lunedì 12 dicembre 2011

JOSEPH SHERIDAN LE FANU - Carmilla


DOVE: in un solitario castello nella Stiria austriaca
QUANDO: alla fine dell'800

Ammetto di non essere una cultrice del genere horror, fatta eccezione per quello classico. Per intenderci, quei racconti che sono stati scritti a lume di candela e che hanno la capacità di dare i brividi con le loro semplici atmosfere silenziose, fatte di fredde magioni isolate, di parchi avvolti in una nebbiolina pungente, di ombre che scivolano silenziose attraverso i corridoi bui. Ecco, Carmilla di Joseph Sheridan Le Fanu è proprio una di quelle storie; breve (non a caso, trovò spazio a suo tempo nella fantastica iniziativa editoriale della Newton, 100 pagine 1000 lire, impagabile per i lettori insaziabili come la sottoscritta! ^_^) eppure intensa, capace di risucchiarti nella solitudine dell'Austria di fine'800 dove - su una collina circondata dalla foresta - sorge il silenzioso Schloss in cui si svolge la vicenda. Laura, la giovane protagonista, figlia di un soldato dell'esercito austriaco ora in pensione, per metà inglese e per metà austriaca, vive qui le sue solitarie giornate, con la sola compagnia della governante e di uno sparuto gruppo di domestici. Malgrado la pittoresca poeticità del luogo, inevitabile per la giovane soffrire la solitudine; immaginate quindi la sua gioia quando, per uno di quei bizzarri scherzi che talvolta il destino gioca, si trovano ad ospitare nel loro castello una sconosciuta ed affascinante fanciulla, affidata alle loro cure da una madre ansiosa di riprendere quello che - a suo dire - è un viaggio d'importanza vitale. L'amicizia sboccia dunque tra le due giovani, sebbene Carmilla - questo il nome della giovane ospite - manifesti una certa languidezza dei movimenti e, ben presto, cominci a mostrare nei confronti della padrona di casa una certa ambigua attrazione ed un ardore quasi da innamorata. E come spiegare l'inquietante somiglianza della giovane con quel volto di donna apparso in un incubo piuttosto realistico a Laura moltissimi anni prima, provocandole un'inquietudine trascinatasi fino alla giovinezza? La bellezza e il fascino di Carmilla racchiudono forse un segreto?
Appassionante grande classico tra le storie di vampiri, che anticipa di vent'anni il Dracula di Bram Stoker. Se amate i silenzi dei boschi, le buie notte stellate, il cigolare dei chiavistelli e la tremula luce delle candele, questo è il racconto che fa per voi.

UN ASSAGGIO:

"La stanza che di solito usavamo come salotto è lunga, con quattro finestre, e guarda verso il lago e il ponte levatoio, cioè sul luogo dove è avvenuta la scena che ho appena descritto. E' arredata con mobili di legno di quercia, molti stipi intagliati e poltrone coperte di velluto rosso di Utrecht.Le pareti sono tappezzate di arazzi in cornici dorate, con figure a grandezza naturale, in costumi antichi e molto curiosi; rappresentano scene di caccia, di falconeria e di festeggiamenti. Ma non bisogna pensare che sia troppo solenne; anzi, è molto comoda ed è lì che prendevamo il tè perchè, per i soliti intenti patriottici, continuavamo a farci servire la bevanda nazionale insieme alla cioccolata ed al caffè.
Quella notte ci riunimmo lì, con le candele accese, parlando dell'avvenimento della serata.
La signora Perrodon e la signorina De Lafontaine erano con noi. La giovane straniera si era addormentata non appena aveva posato la testa sul cuscino; le due governanti l'avevano lasciata alle cure di una cameriera.
' Cosa ne pensate della nostra ospite?' chiesi appena la signorina entrà 'Ditemi di lei.'
'Mi piace moltissimo' rispose la governante 'Io credo che sia la creatura più graziosa che abbia mai visto; ha circa la tua età ed è molto carina e simpatica.'
'E' bellissima' intervenne la signorina Delafontaine che era entrata per un attimo nella camera della ragazza.
'E che voce dolce!' aggiunse la signora Perrodon.
'Avete notato una donna nella carrozza, dopo che l'avevamo raddrizzata, che non è mai scesa?' chiese la signorina Delafontaine 'Si è limitata a guardare dal finestrino.'
No, non l'avevamo vista.
Allora descrisse un'orribile donna vestita di nero, con un turbante in testa, che aveva guardato fuori dal finestrino per tutto il tempo, annuendo e sogghignando ironica verso le signore, con occhi lucenti e dilatati, e i denti stretti, come in preda all'ira."

lunedì 21 novembre 2011

FEDERICO DE ROBERTO - I Vicerè



DOVE: Catania, Sicilia


QUANDO: tra il 1850 e la fine dell'Ottocento, a cavallo dell'Unità d'Italia



Gente illustre, questi Uzeda. Fin dal loro antenato Lopez Ximenes, giunto in Sicilia dalla Spagna quale governatore dell'isola per conto dell'imperatore Carlo V e capostipite di una lunga stirpe di orgogliosi, austeri e bellicosi Vicerè - questo il nomignolo che la casata porta con sè da ben duecento anni. Orgogliosamente avvinghiata alle proprie rigidissime tradizioni nobiliari, attenta a mantenere la purezza del proprio sangue e l'integrità del proprio patrimonio attraverso un'oculatissima scelta - o più propriamente, pianificazione - dei matrimoni e delle "vocazioni" più o meno spontanee che indirizzano i cadetti verso la vita monacale. Nel lusso del loro palazzo catanese, più e più volte rimaneggiato nel corso degli anni dai precedenti inquilini, ciascuno dei quali ha sentito nel corso del tempo l'esigenza di aggiungere ali, aprire finestre e murare quelle esistenti, i principi di Francalanza godono beatamente della silenziosa venerazione del popolo, almeno fino a quando non ci mette lo zampino quel tumulto che, con la forza di un uragano, va propagandosi dal Regno di Piemonte lungo tutto lo stivale. E quando la fiamma della rivoluzione sbarca in Sicilia assieme alle camicie rosse garibaldine, perfino nella presuntuosa immobilità della loro antica casata qualcosa comincia a scricchiolare. Don Gaspare Uzeda, fratello del defunto principe Consalvo, trasportato dalla corrente della rivoluzione arriva perfino a diventare deputato presso il neonato Regno d'Italia, scatenando le ire della sorella Ferdinanda, zitellona avida e borbonica fin nel midollo, fiera snocciolatrice del proprio albero genealogico. E poi il benedettino don Blasco, collerico e a tratti blasfemo, anch'egli pronto a mutare direzione quando le nuove leggi impongono la chiusura dei conventi, mettendo fine a una certa pingue avidità di chi ha scelto la vita monacale non certo per vocazione. E il contino Raimondo, secondogenito eppure preferito dalla defunta Tereza Uzeda, la quale decise di dargli moglie scatenando così un pericoloso precedente in una famiglia dove tutto era stato sempre pianificato affinchè l'intero patrimonio restasse nelle mani del primogenito. Personaggi le cui vite s'intrecciano sotto il tetto dell'antico palazzo dei principi di Francalanza, tra ribellioni più o meno velate ai rigidi protocolli nobiliari, epidemie di colera, rancori mai sopiti, sottili rivalità ed una certa freddezza - al limite con l'odio di classe - verso chi entra a far parte, loro malgrado, della famiglia. Difficile anche stilarne in breve una trama, tanto molteplici sono le sfaccettature prese in esame, mentre sullo sfondo l'Italia nasce e muove lentamente i primi passi. Un affresco assolutamente straordinario - insieme, naturalmente, al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa - della Sicilia risorgimentale con le sue antiche radici nobiliari, il popolo bruciato dal sole, la dedizione al Re Borbonico e i dubbi verso una Roma tanto astratta quanto lontana.


UN ASSAGGIO:


"La principessa, da alcuni giorni, aveva lo stomaco rovinato, non digeriva più, si trascinava penosamente dal letto alla poltrona; e appunto perciò tutti gli altri convennero che bisognava metterla in salvo prima degli altri. Marito e moglie partirono dunque subito con lo zio e Baldassarre; gli altri restarono a preparare i carri della roba, giacchè questa volta, non andando in casa propria, bisognava portare letti, biancheria, tutte le cose di uso giornaliero. Nella notte tornò il maestro di casa per avvertire che l'alloggio era trovato, e il domani all'alba tutti scapparono dal Belvedere dove il colera già divampava. La casa, alla Viagrande, s'era trovata grazie alle relazioni ed ai quattrini del principe di Francalanza: nondimeno, era una catapecchia consistente in tre cameracce e due stanzini a pianterreno, povera abitazione d'un bottaio dove i Vicerè furono molto contenti di potersi ficcare. Grazie al nome di Uzeda, l'entrata in paese fu loro consentita quantunque venissero da un luogo infetto; ma, una volta dentro, il principe, il duca, don Blasco cominciarono a gridare che non bisognava lasciar passare nessun altro, se non si voleva la rovina della Viagrande. Infatti l'epidemia decimava non solamente la popolazione rimasta in città, dove si contavano fino a trecento morti al giorno e non c'era più consorzio civile, nessuna autorità, nè deputati nè consiglieri, nè niente, ma diffondevasi per la prima volta con violenza straordinaria nel Bosco scampato a tutte le altre invasioni coleriche: era al Belvedere, era a San Gregorio, Gravina, alla Punta, guadagnava le case sparse, non risparmiava i casolari perduti in mezzo alle campagne; e non soltanto i poveri diavoli morivano, ma le persone facoltose, i signori che s'avevano ogni sorta di riguardi; talchè la gente atterrita fuggiva da un paesuccio all'altro, come poteva, sui carri, a cavallo, a piedi; ma chi portava addosso il germe del male cadeva lungo i canali stradali, si torceva nella polvere e moriva come un cane: i cadaveri insepolti, cotti dal torrido sole estivo, esalavano pestiferi miasmi, mettevano il colmo all'orrore; e i fuggiaschi che arrivavano sani e salvi ai luoghi ancora immuni erano accolti a schioppettate dai terrazzani atterriti ...."

lunedì 14 novembre 2011

DANIEL PENNAC - La lunga notte del dottor Galvan


DOVE: Parigi, Clinica Universitaria Postel-Couperine
QUANDO: ai giorni nostri

Delizioso e breve racconto dello straordinario Pennac, che ci catapulta nella caotica e bizzarra notte di guardia del giovane dottor Galvan, discendente da una famiglia di medici "fin dai tempi di Moliere" e assorbito fino al limite dell'ossessione nel progetto di un biglietto da visita all'altezza della propria ambizione. E qui, al pronto soccorso della Clinica Postel-Couperine, in una nottata caotica di incidenti stradali, tentati suicidi, crisi asmatiche, ambulanze che ululando si arrestano vomitando fuori in fretta e furia una barella cigolante , fa la sua comparsa un paziente silenzioso ("Non mi sento tanto bene", questo tutto ciò che è in grado di dire), che dopo aver diligentemente atteso il proprio turno, vedendosi passare avanti tutte le classiche urgenze di una frenetica notte al pronto soccorso senza battere ciglio, crolla pesantemente sul pavimento, prima di manifestare uno dopo l'altro una sfilza di sintomi tanto complessi e discordanti da mettere in crisi non solo il giovane Galvan - distogliendolo perfino dalle sue ossessive fantasie sul proprio biglietto da visita - ma anche il chirurgo Angelin, l'urologo Saliege, lo pneumologo Verhaen e tutti i colleghi specialisti che, uno dopo l'altro, svegliatisi di soprassalto e buttati giù dalle loro brande, accorrono al capezzale del misterioso infermo, tentando di venire a capo del mistero.
Ma proprio quando tutto sembra perduto, l'abile colpo di penna di Pennac rimescola le carte, preparandoci ad un finale sorprendente.

UN ASSAGGIO:

"Era Domenica ed eravamo nel pieno della classica frenesia notturna: incidenti domestici, infezioni eruttive, suicidi abortiti, aborti mancati, sbronze comatose, infarti, attacchi epilettici, embolie polmonari, coliche nefritiche, bambini bollenti come pentole, automobilisti in polpette, spacciatori fatti a colabrodo, barboni in cerca di alloggio, donne picchiate e mariti pentiti, adolescenti fumati, adolescenti catatonici... Insomma, la tipica domenica notte al pronto soccorso, e per giunta con la luna piena. Tutta quella bella gente faceva il possibile per sottrarsi al lunedì mattina, e io come sempre iniettavo, otturavo, intubavo, cucivo, suturavo, sondavo, zaffavo, drenavo, medicavo, facevo partorire, qualche volta addirittura prevenivo e depistavo! Insomma, dispensavo. Ero un dispensario fatto persona. Sostituivo Pansard, Verdier, Samel, Desonge 'A Buon rendere, Galvan..' ' Lasciate stare, ragazzi, lo faccio volentieri.' (tutti baroni, oggi, quelli.)

lunedì 7 novembre 2011

ANTONIO SKARMETA - il postino di Neruda


DOVE: San Antonio, Cile
QUANDO: fine degli anni'60

Bizzarra la vita. Come quando pone fianco a fianco il più illustre poeta cileno ed un semplice pescatore, divenuto postino per necessità. Questa la storia di Mario Jimenez, che pedalando lungo le strade bruciate dal sole dei giugno intraprende il suo nuovo mestiere; perchè quando vivi a San Antonio, Isla Nigra, Cile, nel 1969 le alternative non sono molte, specialmente se sei un giovane con poca voglia di affrontare l'Oceano. Ma Mario possiede una bicicletta e sa leggere e scrivere - a differenza della maggior parte degli altri isolani - e questo gli consente di dare una svolta alla sua vita; perchè le lettere che custodisce nella sua sacca e che con zelo trasporta dall'ufficio postale al destinatario e ritorno appartengono addirittura a Pablo Neruda, che proprio qui, in un minuscolo centro di pescatori a Sud di Valparaiso, ha deciso di costruire il proprio rifugio. Per Mario, dal temperamento ardente e dalla spiccata sensibilità poetica, un'occasione d'oro per sollevarsi dalla semplice quotidianità di San Antonio, spiccando il volo - se vogliamo rubare la splendida analogia di un altro poeta, Baudelaire con il suo Albatros - lì dove solo i poeti possono osare.
E in quella straordinaria amicizia, nella quale il futuro Premio Nobel diviene confidente di uno squattrinato vissuto fino ad allora di espedienti, il giovane Mario troverà la forza per dichiarare il proprio amore (perchè dove altro, se non nell'Amore, la poesia può trovare la sua ispirazione) per la bellissima Beatriz, figlia della locandiera del paese, malgrado la mamma di lei si opponga all'idea di legare la propria figlia ad uno scapestrato che vive di spiccioli e metafore.

Una storia d'amore, amicizia, di sogni e possibilità, cui fa da sfondo il rumore dell'Oceano, che sulle semplici vite di Isla Nigra veglia come ha sempre vegliato.

UN ASSAGGIO:

"Ciò che non ottenne l'Oceano Pacifico con la sua pazienza simile all'eternità, lo ottenne il semplice e dolce ufficio postale di San Antonio: Mario Jimenez non solo si alzava all'alba zufolando, il naso sgombro e gagliardo, ma aggrediva il suo compito con tanta puntualità che il vecchio funzionario Cosme gli affidò la chiave dell'ufficio, caso mai si fosse deciso, una volta tanto, a compiere un'impresa da tanto sognata: dormire al mattino così a lungo che fosse già l'ora della siesta, e concedersi una siesta tanto lunga che fosse già l'ora di andare a letto, e andando a letto dormire così bene e profondamente da sentire il giorno dopo quella voglia di lavorare che Mario irradiava, e che Cosme ignorava meticolosamente.
Con il primo stipendio, pagato come si usa in Cile con un mese e mezzo di ritardo, il postino Mario Jimenez acquistò i seguenti beni: una bottiglia di vino Cousino Macul Antiguas Reservas per suo padre; un biglietto d'ingresso al cinema, grazie al quale si gustò West Side Story, inclusa Natalie Wood; un pettine d'acciaio tedesco al mercato di San Antonio, da un ambulante che lo offriva accompagnandosi col ritornello "La Germania ha perso la guerra ma non l'industria. Pettini inossidabili marca Solingen"; nonchè l'edizione Losada delle Odi Elementari del suo cliente e vicino Pablo Neruda.

venerdì 7 ottobre 2011

UN PICCOLO SOGNO... REALIZZATO! ^_^






Ci insegnano - da piccoli - che vale la pena sognare. Ci imbottiscono di favole, di canzoncine, di fate, folletti e incantesimi; e poi, tutt'a un tratto, qualcuno ti dice che è ora di aprire gli occhi, affrontare la realtà "degli adulti" e rendersi conto che quei sogni, sono fatti per essere accantonati.
Eppure talvolta, la vita nelle sue imprevedibili capriole ci apre gli occhi e ci spinge a provare. Dopotutto, quando hai il cassetto e la testa piena di racconti, e il web offre tanti concorsi letterari per esordienti, c'è ben poco da perdere a buttarsi.

Ed è con immenso orgoglio che approfitto di questo mio spazio per presentare il risultato: la mia prima ( e spero non ultima!) favola pubblicata! ^_^
Ringrazio di tutto cuore la BUTTERFLY EDIZIONI per la splendida opportunità, e colgo l'occasione per segnalare a chiunque fosse interessato di tenere d'occhio il loro blog e il concorso Parole di Carta, destinato agli scrittori esordienti...
Qui trovate il catalogo degli autori, mentre cliccando sull'immagine della copertina potrete accedere alla pagina dedicata alla trama del libro.

E se vorrete leggerlo, e farmi avere la vostra opinione in merito, ne sarei davvero felice ^_^ .


“Qualunque cosa tu possa fare, qualunque sogno tu possa sognare, comincia. L’audacia reca in se genialità, magia e forza. Comincia ora.”

Johann Wolfgang Göethe




PS: Penso sia giusto linkare qui anche questo video di Max Rambaldi, la bravissima illustratrice (qui il suo sito web) che ha realizzato la copertina del libro... non so voi, ma a me fa impazzire...

lunedì 5 settembre 2011

JOHN RONALD REUEL TOLKIEN - Lo Hobbit

DOVE: Nella Terra di mezzo
QUANDO: Durante la Terza Era

Premetto di avventurarmi nella stesura di questo post con un tantino di timore; non essendo infatti io letteralmente un'esperta nè una cultrice del genere fantasy - ed avendo, però, in più di una occasione potuto toccare con mano il mondo degli appassionati del genere, e di Tolkien nello specifico - sono consapevole che quanto scriverò potrà risultare superficiale, a molti di loro.
Eppure, dico la verità, a me il genere proprio non dispiace. Sarà che - come ripeto e ripeto fino alla nausea - per me leggere è soprattutto viaggiare, ci sono dei momenti in cui incontrare strada facendo un paio d'elfi e perchè no, qualche hobbit può essere davvero piacevole. Come ripeto, non ho una vastissima conoscenza del genere, mi limito a qualcosa di Marion Zimmer Bradley, Eragorn di Paolini e, soprattutto Tolkien. Il Signore degli Anelli è tra i libri che preferisco, ricordo di averlo divorato in uno sfortunato inverno in cui, a casa dei miei genitori, la caldaia faceva le bizze e mi sono rifugiata per qualche ora, ben avvolta in un plaid di lana, di fronte al caminetto acceso. Davvero pittoresco, devo dire ^_^.
Perchè, dunque, non dedicare uno spazio proprio a lui? E, pensando a tutti quelli che, di fronte alle dimensioni massicce del Signore degli Anelli spalancano tanto d'occhi dicendo "No no no.... a me il genere proprio non piace, e poi tutte quelle pagine...", io rispondo: volete "assaggiare" lo stile di Tolkien? Provate allora con lo Hobbit, e non ve ne pentirete.
Gli ingredienti sono davvero intriganti: siamo infatti nella tranquilla Contea, abitata da quelle creaturine pacifiche e per nulla avventurose che sono gli Hobbit. Bilbo Baggins, questo il nome del nostro protagonista, che in una tranquilla giornata di sole splendente vede venirgli incontro, nella austera persona del potente mago Gandalf, un'avventura che finirà per stravolgere la sua esistenza (e, per tutti quelli che conoscono il Signore degli Anelli: ben più della sua sola esistenza): recuperare l'immenso tesoro che il feroce drago Smaug custodisce nel cuore più profondo della Montagna Solitaria. Con lui, ben tredici nani battaglieri, capeggiati dal famosissimo Thorin Scudodiquercia, assieme ai quali il timoroso piccolo Hobbit si troverà ad affrontare Orchi, Montagne Nebbiose, minacciosi Vagabondi e perfino quel bizzarro, maligno Gollum che anche chi non avesse letto Tolkien ha ben in mente per averlo visto di sfuggita sogghignare dal trailer della trasposizione cinematografica.
Il piccolo e pacifico Hobbit, trascinato suo malgrado lontano dalla verde tranquillità della Contea, attraverso le gole spigolose e solitarie della Montagna si scoprirà tutto sommato un'animo piccolo sì, ma battagliero e tenace, capace di tener testa perfino alle sibilanti insidie di Gollum, alla furia bestiale degli Orchi, alle minacce del verde e silenzioso Bosco Atro, pur di ritornare sano e salvo nel tepore e nella serenità della sua confortante casetta. Tutto intorno, le silenziose foreste in cui dimorano gli Elfi, le loro piccole scaramucce coi nani, le maestose Aquile, i minacciosi Mannari che incendiano la foresta per stanare i piccoli visitatori... e mille altri personaggi e luoghi, in un continuo mutare di paesaggi, passo dopo passo, man mano che si segue la mappa.
Dritti nel cuore della Montagna e ritorno (il titolo originale è proprio "There and Back Again"), attraverso un'avventura mozzafiato che si lascia leggere una pagina dopo l'altra, fino alla conclusione. Che poi, a ben vedere, non è che l'inizio.... Ma questa, è un'altra, lunga storia.

UN ASSAGGIO:
"Buon giorno!" Disse Bilbo; e lo pensava veramente. Il sole brillava e l'erba era verdissima. Ma Gandalf llo guardò da sotto le lunghe sopracciglia irsute ancor più sporgenti dalla tesa del suo cappello.
"Che vuoi dire?" disse "Mi auguri un buon giorno o vuoi dire che è un buon giorno che mi piaccia o no; o che ti senti buono, quest'oggi; o che è un giorno in cui si deve essere buoni?"
"Tutto quanto" disse Bilbo " E' un bellissimo giorno per una pipata all'aperto, per di più. Se avete una pipa con voil, sedetevi e prendete un po' del mio tabacco! Non c'è fretta, abbiamo tutto il giorno davanti a noi!" E Bilbo si sedette su un sedile accanto alla porta, incrociò le gambe e fece un bell'anello grigio di fumo che salì in aria senza rompersi e si librò sopra la collina.
"Graziosissimo!" disse Gandalf "Ma stamattina non ho tempo di fare anelli di fumo. Cerco qualcuno con cui condividere un'avventura che sto organizzando ed è molto difficile trovarlo."
"Lo credo bene, da queste parti! Siamo gente tranquilla e alla buona e non sappiamo che farcene delle avventure. Brutte, fastidiose, scomode cose! Fanno far tardi a cena! Non riesco a capire cosa ci si trovi di bello!" Disse il nostro Bilbo Baggins, e infilati i pollici sotto le bretelle fece un anello di fumo ancora più grande. Poi tirò fuori la posta del mattino e cominciò a leggerla, ostentando d'ignorare completamente il vecchio. Aveva deciso che non era proprio il suo tipo e voleva che se ne andasse. Ma il vecchio non si mosse. Stava fermo, appoggiato al suo bastone, fissando lo Hobbit senza dire niente, finchè Bilbo si sentì a disagio e anche un po' seccato.





venerdì 19 agosto 2011

GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA - Il Gattopardo


DOVE: Sicilia
QUANDO: 1860

Nella Sicilia assolata, nel cuore di quel 1860 che vede l'Italia - tutta, indistintamente, da Nord a Sud - attraversata dalla febbre del Risorgimento: è qui che ci trasporta Il Gattopardo, che con la delicatezza di un acquerello dipinge la rivoluzione vista attraverso lo struggente punto vi vista di chi vede il lento disfacimento della propria antica casata e del ceto nobiliare intero, sopraffatto dalla crescente forza della borghesia.
E qui, nella sfarzosa tenuta dei principi di Salina, avviluppata nel suo giardino odoroso di menta e zagare, silenziosamente assorta nella quotidiana recita del Rosario, incontriamo il principe Fabrizio - orgoglioso rappresentante di quella "casta" che malvolentieri accetta l'idea del proprio tramonto - e suo nipote Tancredi, giovane infiammato dagli ideali garibaldini che proprio tra le fila dei Mille ha scelto di schierarsi, in aperto conflitto con lo zio.
E mentre l'Italia scossa dall'impeto della rivoluzione si trasforma, sotto le rigide volte di Casa Salina si instaura una strenua - e sempre più debole - resistenza, perfino sotto il profilo culinario, quando il Principe rifiuta, nei suoi ricevimenti, di assecondare l'usanza barbara di incominciare un pasto con una "brodaglia", preferendo al nordico potage un ben più opportuno timballo di maccheroni. E tra devoti pellegrinaggi al Monastero di Santo Spirito - che accoglie la pia salma della Beata Corbera, antenata dei Salina, tra lussuosi e mondanissimi balli (occasione, negli intervalli di respiro lasciati dai "fattacci" della rivoluzione, per incontrarsi e congratularsi di esistere ancora), amori che sbocciano, i paesaggi riarsi dal sole, la nobile casata scivolta lenta e dignitosa incontro al suo tramonto, mentre il cuore della neonata Italia si avvia a pulsare di nuova vita.

UN ASSAGGIO:

"Primo (ed ultimo) di un casato che per secoli non aveva mai saputo fare neppure l'addizione delle proprie spese e la sottrazione dei propri debiti, possedeva forti e reali inclinazioni alle matemariche; aveva applicato queste all'astronomia e ne aveva tratto sufficienti riconoscimenti pubblici e gustosissime gioie private. Basti dire che in lui orgoglio e analisi matematica si erano a tal punto associati da dargli l'illusione che gli astri obbedissero ai suoi calcoli (come di fatto sembravano fare) e che i sue pianetini che aveva scoperto (Salina e Svelto li aveva chiamati, come il suo feudo e un suo bracco indimenticato) propagassero la fama della sua casa nelle sterili plaghe fra Marte e Giove e che quindi gli affreschi della villa fossero stati più una profezia che un'adulazione.
Sollecitato da una parte dall'orgoglio e dall'intellettualismo materno, dall'altra dalla sensualità e dalla faciloneria del padre, il povero Principe Fabrizio viveva in perpetuo scontento pur sotto il cipiglio zeusiano e stava a contemplare la rovina del proprio ceto e del proprio patrimonio senza avere nessuna attività ed ancora minor voglia di porvi riparo."


mercoledì 17 agosto 2011

NEIL GAIMAN - Coraline



DOVE: in una tranquilla casa americana, dalla quale però si accede ad un inquietante mondo parallelo

QUANDO: nel tempo senza tempo delle più classiche favole.

Coraline Jones è una bambina sveglia, curiosa, vivace; per molti versi mi ricorda la Scout creata dalla penna di Harper Lee. Trasferitasi in una nuova casa assieme ai suoi genitori - i quali però, spesso assorti nel loro lavoro, prestano ahimè attenzione allo schermo del pc molto più che al suo bisogno di compagnia - trascorre le sue vacanze estive in annoiate scorribande alla scoperta della nuova casa, della quale però ben presto finisce per esplorare ogni angolo. Nè le bizzarre Miss Forcible e Miss Spink, un tempo brillanti attrici di teatro, oggi tranquille vecchiette nonchè sue vicine di casa, nè il vecchio pazzo dell'ultimo piano, dedito al laborioso addestramento di un'orchestra di topini, sono sufficienti a riempire le sue giornate; inevitabile, dunque, che il suo spirito da esploratrice finisca per essere irrimediabilmente attratto da quella misteriosa porta sulla parete del salotto, sempre chiusa a chiave benchè murata.
La porta - spiega la mamma - metteva in comunicazione le due ali della casa, ma dal momento che è stata divisa in due metà e solo una è stata venduta, è stata chiusa con un muro. Tutto quadrerebbe, certo, se non fosse per quell'inquietante ombra nera che, svegliandosi di soprassalto nel cuore della notte, Coraline vede scivolare via proprio attraverso la porta; niente di meglio, per una bambina dallo spirito tanto intraprendente.
Ma quando, varcata infine la soglia, finirà per trovarsi imprigionata in un'oscuro mondo parallelo, prigioniera di un Altro Padre ed un Altra Madre che sembrano essere usciti da un incubo, pallidi riflessi di quelli veri, riuscirà davvero la coraggiosa Coraline a cavarsela, tornando infine nel suo mondo?


UN ASSAGGIO:

"Coraline prese una sedia e la spinse vicino alla porta della cucina. Ci salì sopra e si protese verso l'alto, inutilmente. Poi scese e andò a prendere una scopa nel ripostiglio. Quindi salì di nuovo sulla sedia, e protese verso l'alto il manico della scopa.
Cling.
Scese dalla sedia e raccolse le chiavi. Sorrise trionfante. Poi appoggiò la scopa alla parete e andò in salotto.
La famiglia non andava mai in quella stanza. Avevano ereditato i mobili dalla nonna di Coraline, insieme a un tavolinetto basso, una consolle, un pesante portacenere di vetro e il dipinto a olio di una fruttiera. Coraline non era mai riuscita a capire come mai ci fosse gente che avesse voglia di dipingere una fruttiera. Quanto al resto, la stanza era vuota: niente soprammobili sulla mensola del caminetto, niente statuine, nè orologi, niente che rendesse quel luogo confortevole e vissuto. La vecchia chiave nera sembrava più fredda di tutte le altre. Coraline la infilò nella toppa. Girò senza fare capricci, con soddisfacente rumore metallico.
Coraline si fermò ad ascoltare. Sapeva che stava facendo qualcosa di proibito, così tese l'orecchio per sentire se sua madre stesse tornando, ma non sentì nulla. Poi mise la mano sulla maniglia e la girò: e finalmente la porta si aprì.
Si aprì su un corridoio buio. I mattoni erano scomparsi, come se non ci fossero mai stati. Da quel corridoio veniva un agghiacciante odore di stantio: l'odore di qualcosa di molto vecchio e di molto lento.
Coraline varcò la soglia."

mercoledì 3 agosto 2011

BANANA YOSHIMOTO - Kitchen

DOVE: Giappone
QUANDO: Anni '90

Ho un debole per Banana Yoshimoto.Sarà perchè in Giappone non sono mai stata, e lei ha la capacità di catapultarti - con racconti brevi e intensi come sogni - nel bel mezzo di un appartamento di Tokyo, a sorseggiare un tè bollente osservando al di là del vetro una distesa di tetti di cemento. Sarà per lo stile estremamente "vivo", che quando chiudi la pagina hai ancora impresse sulla pelle, nelle narici, sulle papille le sensazioni tattili, olfattive e gustative che in realtà hai solo immaginato.
Tra i suoi libri, decisamente Kitchen è uno di quelli che ho amato di più: due racconti ( tre, a dire il vero, ma i primi due sono legati alla storia degli stessi personaggi) poetici ed intensi sull'amore, sulla solitudine di chi, travolto dal destino, perde una persona cara e si aggrappa a ciò che può per non affogare, sulla vita che va avanti, nonostante tutto.
Da un lato, la giovane Mikage, rimasta sola in una casa piena di ricordi dopo la morte della nonna, che ritroverà in Yuichi e nella sua stravagante "mamma" Eriko il calore di una famiglia, l'affetto di un amico e forse qualcosa di più. Dall'altro, la struggente Satsuki, che poco più che adolescente affronta la morte improvvisa dell'amato Hitoshi, fianco a fianco nel suo dolore con il fratello di questi, Hiiragi, che nello stesso incidente ha perso la fidanzata e che per amore di lei continua ad indossare la sua divisa scolastica - con tanto di gonnellino - incurante di chi lo addita ridacchiando quando compare in un caffè.
La prima, tenace e determinata, che scopre la propria strada professionale nella cucina, mentre nel privato si sforza con tutta sè stessa di venir fuori dal tunnel d'isolamento che la morte sembra averle costruito intorno; la seconda, appassionatamente devota, che fiacca il suo fisico con una estenuante seduta di jogging mattutino nella disperata speranza di lasciar scivolare via tutto quanto, assieme al sudore.
Due storie delicatamente poetiche, suggestive nella loro ambientazione così lontana dalla nostra realtà - eppure così vicina a quella che abbiamo imparato ad amare attraverso certi cartoni ^_^ - che si lasciano leggere in un sussurro, ma ti lasciano dentro tanto.


UN ASSAGGIO:

"Mi sforzavo di correre. A volte, quando mi sentivo mancare il fiato, mi veniva da pensare che correre così, stanca com'ero per la notte trascorsa, non fosse che un modo di maltrattarmi. Era un dubbio che respingevo subito nella mia mente confusa: mi dicevo che se non altro al ritorno avrei dormito. La tranquillità delle strade era così totale che faticavo a mantenere chiara la coscienza. Il rumore del fiume si faceva più vicino, e il cielo cambiava a ogni istante. Una bella giornata stava per nascere attraverso il cielo azzurro e limpido.
Arrivata al ponte, come sempre mi appoggiai alla balaustra e mi misi a guardare le strade e le case che sfumavano indistinte nell'azzurro dell'aria. Il fiume scorreva con un suono fragoroso, trascinando ogni cosa con la sua schiuma biancastra. Un vento freddo mi soffiava sul viso, asciugando il sudore. Nell'aria ancora rigida di marzo splendeva chiara la mezza luna. Il respiro di consensava in vapore bianco."

venerdì 29 luglio 2011

MARSHA MEHRAN - Caffè Babilonia


DOVE: Ballinacroagh, minuscolo villaggio sulla costa irlandese
QUANDO:Anni '80

Tre sorelle - Marjan, Bahar e Layla - fuggite dall'Iran inghiottito dalle fiamme della rivoluzione khomeinista, approdano in un piccolo villaggio dal nome a malapena pronunciabile, appollaiato intorno alle sue strade medievali sull'umida e verde costa irlandese, e rimboccandosi le maniche cercano di ricostruire le loro vite lacerate.
Cosa non facile, quando hai la mente e il cuore pieni di immagini di sangue e violenza così difficili da strappare via; eppure le tre ragazze si animano di buona volontà e aprono un ristorantino pieno di colori e profumi, in grado di portare una ventata di innovazione perfino tra le tranquille e statiche viuzze di Ballinacroagh.
Attratti come da un silenzioso incantesimo dal profumo del basmati e dell'acqua di rose e dall'irresistibile fascino dell'esotico, i loro concittadini cominciano ben presto a sciamare numerosi nel locale, mentre le tre sorelle, assaporando ogni gesto, si dedicano con cura alla preparazione dei loro piatti, lasciando che in questo modo i brutti ricordi si affievoliscano. Ma ecco che l'amore ci mette lo zampino, facendo incontrare la bella Layla con Malachy Mc Guire, figlio di quel Thomas che, a suon di sputi e imprecazioni, manifesta prepotentemente il suo status di "signorotto" locale, nonchè proprietario di un infinito numero di pub; il quale, inutile dirlo, non approva affatto la relazione tra il suo figliolo e quella "straniera" catapultata assieme alle sue sorelle e al loro strampalato bagaglio di spezie e puzze penetranti a scompigliare la tranquillità della sua cittadina.
E tra dolmeh, palpiti del cuore, dolorosi flashback e la triste realtà di chi, tra mille difficoltà, cerca di radicarsi in una terra nuova e sconosciuta, le tre sorelle sapranno - ricetta dopo ricetta - tener fede al loro sogno di crearsi una vita nuova.
(E quando dico: "ricetta dopo ricetta" non è tanto per dire; ogni capitolo è dedicato ad un piatto, con tanto di ricetta ( dalla Baklava, alla Zuppa di Lenticchie Rosse, alla Bevanda allo yoghurt dough) per poter ricreare i profumi e i sapori del libro.)


UN ASSAGGIO:

" Il Caffè Babilonia doveva aprire entro cinque ore. Cinque ore! E a Bal-li-na-croag, la nuova cittadina di cui a stento riusciva a pronunciare il nome, figurarsi scriverlo. Un intero villaggio pieno di gente che sarebbe venuta ad assaggiare i suoi piatti con sguardi interrogativi e lingue curiose. E, al contrario dei suoi precedenti incarichi in cucina, stavolta sarebbe stata lei la responsabile di tutto. Il cuore prese a batterle più forte mentre faceva rosolare la carne tritata e le cipolle sulla fiamma bassa e guizzante. La padella sfrigolò soddisfatta quando Marjan aggiunse le preziose erbe essiccate, le uniche che fosse riuscita a trovare in così poco tempo. Anche in Iran le era capitato di doverle usare, ma aveva scoperto che, se le metteva a mollo durante la notte, andavano ugualmente bene, quasi come quelle fresche. Poi unì la carne rosolata al riso e condì con succo di lime fresco, sale e pepe. A questo punto iniziò a mescolare con tutta la forza nonostante il dolore alle spalle, perchè quelle energiche rotazioni di tutto il busto erano necessarie all'armonia dei dolmeh."

giovedì 14 luglio 2011

THRITY UMRIGAR - Bombay time


DOVE: Wadia Baug, popoloso quartiere-condominio di Bombay
QUANDO: tra i giorni nostri e - in flashback - attraverso cinquant'anni di storia dell'India.

Tutto ha inizio da un matrimonio: Mehernosh Kanga e la bella Sharon, giovani "figli" dell'affollata Wadia Baug, convolano a giuste nozze sotto gli occhi orgogliosi della comunità. Eh sì, perchè quando si vive in un condominio della Bombay semplice eppure onesta, mentre tutto intorno la città pare disfarsi e marcire sotto la spinta del progresso e dei suoi devastanti effetti collaterali - la miseria di chi è costretto ad elemosinare gli avanzi, aspettando pazientemente accanto ad un cassonetto e la violenza di chi a tutto ciò tenta di ribellarsi con la forza della disperazione - è inevitabile che si diventi un po' il figlio di tutto il quartiere. Perchè quando il tempo scivola via veloce, imbiancando i capelli di chi osserva, allungando le ossa dei bambini sotto le ginocchia sbucciate, portandosi via gli affetti e le speranze, non rimane che questo: la semplice possibilità di gioire assieme a chi ha ancora, davanti a sè, tutto il tempo e le possibilità.
Qui, dal ricevimento nuziale al quale l'orgoglioso papà dello sposo - Jimmy Kanga, uomo di successo negli affari come nella vita - ha deciso di accogliere l'intera, colorata comunità di Wadia Baug, prende l'avvio una vicenda polifonica, nella quale l'intreccio della trama si dipana trasportato dalle voci degli invitati, ciascuno intento in un solitario viaggio a ritroso nella propria memoria. Lo sappiamo tutti, no, come accade? Basta un nonnulla, un gesto, un colore, un dettaglio, un profumo, e siamo risucchiati indietro nella melma dolce-amara dei nostri vischiosi ricordi... Ed ecco che, tra una portata e l'altra, tra lo scintillio delle sete e l'aroma intenso delle spezie, tra lo strombazzare dei clacson e il silenzio doloroso delle cerimonie funebri alla Torre del Silenzio, viaggiamo avanti e indietro attraverso il tempo, nella neonata India che s'è scrollata di dosso il giogo della dominazione inglese ed in quella che - ormai signora d'una certa età - si guarda alle spalle e fa' un bilancio di ciò che è diventata.
E conosciamo quest'India nel modo più schietto e veritiero, attraverso gli occhi di chi l'ha vissuta, come quelli di Rusi, un tempo giovane pieno di speranze, ora uomo di mezza età che cerca di interrogarsi sul perchè la felicità sembri scivolargli via attraverso le dita; o quelli di Tehmi, un tempo giovane e splendida sposa dell'amatissimo Cyrus, divenuta poi la solitaria vedova dall'alito che uccide; o ancora quelli di Adi, giovane scapolo con un segreto pesante come un macigno seppellito nel fondo del suo cuore. Ed ancora, la vecchia e combattiva pettegola Dosa, divenuta tale nel masticare per anni il dolore di una vita andata come non voleva che andasse. Soli Contractor ed il ricordo del suo unico, lontano, indimenticato amore di gioventù che ha finito per avvelenargli l'anima legandolo ad una solitudine perpetua.
Decine e decine di voci e di vite, accomunate dall'etnia parsi e dalle mura di Wadia Baug, che li hanno visti crescere, sperare, innamorarsi, imbiancare, soffrire, talvolta soccombere. Un delizioso affresco della Bombay più intima.

UN ASSAGGIO:

"Bombay ha aperto gli occhi. Le sveglie suonano in tutta la città. Il loro trillo scuote il sole dal sonno, lo fa scendere dal letto perchè cominci a malincuore la lenta scalata del cielo.Lungo il tragitto si lascia dietro una bava scarlatta, simile agli sputi rossastri che lasciano sui muri i masticatori di foglie di paan. Gli uomini impegnati nei loro esercizi quotidiani al Worli Sea Face notano appena lo splendore del cielo e il sole in ascesa.Grugniscono; sudano; i loro corpi muscolosi luccicano come rami scuri nella luce mattutina. Presto saranno strappati via dal petto ombroso di quell'attimo che precede l'alba e dalla sua pace anonima, elusiva. Ma ora, per un breve istante, possiedono la città, quegli uomini indistinti: un esercito di sagome sudate e ansimanti, che fanno addominali, si esercitano nella lotta, praticano esercizi yoga, respirano l'aria dolce del mattino. Per un momento breve e prezioso, gli stereo portatili non rigurgitano colonne sonore di film hindi a tutto volume; i taxi non parlano il linguaggio aspro dei clacson. C'è solo il rumore del loro respiro e dell'oceano che sospira agitandosi nel sonno. Ecco perchè quegli uomini credono di possedere la città scura, la sua aria tiepida, la sua luna vuota, le sue acque schiumanti. Adesso, però, è la città a possederli. Bombay apre gli occhi su un altro giorno."

lunedì 4 luglio 2011

MILAN KUNDERA - L'immortalità


DOVE: Parigi
QUANDO: Ventesimo secolo

E' senz'altro inusuale che uno scrittore ci conduca per mano attraverso la genesi di una sua opera, insegnandoci come, talvolta, i personaggi nascano da un nonnulla. Da un gesto, ad esempio.
Così, mentre attende pigramente al bordo di una piscina parigina il suo amico Avenarius, l'occhio dell'autore viene catturato da un semplice sorriso ed un cenno della mano, un saluto come tanti eppure straordinariamente affascinante perchè lanciato da una sessantenne certo non più piacente che però, in quel breve istante, ritrova la genuina civetteria della ventenne. Così, da un nonnulla, dalla nostalgia che quel gesto riesce a instillare nel cuore di uno scrittore, nasce Agnes, creatura bizzarra, infelice, distaccata - quasi nauseata - dal mondo che la circonda, chiassoso, appariscente, superficiale. Incapace, a detta di lei stessa, di essere solidale con l'umanità. E piena di dubbi sulla sua stessa vita, sul suo matrimonio, sul suo corpo. Dall'altra parte, sua sorella minore Laura, affascinante, molto consapevole di sè e del proprio aspetto fisico, sensuale, decisa. Una donna, per intenderci, in grado di dire alla sorella maggiore: " Chiedersi che cosa sia l'amore non ha alcun senso, cara sorella. L'amore o l'hai vissuto o non l'hai vissuto. L'amore è l'amore, non c'è nient'altro da dire. Sono le ali che mi battono in petto e mi spingono ad azioni che a te sembrano irragionevoli. Ed è proprio questo che a te non è mai successo". Tra le sue sorelle, quei brandelli di vita condivisa - la morte e la malattia dei genitori - che talvolta costringono ad avvicinarsi ed a rendersi improvvisamente conto che la vita ti porta lontano, che si può condividere lo stesso sangue ma non lo stesso spirito, che ti costringono ad aprire gli occhi sulla vita che scorre veloce come sabbia in una clessidra, lasciando in bocca il sapore amaro dei rimorsi e dei rimpianti.
Un romanzo particolare, in cui la storia della protagonista lascia spazio ad altre storie - Rimbaud, Goethe, perfino Hemingway si affacciano tra le pagine del libro, richiamati in punta di penna dall'abile giocoleria di Kundera; è lui stesso, ben lungi dal rimanere un burattinaio esterno alla vicenda, con una sorta d'incantesimo entra ed esce dalla storia, rendendo difficile la percezione di ciò che è reale e di ciò che non lo è, confondendo continuamente le acque tra la fantasia letteraria e la concreta, schietta realtà.


UN ASSAGGIO:

"Il marciapiede era così affollato che si camminava a fatica. Davanti a lei due figure di pallidi nordici con i capelli gialli si facevano largo nella calca: un uomo e una donna, che superavano di almeno due teste la moltitudine di francesi e di arabi. Ciascuno portava appeso alla schiena uno zaino rosa e sulla pancia un neonato sorretto da una specie di imbracatura. Dopo un istante scomparvero dalla sua vista: davanti a sè vedeva ora una donna vestita con larghi pantaloni che arrivavano appena sopra le ginocchia, come andava di moda quell'anno. Con quell'abbigliamento, il suo sedere sembrava ancora più grasso e più vicino a terra e i pallidi polpacci somigliavano a un'anfora campagnola ornata da un rilievo di vene varicose, di un azzurro violaceo, aggrovigliate come un gomitolo di piccoli serpenti. Agnes si disse: questa donna poteva trovare altri vestiti che avrebbero reso il suo sedere meno mostruoso e avrebbero coperto le vene azzurre. Perchè non lo fa? Ormai la gente non solo non cerca di essere più bella quando va in mezzo all'altra gente, ma non cerca neanche di non essere brutta!
Si disse: quando un giorno l'assalto della bruttezza fosse diventato del tutto insostenibile, si sarebbe comprata dal fioraio una violetta, una sola violetta, quello stelo delicato col suo minuscolo fiorellino, sarebbe uscita in strada e tenendolo davanti al viso l'avrebbe fissato spasmodicamente, per vedere solo quello..."

venerdì 3 giugno 2011

JOHN CONNOLLY - il libro delle cose perdute


DOVE: tra l'Inghilterra bombardata dai nazisti e un cupo mondo immaginario

QUANDO: anni'30

David è un bambino come tanti, se non fosse che la Vita lo ha costretto a confrontarsi con realtà difficili da gestire anche per un adulto. La mamma strappatagli da un male incurabile, tanto per cominciare, lasciando lui e il padre a colmare un vuoto incolmabile; o che, perlomeno, a David sembra tale finchè il padre non gli presenta Rose, la sua nuova compagna, annunciandogli che avrà presto un fratellino. E poi la guerra, che costringe David e la sua nuova famiglia allargata alla continua, angosciosa attesa di un attacco aereo, costringendoli a spostarsi da Londra alla vecchia, enorme casa di famiglia di Rose, sperduta in un bosco, nella quale il piccolo David resta solo con sè stesso, a covare un enorme rancore con la sola compagnia dei libri. Quegli stessi libri che, da quando sua madre se n'è andata, avevano cominciato a chiamarlo, bisbigliando dapprima il suo nome, poi sempre più forte, trascinandolo con sè quando meno se l'aspetta, quando preda di misteriosi attacchi di epilessia si risvegliava poi con il nitido ricordo di visioni, odori, sensazioni tattili sconosciute.
Fino a quando, in una notte silenziosa solcata dal ronzio degli aerei incursori, David non finirà davvero per essere risucchiato in quel mondo fantastico. Ma attenzione, qui non siamo nel Paese delle Meraviglie, qui non ci sono fumanti tazze di tè, Uova antropomorfe che camminano in bilico sui muretti e pasciuti gatti in grado di dissolversi nel nulla. Il mondo in cui viene trasportato David è un mondo cupo, violento, governato da un Re al quale il potere sta lentamente scivolando via dalle mani mentre una famelica orda di esseri metà lupo metà uomo - che sembrano partoriti dal peggiore degli incubi infantili - marcia alla volta del castello. Un regno in cui ai bambini che smarriscono la strada accadono cose brutte, molto brutte, in cui svolazzano arpie dagli artigli affilatissimi, in cui dal profondo delle foreste emergono creature primordiali affamate di sangue ed in cui, sopra ogni cosa, il malefico Uomo Storto sembra malgrado tutto governare. Riuscirà l'indifeso David ad affrontare questo mondo d'incubo, arrivando sano e salvo fino al Re, che pare essere l'unica sua speranza di salvezza? (Non tanto lui, quanto il preziosissimo Libro delle Cose Perdute, che egli possiede e che pare racchiuda la risposta ad ogni interrogativo).
Non resta che seguirlo in questa strana avventura - in cui, a onor del vero, va detto che le teste vengono mozzate, il sangue scorre a fiumi e si incontrano creature raccapriccianti, per scoprirlo.
Pur non essendo propriamente il mio genere, nel complesso un viaggio interessante attraverso l'idea stessa di Bene e Male, che sul finale finisce per essere sorprendentemente stravolta - come un cartello di carte mandato all'aria con un colpo di mano.

UN ASSAGGIO:

"Le cose andarono così. Rose era incinta. Il padre di David glielo disse mentre mangiavano patatine fritte lungo il Tamigi percorso dalle imbarcazioni e odoroso di lubrificante e di alghe. Era il novembre del 1939. Nelle strade c'erano più poliziotti rispetto a qualche mese prima, e gli uomini in uniforme erano ovunque. Sacchi di sabbia erano accatastati davanti alle finestre, e lunghi tratti di filo spinato percorrevano le strade come molle crudeli. I giardini erano punteggiati dalle gobbe dei rifugi antiaerei, e nei parchi erano state scavate trincee. Sembravano essevi manifestini bianchi affissi su ogni superficie disponibile: restrizioni all'uso dell'illuminazione, proclami del re, tutte le istruzioni di un paese in guerra.
Molti dei bambini che David conosceva avevano ormai lasciato la città, affollando le stazioni ferroviarie con piccole targhette marroni per bagagli applicate ai soprabiti, in viaggio verso fattorie e cittadine sconosciute. La loro assenza faceva sembrare la città ancora più vuota e aumentava la sensazione di aspettativa che sembrava governare le esistenze di chi era rimasto. Presto sarebbero arrivati i bombardieri, e di notte la città era immersa nel buio per rendergli più difficile il compito. Il blackout rendeva la città così buia che si potevano distinguere i crateri della luna, e il cielo traboccava di stelle."

martedì 31 maggio 2011

HA JIN - L'attesa


DOVE: Cina
QUANDO: tra la fine degli anni '60 e gli anni '80

Tra le mete più suggestive che i libri mi hanno consentito di conoscere, c'è certamente la Cina descritta da Ha Jin; siamo alla fine degli anni '60, gli anni della guerra in Vietnam, delle grandi manifestazioni, del Sergent Pepper. L'anno, per intenderci, del primo trapianto di cuore.
In tutto questo pullulare di ideali, di creatività, di progresso, il gigante cinese comincia mollemente a far rotolare i suoi ingranaggi, avviandosi a diventare la brulicante potenza che siamo abituati a conoscere; ma il vento di rinnovamento spira lentamente attraverso la sterminata estensione di questa terra millenaria. Da un lato, nelle grandi città, le donne istruite, brillanti, indipendenti. Dall'altro, nel silenzio dei piccoli villaggi di campagna, le loro coetanee annodano ancora i capelli in una stretta crocchia, ondeggiano sui loro piedi fasciati e vengono educate alla disciplina, alla silenziosa devozione, alla pazienza. E' qui che nasce una storia d'amore di quelle che finiscono per spezzarti il cuore, quella del medico Lin Kong per la bella infermiera Manna Wu, storia nata tra le corsie dell'ospedale di Muji, fiorente città del nord della Cina, ma destinata a restare sospesa e fragile come una bolla di sapone, a causa della minuta, ostinata, anacronistica Shuyu. E' lei, infatti, la moglie che i genitori di Lin avevano scelto per lui - e che lui aveva accettato, secondo i rigidi principi che regolano il rapporto tra genitori e figli nella Cina di allora: una "buona moglie" dai piedi fasciati e dalla faccia rugosa, silenziosa e disciplinata ma ostinata e tenace quando si tratta di negare il consenso al divorzio. Intrappolato in un matrimonio senza amore, Lin vive una vita in continuo conflitto fra ciò che desidera e ciò che deve, a metà tra la passione tenera e sincera che lo lega a Manna e la rigida legge che lo inchioda al fianco di Shuyu.
Un libro che offre una splendida occasione per visitare quel tempo in cui le antiche millenarie tradizioni orientali cominciano a cigolare sotto il peso del progresso portato dall'occidente (in questo, forse, mi ricorda un tantino le Memorie di una Geisha di Golden).

UN ASSAGGIO:

"La domenica seguente si incontrarono e passeggiarono nuovamente assieme, e così la domenica successiva. Nell'arco di un mese presero a vedersi più spesso, due o tre volte la settimana, prima del crepuscolo. Lin si attaccava sempre più a Manna. Una volta che non riuscirono a vedersi perchè lei era stata incaricata di accompagnare un paziente in un altro ospedale militare, lui passò due ore, quella sera, a misurare a grandi passi il proprio ufficio, tale era l'irrequietezza che l'aveva preso. Era la prima volta che sentiva tanto forte il desiderio di trovarsi con una donna. Alla fine di agosto lui e Manna non avevano più bisogno di mettersi d'accordo su dove e quando vedersi. In mensa mangiavano allo stesso tavolo; insieme andavano nello stanzino dell'acqua calda, ciascuno con il suo thermos in mano; alle riunioni e ai gruppi di studio politici si sedevano uno accanto all'altra; giocavano sempre insieme a ping-pong e a volano; la sera, tempo permettendo, facevano due passi nei paraggi, chiacchierando e a volte discutendo. Capitava che Lin si domandasse se non fossero diventati una coppia di fidanzati, anche se tra loro non c'era mai stato niente di fisico, non si erano nemmeno sfiorati con le mani. Continuava a rammentare a sè stesso di essere un uomo sposato."

giovedì 26 maggio 2011

DIECI LIBRI

Accolgo molto volentieri la sfida lanciatami da Alessandra, nel suo commento al mio post su King Kong; e parlo di sfida perchè, come giustamente dice lei stessa, elencare i libri più belli di sempre - secondo me, è ovvio ^_^ - non è affatto cosa facile.
I gusti letterari, così come gli altri, cambiano nel tempo; al liceo ricordo che divoravo le pagine di Herman Hesse come niente fosse, mentre riaccostandomi a questo autore a distanza di una quindicina di anni comincio a trovarlo un tantino meno "digeribile". Senza contare che, poi, l'umore del momento influenza moltissimo il mio giudizio: ci sono fasi della mia vita nelle quali sento il bisogno di ambientazioni "fantasy", altre in cui ho voglia di buio, tensione e respiro spezzato dalla paura, altre ancora in cui cerco disperatamente quelle storie d'amore tutte "bianche manine" da sfiorare, svenimenti, timidi convegni in un angolo della sala da ballo, guance che arrossiscono per un nonnulla. A seconda di dove mi porta l'umore - sarà che sono del Cancro? - scelgo, e amo, una storia piuttosto che l'altra; va da sè che redigere un elenco dei miei libri preferiti ad oggi (24 maggio 2011) non significa necessariamente che da qui a un anno - o ad una settimana - l'elenco sarebbe lo stesso ^_^.

A chiusura di questa premessa, Alessandra lascia a me la scelta del numero di libri; dopo aver messo a soqquadro la biblioteca e creato una pila che mai e poi mai sarebbe entrata in una fotografia, ho deciso di optare per un dieci tondo tondo.

Ecco qui, dunque, i dieci libri del cuore secondo me:



1 - IL MAESTRO E MARGHERITA : forse, il mio preferito in assoluto. Stupenda la descrizione che il Maestro fa del suo primo incontro con la bella Margherita, lungo la Tverskaja:
" Essa aveva in mano orribili fiori gialli inquieti. Non so come si chiamino, ma sono sempre i primi ad apparire a Mosca. Questi fiori si stagliavano nettamente sul suo soprabito nero primaverile. (...) Conosce la Tverskaja, no? Lungo la Tverskaja camminavano migliaia di persone, ma le assicuro che essa vide me solo e mi guardò, non dico con aria preoccupata, ma addirittura in un certo qual modo morboso. Fui colpito non tanto dalla sua bellezza, quanto dalla straordinaria, mai vista solutudine nei suoi occhi..." Un classico colpo di fulmine tra due individui soli.. Una storia splendida, poetica, surreale...

2- IL PICCOLO PRINCIPE: non gli ho ancora dedicato nessun post (chiedo umilmente venia, prometto che rimedierò al più presto!), ma è indubbio che sia uno dei capolavori del mio cuore. Non credo neanche che ci sia bisogno di aggiungere altro, se non che è IL libro. Quello che leggi da piccolo e riscopri da grande. Quello che, quando meno te lo aspetti, ti rigurgita in mente i suoi frammenti.
"Dove sono gli uomini?" riprese dopo un po' il piccolo principe. "Si è un po' soli nel deserto.."
"Si è soli anche con gli uomini" disse il serpente.
Pura poesia.

3- I TRE MOSCHETTIERI: credo di aver già parlato del mio amore per Dumas; probabilmente tra tutti i suoi romanzi, però, questo è quello che in assoluto preferisco. Azione, ironia, quel pizzico di intrigo che non guasta, e l'enorme fascino - perlomeno secondo me - emanato dal solitario e impenetrabile Athos, oltre alle impareggiabili atmosfere della Parigi di Luigi XIII, i duelli, gli amori.... Una impagabile evasione.

4-NOVECENTO: Baricco è senz'altro tra i miei autori preferiti. Personalmente adoro il suo stile ed i suoi personaggi. Fra tutti, il malinconico pianista Danny Boodman T.D. Lemon Novecento è uno dei miei preferiti, con la sua vita surreale appesa sul filo delle onde, con il mondo che gli passa davanti agli occhi. "Quando uno ti racconta con assoluta esattezza che odore c'è in Bertham Street, d'estate, quando ha appena smesso di piovere, non puoi pensare che è matto per la sola stupida ragione che in Bertham Street, lui non c'è mai stato. Negli occhi di qualcuno, lui, quell'aria l'aveva respirata davvero. A modo suo: ma davvero."

5- RACCONTI DI PIETROBURGO: anche di questo ho già parlato in un precedente post; amo moltissimo gli scrittori Russi (fosse stato per me avrei buttato nella lista anche il Dottor Zivago, e Guerra e Pace), ma per creare un elenco un pochino vario, ho costretto me stessa ad una scelta. E, tra i classici, scelgo decisamente Gogol per lo stile accattivante, ed i Racconti di Pietroburgo per il tema assolutamente non convenzionale, brillante, surreale. L'amaro che lascia in bocca la conclusione de Il Cappotto vale da sola il prezzo di tutto il viaggio nella gelida San Pietroburgo.

6- L'AMANTE DI LADY CHATTERLEY: non ne ho parlato che pochi giorni fa, ma mi ripeto: a me la storia d'amore tra l'infelice Constance e il misterioso Mellors piace da morire. Al di là di tutto quanto è stato detto sulla carnalità esplicita di questo libro, trovo che ciò che resti una volta sfogliata l'ultima pagina sia la sensazione di aver avuto tra le mani null'altro che una storia di amore puro e infelice. Se dubitate, cominciate dalla fine, dalla struggente lettera con cui il libro si chiude (non anticipo troppi dettagli, stiamo pur sempre parlando della conclusione di un libro!^_^)

7- RAGIONE E SENTIMENTO: eccola qui, la mia cara zia Jane. Forse avrei dovuto mettere in lista tutte le sue opere, ma volendo anche in questo caso operare una scelta, è forse questo il mio preferito, accanto a Northanger Abbey. Consapevole della presenza autorevole di una janeiter come Sylvia-66 tra i miei lettori, non mi sbilancio troppo in commenti tecnici sulla trama, avendo letto questa meraviglia ormai qualche annetto fa, percui la mia memoria su alcuni dettagli vacilla. Quel che è certo è che amo il binomio su cui la storia si incentra, se sia più giusto lasciarsi andare ai marosi delle emozioni o porre un freno guardando sempre le cose attraverso le lenti dell'intelletto...

8- PER CHI SUONA LA CAMPANA: anche a questo prometto di dedicare al più presto un post tutto suo (anche perchè mi sembra imperdonabile che nell'elenco qui a sinistra non compaia ancora un nome come quello di Hemingway!). Bellissimo intreccio di amore e guerra, bellissimo il senso del titolo, ispirato da una poesia di John Donne riportata nell'apertura : "Ogni morte d'uomo mi diminuisce, perchè io partecipo all'umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana. Essa suona per te."

9-OCEANO MARE: rieccolo, Baricco.. Ma come potevo non mettere nell'elenco dei libri del mio cuore anche questo? Come ho scritto nel post ad esso dedicato, adoro Bartleboom. Trovo sia l'essenza stessa del romanticismo, un uomo che abbia trascorso la prima parte della sua esistenza scrivendo lettere alla donna della sua vita, immaginando un giorno di incontrarla. E la passionale Ann Deverià, che passeggia sulla riva del mare avvolta nel mantello viola, lì dove il pittore Plasson attende pazientemente di incominciare a dipingere i suoi quadri - una volta che avrà trovato gli occhi del mare... Splendido.

10- JANE EYRE: anche a lei ho già dedicato un post - ormai quasi un anno fa; la mia eroina preferita, la piccola e tenace Jane ed il suo tenero, appena sussurrato amore per il burbero Rochester, sullo sfondo di un solitario maniero di pietra avvolto dal più perfetto dei silenzi. La trovo estremamente moderna, una donna intelligente, indipendente eppure fragile, capace di trovare sempre in sè stessa la forza d'animo per affrontare la vita, e con un cuore abbastanza grande da guardare oltre la scorza di chi si fa scudo del proprio dolore temendo d'essere nuovamente ferito.

Questi, dunque, i miei dieci, e grazie mille ancora ad Alessandra per avermi dato l'idea. E, perchè no, se qualcun altro di voi volesse partecipare al gioco, ben venga.. chissà che non sia un modo per conoscere altri titoli da inserire nell'elenco - già lungo! - dei libri da comprare ( e, se vi va, inserite il link dell'immagine nel vostro blog.. tanto per spargere un po' la voce! ^_^)

lunedì 23 maggio 2011

EDGAR WALLACE - King Kong

DOVE: Tra New York ed una sperduta isola al largo delle Indie Orientali

QUANDO: Anni '30.

Solo qualche giorno fa, sul blog del GdL di Bryce House si parlava dell'importanza di contestualizzare un libro prima di giudicarlo. Sostanzialmente, il succo è: vale per i libri lo stesso principio che vale per gli esseri umani: mai lasciarsi condizionare da commenti superficiali.
Ecco, trovo che King Kong sia un perfetto esempio di come un libro debba essere letto nel contesto in cui è nato. Certo che, ad un occhio del duemilaundici, l'avventura del cigolante Vagabondo ai confini del mondo conosciuto per assecondare il capriccio di un eccentrico produttore cinematografico mettendo a repentaglio la vita di quanti avrebbero preso alla spedizione, risulta forzatamente artificiosa, per non parlare per la facilità con cui, di fronte a creature credute estinte, si mette mano a bombe soporifere e pistole, completando con lo scatto di un grilletto ciò che l'evoluzione aveva miracolosamente lasciato in sospeso per anni.
Ma non dobbiamo dimenticare da dove nasce il poderoso e sfortunato gorilla: siamo infatti nell'America degli anni Trenta, sospesi tra due guerre mondiali, ancora scossa da una grave crisi economica, un'America nella quale la nascente industria cinematografica incomincia a costruire a tavolino opere che riempiano le sale facendo tintinnare le monete nei botteghini. Ecco quindi che, reclutato il genio del romanzo poliziesco Edgar Wallace, gli viene chiesto di scrivere una storia spaventosa eppure sentimentale, nella quale l'eterna lotta tra Uomo e Natura vede infine il primo trionfante, grazie ai vigliacchi espedienti che l'evoluzione delle armi ha messo in mano ad una creatura altrimenti debole ed inerme. Anche se, a onor del vero, va detto che Wallace morì nel 1932 contribuendo ben poco alla realizzazione effettiva della scenografia, pur mantenendo per questioni legali il proprio nome come autore dell'opera.
Nasce così l'infelice e terrificante scimmione, vissuto per anni nell'ombra della sua isola, venerato e temuto da una piccola tribù di indigeni con l'usanza di sacrificare al dio-bestia una fanciulla, fino a che sulle sue rive non sbarca una piccola ciurma capitanata dal produttore cinematografico Denham, guidato fin lì dai deliranti racconti di alcuni di quegli stessi indigeni, fuggiti all'isola e raccolti da una nave norvegese. Denham è in cerca di storie portentose, ed il suo fiuto gli dice che lì, nell'intrico della vegetazione, si nasconde qualcosa che potrebbe fruttargli un bel po' di verdoni; per questo ha convinto la giovane e disperata Ann, tanto bella quanto sola e senza il becco di un quattrino, a seguirlo nella sua folle avventura, assieme ad un manipolo di marinai scelti e ben equipaggiati di armi e munizioni.
Inutile dilungarmi nel raccontare la trama, che immagino sia ben nota a tutti, fin al tragico epilogo sulla vetta dell'Empire State Building, tra il ronzare degli aerei , le urla della biondissima Ann ed il ra-ta-ta-ta-ta delle mitragliatrici; quello che voglio sottolineare è l'atmosfera assolutamente ingenua, quasi naive, che traspira attraverso le pagine di questo libro; un'atmosfera che parla di come eravamo come pubblico, di un'epoca in cui bastava poco per farci spalancare la bocca dallo stupore o dal terrore, in cui al cinema ci accontentavamo di una storia senza troppi fronzoli, in cui si piantano pallottole nel cranio di innocenti bestioni - poco importa poi che fossero effettivamente carnivori, quel che importa è che lì, sullo schermo del cinema, un brontosauro è perfettamente credibile mentre azzanna un cristiano, anche se a noi "moderni" strappa un sorriso di tenerezza - in cui la bellissima protagonista dalla belle bianca e i capelli color oro suscita il tenero amore del capitano della nave ma, ahimè, anche quello pericoloso dell'enorme scimmione, in cui la gente fa la fila sciamando ai botteghini per vedere dal vivo Kong, l'Ottava Meraviglia del Mondo.
Insomma, ad un analisi superficiale, un guazzabuglio di tutto ciò che farebbe inorridire i moderni paleontologi, etologi ed animalisti; eppure siamo stati anche questo, in passato. Ma la chiave di tutto, probabilmente, è quella che sottolinea Mattia Carratello nell'interessante postfazione al libro, in quella mitragliatrice che pone fine a tutto, restituendo la tranquillità ad un mondo minacciato; è lei, in un certo senso, il simbolo di quegli anni in bilico tra le due guerre mondiali. Eravamo spaventati, avevamo bisogno di sicurezza, di controllo. Ecco quindi che l'immagine del possente gorilla, che così a lungo aveva terrorizzato i "poveri indigeni ignoranti ed incivili", viene reso inerme dalla società del cemento e delle pistole, dimostrando a noi piccoli seduti nel buio della sala che non c'è nulla da temere, che noi abbiamo il "progresso", la "civiltà", il completo controllo sul mondo.

UN ASSAGGIO:

"La folla s'era accalcata bloccando quattro isolati interi sopra Times Square, e si riversava a Broadway in un flusso continuo. I vigili scuotevano impotenti la testa, facendo inutili 'no' col dito e incoraggiando stancamente i taxi a deviare verso le strade laterali. Nel punto in cui la folla si accalcava di più, occupando non metà, ma quasi tutta la strada, un'insegna spiccava dall'alto annunciando a tutto il mondo a chiare lettere:

KING KONG! L'OTTAVA MERAVIGLIA DEL MONDO

Sotto la scritta luminosa i cappelli a cilindro di Park Avenue urtavano quelli a bombetta del Bronx, gli abiti da sera in stile parigino frusciavano contro i grembiuli da lavoro, maglioni contro soprabiti eleganti, e ancora i cappelli portati di traverso della Decima Strada che graffiavano le tese a quelli di Riverside Drive. C'erano proprio tutti; addirittura una delegazione molto ben rappresentativa della malavita, come non se ne vedevano da nessuna parte se non in una stazione di polizia il giorno dopo una retata. C'erano ragazze di Greenwich Village, e altre più serie e giovani da Columbia Heights. C'erano strilloni, venditori ambulanti, commessi viaggiatori, impiegati, cassiere, stenodattilografe, debuttanti, capoinfermiere, segretarie e fanciulle d'ogni sorta. C'era davvero tutta la città, che attendeva il proprio turno al botteghino per avere il biglietti e nel frattempo guardava in alto la scritta:


KING KONG! L'OTTAVA MERAVIGLIA DEL MONDO

'Ma cosa sarà?' chiede la Decima Strada in persona, da sotto un cappello portato di traverso.
'Una specie di gorilla, dicono.' rispose Park Avenue da sotto un cappello a cilindro, di traverso anche quello.
'Volete scherzare!' disse la Decima Strada con una certa diffidenza.
'Ehi' disse una bombetta del Bronx 'Più grande di un elefante ho sentito dire. Un mio amico conosce un tipo che lavora dietro le quinte.'
'Ah sì?' disse il grembiule da lavoro ' E che tipo di spettacolo farà, dei trucchi?'
'Santo cielo!' disse un abito in stile parigino 'Che gentaglia!'
'Ma sentitela!' sibilò la tesa di un cappello di Riverside "Venti dollari per un biglietto e quella ci chiama gentaglia."

domenica 15 maggio 2011

AMY TAN - Perchè i pesci non affoghino


DOVE: Birmania
QUANDO: tra il 2000 e il 2001

Preparate le valigie, perchè quello che vi aspetta è un viaggio in una terra nella quale difficilmente mettiamo piede, anche solo attraverso le pagine di un libro: la Birmania (pardon, Myanmar) contemporanea, quella soffocata da una rigida dittatura militare, quella della leader Aung San Suu Kyi, delle violente repressioni, dei silenziosi traffici di droga. E' proprio qui, in questa terra bella e martoriata, che un eterogeneo gruppo di turisti - provenienti tutti dalla San Francisco "bene", per così dire - decide di trascorrere una inconsueta vacanza natalizia, sulle tracce delle antiche culture orientali. Il tutto organizzato dalla eccentrica Bibi Chen, fuggita ancora bambina dalla Cina in cui cominciavano a spirare i venti della rivoluzione e proprietaria di una rinomata bottega di antiquariato, specializzata in particolar modo nell'arte cinese e birmana. Peccato che, alla vigilia del viaggio tanto accuratamente organizzato, Bibi venga trovata brutalmente assassinata nella vetrina del suo negozio, vittima di un omicidio che lascia perplessa la polizia di San Francisco, ma ancor più i suoi amici. Che fare? Si interrogano. Rinunciare al viaggio? O partire lo stesso, certi che Bibi li accompagnerà anche solo spiritualmente? Detto, fatto; rimediato in corsa un nuovo organizzatore, la colorita comitiva parte dapprima alla volta della Cina, poi taglia il tanto atteso confine birmano, completamente ignaro di portare con sè una presenza quantomeno anomala. Sì, perchè la pepata antiquaria, richiamata dalla preghiera dei suoi compagni di viaggio, è effettivamente accanto a loro per tutta la sua durata, anzi, lo è molto più di quanto credano; perchè il suo nuovo stato, sospesa a metà tra il mondo dei vivi e l'aldilà, le ha donato la capacità di scrutare fin dentro alle loro menti, leggendo i pensieri con la chiarezza di un' immagine stampata. E quando undici di loro sembreranno svaniti nel nulla, durante una gita per contemplare il sorgere del sole sul lago Inle, lei sarà l'unica a conoscere l'intricata verità, mentre il mondo intero trascorre settimane angosciose interrogandosi sulla sorte degli americani inghiottiti dal nulla in Myanmar.
Ma come potrà Bibi, dalla sua scomoda ed evanescente posizione, aiutarli a venir fuori dai guai?

UN ASSAGGIO:

"C'è un'attitudine molto diffusa fra i cinesi, quella di individuare le forme esterne della bellezza. Una volta mio padre mi recitò con tono solenne: ' vai in riva al lago a guardare la foschia che sale.' Alle sei e mezzo del mattino, i miei amici erano proprio in riva al lago. All'alba, si alzò la foschia, fu come se il lago respirasse, e sullo sfondo le montagne vaporose trascolorarono, sotto strati di un grigio sempre più leggero, e poi malva, e poi blu, fino a fondersi con il cielo lattiginoso.
I motori fuoribordo erano spenti. Tutto era silenzio. Le montagne si riflettevano nelle acque del lago e la loro vista spinse i miei amici a riflettere sul senso delle loro vite affaccendate. Cos'era la serenità che era sfuggita loro fino a questo momento?
'E' come se il rumore del mondo fosse cessato.' sussurrò Marlena. Ma, fra sè e sè, si interrogò su Harry. Era rimasto a letto sveglio quasi tutta la notte, come era capitato a lei? Lanciò un'occhiata a Esmè, che ancora si rifiutava di guardarla, nonostante Marlena le avesse lasciato fare colazione con cose proibite come la torta al caffè, le ciambelle, la Coca-cola. Esmè si era ingozzata, ma era rimasta muta."

venerdì 13 maggio 2011

DAVID HERBERT LAWRENCE - L'amante di Lady Chatterley



DOVE: Wragby, Inghilterra
QUANDO: inizi del Ventesimo secolo

Che sorpresa per me avventurarmi nella lettura de L'Amante di Lady Chatterley! Mi ci ero accostata con i piedi di piombo, profondamente scettica e convinta di dovermi aspettare niente più che la descrizione brutale di una torbida storia di sesso tra una Lady annoiata ed il suo aitante servitore. Ed invece - complice anche la mia mania di andarmi a "spulciare" le note biografiche degli autori - mi sono trovata davanti ad una storia di amore vero, puro, carnale (questo è indubbio ) eppure dolcemente preziosa. Specialmente se si pensa che la storia ha un consistente spunto autobiografico e che - sorpresa dele sorprese - D.H. Lawrence non ha vestito i panni del focoso amante bensì quelli del marito invalido e "cornuto". Sorprendente pensare come, di fronte al dolore che deve aver provato a suo tempo, scoprendo il tradimento della moglie dopo che la sua infermità l'aveva già privato dell'attività di insegnante presso l'Università di Nottigham, abbia saputo trovare tanta comprensione e delicatezza nel raccontare la storia attraverso il punto di vista della moglie infelice e perciò infedele.
Sì, perchè lei, la giovane e bella Lady Chatterley, si trova suo malgrado improgionata in una vita che capricciosamente le ha voluto voltare le spalle, togliendole, a solo un mese dal matrimonio, il marito Clifford e restituendoglielo a due anni di distanza, rattoppato alla bell'e meglio da medici volenterosi ma paralizzato dalla cintola in giù. Tutto ad un tratto, di fronte all'orizzonte della giovane sposa, si profila un futuro ben lontano da quello che aveva sognato: sola nella cadente dimora dei Chatterley accanto ad un marito dipendente da lei in tutto e per tutto, immerso nella solitaria stesura di racconti e senza alcuna possibilità di darle un figlio. Un esistenza che certo non ha scelto e che l'avrebbe stretta fino a soffocarla se non avesse fatto la sua comparsa Mellors, il guardiacaccia dagli occhi penetranti e dalla vita solitaria, nel suo cottage immerso nel silenzio del bosco di Wragby. Tanto Lord Clifford è formale e prevedibile quanto Mellors è impenetrabile e misterioso.
La colta e passionale Constance, dapprima prevedibilmente combattuta, finisce poi per lasciarsi andare ad una passione finalmente autentica, scrollandosi di dosso l'austero grigiore della malconcia magione dei Chatterley e dei formali tète-a-tète con il legittimo consorte per cercare, nella quiete profonda del bosco e nell'abbraccio appassionato del suo amante, i brandelli della tanto anelata felicità.
Sono onesta, è un libro che mi ha piacevolmente sorpresa nella capacità di evocare con tanta intensità i sentimenti di una donna colpevole perchè infelice, nella semplicità con cui descrive i delicati moti dell'animo femminile, nell'appassionato messaggio di amore che porta con sè, a dispetto dei lunghi anni in cui il romanzo è stato messo al bando. Difficilmente ho trovato nella penna di un uomo altrettanta capacità di penetrare nella psiche femminile, portandomi a dire all'eroina di turno "ti capisco perfettamente". E ancor più sorprende se pensiamo che tanta delicatezza venga dalla penna di chi è stato colpito, ferito, tradito da quella donna.

UN ASSAGGIO:

"La lettura fnì. Connie sobbalzò. Gli lanciò un'occhiata e fu sconvolta dal notare che Clifford la osservava con uno sguardo sinistro, come di odio.
'Grazie! Leggi Racine in modo splendido!" Disse gentilmente.
'Quasi come tu l'ascolti!' Ribattè lui con crudeltà. Poi, osservò: ' che stai facendo?'
'Cucio un vestitino per la bimba dei Flint.'
Lui distolse lo sguardo. Un bambino! Sempre e solo un bambino! Una vera ossessione per Connie!
'Dopo tutto' disse declamando ' in Racine si trova tutto quello che si desidera. Le emozioni che hanno ordine e forma sono più forti di quelle disordinate.'
Connie lo guardò con i suoi occhi grandi, vaghi e velati.
'E' vero' rispose.
'Il mondo moderno ha solo banalizzato le emozioni, liberandole. Ciò di cui abbiamo bisogno è il controllo formale.'
'Sì!' replicò lei attentamente, pensando a come ascoltava con volto rapito le emozionanti idiozie della radio. 'La gente finge di avere emozioni, ma in realtà non prova nulla. Credo sia questo il romanticismo.'
'Esatto!' commentò lui.
Ma era stanco. La serata lo aveva affaticato. Forse avrebbe preferito stare con i suoi libri di chimica o di tecnica mineraria, oppure ascoltare la radio.
La signora Bolton entrò con due bicchieri di latte al malto, uno per Clifford, per invogliarlo al sonno, e uno per Connie, per farle riprendere un po' di peso. Era una consuetudine serale introdotta da lei a Wragby.
Dopo aver bevuto il suo latte, Connie fu lieta di ritirarsi e grata che Clifford non avesse bisogno di lei per coricarsi. Mise il bicchiere di lui sul vassoio e lo portò fuori con sè mentre usciva.
'Buonanotte, Clifford! Dormi bene! I versi di Racine ti avvolgano come un sogno. Buonanotte!'
Si era spinta fino alla porta. Se ne andava senza dargli il bacio della buonanotte. La guardò con occhi gelidi, taglienti. Era così, dunque! Nemmeno più il bacio della buonanotte, dopo che lui aveva passato la serata a leggerle Racine. Che insensibilità pazzesca! Anche se il bacio era solo una formalità, purtuttavia l'esistenza civile dipendeva anche da quel tipo di formalità."

mercoledì 11 maggio 2011

CAMBIO NOME e INDIRIZZO .. ^_^

Allarmata dal post di Sayuri sull'"incidente diplomatico", chiamiamolo così, in cui è incorso il blog Farina del mio sacco, minacciato di denuncia da un'azienda per aver scelto inconsapevolmente un nome che loro avevano registrato come marchio, mi sono fatta prendere dall'ansia - come probabilmente è naturale in una novellina assoluta del mondo selvaggio ed inospitale del web.

Come suggerito da Sayuri stessa, sono andata a cercare nel database dell' Ufficio Italiano Brevetti e Marchi Registrati e, pur non avendo trovato nulla, in preda ormai al panico più completo (già vedevo far irruzione le teste di cuoio calate da un elicottero, con un megafono che urla a squarciagola di arrendermi e pagare finalmente una mia inconsapevole colpa! ^_^), digitando su Google il nome del mio blog ho scoperto che non volendo era uguale al titolo di un libro edito da Campanotto e scritto da Elvio Guagnini, il cui sottotitolo è "note su viaggi e letteratura in Italia".
Ammetto la mia ignoranza, oltre che la mia ingenuità (non avevo pensato minimamente di fare una ricerca "preventiva" su google, forse potrà essere per me un'occasione per porre rimedio, dal momento che il tema trattato (il viaggio nella letteratura italiana) è sicuramente interessante.
Dal momento che, per quanto mi riguarda, un titolo vale l'altro - e che non vorrei mai e poi mai ritrovarmi impelagata in questioni differenti dal recensire libri! - ho deciso perciò di modificareleggermente il titolo (non certo il succo!) di questo blog, a scanso di qualsiasi equivoco.

Non più "viaggi", ma "mete"; per il resto, tutto come prima.

Sperando di non creare con questo cambiamento nessun contrattempo a chi mi segue - mi fa sempre troppo piacere leggere i vostri commenti! ^_^ - vi aspetto sempre per viaggiare insieme sulle ali dei libri; e vi invito a leggere il post di Sayuri (e se avete voglia, quello di Crysania, la diretta interessata!) sulla spinosissima questione del copyright....

PATRICK SUSKIND - il Profumo


DOVE: Francia
QUANDO: agli inizi del Diciottesimo secolo

Se amo leggere perchè mi consente di viaggiare senza alzarmi dalla poltrona (e questo è assodato), ritengo che questo sia uno dei libri che meglio racchiuda in sè il concetto di "viaggio d'inchiostro".
Perchè Suskind non si limita a sollevarti e trapiantarti in quattro e quattr'otto in una immaginaria istantanea della Francia di inizio '700, lui fa di più: te la fa annusare.
E' proprio l'olfatto - probabilmente il più "selvaggio" tra i cinque sensi, ma anche quello che, evolvendoci, abbiamo imparato a trascurare, fatta eccezione per qualche pittoresco viaggio nella metropolitana affollata ^_^ - il cardine di questa avvincente storia, che inizia nell'afa di un luglio del 1738 nel più puzzolente degli scorci di questa parigi pre-rivoluzionaria: il Cimetiere des Innocents. E' quì infatti che viene alla luce Jean-Baptiste Grenouille, tenace bebè in grado di sopravvivere alla miseria ed alle scarse condizioni igieniche, riscattandosi e mirando a diventare uno dei più rinomati profumieri del mondo, grazie anche ad un finissimo senso dell'olfatto che la natura ha voluto donargli. Ma quello che è il suo più grande dono, in grado di sollevarlo dalla puzza stantia dei bassifondi parigini conducendolo nelle botteghe dei più raffinati profumieri dell'epoca, diventerà ben presto la sua maledizione, spingendolo in una ossessionata, delirante ricerca del profumo perfetto: quello ottenuto imbottigliando l'essenza stessa della bellezza. Un profumo che- pensa Grenouille - sarà in grado di ricreare artificialmente, con un solo spruzzo, quell'incomprensibile alchimia che rende la bellezza femminile capace di dominare i cuori degli uomini.
Il solitario, insignificante apprendista dunque cova nell'animo il suo oscuro segreto dedicando ogni momento libero al suo spasmodico lavoro di ricerca, in una storia che oscilla continuamente tra buio e luce, tra cupe prove di laboratorio clandestine e sottili note fruttate pronte a deliziare i nasini delle giovani donne francesi, tra inquietanti sparizioni e il paziente lavoro di enlfeurage, complicata tecnica che consente di estrarre l'essenza profumata dai petali più fragili.
Un libro che, decisamente, solletica le narici.

UN ASSAGGIO:

"Grenouille era affascinato da questo processo. Se mai qualcosa nella vita aveva suscitato entusiasmo in lui - certo non un entusiasmo visibile dall'esterno, bensì nascosto, come se ardesse a fiamma fredda - era proprio questo procedimento, di carpire alle cose la loro anima odorosa con il fuoco, l'acqua, il vapore e un'apparecchiatura inventata. Quest'anima odorosa, l'olio essenziale, era appunto la parte migliore delle cose, l'unica che destasse il suo interesse. Gli insulsi residui: fiore, foglie, buccia, frutto, colore, bellezza, vivezza e tutto ciò che di superfluo poteva ancora esserci, lo lasciavano indifferente. Non erano che involucri e zavorra. Cose da buttare.
Di tanto in tanto, quando il distillato era diventato trasparente come acqua, toglievano l'alambicco dal fuoco, lo aprivano e rovesciavano la roba stracotta, che aveva un aspetto floscio e smorto di paglia inzuppata, di ossa sbiancate d'uccellini, di verdura bollita troppo a lungo, era scialba e fibrosa, poltigliosa, a stento riconoscibile per quel che era in origine, disgustosamente cadaverica, ed era quasi totalmente depauperata del proprio odore. La gettavano fuori della finestra nel fiume. Poi si rifornivano di altri vegetali freschi, aggiungevano acqua e rimettevano l'alambicco sil focolare. E di nuovo il paiolo cominciava a gorgogliare, e di nuovo l'umore vitale dei vegetali scorreva nelle bottiglie fiorentine. Questo durava spesso tutta la notte. Grenouille teneva d'occhio le bottiglie, altro non c'era da fare nel periodo intercorrente tra i mutamenti."

lunedì 9 maggio 2011

Alexandre Dumas (figlio) - LA SIGNORA DELLE CAMELIE


DOVE: Parigi
QUANDO: prima metà del Diciannovesimo secolo

Bellissima, chiacchierata, biasimata eppure tutto sommato ammirata, questa è Marguerite Gautier, scintillante rappresentante della schiera di mantenute che, tra eleganti appartamenti, serate a teatro, preziosi regali accolti quasi con noncuranza orbitavano attorno ai potenti nella raffinata atmosfera parigina di un paio di secoli fa.
Consapevole della propria bellezza, forzatamente superficiale, Marguerite dunque conduce nella capitale una vita tanto lussuosa quanto sregolata, malgrado il fisico fiaccato da una violenta tisi. Tutto sembra perfetto, il denaro scorre a fiumi, il calessino è a disposizione sua e dei suoi piccoli capricci, le brave donne borghesi, pur disprezzandola in società, sono nell'intimo rose da una punta d'invidia per la sua giovane, sfacciata bellezza; peccato che, all'improvviso, nella sua vita entri quasi in punta di piedi Armand Duval, giovane di buona famiglia timido e goffo che, di fronte alla bella Marguerite seduta maestosamente nel suo palco dell'Opera-Comique, viene colto dal più classico dei colpi di fulmine. La passione travolgente e pura del giovane sembra in un primo momento naufragare di fronte alla reazione gelida di lei, che anzi approfittando della timidezza dell'ammiratore coglie l'occasione per umiliarlo con una delle sue battute pungenti ed argute. Ma Armand, seppure timido, è tenace e forte della purezza del proprio amore; non demorde, finendo per fare breccia nel cuore di Marguerite, tanto indurito dall'abitudine ad una vita superficiale da aver finito per perdere di vista, nel corso degli anni, i sentimenti veri, quelli che il cuore sembrano strappartelo via dal petto.
Si passeggia tra gli Champs-Elysee, si attende trepidanti nell'anticamera del lussuoso appartamento di Rue D'Antin, si scrutano ansiosamente i mille volti perfettamente truccati nei palchi del teatro in cerca dello sguardo ed il sorriso di uno solo di essi, ci si dispera ed infine si gioisce per un semplice sfiorare di mani, nella tradizione più romantica e più classica, mentre intorno a noi Parigi splende, sciama, chiacchiera.
E s'intuisce, lì sotto la trama perfettamente ordinata, lo scintillio di qualcosa di più vivo : la personale esperienza dell'autore che, ancora giovanissimo, in quella stessa struggente e festosa Parigi fu travolto da una uguale passione per la bellissima Alphonsine Marie Duplessis.

UN ASSAGGIO:

"In un primo momento, avevo cercato di stordirmi, di rendere il cuore e la mente indifferenti allo spettacolo che avevo davanti agli occhi, e di unirmi a quell'allegria che sembrava far parte integrante della cena; ma, a poco a poco, mi ero isolato dal chiasso che mi circondava, il mio bicchiere restava pieno, e mi sentivo sempre più triste vedendo quella bella creatura di vent'anno bere, parlare come un facchino, e ridere di gran cuore quando venivano dette cose scandalose.
Tuttavia, quell'eccessiva allegria, quel modo di parlare e di bere, che negli altri commensali mi sembravano il risultato di una vita sregolata, dell'abitudine, o di una giovanile sovrabbondanza di vita, in Marguerite mi facevano pensare a un bisogno di dimenticare, a un'irrequietezza, a un'irritabilità nervosa. A ogni coppa di champagne, le guance si coprivano di un rossore di febbre, e la tosse, leggera all'inizio della cena, era diventata così insistente da costringerla, a ogni accesso, a gettare indietro la testa sullo schienale della sedia e a comprimersi il petto con ambedue le mani."