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giovedì 5 ottobre 2017

UMBERTO ECO - L'Isola del Giorno Prima

DOVE: con un naufrago sperduto in prossimità di una misteriosa isola nell'Oceano
QUANDO: 1643

Complesso, onirico, a tratti lento e certamente non adatto a tutti, eppure avvolgente e suggestivo questo romanzo che ci trasporta intorno alla metà del Diciassettesimo Secolo, nella travagliata vita di Roberto de la Grive. Erede di una famiglia della piccola nobiltà del ducato di Milano, i Pozzo di San Patrizio, cresciuto sotto la guida di un precettore carmelitano, combattente valoroso - accanto al padre - durante l'assedio di Casale Monferrato (battaglia cardine della Guerra di Successione scoppiata alla morte senza eredi di Vincenzo Gonzaga Duca di Mantova, qui un sunto "wikipediesco" della storia) ed infine naufrago solitario in una regione sconosciuta dell'Oceano, aggrappato ai miseri resti della gloriosa Amarilli sulla quale si era imbarcato, tempo addietro, per una misteriosa missione della quale solo più avanti verrà svelato il fine; questa, molto in breve, la vita del giovane protagonista, dal carattere mite ma tenace e dall'amore sconfinato, puro e platonico per la bella e lontana Lilia.
Dunque, dicevamo, naufrago. Iniziamo infatti questa avventura aggrappati ad una tavola di legno, sballottati tra le onde, sfiniti, intrisi d'acqua fino alle ossa, bruciati da sole e seccati dalla salsedine; sembrerebbe a tutti gli effetti la fine, più che l'inizio; ma ecco, all'orizzonte, comparire una nave. Una nave - a dirla tutta - anch'essa in un certo senso naufraga, orfana com'è di qualunque membro dell'equipaggio e priva di scialuppe, ma pur sempre un qualcosa di solido su cui poggiare le stanche membra di naufrago dopo tanto sciabordare di marosi; perciò, traendo a sè le ultime forze, Roberto sale a bordo. E qui, sulla misteriosa e deserta Daphne, inizia la sua vita di duplice naufrago. Naufrago dell'Amarilli, come abbiamo detto; e di nuovo, naufrago sulla Daphne, che scopre ben presto essere attraccata di fronte ad un'isola sconosciuta, irraggiungibile a nuoto eppure perfettamente visibile all'orizzonte. Che cosa fa una nave zeppa di provviste ed acqua potabile, senza alcun segno di lotta, nè alcun danno visibile, sola ed abbandonata - apparentemente- di fronte ad una misteriosa isola? che fine ha fatto l'intero equipaggio? Riprese le forze, Roberto inizia ad indagare, ben presto iniziando a sospettare che da qualche parte, laggiù nelle profondità della stiva, essa nasconda anche un'intruso ostile.
Una storia che inizia con i toni del giallo ma sfuma ben presto nel trattato scientifico, quando man mano dipaniamo la matassa della misteriosa missione che ha condotto Roberto sull'Amarilli e sul perchè la maestosa Daphne sia stata abbandonata al suo destino dai membri dell'equipaggio.
Un romanzo storico che ci porta lontano, un pelino più indietro dell'Illuminismo, in un mondo di passione per l'ignoto, per l'esplorazione geografica, la scoperta del mondo al di là dei confini conosciuti. Un'epoca in cui si iniziava a manifestare interesse per i mondi esotici, e d'altro canto si cercava di razionalizzarli, di renderli individuabili matematicamente, identificabili numericamente sulle mappe geografiche. L'epoca in cui si cominciavano a calcolare latitudini e longitudini, per dare riproducibilità a viaggi facilitando l'individuazione dei luoghi; eppure un'epoca in cui ancora - in Italia, soprattutto - il pensiero religioso cozza prepotentemente con la scienza ed il progresso, con la filosofia, a tratti anche con l'ingegno umano. E poi, un romanzo che parla di solitudine, disperazione, tenacia, abbandono. Del delirio della mente umana quando l'uomo si ritrova lontano dai suoi simili, costretto ad una prigionia seppur apparentemente confortevole.
Ripeto, un libro che non è per tutti, lo stile è - come si confà ad un romanzo storico - ben lungi dall'essere scorrevole e contemporaneo, le lunghe digressioni di stampo filosofico o tecnico richiedono di essere affrontate con la curiosità di chi osserva sotto il microscopio un mondo lontano dal nostro, ma un libro completo, da leggere. ù
Che poi, mi viene quasi da sorridere, e dire: "E' Umberto Eco. Non c'è certo bisogno che sia tu, a dire che è un libro che vale la pena leggere" ^_^

UN ASSAGGIO:

"Aveva barcollato verso l'altro bordo e aveva intravisto - ma questa volta lontano, quasi a filo di orizzonte - i picchi di un altro profilo, anche quello delimitato da due promontori. Il resto mare, come a dare l'impressione che la nave fosse attraccata in una rada in cui era entrata passando per un vasto canale che separava le due terre. Roberto aveva deciso che, se non si trattava di due isole, certo si trattava di un'isola prospiciente una terra più vasta. Non credo avesse tentato altre ipotesi, visto che non aveva mai saputo di baie così ampie da dar l'impressione, a chi vi si trovi in mezzo, di star di fronte a terre gemelle. Così, per ignoranza di continenti smisurati, aveva colto nel segno.
Una bella vicenda per un naufrago: con i piedi sul solido e terraferma a portata di braccio. Ma Roberto non sapeva nuotare, entro poco avrebbe scoperto che a bordo non c'era nessuna scialuppa,e  la corrente aveva frattanto allontanato a tavola con cui era arrivato. Per cui al sollievo per la morte scampata si accompagnava ormai lo sgomento per quella triplice solitudine: del mare, dell'Isola vicina e della nave."

giovedì 1 giugno 2017

UMBERTO ECO - Il nome della rosa

DOVE: in una imponente abbazia benedettina del centro italia
QUANDO: agli inizi del 1300

 Quando anni fa ho aperto il blog, ho detto che sarebbe stata un po' una piccola raccolta di "viaggi" virtuali. Leggo per pura e semplice evasione, fin da quando ho scoperto che quelle fredde ed asettiche letterine che tanto avevo faticato ad imparare all'inizio della prima elementare, erano in realtà frammenti d'incanto in grado di dare vita ad una vera magia e trasmettere a distanza nel tempo e nello spazio sentimenti ed emozioni. Di conseguenza, più lontano un libro mi porta, più lo amo.
Stavolta, mi sono concessa un viaggio che ho sempre temuto e rimandato, soprattutto perchè, avendo già visto un paio di volte il film, temevo che sarei rimasta delusa. Siamo nell'anno del Signore 1327, in un'austera, fredda, impenetrabile abbazia benedettina arroccata nel silenzio di un Italia Centrale dilaniata all'epoca da scontri sanguinari che non risparmiano nemmeno gli ordini religiosi. Con lo spettro mminaccioso dell'Inquisizione che aleggia ovunque, con Papa Clemente V trasferitosi ad Avignone e la sede apostolica di Roma rimasta vacante, con due imperatori (Ludovico di Baviera e Federico d'Austria) a contendersi il potere e con l'ordine francescano che rischia di minare dalle radici il potere temporale del papa, rivendicando la povertà come fondamento della dottrina cattolica, correvano tempi oscuri, tra il clamore delle spade, e le silenziose minacce di eresia e scomunica.
E' in quegli anni che un giovane novizio benedettino, Adso da Melk, si trova ad accompagnare in un viaggio attraverso l'Italia il carismatico e dotto Guglielmo da Baskerville, spirito brillante ed ex inquisitore, incaricato di presiedere ad un complicato incontro tra i sostenitori del Papa e quelli dell'Imperatore (Ludovico di Baviera, risultato nel frattempo vincitore ed alleatosi con i francescani vedendo in essi e nella loro contestazione al potere temporale del papa uno spiraglio per aprire una "breccia" in quello stesso, solido potere). E, come se la questione non fosse già di per sè abbastanza delicata, nell'abbazia che li ospita iniziano a verificarsi, una dopo l'altra, una serie di morti sospette che ben presto assumono i chiari contorni di un delitto. Chi o che cosa sta operando nell'oscurità della nebbiosa abbazia, e per quale scopo? Il giovane Adso, testimone ed ingenuo osservatore, seguirà passo passo, con ammirazione il brillante intelletto di Guglielmo da Baskerville mentre dipana filo a filo la questione, il nocciolo della quale ruota intorno all'impenetrabile e sconfinata biblioteca, vanto dell'abbazia stessa.
Immergendosi nel silenzio e nel freddo delle mura omertose dell'abbazia - sembra quasi di percepire, attraverso le pagine del libro, il silenzio che domina incontrastato su quello sperone di roccia, interrotto solo dallo stridere di un rapace e dai canti dei monaci che riecheggiano sotto le volte, scandendo la progressione delle ore - si procede lentamente, a tentoni, insieme a Guglielmo ed al fido Adso, osservando, interrogando, deducendo. Bisogna prepararsi mentalmente a digerire alcune digressioni storiche tanto lunghe e dettagliate quanto necessarie, nonchè una serie di dibattiti di etica e filosofia intricati ma fondamentali per giungere alla sudata conclusione, non senza qualche colpo di scena che spezza il ritmo lento del romanzo - e della vita stessa dell'abbazia, governata da una rigida progressione di celebrazioni e di incarichi "pratici", in ossequio alla regola "ora et labora" che di quell'ordine era ed è tuttora il fulcro.
Un viaggio sconsigliato agli appassionati dei gialli in chiave "moderna" (quelli più di azione, alla Highsmith, per intenderci), ma consigliatissimo a chi voglia lasciarsi andare ad un lento viaggio in un'epoca oscura della nostra storia; doppiamente interessante se pensiamo che, probabilmente, anche quella che stiamo attraversando - ahimè - oggi verrà descritta come un'epoca "oscura".
Come a dire: ne siamo venuti fuori una volta, ne verremo fuori ancora.

UN ASSAGGIO:

"L'essere alle nostre spalle pareva un monaco, anche se la tonaca sudicia e lacera lo faceva assomigliare piuttosto a un vagabondo, e il suo volto non era dissimile da quello dei mostri che avevo appena visto sui capitelli. Non mi è mai accaduto in vita, come invece accade a molti dei miei confratelli, di essere visitato dal diavolo, ma credo che se esso dovesse apparirmi un giorno, incapace per decreto divino di celare appieno la sua natura anche quando volesse farsi simile all'uomo, esso non avrebbe altre fattezze di quelle che mi presentava in  quell'istante il nostro interlocutore. La testa rasata, ma non per penitenza, bensì per l'azione remota di qualche viscido eczema, la fronte bassa, chè se egli avesse avuto capelli sul capo essi si sarebbero confusi con le sopracciglia (che aveva dense e incolte), gli occhi erano rotondi, con le pupille piccole e mobilissime, e lo sguardo non so se innocente o maligno, o forse entrambe le cose, a tratti e in momenti diversi. Il naso non poteva dirsi tale se non perchè un osso si dipartiva dalla metà degli occhi, ma come si staccava dal volto subito ne rientrava, trasformandosi in null'altro che due oscure caverne, narici amplissime e folte di peli. La bocca, unita alle narici da una cicatrice, era ampia e sgraziata, più estesa a destra che a sinistra, e tra il labbro superiore, inesistente, e l'inferiore, prominente e carnoso, emergevano con un ritmo irregolare denti neri e aguzzi come quelli di un cane. "

venerdì 8 marzo 2013

ROSA MONTERO - Storia del Re trasparente

DOVE: Francia
QUANDO: XII secolo

Sarà banale, ma per l'otto marzo ho scelto un libro che parla di donne. Anzi, di una donna, ma di una donna speciale, creata dalla penna di una scrittrice spagnola ed in grado di incarnare in sè le due anime contrastanti del Medioevo: da un lato il sangue, le lame affilate, le urla e la calca polverosa della battaglia; dall'altro, l'eleganza dei cavalieri che si confrontano nei tornei, le dame eleganti, l'amor cortese puro e poetico.
Lei, la protagonista, è una giovanissima contadina, Leola, costretta alla fine di una durissima giornata di lavoro uguale a tante altre - nei campi, mani scorticate, sudore e polvere ad avvolgere il corpo come un velo - completamente sola. Attorno a lei, l'orrore di un campo di battaglia al tramonto, i lamenti dei morenti, il sangue vischioso che penetra nel terreno, i cadaveri ancora chiusi nelle loro inutili armature, simili a grossi insetti. Gli Uomini di Ferro - quelli che continuamente si combattono, signorotto contro signorotto, imbrattando i loro campi sudati con la loro cieca violenza - si sono portati via suo padre e suo fratello, oltre al suo amore Jacques; ed a lei non resta altro da fare che fuggire. Ma come potrebbe mai, una giovane sola, sopravvivere al mondo maschio e violento in cui il destino ha voluto che nascesse? Ed ecco che, nella sua mente, balena l'unica via di salvezza: rubare l'armatura ad uno dei morti, ed indossarla. Non più Leola, ma Leo.
Detto, fatto; indossata l'armatura, viaggiamo assieme a lei  alla ricerca del suo amato attraverso la Francia del XII secolo e le sue contraddizioni, tra supertizione, incantesimi, brutale fanatismo religioso e antiche leggende. Come quella del Re Trasparente, nella quale Leola/Leo s'imbatte più volte, senza mai riuscire a conoscerne l'epilogo.
Assieme a lei la focosa e colta Nyneve, a suo dire una strega senza età, che indossati anch'essa indumenti maschili decide di accompagnarla in qualità di scudiero.
Una storia delicata eppure forte, nella quale con gli occhi puri di una giovane plebea osserviamo l'Europa buia, selvaggia, in cui centinaia di individui si muovono a piedi o a cavallo, chi inseguendo un ideale, chi trascinato dalle fiamme della fede, chi ancora in fuga da un segreto.
Un'epoca affascinante, nella quale gli idealisti sognano vivono nel culto di Avalon, con i suoi ideali, la sua lealtà, i suoi saldi valori, mentre molti si lasciano trascinare . dalla fede o dai meri interessi economici - verso l'ennesima, sanguinosa guerra.
Solida come un cavaliere ma sensibile come una dama, Leola/Leo scivola attraverso tutto ciò combattendo, amando, sperando, provando pietà.
Una bellissima storia di una donna nata serva, e morta libera.

UN ASSAGGIO:
"Obbediente, con una docilità poco adatta ad un cavaliere, sia pure un cavaliere senza cavallo, tiro fuori la borsa e mostro le monete. L'oste ci pensa su e torna a sedersi accanto a noi.
'Va bene. Vediamo un po' 'ste famose carte magiche'
E' un uomo piuttosto alto, con un po' di pancia, e si sorregge su due gambe incredibilmente magre. Si gratta il mento mal rasato con un'aria burlona e sputa per terra, in mezzo alle ginocchia ossute.
'E sono famose per davvero' dice la mia amica 'Non hai mai sentito parlare delle potentissime carte italiane, il Tarocco segreto?'
Nyneve ha tirato fuori dall'inesauribile tasca un mazzo di cartoncini colorati. Li distende sul tavolo; sono lisci e incerati e mostrano le figure più singolari: re maestosamente abbigliati, soli e lune, impiccati e scheletri dall'aspetto inquietante. L'oste si china sulla tavola son interesse.
'Ah, e così queste sarebbero quelle nuove carte tanto strane? Avevo sentito parlare della loro esistenza.'
'Sono nuove per noi. Ma il loro sapere è antico come la terra che t'uinsudicia le scarpe. Mescola e taglia.'

domenica 6 maggio 2012

VANORA BENNETT - Ritratto di una sconosciuta

DOVE: Londra, Inghilterra
QUANDO: inizi del Sedicesimo secolo

Ecco un viaggio iniziato per caso, frugando in una bancarella del mercato di quelle in cui si accatastano alla rinfusa libri di ogni genere, e assolutamente indimenticabile. Perchè l'ambientazione di per sè - la Londra umida e fumosa del volitivo Enrico Ottavo, stanca delle lotte intestine tra le due dinastie dei Tudor e dei Plantageneti, in precario equilibrio prima dello scisma religioso che spaccherà violentemente in due la Chiesa (di qua i Cattolici, di là i protestanti) - è già parecchio allettante. Ed è proprio qui, nella lussuosa dimore londinese di Tommaso Moro - umanista e brillante politico - che cresce la giovane Meg Giggs, intraprendente, colta, ben provvista di quello spirito critico che l'educazione del padre adottivo ha inculcato in lei e nelle sue sorellastre. Affascinante, riflessiva, provvista di senso pratico ed esperta di erbe, pozioni e decotti - in certi aspetti, almeno a mio dire, molto simile all'indipendente Jane Eyre di Charlotte Bronte - Meg vive la sua romantica storia d'amore con John Clement, un tempo suo precettore nonchè pupillo dello stesso Moro. Fino a quando, sotto lo stesso tetto, il destino non pone il pittore Hans Holbein, massiccio, focoso, venuto a Londra dalla Germania per realizzare su commissione un ritratto della famiglia Moro. E mentre Meg, con sgomento, apre squarci di luce sul passato oscuro del suo ex insegnante (passato che quest'ultimo continua a custodire gelosamente come un segreto), il cuore passionale del rude tedesco comincia a battere in segreto per lei ... Tutto intorno, la nazione che sembra sgretolarsi sotto la spinta della passione del re per la bella Anna Bolena, i conservatori più rigidi - tra cui lo stesso Moro - che con la forza della disperazione tentano con ogni mezzo - lecito o illecito - di tenere a freno la ventata di nuovo che sta investendo la Chiesa di Roma, le sorti che si rovesciano come dadi in un bussolotto, le vicende private che come spesso accade s'intersecano con la storia, quella che poi sui libri lascia traccia di sè sotto forma di scarni elenchi di date.
La Bennet riesce a trasportarti con altrettanta maestria nel fiorente giardino di Moro, dove s'intrecciano la prima volta le mani titubanti di Meg e quelle del suo pretendente, e attraverso le viuzze umide e cupe dei quartieri più poveri, laddove la povera gente in segreto stampa - ed ascolta - per la prima volta la Bibbia tradotta dal latino alla lingua inglese, scoprendo finalmente il significato di ciò che, per anni, è stata addestrata ad ascoltare senza chiedere nulla di più. Lo ammetto: la scelta finale di Meg mi ha lasciato un pochino l'amaro in bocca.. ma questo, immagino, è il destino dei protagonisti di un romanzo: vivono la loro vita, fanno le loro scelte e chi legge - un po' come il giovane Sebastian della Storia Infinita, avvolto nel plaid nella soffitta polverosa della scuola - si immedesima a tal punto che, quando la decisione del protagonista non corrisponde con la propria ne resta irragionevolmente deluso... Ma la storia in sè è incantevole, suggestiva nell'ambientazione e terribilmente romantica, che si sia d'accordo o meno con la decisione di Meg...

UN ASSAGGIO:

"Il salone era pieno di nuovi arrivati. Ma una testa svettava sopra le altre, con una bruna criniera leonina, la mascella squadrata, un lungo naso e quegli occhi penetranti capaci di carpire i segreti delle anime. Era la testa di un uomo la cui aura gloriosa attirava, ovunque andasse, ogni altro paio d'occhi. Quando papà rideva, come faceva spesso, trasportava immancabilmente qualunque pubblico fosse riuscito ad attirare intorno a sè in un inatteso stato di purissimo divertimento. Non stava proprio ridendo, quando scivolai in casa con John Clement. Lui e donna Alice erano seduti su due sedie dallo schienale alto, circondati da uno stuolo di indulgenti ammiratori con gli occhi che brillavano, e stavano lottando per ridurre all'obbedienza i loro liuti capricciosi. Papà è sempre stato stonato, ma lo diverte l'idea di duettare con la moglie, e in quel momento cercava sorridendo di mostrarsi sciolto nel pizzicare le corde. Conosceva i propri limiti. Per lui quel duetto, come molte altre cose, era solo il preludio a una battuta sulla fragilità umana."




lunedì 21 novembre 2011

FEDERICO DE ROBERTO - I Vicerè



DOVE: Catania, Sicilia


QUANDO: tra il 1850 e la fine dell'Ottocento, a cavallo dell'Unità d'Italia



Gente illustre, questi Uzeda. Fin dal loro antenato Lopez Ximenes, giunto in Sicilia dalla Spagna quale governatore dell'isola per conto dell'imperatore Carlo V e capostipite di una lunga stirpe di orgogliosi, austeri e bellicosi Vicerè - questo il nomignolo che la casata porta con sè da ben duecento anni. Orgogliosamente avvinghiata alle proprie rigidissime tradizioni nobiliari, attenta a mantenere la purezza del proprio sangue e l'integrità del proprio patrimonio attraverso un'oculatissima scelta - o più propriamente, pianificazione - dei matrimoni e delle "vocazioni" più o meno spontanee che indirizzano i cadetti verso la vita monacale. Nel lusso del loro palazzo catanese, più e più volte rimaneggiato nel corso degli anni dai precedenti inquilini, ciascuno dei quali ha sentito nel corso del tempo l'esigenza di aggiungere ali, aprire finestre e murare quelle esistenti, i principi di Francalanza godono beatamente della silenziosa venerazione del popolo, almeno fino a quando non ci mette lo zampino quel tumulto che, con la forza di un uragano, va propagandosi dal Regno di Piemonte lungo tutto lo stivale. E quando la fiamma della rivoluzione sbarca in Sicilia assieme alle camicie rosse garibaldine, perfino nella presuntuosa immobilità della loro antica casata qualcosa comincia a scricchiolare. Don Gaspare Uzeda, fratello del defunto principe Consalvo, trasportato dalla corrente della rivoluzione arriva perfino a diventare deputato presso il neonato Regno d'Italia, scatenando le ire della sorella Ferdinanda, zitellona avida e borbonica fin nel midollo, fiera snocciolatrice del proprio albero genealogico. E poi il benedettino don Blasco, collerico e a tratti blasfemo, anch'egli pronto a mutare direzione quando le nuove leggi impongono la chiusura dei conventi, mettendo fine a una certa pingue avidità di chi ha scelto la vita monacale non certo per vocazione. E il contino Raimondo, secondogenito eppure preferito dalla defunta Tereza Uzeda, la quale decise di dargli moglie scatenando così un pericoloso precedente in una famiglia dove tutto era stato sempre pianificato affinchè l'intero patrimonio restasse nelle mani del primogenito. Personaggi le cui vite s'intrecciano sotto il tetto dell'antico palazzo dei principi di Francalanza, tra ribellioni più o meno velate ai rigidi protocolli nobiliari, epidemie di colera, rancori mai sopiti, sottili rivalità ed una certa freddezza - al limite con l'odio di classe - verso chi entra a far parte, loro malgrado, della famiglia. Difficile anche stilarne in breve una trama, tanto molteplici sono le sfaccettature prese in esame, mentre sullo sfondo l'Italia nasce e muove lentamente i primi passi. Un affresco assolutamente straordinario - insieme, naturalmente, al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa - della Sicilia risorgimentale con le sue antiche radici nobiliari, il popolo bruciato dal sole, la dedizione al Re Borbonico e i dubbi verso una Roma tanto astratta quanto lontana.


UN ASSAGGIO:


"La principessa, da alcuni giorni, aveva lo stomaco rovinato, non digeriva più, si trascinava penosamente dal letto alla poltrona; e appunto perciò tutti gli altri convennero che bisognava metterla in salvo prima degli altri. Marito e moglie partirono dunque subito con lo zio e Baldassarre; gli altri restarono a preparare i carri della roba, giacchè questa volta, non andando in casa propria, bisognava portare letti, biancheria, tutte le cose di uso giornaliero. Nella notte tornò il maestro di casa per avvertire che l'alloggio era trovato, e il domani all'alba tutti scapparono dal Belvedere dove il colera già divampava. La casa, alla Viagrande, s'era trovata grazie alle relazioni ed ai quattrini del principe di Francalanza: nondimeno, era una catapecchia consistente in tre cameracce e due stanzini a pianterreno, povera abitazione d'un bottaio dove i Vicerè furono molto contenti di potersi ficcare. Grazie al nome di Uzeda, l'entrata in paese fu loro consentita quantunque venissero da un luogo infetto; ma, una volta dentro, il principe, il duca, don Blasco cominciarono a gridare che non bisognava lasciar passare nessun altro, se non si voleva la rovina della Viagrande. Infatti l'epidemia decimava non solamente la popolazione rimasta in città, dove si contavano fino a trecento morti al giorno e non c'era più consorzio civile, nessuna autorità, nè deputati nè consiglieri, nè niente, ma diffondevasi per la prima volta con violenza straordinaria nel Bosco scampato a tutte le altre invasioni coleriche: era al Belvedere, era a San Gregorio, Gravina, alla Punta, guadagnava le case sparse, non risparmiava i casolari perduti in mezzo alle campagne; e non soltanto i poveri diavoli morivano, ma le persone facoltose, i signori che s'avevano ogni sorta di riguardi; talchè la gente atterrita fuggiva da un paesuccio all'altro, come poteva, sui carri, a cavallo, a piedi; ma chi portava addosso il germe del male cadeva lungo i canali stradali, si torceva nella polvere e moriva come un cane: i cadaveri insepolti, cotti dal torrido sole estivo, esalavano pestiferi miasmi, mettevano il colmo all'orrore; e i fuggiaschi che arrivavano sani e salvi ai luoghi ancora immuni erano accolti a schioppettate dai terrazzani atterriti ...."

venerdì 19 agosto 2011

GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA - Il Gattopardo


DOVE: Sicilia
QUANDO: 1860

Nella Sicilia assolata, nel cuore di quel 1860 che vede l'Italia - tutta, indistintamente, da Nord a Sud - attraversata dalla febbre del Risorgimento: è qui che ci trasporta Il Gattopardo, che con la delicatezza di un acquerello dipinge la rivoluzione vista attraverso lo struggente punto vi vista di chi vede il lento disfacimento della propria antica casata e del ceto nobiliare intero, sopraffatto dalla crescente forza della borghesia.
E qui, nella sfarzosa tenuta dei principi di Salina, avviluppata nel suo giardino odoroso di menta e zagare, silenziosamente assorta nella quotidiana recita del Rosario, incontriamo il principe Fabrizio - orgoglioso rappresentante di quella "casta" che malvolentieri accetta l'idea del proprio tramonto - e suo nipote Tancredi, giovane infiammato dagli ideali garibaldini che proprio tra le fila dei Mille ha scelto di schierarsi, in aperto conflitto con lo zio.
E mentre l'Italia scossa dall'impeto della rivoluzione si trasforma, sotto le rigide volte di Casa Salina si instaura una strenua - e sempre più debole - resistenza, perfino sotto il profilo culinario, quando il Principe rifiuta, nei suoi ricevimenti, di assecondare l'usanza barbara di incominciare un pasto con una "brodaglia", preferendo al nordico potage un ben più opportuno timballo di maccheroni. E tra devoti pellegrinaggi al Monastero di Santo Spirito - che accoglie la pia salma della Beata Corbera, antenata dei Salina, tra lussuosi e mondanissimi balli (occasione, negli intervalli di respiro lasciati dai "fattacci" della rivoluzione, per incontrarsi e congratularsi di esistere ancora), amori che sbocciano, i paesaggi riarsi dal sole, la nobile casata scivolta lenta e dignitosa incontro al suo tramonto, mentre il cuore della neonata Italia si avvia a pulsare di nuova vita.

UN ASSAGGIO:

"Primo (ed ultimo) di un casato che per secoli non aveva mai saputo fare neppure l'addizione delle proprie spese e la sottrazione dei propri debiti, possedeva forti e reali inclinazioni alle matemariche; aveva applicato queste all'astronomia e ne aveva tratto sufficienti riconoscimenti pubblici e gustosissime gioie private. Basti dire che in lui orgoglio e analisi matematica si erano a tal punto associati da dargli l'illusione che gli astri obbedissero ai suoi calcoli (come di fatto sembravano fare) e che i sue pianetini che aveva scoperto (Salina e Svelto li aveva chiamati, come il suo feudo e un suo bracco indimenticato) propagassero la fama della sua casa nelle sterili plaghe fra Marte e Giove e che quindi gli affreschi della villa fossero stati più una profezia che un'adulazione.
Sollecitato da una parte dall'orgoglio e dall'intellettualismo materno, dall'altra dalla sensualità e dalla faciloneria del padre, il povero Principe Fabrizio viveva in perpetuo scontento pur sotto il cipiglio zeusiano e stava a contemplare la rovina del proprio ceto e del proprio patrimonio senza avere nessuna attività ed ancora minor voglia di porvi riparo."


lunedì 11 aprile 2011

BARONESSA ORCZY - La Primula Rossa



DOVE: tra Francia e Inghilterra
QUANDO: 1792.

Francia, anno 1792; la rivoluzione si alimenta delle proprie fiamme e nel lento sobbollire del rancore popolare esplode il buio e sanguinoso periodo del Terrore. Basta poco più che un bisbiglio, un sospetto, una bugia per far scattare una morsa inesorabile. Donne, bambini, vecchi, siano essi nobili o sospetti fiancheggiatori di questi ultimi, vengono dati in pasto alla famelica bocca metallica della ghigliottina che instancabilmente, ora dopo ora, azzanna le proprie vittime. E mentre la lama scintilla rossa sotto il sole, mentre sotto al patibolo le brave cittadine sferruzzano tranquille in attesa di veder cadere la prossima testa, mentre la folla rumoreggia con furore animalesco, spinta dalla sete di vendetta, al passare mesto dei carri che conducono i condannati, un piccolo manipolo di inglesi - un po' per sport, un po' per sfida, un po' forse per solidarietà verso la sfortunata classe nobile d'Oltremanica - si dedica anima e corpo ad una missione tanto adrenalinica quanto rischiosa: sottrarre alle fauci della ghigliottina quante più teste possibili.
A capo di questo eroico gruppo, uno sconosciuto che firma le proprie imprese con un piccolo logo a forma di fiore; la Primula Rossa. Logo che, inutile dirlo, finirà per indispettire non poco il solerte ed astuto Chauvelin, agente del governo rivoluzionario francese che, sulle tracce dell'enigmatico eroe è approdato fin sulle bianche scogliere di Dover. Il suo scopo? Naturalmente, smascherare l'identità del suo acerrimo nemico, attirarlo in una trappola sul suolo francese e porre fine alle sue oltraggiose imprese. Il diabolico Chauvelin crede d'aver trovato nella bella Marguerite St. Just, splendida e brillante ex attrice della Comedie Francaise divenuta poi Lady Blakeney dopo aver sposato un indolente nobile inglese, una perfetta spia, facile da tener in pugno sotto il ricatto di spedire alla ghigliottina il suo amato fratello Armand, reo agli occhi del governo rivoluzionario d'essere in combutta con lo sconosciuto eroe britannico. Con la pazienza di un ragno, il francese tesserà attorno alla Primula Rossa una sottile e perfetta trappola; riuscirà davvero la sua fredda determinazione a mettere nel sacco l'ingegnoso ed ardito britannico, abilissimo nell'arte dei travestimenti?


UN ASSAGGIO:

"Quando Chauvelin vi entrò, la sala da pranzo era deserta. Aveva quell'aspetto desolato, squallido, che rammenta tanto un abito da ballo il mattino dopo.
Bicchieri semivuoti erano sparpagliati sul tavolo, tovaglioli spiegazzati giacevano qua e là, le sedie girate l'una verso l'altra in gruppi di due o tre sembravano occupate da fantasmi in intima conversazione fra di loro. Negli angoli più lontani della stanza c'erano coppie di sedie, molto vicine l'una all'altra, che parlavano di recenti corteggiamenti sussurrati gustando pasticci di selvaggina e sorseggiando champagne ghiacciato; c'erano gruppi di tre o quattro sedie che rievocavano animate e piacevoli discussioni sugli ultimi scandali; c'erano sedie ancora ben allineate che avevano l'aria rigida, critica, acida di antiquate matrone, c'erano alcune sedie isolate vicino al tavolo che parlavano di ghiottoni intenti ad assaporare i manicaretti più raffinati ed altre rovesciate sul pavimento che la dicevano lunga sulle ben fornite cantine di Lord Grenville.
Insomma era una replica spettrale dell'elegante riunione al piano di sopra; un fantasma che infesta ogni casa dove vengono dati balli fastosi e ricche cene; uno scenario disegnato col gesso bianco su un cartone grigio, smorto e incolore, ora che la seta lucente degli abiti e le giacche sontuosamente ricamate non erano più lì ad animare il primo piano e ora che le candele tremolavano sonnolente nei loro supporti."

lunedì 21 febbraio 2011

BERNARD SIMIOT - Il tempo dei Carbec


DOVE: Saint Malo, Bretagna.
QUANDO: prima metà del 1700

Nella Francia ancora lontana dalla rivoluzione, un romanzo che sembra intriso dell'odore di salsedine e di pesce ci conduce nella piccola ma combattiva Saint Malo, cittadina del Nord della Francia in perenne competizione con la rivale Nantes. Qui, la giovane Marie Leone Carbec, tenace e fiera come tutti i suoi compaesani e ritrovatasi - come molte altre spose di uomini di mare - improvvisamente vedova, prende saldamente le redini della propria famiglia, sotto la guida dell'intraprendente zia Clacla (un passato da pescivendola, prima che da contessa). Da un lato l'attività commerciale del marito, dall'altra ben quattro figlioli - tre maschi, una femmina - da sistemare; la giovane Marie Leone senza mai demordere nè cedere alle moine di chi la vorrebbe di nuovo moglie, si dedica anima e corpo a questa sua speciale missione. Sull sfondo, lo srotolarsi della storia: il giovanissimo Luigi XV ritrovatosi suo malgrado re a soli cinque anni e perciò sostituito fino alla maggiore età da Filippo Borbone d'Orleans; l'ambiziosa reggenza di quest'ultimo, che però per la discutibile politica economica - anche sotto l'influenza del banchiere John Law, fautore di alcune manovre piuttosto rischiose - attirò ben presto il malcontento soprattutto di quella parte della popolazione che faceva del commercio la propria fonte di reddito. E ancora, i viaggi della Compagnia delle Indie Orientali verso l'umida India e i verdeggianti caraibi, l'ignobile pagina della tratta degli schiavi, i corsari che proprio di Saint Malo hanno fatto, negli anni, la fiorente cittadina che è.
Sopra tutto questo, l'affascinante Marie Leone, solida come i bastioni della sua città, che oppongono costantemente il petto allo sferzare delle onde, avanza con passo sicuro, costruendo passo passo il destino dei propri figli.

UN ASSAGGIO:

"Dopo aver dato loro l'illusione di appartenere alla razza dei conquistatori, l'India li aveva dolcemente inghiottiti con la sua vita facile, i suoi domestici a buon mercato, le sue mulatte portoghesi, le sieste vischiose, le piogge tiepide, gli uragani sulfurei.
Questi residenti avevano accolto di buon grado il giovane guardiamarina sotto il loro tetto, dove spose di quattordici anni preesiedevano sontuosi banchetti preparati da cuochi che guadagnavano una rupia al mese. Tutto si comprava per niente. Un pollo, una lepre o un'anatra non valevano più di cinque liard e, per tre sol, si potevano sfamare otto persone con enormi pesci strofinati con limone verde. Sfiancati dal caldo umidiccio, sfiniti dalla pigrizia, gli ospiti a malapena toccavano i piatti serviti, preferendo saccheggiare le ceste di arance, guaiave, manghi, papaie e angurie che venivano sempre imbandite sulla tavola. Alla fine del pasto, i convitati facevano girare le bottiglie di alcol portate in dono. Tutti allora si scuotevano dal torpore, parlavano più forte, le piccole spose, la bocca piena del betel masticato che tingeva loro di rosso la saliva e nebruniva i denti, si lasciavano andare a risolini sciocchi, mentre gli uomini si scambiavano allegramente notizie sulla loro sifilide, prima di assopirsi davanti ai bicchieri rovesciati."

martedì 8 febbraio 2011

WALTER SCOTT - Ivanhoe


DOVE: Inghilterra
QUANDO: alla fine del Dodicesimo secolo

Come forse si è capito, adoro moltissimo i classici; dal momento che, infatti, per me leggere è viaggiare con il potere della mente, come potrebbe essere altrimenti? Come altri avrei potuto, ad esempio, visitare l'Inghilterra di Riccardo Cuor di Leone, se non immergendomi nella lettura di un classico con la "C" maiuscola quale l'Ivanhoe di Sir Walter Scott? Mi rendo conto che molti possano storcere il naso, di fronte ad un mattone di cinquecento pagine e più, specialmente tutti quelli che, pur amando leggere, trovano più piacevole abbandonarsi ad un linguaggio più vicino a quello dei nostri giorni che non a quello Ottocentesco di Scott. Eppure io l'ho divorato in pochi giorni, per ben due volte.
Provate infatti ad immaginare questo scenario: spegnete radio e TV, fate sparire il traffico, gli aerei, lo sbattere delle porte al piano di sotto, il lontano ululare di un'ambulanza. Immergetevi in un mondo dalla vegetazione rigogliosa, in cui il suono degli zoccoli di un cavallo era l'unica compagnia dei viaggiatori, in un'epoca in cui, al tramonto, calavano tenebre non ancora diluite dal brillare delle lampadine. Immaginate una neonata Inghilterra nella quale Sassoni e Normanni sono ancora due popolazioni in contrasto, vincitore contro vinto, che faticano ad amalgamare le proprie lingue ed usanze a forgiare l'Inghilterra che noi conosciamo. Immaginate poderosi feudi, entro le mura dei quali il feudatario è unico signore e padrone, e chiassosi tornei nei quali cavalieri in livrea fanno cozzare le lance lanciandosi in un galoppo sfrenato. Tutto questo non vi fa ancora venire l'acquolina in bocca? Ebbene, mettete nell'intreccio il nobile Vilfredo di Ivanhoe, sassone che ha giurato fedeltà combattendo accanto al nuovo re Riccardo I; aggiungetevi il suo patriottico padre che l'ha per questo diseredato e vive invece asserragliato nel proprio castello, rifiutando di riconoscere il vincitore normanno, e ancora: una giovane ebrea che con la sua bellezza infiamma il cuore del focoso templare Bois-Guilbert, un valente e misterioso Cavaliere Nero, una splendida orfana e il suo amore contrastato per il giovane diseredato... vicende private che si intrecciano le une alle altre, in un mondo tanto affascinante quale quello cavalleresco. Un'occasione imperdibile per conoscere un'epoca perlopiù oscura ed assistere alla nascita di una nazione che ha, alle sue spalle, molto più che i Quattro Baronetti di Liverpool.
E a far da sfondo alle vicende dei "piccoli" protagonisti, la grandezza della Storia, che prima d'essere un elenco ordinato di date e fatti è stata presente, adesso, sangue, terra, odore pungente di cavalli, fiammeggiare di incendi e mani giunte, imploranti.

UN ASSAGGIO:
"'Vuotate una coppa alla mia salute, signor Templare' disse Cedric ' Ed empitene un'altra all'abate, mentre io torno indietro di una trentina d'anni per raccontarvi un'altra storia. Il Cedric di allora non aveva bisogno di prendere dai trovatori francesi ornamenti per il suo semplice inglese quando voleva parlare a una bella; e il campo di Northalleron, il giorno di San Standard, potrebbe dire se il grido di guerra sassone non fu udito da così lungi nelle file degli scozzesi quanto il 'cri de guerre' del più prode barone normanno. Alla memoria di quei bravi che combatterono là! Brindate con me, miei ospiti - Bevve un lungo sorso, e proseguì con crescente calore - Sì, quello fu un giorno in cui gli scudi cozzarono e cento bandiere sventolarono sulle teste dei valorosi; e il sangue corse a fiumi e la morte parve preferibile alla fuga. Un bardo sassone lo avrebbe chiamato una festa delle spade, un raduno di aquile sulla preda, l'urto delle alabarde sugli scudi e degli scudi sugli elmi, il clamore della battaglia più gioioso di un tripudio di nozze. Ma i nostri bardi non esistono più -continuò Cedric - le nostre gesta sono andate perdute in quelle di un'altra razza, la nostra lingua, il nostro stesso nome sta rapidamente decadendo, e nessuno se ne lamenta eccetto un vecchio solitario. Coppiere! Empi le tazze, birbante. A tutti i forti guerrieri, signor templare, di qualunque razza o lignaggio che adesso combattono in Palestina fra i campioni della Croce!'"

martedì 1 febbraio 2011

TRACY CHEVALIER - La Dama e l'unicorno


DOVE: tra Parigi e Bruxelles
QUANDO: alla fine del 1400

Adoro i romanzi che propongono mete di viaggio insolite, come questo in cui al fianco di Tracy Chevalier ci immergiamo nell'affascinante mondo dei tessitori di arazzi in un colorato Belgio alla fine del Quindicesimo Secolo. Per intenderci, all'alba del viaggio di Cristoforo Colombo in America, in un tempo in cui un ricco parigino poteva ancora ingaggiare un celebre artista affinchè realizzasse un arazzo per la decorazione di una delle proprie lussuosissime stanze. E' qui che prende l'avvio una vicenda ricca di sensualità, colore e atmosfera che s'incentra sulla figura di Nicolas Des Innocents, parigino e piuttosto incline a subire il fascino della Bellezza femminile, al quale il ricco Jean Le Viste decide di commissionare un'opera raffigurante la Battaglia di Nancy. Il progetto di La Viste è alquanto ptetenzioso; arredare la sua Grande Sala con una serie di arazzi che celebrassero la sua elezione a priore della Cour des Aides con soggetti che rimandassero al trionfo ed alla grandezza. Ma la bella e sensuale Genevieve, moglie del ricco commissionante, stanca di sangue, battaglie e violenza, esige invece che il soggetto sia di tutt'altro sapore; l'amore, la sensualità, la poesia, la passione. E gli chiede di rappresentare la seduzione di un unicorno da parte di una dama. Secondo un'antica leggenda Medievale, infatti solo una Vergine poteva attirare a sè e domare la più indomabile e sfuggente delle creature.
Tra Francia e Belgio, seguendo il filo sottile delle stoffe più preziose, s'intrecciano quindi le esistenze dei personaggi, tra la passione bruciante che incendia Nicolas per Claude, la giovane figlia del ricco parigino e le vicende cui fa da sfondo la bottega laboriosa di George de la Chapelle, tessitore di Bruxelles, allo stesso ritmo con cui le sapienti dita degli artigiani guidano l'intreccio di lana e seta per mesi, prima di poter osservare con soddisfazione il lavoro compiuto.


UN ASSAGGIO:
"Prima del taglio ci siamo inginocchiati per dire una preghiera a san Maurizio, patrono dei tessitori. Finalmente Georges Le Jeune mi ha passato un paio di forbici. Ho preso una manciata di fili dell'ordito e, tenendoli ben tesi, ho incominciato a reciderli di netto. Al primo taglio Christine si è lasciata sfuggire un sospiro, ma nessuno ha più fiatato mentre procedevo con il resto dei fili.
Quando ho finito, Georges Le Jeune e Luc hanno srotolato l'arazzo dal sabbio attorno a cui era avvolto. Hanno avuto l'onore di tagliare l'altra estremità dell'ordito, prima di appoggiarlo per terra. A un mio cenno, hanno steso il tessuto con il diritto finalmente rivolto verso l'alto. Siamo rimasti a fissare l'arazzo il silenzio, tutti tranne Alienor che è andata in casa a prendere la birra per brindare."