gli anni '80

Tra le mete più suggestive che i libri mi hanno consentito di conoscere, c'è certamente la Cina descritta da Ha Jin; siamo alla fine degli anni '60, gli anni della guerra in Vietnam, delle grandi manifestazioni, del Sergent Pepper. L'anno, per intenderci, del primo trapianto di cuore.
In tutto questo pullulare di ideali, di creatività, di progresso, il gigante cinese comincia mollemente a far rotolare i suoi ingranaggi, avviandosi a diventare la brulicante potenza che siamo abituati a conoscere; ma il vento di rinnovamento spira lentamente attraverso la sterminata estensione di questa terra millenaria. Da un lato, nelle grandi città, le donne istruite, brillanti, indipendenti. Dall'altro, nel silenzio dei piccoli villaggi di campagna, le loro coetanee annodano ancora i capelli in una stretta crocchia, ondeggiano sui loro piedi fasciati e vengono educate alla disciplina, alla silenziosa devozione, alla pazienza. E' qui che nasce una storia d'amore di quelle che finiscono per spezzarti il cuore, quella del medico Lin Kong per la bella infermiera Manna Wu, storia nata tra le corsie dell'ospedale di Muji, fiorente città del nord della Cina, ma destinata a restare sospesa e fragile come una bolla di sapone, a causa della minuta, ostinata, anacronistica Shuyu. E' lei, infatti, la moglie che i genitori di Lin avevano scelto per lui - e che lui aveva accettato, secondo i rigidi principi che regolano il rapporto tra genitori e figli nella Cina di allora: una "buona moglie" dai piedi fasciati e dalla faccia rugosa, silenziosa e disciplinata ma ostinata e tenace quando si tratta di negare il consenso al divorzio. Intrappolato in un matrimonio senza amore, Lin vive una vita in continuo conflitto fra ciò che desidera e ciò che deve, a metà tra la passione tenera e sincera che lo lega a Manna e la rigida legge che lo inchioda al fianco di Shuyu.
Un libro che offre una splendida occasione per visitare quel tempo in cui le antiche millenarie tradizioni orientali cominciano a cigolare sotto il peso del progresso portato dall'occidente (in questo, forse, mi ricorda un tantino le Memorie di una Geisha di Golden).

UN ASSAGGIO:

"La domenica seguente si incontrarono e passeggiarono nuovamente assieme, e così la domenica successiva. Nell'arco di un mese presero a vedersi più spesso, due o tre volte la settimana, prima del crepuscolo. Lin si attaccava sempre più a Manna. Una volta che non riuscirono a vedersi perchè lei era stata incaricata di accompagnare un paziente in un altro ospedale militare, lui passò due ore, quella sera, a misurare a grandi passi il proprio ufficio, tale era l'irrequietezza che l'aveva preso. Era la prima volta che sentiva tanto forte il desiderio di trovarsi con una donna. Alla fine di agosto lui e Manna non avevano più bisogno di mettersi d'accordo su dove e quando vedersi. In mensa mangiavano allo stesso tavolo; insieme andavano nello stanzino dell'acqua calda, ciascuno con il suo thermos in mano; alle riunioni e ai gruppi di studio politici si sedevano uno accanto all'altra; giocavano sempre insieme a ping-pong e a volano; la sera, tempo permettendo, facevano due passi nei paraggi, chiacchierando e a volte discutendo. Capitava che Lin si domandasse se non fossero diventati una coppia di fidanzati, anche se tra loro non c'era mai stato niente di fisico, non si erano nemmeno sfiorati con le mani. Continuava a rammentare a sè stesso di essere un uomo sposato."

giovedì 26 maggio 2011

DIECI LIBRI

Accolgo molto volentieri la sfida lanciatami da Alessandra, nel suo commento al mio post su King Kong; e parlo di sfida perchè, come giustamente dice lei stessa, elencare i libri più belli di sempre - secondo me, è ovvio ^_^ - non è affatto cosa facile.
I gusti letterari, così come gli altri, cambiano nel tempo; al liceo ricordo che divoravo le pagine di Herman Hesse come niente fosse, mentre riaccostandomi a questo autore a distanza di una quindicina di anni comincio a trovarlo un tantino meno "digeribile". Senza contare che, poi, l'umore del momento influenza moltissimo il mio giudizio: ci sono fasi della mia vita nelle quali sento il bisogno di ambientazioni "fantasy", altre in cui ho voglia di buio, tensione e respiro spezzato dalla paura, altre ancora in cui cerco disperatamente quelle storie d'amore tutte "bianche manine" da sfiorare, svenimenti, timidi convegni in un angolo della sala da ballo, guance che arrossiscono per un nonnulla. A seconda di dove mi porta l'umore - sarà che sono del Cancro? - scelgo, e amo, una storia piuttosto che l'altra; va da sè che redigere un elenco dei miei libri preferiti ad oggi (24 maggio 2011) non significa necessariamente che da qui a un anno - o ad una settimana - l'elenco sarebbe lo stesso ^_^.

A chiusura di questa premessa, Alessandra lascia a me la scelta del numero di libri; dopo aver messo a soqquadro la biblioteca e creato una pila che mai e poi mai sarebbe entrata in una fotografia, ho deciso di optare per un dieci tondo tondo.

Ecco qui, dunque, i dieci libri del cuore secondo me:



1 - IL MAESTRO E MARGHERITA : forse, il mio preferito in assoluto. Stupenda la descrizione che il Maestro fa del suo primo incontro con la bella Margherita, lungo la Tverskaja:
" Essa aveva in mano orribili fiori gialli inquieti. Non so come si chiamino, ma sono sempre i primi ad apparire a Mosca. Questi fiori si stagliavano nettamente sul suo soprabito nero primaverile. (...) Conosce la Tverskaja, no? Lungo la Tverskaja camminavano migliaia di persone, ma le assicuro che essa vide me solo e mi guardò, non dico con aria preoccupata, ma addirittura in un certo qual modo morboso. Fui colpito non tanto dalla sua bellezza, quanto dalla straordinaria, mai vista solutudine nei suoi occhi..." Un classico colpo di fulmine tra due individui soli.. Una storia splendida, poetica, surreale...

2- IL PICCOLO PRINCIPE: non gli ho ancora dedicato nessun post (chiedo umilmente venia, prometto che rimedierò al più presto!), ma è indubbio che sia uno dei capolavori del mio cuore. Non credo neanche che ci sia bisogno di aggiungere altro, se non che è IL libro. Quello che leggi da piccolo e riscopri da grande. Quello che, quando meno te lo aspetti, ti rigurgita in mente i suoi frammenti.
"Dove sono gli uomini?" riprese dopo un po' il piccolo principe. "Si è un po' soli nel deserto.."
"Si è soli anche con gli uomini" disse il serpente.
Pura poesia.

3- I TRE MOSCHETTIERI: credo di aver già parlato del mio amore per Dumas; probabilmente tra tutti i suoi romanzi, però, questo è quello che in assoluto preferisco. Azione, ironia, quel pizzico di intrigo che non guasta, e l'enorme fascino - perlomeno secondo me - emanato dal solitario e impenetrabile Athos, oltre alle impareggiabili atmosfere della Parigi di Luigi XIII, i duelli, gli amori.... Una impagabile evasione.

4-NOVECENTO: Baricco è senz'altro tra i miei autori preferiti. Personalmente adoro il suo stile ed i suoi personaggi. Fra tutti, il malinconico pianista Danny Boodman T.D. Lemon Novecento è uno dei miei preferiti, con la sua vita surreale appesa sul filo delle onde, con il mondo che gli passa davanti agli occhi. "Quando uno ti racconta con assoluta esattezza che odore c'è in Bertham Street, d'estate, quando ha appena smesso di piovere, non puoi pensare che è matto per la sola stupida ragione che in Bertham Street, lui non c'è mai stato. Negli occhi di qualcuno, lui, quell'aria l'aveva respirata davvero. A modo suo: ma davvero."

5- RACCONTI DI PIETROBURGO: anche di questo ho già parlato in un precedente post; amo moltissimo gli scrittori Russi (fosse stato per me avrei buttato nella lista anche il Dottor Zivago, e Guerra e Pace), ma per creare un elenco un pochino vario, ho costretto me stessa ad una scelta. E, tra i classici, scelgo decisamente Gogol per lo stile accattivante, ed i Racconti di Pietroburgo per il tema assolutamente non convenzionale, brillante, surreale. L'amaro che lascia in bocca la conclusione de Il Cappotto vale da sola il prezzo di tutto il viaggio nella gelida San Pietroburgo.

6- L'AMANTE DI LADY CHATTERLEY: non ne ho parlato che pochi giorni fa, ma mi ripeto: a me la storia d'amore tra l'infelice Constance e il misterioso Mellors piace da morire. Al di là di tutto quanto è stato detto sulla carnalità esplicita di questo libro, trovo che ciò che resti una volta sfogliata l'ultima pagina sia la sensazione di aver avuto tra le mani null'altro che una storia di amore puro e infelice. Se dubitate, cominciate dalla fine, dalla struggente lettera con cui il libro si chiude (non anticipo troppi dettagli, stiamo pur sempre parlando della conclusione di un libro!^_^)

7- RAGIONE E SENTIMENTO: eccola qui, la mia cara zia Jane. Forse avrei dovuto mettere in lista tutte le sue opere, ma volendo anche in questo caso operare una scelta, è forse questo il mio preferito, accanto a Northanger Abbey. Consapevole della presenza autorevole di una janeiter come Sylvia-66 tra i miei lettori, non mi sbilancio troppo in commenti tecnici sulla trama, avendo letto questa meraviglia ormai qualche annetto fa, percui la mia memoria su alcuni dettagli vacilla. Quel che è certo è che amo il binomio su cui la storia si incentra, se sia più giusto lasciarsi andare ai marosi delle emozioni o porre un freno guardando sempre le cose attraverso le lenti dell'intelletto...

8- PER CHI SUONA LA CAMPANA: anche a questo prometto di dedicare al più presto un post tutto suo (anche perchè mi sembra imperdonabile che nell'elenco qui a sinistra non compaia ancora un nome come quello di Hemingway!). Bellissimo intreccio di amore e guerra, bellissimo il senso del titolo, ispirato da una poesia di John Donne riportata nell'apertura : "Ogni morte d'uomo mi diminuisce, perchè io partecipo all'umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana. Essa suona per te."

9-OCEANO MARE: rieccolo, Baricco.. Ma come potevo non mettere nell'elenco dei libri del mio cuore anche questo? Come ho scritto nel post ad esso dedicato, adoro Bartleboom. Trovo sia l'essenza stessa del romanticismo, un uomo che abbia trascorso la prima parte della sua esistenza scrivendo lettere alla donna della sua vita, immaginando un giorno di incontrarla. E la passionale Ann Deverià, che passeggia sulla riva del mare avvolta nel mantello viola, lì dove il pittore Plasson attende pazientemente di incominciare a dipingere i suoi quadri - una volta che avrà trovato gli occhi del mare... Splendido.

10- JANE EYRE: anche a lei ho già dedicato un post - ormai quasi un anno fa; la mia eroina preferita, la piccola e tenace Jane ed il suo tenero, appena sussurrato amore per il burbero Rochester, sullo sfondo di un solitario maniero di pietra avvolto dal più perfetto dei silenzi. La trovo estremamente moderna, una donna intelligente, indipendente eppure fragile, capace di trovare sempre in sè stessa la forza d'animo per affrontare la vita, e con un cuore abbastanza grande da guardare oltre la scorza di chi si fa scudo del proprio dolore temendo d'essere nuovamente ferito.

Questi, dunque, i miei dieci, e grazie mille ancora ad Alessandra per avermi dato l'idea. E, perchè no, se qualcun altro di voi volesse partecipare al gioco, ben venga.. chissà che non sia un modo per conoscere altri titoli da inserire nell'elenco - già lungo! - dei libri da comprare ( e, se vi va, inserite il link dell'immagine nel vostro blog.. tanto per spargere un po' la voce! ^_^)

lunedì 23 maggio 2011

EDGAR WALLACE - King Kong

DOVE: Tra New York ed una sperduta isola al largo delle Indie Orientali

QUANDO: Anni '30.

Solo qualche giorno fa, sul blog del GdL di Bryce House si parlava dell'importanza di contestualizzare un libro prima di giudicarlo. Sostanzialmente, il succo è: vale per i libri lo stesso principio che vale per gli esseri umani: mai lasciarsi condizionare da commenti superficiali.
Ecco, trovo che King Kong sia un perfetto esempio di come un libro debba essere letto nel contesto in cui è nato. Certo che, ad un occhio del duemilaundici, l'avventura del cigolante Vagabondo ai confini del mondo conosciuto per assecondare il capriccio di un eccentrico produttore cinematografico mettendo a repentaglio la vita di quanti avrebbero preso alla spedizione, risulta forzatamente artificiosa, per non parlare per la facilità con cui, di fronte a creature credute estinte, si mette mano a bombe soporifere e pistole, completando con lo scatto di un grilletto ciò che l'evoluzione aveva miracolosamente lasciato in sospeso per anni.
Ma non dobbiamo dimenticare da dove nasce il poderoso e sfortunato gorilla: siamo infatti nell'America degli anni Trenta, sospesi tra due guerre mondiali, ancora scossa da una grave crisi economica, un'America nella quale la nascente industria cinematografica incomincia a costruire a tavolino opere che riempiano le sale facendo tintinnare le monete nei botteghini. Ecco quindi che, reclutato il genio del romanzo poliziesco Edgar Wallace, gli viene chiesto di scrivere una storia spaventosa eppure sentimentale, nella quale l'eterna lotta tra Uomo e Natura vede infine il primo trionfante, grazie ai vigliacchi espedienti che l'evoluzione delle armi ha messo in mano ad una creatura altrimenti debole ed inerme. Anche se, a onor del vero, va detto che Wallace morì nel 1932 contribuendo ben poco alla realizzazione effettiva della scenografia, pur mantenendo per questioni legali il proprio nome come autore dell'opera.
Nasce così l'infelice e terrificante scimmione, vissuto per anni nell'ombra della sua isola, venerato e temuto da una piccola tribù di indigeni con l'usanza di sacrificare al dio-bestia una fanciulla, fino a che sulle sue rive non sbarca una piccola ciurma capitanata dal produttore cinematografico Denham, guidato fin lì dai deliranti racconti di alcuni di quegli stessi indigeni, fuggiti all'isola e raccolti da una nave norvegese. Denham è in cerca di storie portentose, ed il suo fiuto gli dice che lì, nell'intrico della vegetazione, si nasconde qualcosa che potrebbe fruttargli un bel po' di verdoni; per questo ha convinto la giovane e disperata Ann, tanto bella quanto sola e senza il becco di un quattrino, a seguirlo nella sua folle avventura, assieme ad un manipolo di marinai scelti e ben equipaggiati di armi e munizioni.
Inutile dilungarmi nel raccontare la trama, che immagino sia ben nota a tutti, fin al tragico epilogo sulla vetta dell'Empire State Building, tra il ronzare degli aerei , le urla della biondissima Ann ed il ra-ta-ta-ta-ta delle mitragliatrici; quello che voglio sottolineare è l'atmosfera assolutamente ingenua, quasi naive, che traspira attraverso le pagine di questo libro; un'atmosfera che parla di come eravamo come pubblico, di un'epoca in cui bastava poco per farci spalancare la bocca dallo stupore o dal terrore, in cui al cinema ci accontentavamo di una storia senza troppi fronzoli, in cui si piantano pallottole nel cranio di innocenti bestioni - poco importa poi che fossero effettivamente carnivori, quel che importa è che lì, sullo schermo del cinema, un brontosauro è perfettamente credibile mentre azzanna un cristiano, anche se a noi "moderni" strappa un sorriso di tenerezza - in cui la bellissima protagonista dalla belle bianca e i capelli color oro suscita il tenero amore del capitano della nave ma, ahimè, anche quello pericoloso dell'enorme scimmione, in cui la gente fa la fila sciamando ai botteghini per vedere dal vivo Kong, l'Ottava Meraviglia del Mondo.
Insomma, ad un analisi superficiale, un guazzabuglio di tutto ciò che farebbe inorridire i moderni paleontologi, etologi ed animalisti; eppure siamo stati anche questo, in passato. Ma la chiave di tutto, probabilmente, è quella che sottolinea Mattia Carratello nell'interessante postfazione al libro, in quella mitragliatrice che pone fine a tutto, restituendo la tranquillità ad un mondo minacciato; è lei, in un certo senso, il simbolo di quegli anni in bilico tra le due guerre mondiali. Eravamo spaventati, avevamo bisogno di sicurezza, di controllo. Ecco quindi che l'immagine del possente gorilla, che così a lungo aveva terrorizzato i "poveri indigeni ignoranti ed incivili", viene reso inerme dalla società del cemento e delle pistole, dimostrando a noi piccoli seduti nel buio della sala che non c'è nulla da temere, che noi abbiamo il "progresso", la "civiltà", il completo controllo sul mondo.

UN ASSAGGIO:

"La folla s'era accalcata bloccando quattro isolati interi sopra Times Square, e si riversava a Broadway in un flusso continuo. I vigili scuotevano impotenti la testa, facendo inutili 'no' col dito e incoraggiando stancamente i taxi a deviare verso le strade laterali. Nel punto in cui la folla si accalcava di più, occupando non metà, ma quasi tutta la strada, un'insegna spiccava dall'alto annunciando a tutto il mondo a chiare lettere:

KING KONG! L'OTTAVA MERAVIGLIA DEL MONDO

Sotto la scritta luminosa i cappelli a cilindro di Park Avenue urtavano quelli a bombetta del Bronx, gli abiti da sera in stile parigino frusciavano contro i grembiuli da lavoro, maglioni contro soprabiti eleganti, e ancora i cappelli portati di traverso della Decima Strada che graffiavano le tese a quelli di Riverside Drive. C'erano proprio tutti; addirittura una delegazione molto ben rappresentativa della malavita, come non se ne vedevano da nessuna parte se non in una stazione di polizia il giorno dopo una retata. C'erano ragazze di Greenwich Village, e altre più serie e giovani da Columbia Heights. C'erano strilloni, venditori ambulanti, commessi viaggiatori, impiegati, cassiere, stenodattilografe, debuttanti, capoinfermiere, segretarie e fanciulle d'ogni sorta. C'era davvero tutta la città, che attendeva il proprio turno al botteghino per avere il biglietti e nel frattempo guardava in alto la scritta:


KING KONG! L'OTTAVA MERAVIGLIA DEL MONDO

'Ma cosa sarà?' chiede la Decima Strada in persona, da sotto un cappello portato di traverso.
'Una specie di gorilla, dicono.' rispose Park Avenue da sotto un cappello a cilindro, di traverso anche quello.
'Volete scherzare!' disse la Decima Strada con una certa diffidenza.
'Ehi' disse una bombetta del Bronx 'Più grande di un elefante ho sentito dire. Un mio amico conosce un tipo che lavora dietro le quinte.'
'Ah sì?' disse il grembiule da lavoro ' E che tipo di spettacolo farà, dei trucchi?'
'Santo cielo!' disse un abito in stile parigino 'Che gentaglia!'
'Ma sentitela!' sibilò la tesa di un cappello di Riverside "Venti dollari per un biglietto e quella ci chiama gentaglia."

domenica 15 maggio 2011

AMY TAN - Perchè i pesci non affoghino


DOVE: Birmania
QUANDO: tra il 2000 e il 2001

Preparate le valigie, perchè quello che vi aspetta è un viaggio in una terra nella quale difficilmente mettiamo piede, anche solo attraverso le pagine di un libro: la Birmania (pardon, Myanmar) contemporanea, quella soffocata da una rigida dittatura militare, quella della leader Aung San Suu Kyi, delle violente repressioni, dei silenziosi traffici di droga. E' proprio qui, in questa terra bella e martoriata, che un eterogeneo gruppo di turisti - provenienti tutti dalla San Francisco "bene", per così dire - decide di trascorrere una inconsueta vacanza natalizia, sulle tracce delle antiche culture orientali. Il tutto organizzato dalla eccentrica Bibi Chen, fuggita ancora bambina dalla Cina in cui cominciavano a spirare i venti della rivoluzione e proprietaria di una rinomata bottega di antiquariato, specializzata in particolar modo nell'arte cinese e birmana. Peccato che, alla vigilia del viaggio tanto accuratamente organizzato, Bibi venga trovata brutalmente assassinata nella vetrina del suo negozio, vittima di un omicidio che lascia perplessa la polizia di San Francisco, ma ancor più i suoi amici. Che fare? Si interrogano. Rinunciare al viaggio? O partire lo stesso, certi che Bibi li accompagnerà anche solo spiritualmente? Detto, fatto; rimediato in corsa un nuovo organizzatore, la colorita comitiva parte dapprima alla volta della Cina, poi taglia il tanto atteso confine birmano, completamente ignaro di portare con sè una presenza quantomeno anomala. Sì, perchè la pepata antiquaria, richiamata dalla preghiera dei suoi compagni di viaggio, è effettivamente accanto a loro per tutta la sua durata, anzi, lo è molto più di quanto credano; perchè il suo nuovo stato, sospesa a metà tra il mondo dei vivi e l'aldilà, le ha donato la capacità di scrutare fin dentro alle loro menti, leggendo i pensieri con la chiarezza di un' immagine stampata. E quando undici di loro sembreranno svaniti nel nulla, durante una gita per contemplare il sorgere del sole sul lago Inle, lei sarà l'unica a conoscere l'intricata verità, mentre il mondo intero trascorre settimane angosciose interrogandosi sulla sorte degli americani inghiottiti dal nulla in Myanmar.
Ma come potrà Bibi, dalla sua scomoda ed evanescente posizione, aiutarli a venir fuori dai guai?

UN ASSAGGIO:

"C'è un'attitudine molto diffusa fra i cinesi, quella di individuare le forme esterne della bellezza. Una volta mio padre mi recitò con tono solenne: ' vai in riva al lago a guardare la foschia che sale.' Alle sei e mezzo del mattino, i miei amici erano proprio in riva al lago. All'alba, si alzò la foschia, fu come se il lago respirasse, e sullo sfondo le montagne vaporose trascolorarono, sotto strati di un grigio sempre più leggero, e poi malva, e poi blu, fino a fondersi con il cielo lattiginoso.
I motori fuoribordo erano spenti. Tutto era silenzio. Le montagne si riflettevano nelle acque del lago e la loro vista spinse i miei amici a riflettere sul senso delle loro vite affaccendate. Cos'era la serenità che era sfuggita loro fino a questo momento?
'E' come se il rumore del mondo fosse cessato.' sussurrò Marlena. Ma, fra sè e sè, si interrogò su Harry. Era rimasto a letto sveglio quasi tutta la notte, come era capitato a lei? Lanciò un'occhiata a Esmè, che ancora si rifiutava di guardarla, nonostante Marlena le avesse lasciato fare colazione con cose proibite come la torta al caffè, le ciambelle, la Coca-cola. Esmè si era ingozzata, ma era rimasta muta."

venerdì 13 maggio 2011

DAVID HERBERT LAWRENCE - L'amante di Lady Chatterley



DOVE: Wragby, Inghilterra
QUANDO: inizi del Ventesimo secolo

Che sorpresa per me avventurarmi nella lettura de L'Amante di Lady Chatterley! Mi ci ero accostata con i piedi di piombo, profondamente scettica e convinta di dovermi aspettare niente più che la descrizione brutale di una torbida storia di sesso tra una Lady annoiata ed il suo aitante servitore. Ed invece - complice anche la mia mania di andarmi a "spulciare" le note biografiche degli autori - mi sono trovata davanti ad una storia di amore vero, puro, carnale (questo è indubbio ) eppure dolcemente preziosa. Specialmente se si pensa che la storia ha un consistente spunto autobiografico e che - sorpresa dele sorprese - D.H. Lawrence non ha vestito i panni del focoso amante bensì quelli del marito invalido e "cornuto". Sorprendente pensare come, di fronte al dolore che deve aver provato a suo tempo, scoprendo il tradimento della moglie dopo che la sua infermità l'aveva già privato dell'attività di insegnante presso l'Università di Nottigham, abbia saputo trovare tanta comprensione e delicatezza nel raccontare la storia attraverso il punto di vista della moglie infelice e perciò infedele.
Sì, perchè lei, la giovane e bella Lady Chatterley, si trova suo malgrado improgionata in una vita che capricciosamente le ha voluto voltare le spalle, togliendole, a solo un mese dal matrimonio, il marito Clifford e restituendoglielo a due anni di distanza, rattoppato alla bell'e meglio da medici volenterosi ma paralizzato dalla cintola in giù. Tutto ad un tratto, di fronte all'orizzonte della giovane sposa, si profila un futuro ben lontano da quello che aveva sognato: sola nella cadente dimora dei Chatterley accanto ad un marito dipendente da lei in tutto e per tutto, immerso nella solitaria stesura di racconti e senza alcuna possibilità di darle un figlio. Un esistenza che certo non ha scelto e che l'avrebbe stretta fino a soffocarla se non avesse fatto la sua comparsa Mellors, il guardiacaccia dagli occhi penetranti e dalla vita solitaria, nel suo cottage immerso nel silenzio del bosco di Wragby. Tanto Lord Clifford è formale e prevedibile quanto Mellors è impenetrabile e misterioso.
La colta e passionale Constance, dapprima prevedibilmente combattuta, finisce poi per lasciarsi andare ad una passione finalmente autentica, scrollandosi di dosso l'austero grigiore della malconcia magione dei Chatterley e dei formali tète-a-tète con il legittimo consorte per cercare, nella quiete profonda del bosco e nell'abbraccio appassionato del suo amante, i brandelli della tanto anelata felicità.
Sono onesta, è un libro che mi ha piacevolmente sorpresa nella capacità di evocare con tanta intensità i sentimenti di una donna colpevole perchè infelice, nella semplicità con cui descrive i delicati moti dell'animo femminile, nell'appassionato messaggio di amore che porta con sè, a dispetto dei lunghi anni in cui il romanzo è stato messo al bando. Difficilmente ho trovato nella penna di un uomo altrettanta capacità di penetrare nella psiche femminile, portandomi a dire all'eroina di turno "ti capisco perfettamente". E ancor più sorprende se pensiamo che tanta delicatezza venga dalla penna di chi è stato colpito, ferito, tradito da quella donna.

UN ASSAGGIO:

"La lettura fnì. Connie sobbalzò. Gli lanciò un'occhiata e fu sconvolta dal notare che Clifford la osservava con uno sguardo sinistro, come di odio.
'Grazie! Leggi Racine in modo splendido!" Disse gentilmente.
'Quasi come tu l'ascolti!' Ribattè lui con crudeltà. Poi, osservò: ' che stai facendo?'
'Cucio un vestitino per la bimba dei Flint.'
Lui distolse lo sguardo. Un bambino! Sempre e solo un bambino! Una vera ossessione per Connie!
'Dopo tutto' disse declamando ' in Racine si trova tutto quello che si desidera. Le emozioni che hanno ordine e forma sono più forti di quelle disordinate.'
Connie lo guardò con i suoi occhi grandi, vaghi e velati.
'E' vero' rispose.
'Il mondo moderno ha solo banalizzato le emozioni, liberandole. Ciò di cui abbiamo bisogno è il controllo formale.'
'Sì!' replicò lei attentamente, pensando a come ascoltava con volto rapito le emozionanti idiozie della radio. 'La gente finge di avere emozioni, ma in realtà non prova nulla. Credo sia questo il romanticismo.'
'Esatto!' commentò lui.
Ma era stanco. La serata lo aveva affaticato. Forse avrebbe preferito stare con i suoi libri di chimica o di tecnica mineraria, oppure ascoltare la radio.
La signora Bolton entrò con due bicchieri di latte al malto, uno per Clifford, per invogliarlo al sonno, e uno per Connie, per farle riprendere un po' di peso. Era una consuetudine serale introdotta da lei a Wragby.
Dopo aver bevuto il suo latte, Connie fu lieta di ritirarsi e grata che Clifford non avesse bisogno di lei per coricarsi. Mise il bicchiere di lui sul vassoio e lo portò fuori con sè mentre usciva.
'Buonanotte, Clifford! Dormi bene! I versi di Racine ti avvolgano come un sogno. Buonanotte!'
Si era spinta fino alla porta. Se ne andava senza dargli il bacio della buonanotte. La guardò con occhi gelidi, taglienti. Era così, dunque! Nemmeno più il bacio della buonanotte, dopo che lui aveva passato la serata a leggerle Racine. Che insensibilità pazzesca! Anche se il bacio era solo una formalità, purtuttavia l'esistenza civile dipendeva anche da quel tipo di formalità."

mercoledì 11 maggio 2011

CAMBIO NOME e INDIRIZZO .. ^_^

Allarmata dal post di Sayuri sull'"incidente diplomatico", chiamiamolo così, in cui è incorso il blog Farina del mio sacco, minacciato di denuncia da un'azienda per aver scelto inconsapevolmente un nome che loro avevano registrato come marchio, mi sono fatta prendere dall'ansia - come probabilmente è naturale in una novellina assoluta del mondo selvaggio ed inospitale del web.

Come suggerito da Sayuri stessa, sono andata a cercare nel database dell' Ufficio Italiano Brevetti e Marchi Registrati e, pur non avendo trovato nulla, in preda ormai al panico più completo (già vedevo far irruzione le teste di cuoio calate da un elicottero, con un megafono che urla a squarciagola di arrendermi e pagare finalmente una mia inconsapevole colpa! ^_^), digitando su Google il nome del mio blog ho scoperto che non volendo era uguale al titolo di un libro edito da Campanotto e scritto da Elvio Guagnini, il cui sottotitolo è "note su viaggi e letteratura in Italia".
Ammetto la mia ignoranza, oltre che la mia ingenuità (non avevo pensato minimamente di fare una ricerca "preventiva" su google, forse potrà essere per me un'occasione per porre rimedio, dal momento che il tema trattato (il viaggio nella letteratura italiana) è sicuramente interessante.
Dal momento che, per quanto mi riguarda, un titolo vale l'altro - e che non vorrei mai e poi mai ritrovarmi impelagata in questioni differenti dal recensire libri! - ho deciso perciò di modificareleggermente il titolo (non certo il succo!) di questo blog, a scanso di qualsiasi equivoco.

Non più "viaggi", ma "mete"; per il resto, tutto come prima.

Sperando di non creare con questo cambiamento nessun contrattempo a chi mi segue - mi fa sempre troppo piacere leggere i vostri commenti! ^_^ - vi aspetto sempre per viaggiare insieme sulle ali dei libri; e vi invito a leggere il post di Sayuri (e se avete voglia, quello di Crysania, la diretta interessata!) sulla spinosissima questione del copyright....

PATRICK SUSKIND - il Profumo


DOVE: Francia
QUANDO: agli inizi del Diciottesimo secolo

Se amo leggere perchè mi consente di viaggiare senza alzarmi dalla poltrona (e questo è assodato), ritengo che questo sia uno dei libri che meglio racchiuda in sè il concetto di "viaggio d'inchiostro".
Perchè Suskind non si limita a sollevarti e trapiantarti in quattro e quattr'otto in una immaginaria istantanea della Francia di inizio '700, lui fa di più: te la fa annusare.
E' proprio l'olfatto - probabilmente il più "selvaggio" tra i cinque sensi, ma anche quello che, evolvendoci, abbiamo imparato a trascurare, fatta eccezione per qualche pittoresco viaggio nella metropolitana affollata ^_^ - il cardine di questa avvincente storia, che inizia nell'afa di un luglio del 1738 nel più puzzolente degli scorci di questa parigi pre-rivoluzionaria: il Cimetiere des Innocents. E' quì infatti che viene alla luce Jean-Baptiste Grenouille, tenace bebè in grado di sopravvivere alla miseria ed alle scarse condizioni igieniche, riscattandosi e mirando a diventare uno dei più rinomati profumieri del mondo, grazie anche ad un finissimo senso dell'olfatto che la natura ha voluto donargli. Ma quello che è il suo più grande dono, in grado di sollevarlo dalla puzza stantia dei bassifondi parigini conducendolo nelle botteghe dei più raffinati profumieri dell'epoca, diventerà ben presto la sua maledizione, spingendolo in una ossessionata, delirante ricerca del profumo perfetto: quello ottenuto imbottigliando l'essenza stessa della bellezza. Un profumo che- pensa Grenouille - sarà in grado di ricreare artificialmente, con un solo spruzzo, quell'incomprensibile alchimia che rende la bellezza femminile capace di dominare i cuori degli uomini.
Il solitario, insignificante apprendista dunque cova nell'animo il suo oscuro segreto dedicando ogni momento libero al suo spasmodico lavoro di ricerca, in una storia che oscilla continuamente tra buio e luce, tra cupe prove di laboratorio clandestine e sottili note fruttate pronte a deliziare i nasini delle giovani donne francesi, tra inquietanti sparizioni e il paziente lavoro di enlfeurage, complicata tecnica che consente di estrarre l'essenza profumata dai petali più fragili.
Un libro che, decisamente, solletica le narici.

UN ASSAGGIO:

"Grenouille era affascinato da questo processo. Se mai qualcosa nella vita aveva suscitato entusiasmo in lui - certo non un entusiasmo visibile dall'esterno, bensì nascosto, come se ardesse a fiamma fredda - era proprio questo procedimento, di carpire alle cose la loro anima odorosa con il fuoco, l'acqua, il vapore e un'apparecchiatura inventata. Quest'anima odorosa, l'olio essenziale, era appunto la parte migliore delle cose, l'unica che destasse il suo interesse. Gli insulsi residui: fiore, foglie, buccia, frutto, colore, bellezza, vivezza e tutto ciò che di superfluo poteva ancora esserci, lo lasciavano indifferente. Non erano che involucri e zavorra. Cose da buttare.
Di tanto in tanto, quando il distillato era diventato trasparente come acqua, toglievano l'alambicco dal fuoco, lo aprivano e rovesciavano la roba stracotta, che aveva un aspetto floscio e smorto di paglia inzuppata, di ossa sbiancate d'uccellini, di verdura bollita troppo a lungo, era scialba e fibrosa, poltigliosa, a stento riconoscibile per quel che era in origine, disgustosamente cadaverica, ed era quasi totalmente depauperata del proprio odore. La gettavano fuori della finestra nel fiume. Poi si rifornivano di altri vegetali freschi, aggiungevano acqua e rimettevano l'alambicco sil focolare. E di nuovo il paiolo cominciava a gorgogliare, e di nuovo l'umore vitale dei vegetali scorreva nelle bottiglie fiorentine. Questo durava spesso tutta la notte. Grenouille teneva d'occhio le bottiglie, altro non c'era da fare nel periodo intercorrente tra i mutamenti."

lunedì 9 maggio 2011

Alexandre Dumas (figlio) - LA SIGNORA DELLE CAMELIE


DOVE: Parigi
QUANDO: prima metà del Diciannovesimo secolo

Bellissima, chiacchierata, biasimata eppure tutto sommato ammirata, questa è Marguerite Gautier, scintillante rappresentante della schiera di mantenute che, tra eleganti appartamenti, serate a teatro, preziosi regali accolti quasi con noncuranza orbitavano attorno ai potenti nella raffinata atmosfera parigina di un paio di secoli fa.
Consapevole della propria bellezza, forzatamente superficiale, Marguerite dunque conduce nella capitale una vita tanto lussuosa quanto sregolata, malgrado il fisico fiaccato da una violenta tisi. Tutto sembra perfetto, il denaro scorre a fiumi, il calessino è a disposizione sua e dei suoi piccoli capricci, le brave donne borghesi, pur disprezzandola in società, sono nell'intimo rose da una punta d'invidia per la sua giovane, sfacciata bellezza; peccato che, all'improvviso, nella sua vita entri quasi in punta di piedi Armand Duval, giovane di buona famiglia timido e goffo che, di fronte alla bella Marguerite seduta maestosamente nel suo palco dell'Opera-Comique, viene colto dal più classico dei colpi di fulmine. La passione travolgente e pura del giovane sembra in un primo momento naufragare di fronte alla reazione gelida di lei, che anzi approfittando della timidezza dell'ammiratore coglie l'occasione per umiliarlo con una delle sue battute pungenti ed argute. Ma Armand, seppure timido, è tenace e forte della purezza del proprio amore; non demorde, finendo per fare breccia nel cuore di Marguerite, tanto indurito dall'abitudine ad una vita superficiale da aver finito per perdere di vista, nel corso degli anni, i sentimenti veri, quelli che il cuore sembrano strappartelo via dal petto.
Si passeggia tra gli Champs-Elysee, si attende trepidanti nell'anticamera del lussuoso appartamento di Rue D'Antin, si scrutano ansiosamente i mille volti perfettamente truccati nei palchi del teatro in cerca dello sguardo ed il sorriso di uno solo di essi, ci si dispera ed infine si gioisce per un semplice sfiorare di mani, nella tradizione più romantica e più classica, mentre intorno a noi Parigi splende, sciama, chiacchiera.
E s'intuisce, lì sotto la trama perfettamente ordinata, lo scintillio di qualcosa di più vivo : la personale esperienza dell'autore che, ancora giovanissimo, in quella stessa struggente e festosa Parigi fu travolto da una uguale passione per la bellissima Alphonsine Marie Duplessis.

UN ASSAGGIO:

"In un primo momento, avevo cercato di stordirmi, di rendere il cuore e la mente indifferenti allo spettacolo che avevo davanti agli occhi, e di unirmi a quell'allegria che sembrava far parte integrante della cena; ma, a poco a poco, mi ero isolato dal chiasso che mi circondava, il mio bicchiere restava pieno, e mi sentivo sempre più triste vedendo quella bella creatura di vent'anno bere, parlare come un facchino, e ridere di gran cuore quando venivano dette cose scandalose.
Tuttavia, quell'eccessiva allegria, quel modo di parlare e di bere, che negli altri commensali mi sembravano il risultato di una vita sregolata, dell'abitudine, o di una giovanile sovrabbondanza di vita, in Marguerite mi facevano pensare a un bisogno di dimenticare, a un'irrequietezza, a un'irritabilità nervosa. A ogni coppa di champagne, le guance si coprivano di un rossore di febbre, e la tosse, leggera all'inizio della cena, era diventata così insistente da costringerla, a ogni accesso, a gettare indietro la testa sullo schienale della sedia e a comprimersi il petto con ambedue le mani."

mercoledì 4 maggio 2011

PATRICK MCGRATH - Grottesco



DOVE: Crook, austera dimora cinquecentesca nella campagna inglese
QUANDO: Prima metà del 1900

Inquietante, cupo, ansiogeno: questo il mondo in cui ci introduce McGrath attraverso gli occhi del misantropo Sir Hugo Coal, che una grave emorragia cerebrale ha costretto sulla sedia a rotelle, ridotto - almeno così credono i suoi familiari - al bozzolo inerte dell'uomo che era. Trasportato attraverso le silenziose stanze della sua dimora cinquecentesca, spesso lasciato con noncuranza a fissare il nulla di un muro, il vecchio e scorbutico padrone di casa mantiene in realtà una mente perfettamente lucida ed un ultimo, disperato brandello di vita negli occhi avidi. Occhi con cui continua silenziosamente a guardarsi attorno - perlomeno, fino a dove il suo campo visivo anatomicamente glielo consente - cercando di intuire l'oscura trama che sembra legare la moglie Harriet all'ambiguo maggiordono Fledge. E qual'è in tutto ciò il ruolo di sua figlia diciottenne, Cleo? Prigioniero del suo stesso corpo, completamente ignorato dagli abitanti di Crook, pienamente in balia delle sue visionarie interpretazioni, il burbero Sir Hugo si sforza di carpire indizi, per smascherare ciò che viene ordito sotto le silenziose volte di una casa della quale egli stesso pare divenuto poco più di un ingombrante pezzo d'arredamento che qualcuno più o meno pietosamente si preoccupa di spostare da una stanza all'altra.
Insomma, un viaggio claustrofobico e delirante tra luminosi flashback e cupe interpretazioni dei brandelli di presente che Sir Hugo riesce a carpire dalla sua silenziosa e costante osservazione.

UN ASSAGGIO:

"Quella sera, come ho detto, eravamo in sette a tavola e la tavolata era piuttosto curiosa. Essendo spenta la caldaia, in casa faceva davvero molto freddo e di conseguenza aveva deciso che insieme all'abito da sera sarebbe stato lecito indossare una maglia. La scena, quindi, presentava un Henry Horn ridicolmente infagottato con un pesante maglione grigio da pescatore sotto lo smoking che, di concerto con la barba, lo faceva sembrare più che mai un lupo di mare. Hilary, Harriet e Cleo avevano tutte un'aria assai goffa, tutte con indosso il cardigan più pesante che erano riuscite a trovare e un fazzoletto in testa, legato sotto il mento. Victor, intrepido, portava soltanto la divisa della scuola e la signora Giblet, evidentemente acclimatatasi, ritenendo senza dubbio inopportuno, a prescindere dalle condizioni climatiche, cenare in una villa di campagna con la pelliccia, se l'era fatta scivolare giù dalle spalle, mettendo a nudo tutto lo splendore e la maestà del suo abito da sera.
Era questo un indumento di raso nero che senzameno, congetturai, aveva risieduto per quarant'anni buoni in qualche armadio di mogano di quella casa tetra nei dintorni del british Museum: un abito lucido, sbracciato, lungo fino a terra, che ricadeva in tante pieghe rigide e che, notai, frusciava ad ogni suo movimento. Non appena la signora Giblet mi si sedette accanto, avvertii subito un netto olezzo di naftalina; ma non era quello l'unico odore che emanava. Al contrario, sopra quella specie di basso continuo si levava una vera e propria sinfonia di aromi, dei quali, per così dire, sostenerva la melodia un profumino pungente acquistato, come mi informò lei stessa (avendoglielo io chiesto) nell'anno 1934 a Strasburgo."

lunedì 2 maggio 2011

( FUORI TEMA).. SHARE A PAINTING con Mens Sana

Mi perdonate se, per una volta, esco un po' dal mio stesso seminato? ^-^
D'altronde non avrei mai potuto resistere ad un'iniziativa tanto intrigante tanto quella proposta da Mens Sana: condividere un dipinto che ci piace, e commentarlo.

D'obbligo, una premessa: pur avendo frequentato a suo tempo il Liceo Classico la mia formazione artistica è abbastanza lacunosa: la lezione tipo consisteva in una ventina di studenti assonnati chiusi al buio e in carenza di ossigeno all'interno della stanza audiovisivi, con le diapositive - sempre le stesse, da trenta e più anni - che si susseguivano con cadenza monotona e la voce monocorde del prof che elencava, leggendoli, una serie di dettagli tecnici.
Nulla, insomma, dell'idea che mi sono fatta - da autodidatta - dell'arte come qualcosa di vivo e vibrante, capace di comunicare emozioni tanto quanto la pagina di un romanzo.
Mi perdonerete perciò se il mio approccio con la pittura è un tantino "ingenuo", un po' alla Mary Poppins (credo di aver già scritto questo in un post precedente, o forse in qualche commento) che salta insieme a Bert nei quadri disegnati con il gessetto sul marciapiede, godendosi una bella giornata immaginaria in campagna.

Il quadro che ho scelto, dunque, è questo:





Intitolato Viandante sul mare di Nebbia, di Caspar David Friedrich, pittore tedesco vissuto a cavallo tra il 1700 e il 1800. Non so perchè ma mi ha sempre suggestionato l'immagine di quest'uomo solitario, immerso nella contemplazione di un paesaggio velato di nebbia; forse perchè amo le Dolomiti, forse perchè da adolescente ritrovavo in questa figura la me stessa che ero, sospesa a contemplare le nebbie che aveva dentro di me in cerca di una strada, forse perchè - aggiungo adesso, con un pizzico di maturità in più - trovo nella solitudine di quest'uomo l'essenza stessa del nostro essere umani, mai completamente in grado di comprenderci e mai completamente compresi, ciascuno dritto in cima al proprio sperone di roccia, in contemplazione.
Un quadro che, tutto sommato, mi ha sempre trasmesso una sensazione di serenità.

L'ho detto e lo ripeto, mi accosto alla pittura con la piena consapevolezza della mia ignoranza, sperando che chi di voi davvero se ne intende - e chi ha sputato sangue e sudore sui libretti universitari in nome dell'arte - vorrà essere clemente se non ho centrato pienamente il messaggio dell'artista.. ^_^