martedì 11 aprile 2017

DOUGLAS ADAMS - Ristorante al termine dell'universo

DOVE: a spasso nell'universo
QUANDO: avanti e indietro nel tempo, partendo dagli anni '80 del pianeta terra.

Rieccomi qui, con Douglas Adams. Dopo la Guida Galattica, ho preso gusto al suo stile scorrevole ed alla pungente ironia, e dopo un po' ne ho sentito la mancanza. Pur non essendo - come dicevo nella prima recensione - nè un'appassionata nè un'esperta del genere, le strampalate avventure di Arthur Dent mi hanno conquistata. E, confesso, il secondo capitolo della sua bizzarra saga mi è piaciuto forse anche più del primo. Per dirne una, mi fa impazzire l'idea degli esuli del pianeta Golgafricham; non voglio rovinare la sorpresa a coloro che si avventureranno tra le pagine di questo libro: mi limito a dire che la trovo una storia nella storia a dir poco geniale nella drammaticità della sua ironia.
Ma procediamo, per quanto possibile, con un certo ordine; prepariamoci ad abbandonare letti, divani, treni sferraglianti - o qualunque sia il luogo in cui ci troviamo materialmente quando apriamo il libro - per essere catapultati nella solitudine gelida dell'universo, in una grossa e solida astronave all'interno della quale vagano nella fissa solitudine delle stelle i nostri protagonisti. Zaphod Beeblebrox, egocentrico ma poco autoritario Presidente della Galassia; Ford Prefect, autostoppista spaziale originario di Betelgeuse; Marvin, robot incline all'autocommiserazione, e i due ultimi superstiti dell'ormai scomparso pianeta terra: Trillian e Arthur Dent, appunto, il quale, rassegnatosi  ormai all'idea di dover vagabondare senza meta nel gelo del cosmo, cerca disperatamente di alleviare il vuoto che lo attanaglia cercando di procurarsi perlomeno una buona tazza di tè.
La missione di questa variegata compagnia è apparentemente complessa: trovare la persona che governa davvero l'universo.  E per farlo, inevitabilmente ci saranno salti spazio-temporali, esplosioni, viaggi interstellari, navi spaziali distrutte, il tutto condito con lo spirito, l'ironia e l'intelligenza che caratterizzano la penna dell'autore.
Di galassia in galassia, stavolta ci spingeremo fino ai confini dello spazio-tempo, in un bizzarro ristorante di lusso nel quale è possibile mangiare assistendo nel contempo alla creazione dell'universo stesso; arriveremo nella squallida e pestilenziale Ranonia per affrontare il Vortice, l'orrenda tortura cui nessun essere vivente è mai sopravvissuto, conosceremo il popolo di Golgafricham, in fuga e alla deriva da decenni, in cerca di un nuovo pianeta da colonizzare; e transiteremo su Orsa Minore Beta, dove risiede la casa editoriale Megadodo, editrice della Guida Galattica per gli autostoppisti, appunto.
So che chi non ama il genere storcerà il naso; suona tutto terribilmente "metallo, esplosioni, guazzabugli tecnologici, gravità zero", eppure nel secondo libro come nel primo c'è anche molto, molto di più... Ci sono spunti di riflessione continui sul nostro stato di piccoli esseri umani a cospetto del cosmo; c'è tanta tanta ironia, c'è la capacità di affrontare con leggerezza concetti complessi come il senso stesso della vita, e le leggi che governano l'universo.
E, sempre senza spoilerare nulla, vi invito ad intraprendere questo viaggio, pagina dopo pagina, fino ad incontrare insieme ai protagonisti l'uomo che governa davvero l'universo.
Lo adorerete :-)

UN ASSAGGIO:

"In una stanza di uno dei bracci del ristorante un uomo alto e sottile scostò una tenda, e di colpo l'oblio lo guardò in faccia.
Non era, in effetti, una gran bella faccia, forse perchè l'oblio l'aveva guardata troppe volte. Innanzitutto era troppo lunga, poi gli occhi erano troppo incavati e cerchiati, infine le guance erano eccessivamente infossate e le labba eccessivamente sottili. Senza parlare dei denti, che sembravano vetri di finestra appena lavati. Le mani che reggevano il lembo sollevato della tenda erano anch'esse lunghe e sottili, e per di più fredde. Dal modo in cui stavano posate, leggere e nervose, sulla stoffa, si sarebbe detto che se  il loro proprietario non le avesse sorvegliate come un falco avrebbero potuto sgattaiolare via per conto proprio per fare cose innominabili in qualche angolo.
L'uomo lasciò cadere di nuovo la tenda, e la luce terribile che aveva giocato per un attimo sui suoi lineamenti andò a giocare su qualche superficie meno deprimente.
Girò su e giù per la stanza come una mantide che contemplasse la vittima che avrebbe mangiato per cena, poi si sedette su una sedia zoppa accanto a un tavolo da disegno, e sfogliò un giornalino di barzellette."

giovedì 6 aprile 2017

LEWIS CARROL - Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo Specchio


DOVE e QUANDO: in un mondo immaginario, nella seconda metà dell'Ottocento

Ho sempre avuto un debole per Alice; al di là dello straordinario film Disney, ricordo di aver divorato il libro preso in prestito dalla biblioteca della classe in un giorno o poco più; libro che, ricordo, la maestra mi aveva consigliato, visto che ero all'epoca - come ora - parecchio incline ai viaggi mentali ^_^ 
E' stato quindi con grande piacere che a trenta e forse più anni di distanza l'ho ripreso in mano, in questa edizione economica attraverso la quale ho spulciato anche, per la prima volta, la strabiliante storia "dietro le quinte" del mio amatissimo romanzo (linko qui la pagina di Wikipedia, per tutti coloro che volessero dare una sbirciatina alla biografia dell'autore).
Dunque, dicevamo, Alice. Inutile anche delineare la trama, tanto è entrata ormai nell'immaginario collettivo, proposta e riproposta in tutte le salse; diciamo che si tratta, come è ovvio, di un viaggio letterario che richiede di lasciarsi andare completamente, con mente aperta, in modo da godere appieno delle miriadi di invenzioni fantasiose di cui sono zeppe le pagine del libro, ed apprezzare la bellezza del nonsense, delle filastrocche, della fantasia lasciata andare a briglia sciolta, della mentre che respira una boccata di freschezza che la disintossica dal grigiore della quotidianità.
Il Coniglio Bianco, il bizzarro tè del Cappellaio Matto con la Lepre Marzolina, il Gatto del Cheshire con il suo ghigno incantato, Humpty Dumpty, il Dodo, liquidi misteriosi che fanno crescere o rimpicciolire, lo strampalato cricket con l'irritabile Regina di Cuori e la sua corte trepidante, ed ancora la Finta Tartaruga con la sua storia senza capo nè coda, e la Regina Rossa coi suoi discorsi ingarbugliati, un triste Cavaliere che non sa andare a cavallo; una carrellata di personaggi ineguagliabile, un viaggio senza tempo, senza scopo, se non quello di distrarre, strappare un sorriso, distendere i nervi, farci evadere.
Rileggendola oggi, più che allora, devo dire che lo apprezzo, anche se forse ho perso un pochino negli anni la capacità di apprezzare tutto ciò che appare slegato dalla logica.. Veloce, leggero, scanzonato, un libretto che si legge in fretta e si gusta d'un fiato, se si ha voglia - come è successo a me - ti fare un balzo a ritroso nell'infanzia.

UN ASSAGGIO:

" "Via, piangere non serve proprio a nulla!" disse a sè stessa dopo un po', con molta energia. "Ti consiglio di piantarla immediatamente."
Di solito Alice si dava degli ottimi consigli (sebbene li seguisse piuttosto di rado) e qualche volta addirittura si rimproverava così severamente da farsi venire le lacrime agli occhi; un giorno, perfino, cercò di tirarsi gli orecchi perchè aveva imbrogliato sè stessa giocando una partita di croquet contro se stessa. Perchè questa curiosa bambina si divertiva un mondo a far finta d'essere due persone.
"Ma ora" pensava la povera Alice " non mi servirebbe a nulla fingere di essere due persone. Sono una quantità così piccola, che basta appena per una sola persona che si rispetti!"
A un tratto, i suoi occhi caddero su una scatolina di vetro che era sotto la tavola; l'aprì e ci trovò un minuscolo pasticcino sul quale era scritto con belle lettere maiuscole "MANGIAMI".
"E va bene" disse Alice. "Lo mangerò, e se fa crescere vuol dire che arriverò alla chiave; se invece mi riduce ancora più piccina, passerò sotto la porta; così in un modo o nell'altro entrerò nel giardino e succeda quel che vuol succedere!" "



lunedì 13 febbraio 2017

PATRICK SUSKIND - Il Piccione

DOVE: Parigi
QUANDO: oggi

Jonathan Noel è un impeccabile ed abitudinario cinquantenne, solitario, orgogliosamente attaccato al suo trententennale impiego come guardia giurata per la banca in rue de Sevres, nonchè puntuale affittuario in una minuscola e soffocante mansarda in rue de la Planche. Tra queste due vie, trascorre una vita la cui ritmata monotonia lo rassicura; soddisfatto di sè stesso e dei piccoli traguardi da lui raggiunti, Jonathan vive serenamente, con un occhio alla pensione ed in testa il piccolo ma soddisfacente progetto di rilevare la camera in cui vive come inquilino diventandone infine proprietario.
Un'esistenza dunque tranquilla, un uomo onesto e preciso anche se un tantino misantropo, con le salde abitudini - a filo della maniacalità - cha scandiscono i tempi di chi è abituato da decenni a vivere da solo. Un uomo che basta a sè stesso, oseremmo dire, e che quotidianamente trova soddisfazione ed appagamento nel compiere bene il suo lavoro: ritto sugli scalini di fronte alla banca, ben saldo sulle gambe, studiatamente statuario e rassicurante, salvo poi scattare puntualmente ad aprire il cancello all'approssimarsi della limousine di monsieur Roedel, il direttore della banca. Un lieve cenno di saluto, appena accennato, e poi di nuovo, ritto come una sfinge sui gradini della banca fino all'orario di chiusura.Giorno dopo giorno, anno dopo anno, con la pioggia, o il sole, o il vento che strapazza le cartacce lungo la strada, tra i tavolini del caffè di fronte. Potrebbe mai qualcosa perturbare la solida calma della sua esistenza? Ahimè, potrebbe eccome.
Ed accade all'improvviso, quando una mattina, nel tranquillo rituale dei suoi preparativi, Jonathan si imbatte in un piccione.
Entrato chissà come - forse attraverso una finestra lasciata aperta - il piccione dall'aspetto malandato è proprio lì, di fronte alla sua porta, immobile, e lo fissa con un occhio quieto e rotondo, da piccione.
E qualcosa, nella solida affidabile esistenza di Jonathan, a quel punto si incrina. 
Un viaggio assolutamente sui generis, questo. Perchè sì, siamo a Parigi, nella tranquilla esistenza di una guardia giurata che a piedi si muove dalla sua minuscola mansarda in rue de la Planche ai gradini della banca in rue de Sevres; ma il viaggio - quello vero - attraverso cui ci guida Suskind, è quello all'interno della mente di un uomo. Un uomo qualunque, con il suo lavoro e le sue certezze, che improvvisamente, inaspettatamente, si ritrova imbrigliato da qualcosa - fobia, attacco di panico, o le due cose insieme - che finisce per sgretolare la tranquillità della sua routine, scaraventandolo in un vortice di pensieri che, come una valanga, trascinano con sè tutto ciò che toccano, ingigantendo sempre più la morsa che lo imprigiona. Un uomo che perde gradualmente sicurezza, fiducia in sè stesso e inevitabilmente attira su di sè piccoli contrattempi che alimentano a loro volta la spirale di insicurezza.
Il lavoro, la prospettiva di una pensione dignitosa, l'impeccabile professionalità con cui per oltre vent'anni si era sempre presentato puntuale, perfino la postura statuaria con la quale abitualmente affrontava il suo lavoro, tutto spezzato in mille frantumi. Il solido, affidabile Jonathan, scoprendosi prigioniero della sua paura, va in pezzi per lo sguardo di un piccione.
Che ne sarà, adesso, di Jonathan? Riuscirà a riprendere il timone della sua esistenza, riprendendo il controllo dei pensieri e superando il momento di crisi? O si lascerà sprofondare, andando alla deriva proprio quando era ad un passo dalla realizzazione dei suoi - seppur modesti - desideri?
Una storia particolare, introspettiva, che getta un fascio di luce sui momenti oscuri della nostra anima, quando cadiamo preda del panico, e vediamo sfuggirci via tra le dita tutto ciò che abbiamo costruito.


UN ASSAGGIO:

"Era sceso sul gradino più basso della scala di marmo, la risalì e cercò di riassumere la sua posizione. Si accorse subito che non ci riusciva. Le spalle non volevano più star dritte, le braccia gli penzolavano lungo la cucitura dei pantaloni. Sapeva che in quel momento dava un miserabile spettacolo di sè, e non poteva farci nulla. con muta disperazione fissò il marciapiede, la strada, il caffè dirimpetto. Il tremolio dell'aria era scomparso. Le cose erano di nuovo al loro posto, le linee erano dritte, il mondo si stagliava chiaro di fronte ai suoi occhi. Sentiva il fragore del traffico, il cigolio delle porte degli autobus, le grida dei camerieri dal caffè, il ticchettio dei tacchi delle donne. Nè la sua facoltà visiva nè il suo udito erano lesi. Ma il sudore gli scorreva a fiotti dalla fronte. Si sentiva debole. Si girò, salì sul secondo gradino, salì sul terso gradino e si nascose nell'ombra contro la colonna accanto alla porta esterna. Incrociò le mani dietro la schiena in modo da toccare la colonna. Poi si lasciò scivolare lentamente all'indietro, contro le proprie mani e contro la colonna e vi si appoggiò, per la prima volta nei suoi trent'anni di servizio."

mercoledì 1 febbraio 2017

KATHERINE PANCOL - Gli occhi gialli dei coccodrilli

DOVE: Courbevoie, perferia di Parigi
QUANDO: oggi

Massiccio ma scorrevole, "Gli occhi gialli dei coccodrilli" è stata una piacevole scoperta. Premetto e ammetto che, con il progredire dell'età, storco sempre un po' il naso quando, nel terminare un libro, tutto è andato per il verso giusto, scorrendo verso un prevedibile lieto fine nel quale i pezzi combaciano tutti alla perfezione.
 Ed ammetto anche che, dalla prima all'ultima pagina, ho provato una profonda antipatia per quasi tutti i personaggi del libro, in primis per la goffa protagonista Josephine, mamma imbranata e fresca di separazione alle prese con i conti di fine mese da far quadrare e due figlie per versi differenti impegnative da far crescere.
Eppure, nel complesso, è stato un viaggio brioso e gradevole in un piccolo scorcio della Parigi odierna, tra la periferia caotica ed il centro patinato, nella vita di due sorelle agli antipodi.
Josephine, appunto, per vocazione brutto anatroccolo: insicura, timida, impacciata, apparentemente priva di midolllo spinale, incline al piagnisteo, eppure brillante ricercatrice universitaria specializzata nella storia medievale. Un marito disoccupato trasferitosi poi in Africa in cerca di fortuna come allevatore di coccodrilli assieme alla sua giovane amante Mylene. Due figlie, Zoè ed Hortense; la prima piccola ed immatura, la seconda ambiziosa e furba.
E, dall'altra parte, sua sorella Iris, ex sceneggiatrice divenuta poi casalinga extralusso dopo l'invidiatissimo matrimonio con Philippe Dupin, uomo d'affari e padre di suo figlio Alexandre; una casa in un quartiere esclusivo, una fida cameriera personale, lunghi pomeriggi di shopping griffatissimo, pranzi rigorosamente light in ristoranti stellati assieme alla pseudo-amica Berengere.
Tra le due sorelle, Henriette Grobz, la loro filiforme ed austera madre, rigidissima, anaffettiva, con una spiccata predilezione per la bella Iris e per la sua vita lussuosa, frutto di una fortunata ed oculatissima scelta del partner.
Da qui, l'avvio di un intreccio complesso, in cui le due sorelle si legano in un silenzioso accordo nato dal capriccio di Iris, che decide di ammazzare la monotonia del lusso in cui ozia inventandosi una carriera di scrittrice. Ma da dove iniziare, se di scrivere non ha nè il tempo nè la voglia? Semplice: convincendo la sua malleabile sorella Jo, bisognosa di denaro come non mai, a farle da ghost writer, dividendo poi i compensi e lasciando naturalmente ad Iris, bellissima ed esibizionista, onere ed onore delle luci della ribalta.
Un romanzo dallo stile avvolgente e morbido, in cui si parla di mutamenti e di reazione agli eventi, di chi reagisce e chi si lascia andare, di amore vero e di sottomissione, il tutto sullo sfondo suggestivo di una Parigi distaccata, affascinante, spumeggiante di lusso e di vita.
Un intreccio di amori, amanti, piccoli-grandi segreti, amicizia e solitudine, piacevole come una corsa in taxi attraverso le bellezze della Ville Lumiere.
Tutto sommato gradevole, malgrado -come ho scritto - tutto finisca per filare fin troppo liscio, in conclusione. Ma forse sono io che in questa fase della mia vita (che mi stia trasformando in Malefica, la strega della Bella Addormentata? ^_^ ) ho un po' di rifiuto per i lieto fine....

UN ASSAGGIO:

"Josephine riagganciò e procedette incerta fino al balcone. Aveva preso l'abitudine di rifugiarsi lì. Dal balcone, contemplava le stelle. Interpretava un luccichio o il passaggio di una stella cadente come un segno che qualcuno la ascoltava, che il cielo vegliava su di lei. Quella sera, si inginocchiò sul cemento, congiunse le mani e, alzando gli occhi al cielo, recitò una preghiera: "stelle, per favore, fate che io non sia più sola, che non sia più povera, fate che io non sia più assillata dalla sorte. Sono stanca, così stanca... Stelle, da sola non si combina niente di buono, e io sono così sola. Datemi la pace e la forza interiore, datemi l'uomo che aspetto in segreto. Alto o piccolo, ricco o povero, bello o brutto, giovane o vecchio: non ha importanza per me. Datemi un uomo che mi amerà, e io lo amerò. Se è triste, lo farò ridere; se è insicuro, lo rassicurerò; se si batte, sarò al suo fianco. Non vi chiedo l'impossibile. vi chiedo semplicemente un uomo, perchè vedete, stelle, l'amore è la più grande ricchezza che c'è...."

venerdì 27 gennaio 2017

Il SENSO della MEMORIA


 
Ho sempre preferito affrontare in silenzio la Giornata della Memoria. Trovo che il rischio di cadere nella banalità sia elevatissimo, pertanto ho sempre lasciato il mio blog muto, in questa giornata.
Ad eccezione di qualche anno fa, quando scelsi di condividere in tale occasione il brano di un libro delicatissimo (qui recensito) in cui si parla di dolore, di rinascita, di speranza.

Ora, io onestamente non sono una ferratissima in "etichetta blogghesca", e non so se riproporre un brano già condiviso in precedenza possa far accapponare la pelle alle blogger più tradizionaliste.
Ma trovo che siano delle parole talmente azzeccate, talmente intense, talmente intrise di struggente dolore, che io me ne infischio delle consuetudini della blogosfera, e le ripropongo oggi.

Giusto per contestualizzarle, siamo in Ruanda, dopo la fine della guerra, in visita al Memoriale eretto in ricordo del genocidio di Kigali (250 mila vittime, per chi volesse ho inserito il link al sito del Memoriale stesso).
Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro, temo. La memoria degli uomini, ahimè, è labile.


.... "Hanno bisogno di vedere i corpi per ricordare?" Domandò Angel "Non se lo ricordano ogni volta che si girano per parlare con i loro cari e scoprono che non ci sono più?"
"Sono sicuro che sia così, signora. Ma i nostri figli che sono troppo giovani per ricordare avranno bisogno di quel posto per non dimenticare, e i figli dei nostri figli che verranno dopo. E molti turisti da altri paesi ci sono già stati per vedere quello che è successo. Molti Wazungu hanno firmato il registro dei visitatori."
<...> "E tu, Binaisa?" Domandò Pius "cosa sei riuscito a scrivere?"
"Non ci crederai, Tungaraza, ma ho scritto solo due parole, le stesse he molti Wazungu avevano già scritto. Mi sento in imbarazzo a dire quali sono."
" 'Mai più'?" suggerì Gasana "Le ho viste scritte più e più volte sul registro"
"E' la stessa cosa che si disse quando vennero chiusi i campi di concentramento in Europa." commentò Angel "Ti ricordi, Pius? 'Mai più' era scritto ovunque in quel museo dove andammo in Germania."
"E se allora quelle parole avessero significato qualcosa, non sarebbero più esistiti posti come quello dove siamo appena stati, oggi, con registri dove la gente può continuare a scrivere 'mai più'" Osservò Pius.
"Hai ragione, Tungaraza, e le parole che ho scritto oggi hanno poco valore, lo stesso che avevano tanti anni fa. Di sicuro in futuro ci saranno altri massacri nel mondo, dopo i quali qualcuno scriverà su un registro 'mai più' - e di nuovo quelle parole non significheranno niente. <...>"


GAILE PARKIN, "Africa Social Club" 

                                                          (immagine presa dal Web)
                                 

mercoledì 18 gennaio 2017

VIRGINIA MACGREGOR - Quello che gli altri non vedono

DOVE: Slipton, UK
QUANDO: oggi

Storiella leggera ed un tantino naive, forse un po' troppo al punto da sfociare direttamente nel mondo fiabesco, lì dove non si vedrebbe nulla di strano nell'amicizia tra un bambino costretto a crescere in fretta sobbarcandosi la cura della bisnonna ed un giovane clochard. Ma tutto sommato, in un'epoca cupa di terrore e diffidenza verso carnagioni dal sapore mediorientale, abbiamo bisogno anche di questo, di una zuccherosa favola per adulti nella quale i buoni e i cattivi hanno confini netti e ben definiti. Che poi, a ben guardare, in questa favoletta per adulti sono proprio gli adulti a far confusione. Come Sandy, giovane estetista di Slipton nonchè madre separata lasciatasi andare allo sconforto per i conti di fine mese che non quadrano ed incapace di prendere in mano le redini della sua vita. O Andy, il suo ex marito, fuggito dal soffocante tran tran e dalle responsabilità quotidiane per trasferirsi all'estero con una giovane e graziosa Amichetta.
Ma per fortuna, a far chiarezza e lucidità in questo mondo di adulti caotici, di padri immaturi e madri depresse, ecco spuntare lui, Milo, nove anni, serio, disciplinato, responsabile, ma soprattutto affetto da un disturbo agli occhi che gli sta - gradualmente- strappando via la vista, restringendo sempre più il suo campo visivo e costringendolo ad osservare il mondo attraverso un piccolo forellino.
Milo, che raccoglie i pezzi della mamma quando crolla, che si prende cura di un maialino domestico, che dopo la scuola amorevolmente accudisce la bisnonna Lou, chiusa nel suo mutismo decennale e bisognosa di attenzioni come una bambina.
Milo è attento, sensibile, sveglio. E quando la mamma, sopraffatta dalle spese, decide di affidare nonna Lou alle asettiche cure della prestigiosa Casa di Cura Nontiscordardimè per disporre di una camera libera da affittare, il ragazzino fiuta subito che qualcosa, lì dentro, non va.
Attraverso il suo forellino, osserva il sorriso di plastica dell'infermiera Thornill, i pavimenti lucidi, le pareti scintillanti; ma soprattutto, osserva nonna Lou e le altre ospiti della casa, sempre intontite, sempre addormentate, come "spente".
Abituato a porre attenzione ad ogni minimo dettaglio, il piccolo Milo avverte subito che qualcosa lì dentro non funziona; ma di nuovo, intorno a sè, non trova che adulti immaturi, ciechi, facilmente ingannati dalle apparenze. Ma lui, armato dello sconfinato amore che nutre per la nonna, e trovando finalmente appoggio nel timido Tripi, profugo siriano divenuto cuoco della Nontiscordardimè, non demorde, e caparbiamente insiste nella sua indagine in cerca della verità.
Una storiella semplice, come ho scritto a tratti fin troppo "ingenua" (non voglio spoilerare troppo, chi dovesse averla letta mi dirà se ha  meno avuto la stessa impressione), ma scorrevole e gradevole anche laddove è un tantino prevedibile.
E uno sguardo dolcemente compassionevole sulla disabilità, sul modo in cui i bambini la vivono, spinti dalla loro innata, straordinaria forza di vivere.

UN ASSAGGIO:

"In Siria, nessuno mette mai gli anziani nelle case di riposo. Vivono con le loro famiglie, si siedono e raccontano storie e mangiano baklava e bevono caffè nero, fortissimo in bicchieri di vetro.
Tripi avrebbe voluto dire alla signora che neanche lui avrebbe  mai mangiato quelle patate, bianche come la sabbia della Siria, e nemmeno il pezzo di manzo filaccioso affogato in quella pozza di sughetto marrone. Avrebbe voluto dirle che un giorno le avrebbe preparato un banchetto come quelli che facevano per i ricconi del Four Seasons di Damasco.
Il terzo giorno di lavoro di Tripi stava volgendo al termine e l'infermiera Thornhill era stata troppo indaffarata per chiedegli di riempire le caselle vuote sul modulo azzurro, il che gli dava un altro po' di tempo per cercarsi una casa.
Mentre attraversava il parco, Tripi si nascose dietro al cespuglio di alloro e aspettò che il guardiano chiudesse i cancelli. Poi stese il sacco a pelo e disse le sue preghiere, in ritardo sul tramonto del sole. Quando inspirava, i polmoni gli facevano male; il freddo gli era già entrato dentro. Di notte, mentre dormiva, sentiva che tra le costole gli si formavano lastre di ghiaccio.
A Damasco poteva accadere che la temperatura scendesse molto al di sotto dei 10 gradi. E quando arrivava il freddo, a volte arrivava anche la neve. In primavera, quando pioveva, cadevano gocce grosse e cristalline che andavano a gonfiare i fiumi e a far girare le ruote di legno e le pale dei mulini, così da far scorrere acqua pulita per tutta Damasco. Qui la pioggia era sottile, sporca e fredda."

giovedì 12 gennaio 2017

BANANA YOSHIMOTO - A proposito di lei

DOVE: Giappone
QUANDO: oggi

Anno iniziato male, malissimo, per me. Otite, placche, punture di antibiotico con annessi e connessi (nausea, capogiri, spossatezza), il tutto con un figlio, due gatti e un cane da accudire.
Tutto sommato, però, la malattia mi ha consentito di riprendere in mano le fila del blog, questa mia povera creatura che ho abbandonato per un paio di mesi, inghiottita dal vortice del lavoro. Dunque, eccomi qui, nella mia piccola oasi di pace, per condividere le mie ultime letture. Cominciando da lei, la mia amatissima Banana Yoshimoto, già recensita in diverse occasioni. Lei è una compagna di viaggio di cui non mi stanco mai. Anche se, lo ammetto, con questo libro ho faticato un po' a ingranare. Di solito divoro in poche ore le sue creazioni, tuffandomi senza esitazione nel suo mondo sempre soffuso di malinconica poesia, riemergendone con un gran senso di calma interiore.
Come mai- mi chiedevo invece, pagina dopo pagina, mentre affrontavo "A proposito di lei" - questa volta Banana non riesce a catturarmi? Come mai tutta questa lentezza, come mai non c'è il tuo inconfondibile "timbro" di sognante poesia?
Ma eccola, l'inconfondibile penna di Banana. Eccola lì, nelle ultime pagine, quando davanti ai miei occhi delinea il colpo di scena finale, e tutto si fa improvvisamente chiaro.
Ho faticato, lo ammetto, ma alla fine non mi ha deluso. Pur non essendo in assoluto la mia opera preferita (continuo ad amare alla follia Moshi Moshi, e Kitchen sopra ogni cosa), anche qui ho ritrovato - per certi versi più che mai - la sua tenera poeticità nell'affrontare il dolore, la sua maliconia sognante, la sua capacità di lasciarti, attraverso una storia drammatica, un germe caldo di pace interiore.
Siamo nella vita di Yumiko, giovane donna proveniente da una ricca famiglia il cui passato è stato però lacerato da un orrendo, terribile delitto compiuto da sua madre. Anzi, più che lacerato, mutilato in piena regola; perchè traumatizzata dall'orrore a cui ha assistito, Yumiko conserva del passato poco più che qualche brandello sopravvissuto alle voraci amnesie di cui soffre, e che pezzo a pezzo glielo hanno divorato. Ad aiutarla a mettere ordine nei suoi ricordi, ecco riapparire da quel passato oscuro suo cugino Shoichi, figlio della gemella di sua madre, col quale un tempo erano legati da una strettissima amicizia; obbedendo all'ultimo desiderio di sua madre morente, il giovane Shoichi si è messo sulle tracce della cugina per tenderle finalmente la mano che a suo tempo non aveva avuto.
Insieme, dolorosamente, i due cominciano a ricostruire - tassello dopo tassello - la storia delle due gemelle; intensamente legate da piccole, entrambe apprendiste streghe così come lo era stata a suo tempo la loro mamma, cresciute poi su binari che hanno finito per divergere, conducendo da un lato la mamma di Yumiko alle seduzioni oscure della magia nera e dall'altro la madre di Shoichi ad impegnare tutte le sue energie per trovare un saldo equilibrio interiore.
Passo dopo passo, accompagnata dal solido Shoichi, la piccola, traballante Yumiko recupera la sua memoria, riacquistando fiducia in sè stessa e guardando finalmente in faccia la realtà delle cose. Dolorosamente, scopre chi erano veramente sua madre e sua zia, ricostruendo con fatica e con sguardo compassionevole il lento declino che le ha divise, conducendo sua madre al folle omicidio che aveva stravolto la vita dell'intera famiglia.

Una storia per molti versi oscura, inquieta, angosciante e dolorosa, ma d'altro canto soffusa di tenue speranza e poetico, velato ottimismo.

Non è un libro che consiglio a chi, per la prima volta, si accosta a lei; nè tantomeno lo consiglierei a chi avesse già letto, per citarne uno, kitchen, ed avesse trovato i suoi ritmi troppo "lenti" e poco occidentali.
Ma sarei curiosa di avere il parere di altri amanti di questa scrittrice. per capire se solo io ho faticato così tanto ad ingranare in questa storia, pur trovandomi a chiudere il libro dopo aver letto l'ultima pagina in preda ad una grande emozione.

UN ASSAGGIO:

"Sul tavolo, l'unico oggetto rimasto era un candelabro. Ricordai che la mamma vi accendeva spesso delle candele. Provai a toccarlo dolcemente. Era il punto che le mani morbide e bianche della mamma toccavano sempre. Mamma, pensai, e improvvisamente provai il desiderio di incontrarla.
Avrei voluto ritrovarla, sentire la sua voce, vederla camminare. Avrei voluto incontrarla. Da quel giorno non l'avevo più vista. Prima che perdesse la ragione, c'era stato un tempo in cui mi abbracciava con dolcezza, e sorrideva guardandomi.
Piangendo mi strinsi forte la mano da sola.
Shoichi mi aveva messo una mano sulla schiena e continuava a darmi dei leggeri colpetti. Come avrebbe fatto una madre. Probabilmente era quello che la zia faceva a lui, pensai. Se le persone possono restituire agli altri solo quello che hanno ricevuto dai propri genitori, allora io? Potevo considerarmi a posto?
Paragonata alla complessità di quello che avevo dentro, quella stanza, che ormai era solo una sala da pranzo in rovina, mi appariva quasi insignificante. Non era che una stanza buia, opprimente, dimenticata da tutto e tutti."