DOVE: Francia
QUANDO: XII secolo
Sarà banale, ma per l'otto marzo ho scelto un libro che parla di donne. Anzi, di una donna, ma di una donna speciale, creata dalla penna di una scrittrice spagnola ed in grado di incarnare in sè le due anime contrastanti del Medioevo: da un lato il sangue, le lame affilate, le urla e la calca polverosa della battaglia; dall'altro, l'eleganza dei cavalieri che si confrontano nei tornei, le dame eleganti, l'amor cortese puro e poetico.
Lei, la protagonista, è una giovanissima contadina, Leola, costretta alla fine di una durissima giornata di lavoro uguale a tante altre - nei campi, mani scorticate, sudore e polvere ad avvolgere il corpo come un velo - completamente sola. Attorno a lei, l'orrore di un campo di battaglia al tramonto, i lamenti dei morenti, il sangue vischioso che penetra nel terreno, i cadaveri ancora chiusi nelle loro inutili armature, simili a grossi insetti. Gli Uomini di Ferro - quelli che continuamente si combattono, signorotto contro signorotto, imbrattando i loro campi sudati con la loro cieca violenza - si sono portati via suo padre e suo fratello, oltre al suo amore Jacques; ed a lei non resta altro da fare che fuggire. Ma come potrebbe mai, una giovane sola, sopravvivere al mondo maschio e violento in cui il destino ha voluto che nascesse? Ed ecco che, nella sua mente, balena l'unica via di salvezza: rubare l'armatura ad uno dei morti, ed indossarla. Non più Leola, ma Leo.
Detto, fatto; indossata l'armatura, viaggiamo assieme a lei alla ricerca del suo amato attraverso la Francia del XII secolo e le sue contraddizioni, tra supertizione, incantesimi, brutale fanatismo religioso e antiche leggende. Come quella del Re Trasparente, nella quale Leola/Leo s'imbatte più volte, senza mai riuscire a conoscerne l'epilogo.
Assieme a lei la focosa e colta Nyneve, a suo dire una strega senza età, che indossati anch'essa indumenti maschili decide di accompagnarla in qualità di scudiero.
Una storia delicata eppure forte, nella quale con gli occhi puri di una giovane plebea osserviamo l'Europa buia, selvaggia, in cui centinaia di individui si muovono a piedi o a cavallo, chi inseguendo un ideale, chi trascinato dalle fiamme della fede, chi ancora in fuga da un segreto.
Un'epoca affascinante, nella quale gli idealisti sognano vivono nel culto di Avalon, con i suoi ideali, la sua lealtà, i suoi saldi valori, mentre molti si lasciano trascinare . dalla fede o dai meri interessi economici - verso l'ennesima, sanguinosa guerra.
Solida come un cavaliere ma sensibile come una dama, Leola/Leo scivola attraverso tutto ciò combattendo, amando, sperando, provando pietà.
Una bellissima storia di una donna nata serva, e morta libera.
UN ASSAGGIO:
"Obbediente, con una docilità poco adatta ad un cavaliere, sia pure un cavaliere senza cavallo, tiro fuori la borsa e mostro le monete. L'oste ci pensa su e torna a sedersi accanto a noi.
'Va bene. Vediamo un po' 'ste famose carte magiche'
E' un uomo piuttosto alto, con un po' di pancia, e si sorregge su due gambe incredibilmente magre. Si gratta il mento mal rasato con un'aria burlona e sputa per terra, in mezzo alle ginocchia ossute.
'E sono famose per davvero' dice la mia amica 'Non hai mai sentito parlare delle potentissime carte italiane, il Tarocco segreto?'
Nyneve ha tirato fuori dall'inesauribile tasca un mazzo di cartoncini colorati. Li distende sul tavolo; sono lisci e incerati e mostrano le figure più singolari: re maestosamente abbigliati, soli e lune, impiccati e scheletri dall'aspetto inquietante. L'oste si china sulla tavola son interesse.
'Ah, e così queste sarebbero quelle nuove carte tanto strane? Avevo sentito parlare della loro esistenza.'
'Sono nuove per noi. Ma il loro sapere è antico come la terra che t'uinsudicia le scarpe. Mescola e taglia.'
"Non sei mai stato il capitano Nemo intrappolato nel tuo sottomarino mentre la piovra ti sta attaccando?" (Dal film 'La Storia infinita')
venerdì 8 marzo 2013
ROSA MONTERO - Storia del Re trasparente
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giovedì 7 marzo 2013
MURAKAMI HARUKI - Kafka sulla spiaggia
QUANDO: ai giorni nostri
E' sempre difficile, delineare una trama quando si parla di Murakami Haruki; perchè pochi come lui hanno la capacità di farti costantemente oscillare tra reale e immaginario, fino al punto in cui perdi totalmente l'orientamento e lasci che siano semplicemente le sensazioni a cullarti. Per quanto mi riguarda, già un romanzo ambientato in Giappone è capace di farmi perdere la via del ritorno, talmente lontano è quel mondo che ho potuto ahimè visitare solo attraverso le pagine dei libri. E quando poi in quella terra di treni dalla velocità spaziale, udon, inchini, megalopoli e laghetti in cui si specchiano ciliegi fioriti, si aprono a un tratto le porte per un mondo fantastico, beh, una come me ci va a nozze.
Figuriamoci poi quando il tutto ruota attraverso una biblioteca, l'austera, antica, silenziosa biblioteca Komura entro la quale si muovono figure a metà tra il reale e l'onirico, come la dolce, triste e misteriosa signora Saeki e l'efficiente e quieto signor Oshima, con le matite dalla punta sempre perfettamente affilata. E' proprio qui che l'adolescente Kafka trova riparo nella sua fuga da Tokio e da un padre distante, rimanendo avviluppato in un intrico di dolce quiete, lontani segreti e soprattutto di ricordi malinconici. E mentre il ragazzo incuriosito cerca di ripercorrere la storia della signora Saeki e del suo sfortunato amore di gioventu', in un quartiere di Tokio si aggira un vecchio strambo - più che strambo, ingenuo - che non solo pretende di saper parlare con i gatti, ma di questa sua capacità ha fatto addirittura un mezzo per arrotondare l'esiguo sussidio che il governo fornisce a quelli come lui, ritrovando i gatti smarriti.
Peccato che anche il vecchio, ingenuo signor Nakata finisce per ritrovarsi impelagato in una storia più grande di lui, quando resta coinvolto, suo malgrado, in un omicidio dai contorni oscuri. E allora, cosa fa? Fugge, naturalmente, via dal caos metropolitano di Tokio, seguendo una voce interiore che gli dice dove andare.
Inutile dire che ben presto la sua strada intreccerà quella del quindicenne Kafka...
UN ASSAGGIO:
"Mentre sono seduto sul divano e mi guardo intorno, mi accorgo che la sala è il posto che stavo cercando da tempo. Sì, stavo cercando esattamente un posto così, nascosto in una nicchia del mondo. Fino ad ora, però, era stato per me solo un luogo fantasticato e segreto. Non riesco a credere che esistesse davvero da qualche parte. Chiudo gli occhi, inspiro a fondo, e l'aria rimane sospesa in me com una nuvola dolcissima. E' una sensazione meravigliosa. Accarezzo lentamente col palmo della mano il divano ricoperto da un rivestimento color crema. Mi alzo, vado davanti al pianoforte, sollevo il coperchio e provo a posare delicatamente le dieci dita sulla tastiera ingiallita. Abbasso il coperchio e faccio qualche passo sul vecchio tappeto dal disegno di grappoli d'uva. Provo a girare una vecchia maniglia che serve ad aprire e chiudere la finestra. Accendo e spengo una lampada da terra. Guardo a uno a uno i quadri appesi alle pareti. Poi torno a sedermi sul divano e ricomincio a leggere dal punto in cui avevo lasciato. Mi concentro sul libro.
Verso mezzogiorno tiro fuori dallo zaino l'acqua minerale ed il cestino con il pranzo e mi siedo a mangiare sulla veranda che dà sul giardino. Si avvicinano degli uccelli: volano da un albero all'altro e scendono sull'orlo del laghetto a bere o a darsi una rinfrescata."
mercoledì 6 marzo 2013
GASTON LEROUX - Il Fantasma dell'Opera
QUANDO: agli inizi del 1900
Niente di meglio di una giornata di pioggia e vento come questa per concedersi un viaggetto assolutamente insolito, sia per l'ambientazione - perchè gran parte della storia si svolge negli intricatissimi corridoi dell'Opera di Parigi, che snodandosi dietro le quinte discendono fino al sottosuolo - sia per la storia in sè. Una tazza di tè bollente, un bel plaid caldo, ed eccoci pronti per immergerci in un mondo scintillante e leggero, quello in cui le giovanissime allieve della scuola di danza svolazzano chiassose, le più belle Voci della lirica si lasciano coccolare dai propri ammiratori dentro sontuosi e fioritissimi camerini e una miriade di invisibili, operosi aiutanti muove gli innumerevoli ingranaggi di quella straordinaria macchina che è il Teatro dell'Opera di Parigi. Siamo agli inizi del Ventesimo secolo ed è proprio lì, che sboccia - o sarebbe meglio dire, rinasce - l'amore tra il giovane Conte di Chagny e la bellissima Christine Daaè, astro nascente del bel canto parigino. Tutto potrebbe filare liscio come l'olio, se non fosse che la cantante porta nel cuore un terribile segreto, che teme di confidare perfino al suo fedele spasimante. Chi è il misterioso Angelo della Musica che ogni sera le dà lezioni private nel suo camerino? E il temibile Fantasma dell'Opera, che estorce denaro ai direttori del teatro tenendoli sotto scacco con la minaccia di sanguinose sventure, e che molti giurano di aver visto aggirarsi dietro le quinte, esiste veramente? E chi è il misterioso Persiano, che si aggira anch'egli come un'ombra nei corridoi del teatro, e che pare conoscere più a fondo di chiunque altro la storia del Fantasma?Quando poi, in circostanze misteriose, la Daaè viene rapita - rapimento che non è che il culmine di una serie di piccole sparizioni ed altrettanti incidenti che tempo prima avevano cominciato a turbare con la loro aura sovrannaturale la quiete del Teatro - mentre la polizia brancola letteralmente nel buio il Conte decide di agire...
Un classico dell'orrore e delle storie d'amore disperato, in grado di trasmettere ancora qualche sano brivido d'inquietudine - a patto che ci scrolliamo di dosso un po' del nostro distaccato scetticismo da Ventunesimo Secolo ed accettiamo di lasciarci guidare dal potere delle parole. Perchè, diciamolo, anche abituati come siamo a saturarci di immagini e suoni che poco spazio lasciano alla nostra fantasia, è bello ancora cedere di tanto in tanto alla bellezza del racconto scritto, che mentre fuori il vento fischia minaccioso ci consente, nel silenzio della nostra casa, di percepire quegli stessi scricchiolii che tanto fanno sussultare il Conte di Chaigny mentre discende nei sotterranei dell'Opera, in cerca della sua amata.
UN ASSAGGIO:
"Quella sera - proprio quella sera in cui i signori Debienne e Poligny, direttori dimissionari dell'Opera, davano la loro ultima serata di gala in occasione del loro commiato - il camerino della Sorelli, una delle stelle della danza, fu improvvisamente invaso da una mezza dozzina di quelle signorine del corpo di ballo che risalivano dalla scena dopo aver danzato Polyeucte. Vi si riversarono facendo una gran confusione, alcune scoppiando in risate eccessive e poco naturali, altre in grida di terrore.
La Sorelli, che desiderava restare sola per un istante per "ripassare" il discorso di saluto che doveva pronunciare poco dopo nel foyer della danza dinanzi a Debienne e Poligny, aveva assistito seccata a tutta quella folla sventata che si era precipitata da lei. Si girò verso le compagne e si adirò per quell'agitazione così tumultuosa. Fu la piccola Jammes - un naso caro a Grevin, occhi di mysotis, guance di rosa, un seno di giglio - a spiegarne la causa in tre parole, con una voce tremante, soffocata dall'angoscia:
'E' il Fantasma!'e chiuse la porta a chiave. Il camerino della Sorelli era di un'eleganza ufficiale e comune. Una psiche, un divano, una toeletta e qualche armadio ne costituivano l'essenziale arredo. Poche incisioni dulle pareti, ricordi della madre, che aveva conosciuto i bei giorni del vecchio Teatro dell'Opera di rue Le Peletier. Ritratti di Vestris, di Gardel, di Dupont, di Bigottini. Quel camerino sembrava un palazzo alle ragazzine del corpo di ballo, che erano sistemate in stanzette comuni dove trascorrevano il tempo cantando, litigando, picchiando i parrucchieri e le vestiariste, pagandosi bicchierini di cassis, di birra o magari di rhum, fino all'ultimo scampanellio di avvertimento."
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domenica 20 gennaio 2013
RICHARD POWERS - Il fabbricante di eco
QUANDO: ai giorni nostri
Di solito non lascio commenti personali particolarmente "netti"; volutamente, le mie non vogliono essere critiche letterarie, ma semplicemente un trasferire in un post le emozioni e le "visioni" che i libri mi hanno regalato. In questo caso, diciamo che il libro mi ha lasciato combattuta. Se dovessi raccontare in breve la trama, poco accade, in realtà, in queste pagine. O perlomeno, poco accade se parliamo di "fatti", perchè il grosso di questo romanzo avviene in realtà nell'interno dell' io della protagonista, che di fronte agli stravolgimenti della sua vita è costretta a rivedere le sue posizioni, riaffrontare ciò che era rimasto in sospeso, aprire armadi a costo di tirare fuori qualche scheletruccio.Diciamo che non è stata la storia in sè e per sè, quella che mi ha trascinato una pagina dopo l'altra, quanto piuttosto l'ambientazione struggente, quella di un Nebraska freddo, selvaggio, in cui la stagionale migrazione delle gru che si radunano a centinaia lungo il gelido fiume Platte richiama ogni anno frotte di turisti appassionati di bird-watching in quello che altrimenti, durante il resto dell'anno, non è che un paesotto solitario ed anonimo della sterminata provincia americana. Ed è qui, a Kearney - una periferia disordinata, un piccolo centro urbano allineato lungo la strada principale, il tutto circondato dalla maestosità millenaria della Natura con la "N" maiuscola - che la rossa Karin Schluter è costretta suo malgrado a ritornare quando suo fratello Mark rimane vittima di un grave incidente stradale. Lei, che anni prima era fuggita dalle meschinità della provincia, lasciandosi alle spalle un padre violento ed incline all'alcol ed una madre il cui bigottismo sfiorava la superstizione, lei che faticosamente si era costruita una nuova vita nella metropoli tutta vetri e cemento, è costretta d'un tratto a ripiombare indietro, fronteggiando i fantasmi del suo passato e le nuove, sfiancanti sfide che la vita ha deciso di porre sul suo cammino. Sì, perchè non solo la riabilitazione di Mark è lenta e dolorosa, ma è ulteriormente complicata dalla diagnosi di Sindrome di Capgras, che gli rende apparentemente impossibile riconoscere alcuni volti altrimenti familiari. Ed è così che lei, strappata alla sua vita cittadina ed una traballante relazione amorosa in fieri, si ritrova sola, nella provincia ostile e fredda, ad alloggiare nella squallida motor-home di un fratello che l'addita come estranea, invocando l'arrivo della "vera" Karin.
Impossibile, nella solitudine e nel silenzio di una cittadina che sperava le fosse ormai estranea ma che scopre di avere profondamente radicata in sè, non fare i conti con la propria coscienza, rivedendo passo a passo la propria vita, radunando idee, affrontando vecchi rancori ed ex-fiamme non del tutto sopite.
UN ASSAGGIO:
"Ed ecco spuntare Kearney: la periferia sparpagliata, il vialone di centri commerciali da poco smantellati, il trogolo bisunto del fast-food lungo la Second, l'antica arteria principale. La sontuosa rampa d'uscita dell'interstatale 80 le parve tutt'a un tratto l'epitome dell'intera città.
La familiarità riempì Karin di una calma strana e fuori luogo. Casa.
Trovò il Good Samaritan come gli uccelli trovano il Platte. Parlò con il traumatologo, facendo grandi sforzi per seguirlo. Lui continuava a ripetere media gravità, stabile, e fortunato. Era talmente giovane che la sera prima poteva benissimo essere andato a far baldoria con Mark. Karin voleva chiedergli di mostrarle la laurea in medicina. Invece gli chiese cosa significasse 'media gravità', annuendo educatamente alla risposta fumosa. Poi gli domandò di quel 'fortunato', e il traumatologo spiegò: 'fortunato di essere vivo.'"
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mercoledì 16 gennaio 2013
CATHLEEN SCHINE - I newyorkesi
QUANDO: nel presente
La Schine mi aveva già, tempo addietro, accompagnato in un piacevolissimo viaggio in quel di Pequot, nel cuore della provincia americana. E di nuovo, propone una deliziosa storia d'amore, di quelle un po' da commedia cinematografica, in cui lei s'innamora, trepida, soffre si reinnamora, medita confusa.Il tutto però stavolta non sullo sfondo di un paesotto tutto pettegolezzi e piccole casette dai giardini non recintati, bensì in un popoloso quartiere di New York, tra SUV luccicanti, semafori, sfavillare di insegne luminose sullo sfondo di alti palazzi d'arenaria dalle scheletriche scale metalliche lungo la facciata. E' qui che la non più tanto giovane Jody, brillante "zitella" quarantenne nonchè solare insegnante di musica, vive come tanti altri padroni di cani una vita scandita dai ritmi precisi e inalterabili delle passeggiate quotidiane. Assieme a lei, Beatrice, mansueto pit-bull bianco come il latte che accompagna in lunghe camminate lungo i marciapiedi sporchi fino al ritaglio di natura più o meno selvaggia che è il Central Park, con le sue distese erbose, i laghetti, i sottili sentieri lungo cui corrono mattinieri amanti del jogging. Che ci sia l'afa torrida di agosto, o la pioggia scrosciante dell'autunno, o addirittura che imperversi la neve, loro sono lì, intrecciando le loro esistenze con quelle dei tanti abitanti del quartiere, i quali per un motivo o per un altro si trovano a condividere, per brevi scampoli di tempo, lo stesso ritaglio d'asfalto. E' così che Jody incontra Everett - austero cinquantenne, un matrimonio naufragato alle spalle ed una brillante figlia ventenne all'università- e se ne innamora in modo quasi adolescenziale, cominciando addirittura a sbirciare dalla finestra nella speranza di vederlo passare, e "aggiustando" l'orario ed il percorso delle uscite con Beatrice in modo da poterlo incontrare, anche solo di sfuggita.
Ma la Grande Mela è piena di sorprese; e cosa accadrà quando sulla loro strada si trasferiranno George e Polly, fratello e sorella, lui eccentrico ed introverso, lei spumeggiante e bella, assieme al loro cucciolo Howdy? E il solitario assistente sociale Simon, attratto come una calamita dal sorriso luminoso di Jody, e l'arcigna Doris, dall'improbabile abbronzatura color rame, anziana e agguerrita nemica dei "canidi" colpevoli di insozzare i marciapiedi del suo bel quartiere? In una girandola affollatissima di personaggi, le vite s'intrecciano, spesso guidate, più che dal caso, dai guinzagli dei cani che - chi ne possiede uno lo sa bene!- costringono anche il più solitario degli esseri umani a socializzare, scambiando due chiacchiere coi suoi simili.
E, talvolta, smuovono anche i cuori più duri.
UN ASSAGGIO:
"Poi, finalmente, la neve scomparve lasciandosi dietro distese di sporcizia fradicia, pozzanghere oceaniche a ogni angolo, fiumi di detriti. Si scoprì che sotto il manto bianco invernale erano sepolti dei tesori. Bucce di banana, patatine fritte e menù dei take-out, finalmente liberi, galleggiavano lietamente nei canaletti di scolo. Le cacche di cane che erano state depositate in cima ai cumuli di neve si disfacevano sui marciapiedi bagnati.
Quando portà fuori Beatrice, Jody si fermò a studiare il torrentello di uno scarico. Stava cercando di individuare il guado più sicuro quando un uomo, che le si era avvicinato da dietro, disse: "Pittoresco, vero?"
"Sono come piccoli cadaveri galleggianti" osservò Jody. Lui scoppiò in una risata e superò il rivolo d'acqua con un balzo, lasciando Jody stordita e ammutolita nel riconoscere l'uomo che stava cercando, l'uomo che aveva sorriso. Impotente, lo guardò fermare un taxi e scomparire.
"Pittoresco, vero?" Ripetè fra sè, soddisfatta della frase. "
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domenica 16 dicembre 2012
EVA RICE - L'arte perduta di mantenere i segreti
QUANDO: a cavallo tra il 1954 e il 1955.
Ecco uno di quei libri che sono in grado di incantare i sensi. Di quelli che, quando chiudi l'ultima pagina, hai ancora sulla pelle il vento pungente dell'inverno londinese, nel naso l'odore delle sigarette e dei profumi costosi che evaporano nel chiuso dei locali piu' chic, aleggiando sopra il chiacchiericcio delle testoline leggere di adolescenti viziatissime, dal rossetto sgargiante e una preoccupante propensione per l'alcol e la superficialità. Ma soprattutto, è un libro che si muove a suon di musica. Quella zuccherosa e melodica di Johnny Ray, di cui le due giovani protagoniste sono pazzamente innamorate come solo due diciottenni sanno essere, e della sua The Little White Cloud That Cried, o quella sensuale, pepata, energica di un ancora sconosciuto (perlomeno in Europa) Elvis Presley in Mistery Train, che incanta con il suo ritmo infuocato il fratello della protagonista, trascinandolo nella spira del piu' puro rock and roll.
Ma andiamo con ordine..
Siamo nel dopoguerra, quando quasi con stupore le famiglie della Londra "bene" riprendono la loro vita scintillante sotto l'occhio vigile dei rotocalchi; ed è qui, in un freddo pomeriggio di metà novembre, che la giovane ed un tantino impacciata Penelope Wallace s'imbatte in Charlotte, anticonvenzionale, disinvoltamente bella, eccentrica, che le apre improvvisamente le porte di quel mondo. Con lei, il suo ammaliante cugino Harry - apprendista mago - e la bellissima e caotica zia Claire, Penelope addenta con piacere tutto cio' che la città puo' offrirle; perchè lei e il fratello Inigo, confinati nella cadente Milton Magna Hall, mastodontica dimora di origine medievale che cade a pezzi, nel silenzio della campagna inglese, sotto il peso dei debiti, fino ad allora avevano poco più che sognare ad occhi aperti l'America davanti al giradischi. La mamma Talitha, bellissima trentacinquenne resa vedova dalla guerra, fatica a risollevarsi dalla perdita del marito e lascia infatti languire lentamente attorno a se' la casa, mentre i due figli adolescenti, affamati di vita, d'amore e di successo, tentano in tutti i modi di reagire a quella muta decadenza.
E quando Harry chiede aiuto a Penelope per fare ingelosire la bellissima e capricciosa Marina Hamilton, protagonista della stampa mondana nonche' sua ex, gli ingranaggi di qualcosa che cambierà le loro vite si mettono in moto.....
Delizioso, scorrevole, poetico viaggio negli anni Cinquanta che trovo ottimamente sintetizzato nel commento - riportato sul retro di copertina - di Cosmopolitan:
Se Jane Austen fosse ancora in circolazioone, scriverebbe libri come questo. Eva Rice serve ai lettori un trancio di letteratura vintage così delizioso che vien voglia di mangiarlo in un boccone!
Ok, di solito non amo riportare gli altrui commenti nelle mie recensioni; e forse tirare in ballo la zia Jane e' un tantino azzardato... ma l'occasione di tuffarsi in un ambiente così particolare è forse unica, e pare quasi di sentir scricchiolare il pavimento di Milton Magna Hall sotto i nostri passi, mentre fuori fiocca la neve...
UN ASSAGGIO:
"Alle cinque del mattino Inigo dichiaro' di avere una voglia terribile di uova alla coque; ma le lasciammo nell'acqua troppo a lungo, mentre Harry ci mostrava il trucco del cucchiaio che spariva, e alla fine diventarono sode. Le sgusciammo (operazione difficile visto che tutti avevamo bevuto come non mai) e le intingemmo nella saliera; io tagliai delle irregolari fette di pane e le imburrai in un modo che Mary avrebbe definito generoso. Charlotte ci preparo' del caffe' forte, ben zuccherato, e Harry mi colpì versando nella tazza quello che restava del suo brandy con un sospiro di disperazione.
Poi ci infilammo gli stivali e facemmo scricchiolare la neve sotto i piedi fino a raggiungere la panca davanti allo stagno delle anatre, armati di plaid e sciarpe.
"Che meraviglia di posto in cui vivere!" continuava a dire Charlotte. "Chi si rintana nella casa in fondo al viale? Ci siamo passati venendo qui".
"La Dower House? E' li che abitavamo durante la guerra. Quando siamo tornati a Magna, ci perdevamo in continuazione." disse Inigo. "La casa non e' piccola, ma quando sei lì puoi sentire chiunque ti chiami ad alta voce. Nell'East Wing di Magna siamo praticamente ad un altro fuso orario."
Charlotte ridacchio'- "Abbiamo passato gran parte della guerra nell'Essex, dalla mia prozia. Noi non vedevamo l'ora di tornare a Londra. La' tutto ci sembrava maledettamente eccitante, e invece eravamo segregati nel mezzo del nulla."
Mi dichiarai d'accordo.
"Mi sentivo frodata. Zia Claire se ne stava in città, e per quanto ne sapevo si divertiva un mondo. Faceva sempre colazione da Fortnum's con i calcinacci che le cadevano in testa. Diceva che la guerra era inebriante."
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sabato 15 dicembre 2012
SUSAN PALWICK - Anime in volo
DOVE: Winsconsin, USA
QUANDO: ai giorni nostri
Una storia toccante e poetica quella che descrive la Palwick, trasportandoci - è il caso di dire - in volo nella provincia americana, quella delle piccole casette senza staccionata, delle spensierate gite in riva al lago, delle scuole con gli armadietti di metallo e la combinazione da tenere a mente. Qui vive Emma, adolescente timida ed impacciata, il cui infagottarsi dentro enormi felpe informi ed essere scostante verso le innocenti civetterie delle sue coetanee nasconde, forse, qualcosa di più di un'indole fortemente introversa. Anche se, agli occhi della comunità, la sua è una famiglia esemplare: il padre è un medico stimato, la madre una donna affascinante e colta. Certo, una famiglia segnata dalla perdita della primogenita Ginny, graziosa e prediletta dalla mamma, ma pur sempre una famiglia rispettabile.
Eppure, proprio nella perfezione di quel quadretto made in USA, si annida la piu' tremenda delle abiezioni umane; lo sa bene la piccola Emma, che ogni sera nel letto attende con cuore in gola la "visita" del padre, divisa tra la rabbia contro cecità della madre e quella contro il proprio corpo, reo di attirare verso la sua cameretta di bambina la bestia nera nascosta dietro l'aria sorridente ed affabile dello stimatissimo chirurgo. Ne' l'amicizia sincera di Jane, ne' l'affetto indagatorio della sua insegnante riescono a scalfire il muro che Emma ha costruito attorno a se'; l'unica via di fuga che la ragazza trova nella sua disperazione e' in quella capacità di allontanarsi dal proprio corpo, in quei terribili momenti, nell'attesa che tutto finisca. Ed e' proprio durante queste esperienze extracorporee che Emma incontra, sul soffitto della sua cameretta, l'odiatissima Ginny, la defunta sorella perfetta il cui paragone per lei è costante fonte di frustrazione, Ginny che era così brava, dolce e graziosa, mentre lei e' una piccola, goffa ed imbranata creatura. Ma quando con il tempo la loro amicizia cresce, Emma finisce per conoscere meglio quella ragazzina esile, così diversa da lei eppure così vicina, quella sconosciuta svanita nel nulla quando lei ancora non era venuta al mondo e che pero' ha con la sua esistenza molto più in comune di quanto non sembri.. Perchè anche la sorridente, leggiadra, graziosa Ginny ha avuto una vita tutt'altro che felice.....
UN ASSAGGIO:
"Si allontano' le mani dalla bocca: ' sei cattiva!' Esclamo' con voce rotta. Scoppio' a piangere, e lacrime rilucenti le scorrevano lungo le guance da Biancaneve.
'Hai ragione. Devo essere cattiva con qualcuno, e mi sei capitata tu sotto tiro. Tu non esisti nemmeno.'
Ginny si raggomitolo' di nuovo e prese a dondolare.
'Non è vero! Esisto come te!Anche se non ricordo nulla!'
'Invece no, sei morta. Comunque adoro essere cattiva. E lo saro' ancora di più, visto che sono viva e tu no. Sapevi che per due settimane dopo la mia nascita la mamma si e' rifiutata di prendermi in braccio perche' non ero te? Me l'ha confessato una volta. Io non me lo ricordavo, e' stata lei a dirmelo. Il quarto sabato del mese porta i fiori sulla tua tomba, con qualunque tempo, anche con venti gradi sotto zero, anzi, soprattutto quando fa freddo, perchè sei morta a gennaio. Nella tua stanza non entra, ma al cimitero ci va ogni mese. Figurati. E trascina anche me, per raccontarmi in continuazione episodi della tua vita, nella speranza che finisca per assomigliarti...'
'Ma se mi assomigliassi saresti morta' commento' Ginny, asciugandosi il viso con il dorso della mano. Le sue dita sottili tremavano come ramoscelli scossi da un vento gelido. 'La mamma non vorrebbe. Ne sono sicura.'
'Io no. Se morissi potrebbe illudersi che ero bella. Tu non sei bella come pensa lei, lo sai? Sembri uno stecchino,'
'Lo so.' si limito' a rispondere, e anche se la odiavo provai vergogna.Era carina davvero come nella foto; era così magra solo perchè prima di morire era stata molto male; aveva lottato con la polmonite per settimane mentre la mamma piangeva al suo capezzale e mio padre, l'onnipotente medico, incapace di salvarla, imprecava. Conoscevo a memoria quella storia."
QUANDO: ai giorni nostri
Una storia toccante e poetica quella che descrive la Palwick, trasportandoci - è il caso di dire - in volo nella provincia americana, quella delle piccole casette senza staccionata, delle spensierate gite in riva al lago, delle scuole con gli armadietti di metallo e la combinazione da tenere a mente. Qui vive Emma, adolescente timida ed impacciata, il cui infagottarsi dentro enormi felpe informi ed essere scostante verso le innocenti civetterie delle sue coetanee nasconde, forse, qualcosa di più di un'indole fortemente introversa. Anche se, agli occhi della comunità, la sua è una famiglia esemplare: il padre è un medico stimato, la madre una donna affascinante e colta. Certo, una famiglia segnata dalla perdita della primogenita Ginny, graziosa e prediletta dalla mamma, ma pur sempre una famiglia rispettabile.
Eppure, proprio nella perfezione di quel quadretto made in USA, si annida la piu' tremenda delle abiezioni umane; lo sa bene la piccola Emma, che ogni sera nel letto attende con cuore in gola la "visita" del padre, divisa tra la rabbia contro cecità della madre e quella contro il proprio corpo, reo di attirare verso la sua cameretta di bambina la bestia nera nascosta dietro l'aria sorridente ed affabile dello stimatissimo chirurgo. Ne' l'amicizia sincera di Jane, ne' l'affetto indagatorio della sua insegnante riescono a scalfire il muro che Emma ha costruito attorno a se'; l'unica via di fuga che la ragazza trova nella sua disperazione e' in quella capacità di allontanarsi dal proprio corpo, in quei terribili momenti, nell'attesa che tutto finisca. Ed e' proprio durante queste esperienze extracorporee che Emma incontra, sul soffitto della sua cameretta, l'odiatissima Ginny, la defunta sorella perfetta il cui paragone per lei è costante fonte di frustrazione, Ginny che era così brava, dolce e graziosa, mentre lei e' una piccola, goffa ed imbranata creatura. Ma quando con il tempo la loro amicizia cresce, Emma finisce per conoscere meglio quella ragazzina esile, così diversa da lei eppure così vicina, quella sconosciuta svanita nel nulla quando lei ancora non era venuta al mondo e che pero' ha con la sua esistenza molto più in comune di quanto non sembri.. Perchè anche la sorridente, leggiadra, graziosa Ginny ha avuto una vita tutt'altro che felice.....
UN ASSAGGIO:
"Si allontano' le mani dalla bocca: ' sei cattiva!' Esclamo' con voce rotta. Scoppio' a piangere, e lacrime rilucenti le scorrevano lungo le guance da Biancaneve.
'Hai ragione. Devo essere cattiva con qualcuno, e mi sei capitata tu sotto tiro. Tu non esisti nemmeno.'
Ginny si raggomitolo' di nuovo e prese a dondolare.
'Non è vero! Esisto come te!Anche se non ricordo nulla!'
'Invece no, sei morta. Comunque adoro essere cattiva. E lo saro' ancora di più, visto che sono viva e tu no. Sapevi che per due settimane dopo la mia nascita la mamma si e' rifiutata di prendermi in braccio perche' non ero te? Me l'ha confessato una volta. Io non me lo ricordavo, e' stata lei a dirmelo. Il quarto sabato del mese porta i fiori sulla tua tomba, con qualunque tempo, anche con venti gradi sotto zero, anzi, soprattutto quando fa freddo, perchè sei morta a gennaio. Nella tua stanza non entra, ma al cimitero ci va ogni mese. Figurati. E trascina anche me, per raccontarmi in continuazione episodi della tua vita, nella speranza che finisca per assomigliarti...'
'Ma se mi assomigliassi saresti morta' commento' Ginny, asciugandosi il viso con il dorso della mano. Le sue dita sottili tremavano come ramoscelli scossi da un vento gelido. 'La mamma non vorrebbe. Ne sono sicura.'
'Io no. Se morissi potrebbe illudersi che ero bella. Tu non sei bella come pensa lei, lo sai? Sembri uno stecchino,'
'Lo so.' si limito' a rispondere, e anche se la odiavo provai vergogna.Era carina davvero come nella foto; era così magra solo perchè prima di morire era stata molto male; aveva lottato con la polmonite per settimane mentre la mamma piangeva al suo capezzale e mio padre, l'onnipotente medico, incapace di salvarla, imprecava. Conoscevo a memoria quella storia."
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