domenica 13 marzo 2011

EDMONDO DE AMICIS - Cuore


DOVE:Torino, terza elementare sezione Baretti

QUANDO:
fine '800

So che molti storcono il naso davanti al libro Cuore, ritenendolo niente più che uno stucchevole, superato libro per bambini che non ha più nulla da raccontarci. Eppure io, al di là del valore sentimentale - il bellissimo ricordo di mia nonna, romagnola trapiantata a Roma da 60 anni, che mi raccontava la storia di Ferruccio - ho deciso di scegliere proprio De Amicis per celebrare - nel mio piccolo - i 150 anni dell'Italia unita (tra pochi giorni, il 17 marzo: qui il sito ufficiale con tutte le iniziative).

Perchè è proprio lì che veniamo catapultati fin dalle primissime pagine: in un'Italia neonata, per certi versi ancora incredula, con la voglia di sentirsi unita e di celebrare senza tristezza tutti coloro che, spinti dalla passione per un'ideale, avevano sacrificato la propria vita affinchè i propri figli, i propri successori - noi - potessero vivere il loro sogno. Siamo a Torino, intorno al 1882, in una terza elementare nella quale la tanto sospirata unità nazionale si comincia a toccare con mano; bambini che fino a pochi anni prima sarebbero stati stranieri gli uni per gli altri, provenienti da aree diverse dello stivale che si trovano a condividere, un banco accanto all'altro, un intero anno scolastico. Provate a immaginare cosa voleva dire, allora, spostarsi dalla Calabria a Torino: due mondi diversi, due lingue diverse, due climi diversi. Eppure c'era la voglia di credere nelle potenzialità di questo nuovo stato, c'era ancora la fiamma dell'ideale che ardeva nei petti, c'era il desiderio di sentirsi, prima di tutto, italiani.
E' qui, in questa scuola d'altri tempi - siamo ben prima della riforma Gentile, in epoca di grembiuli, di "buon giorno signor maestro", di Sezioni Maschili e Sezioni Femminili, di medaglie ai primi della classe - che si intrecciano le vicende di piccoli studenti (il buon Garrone, il piccolo "gobbino" Nelli, lo scapestrato Franti, il biondissimo primo della classe Derossi), narrate dalla voce di uno di loro.
Enrico Bottini, questo il suo nome, in un semplice diario ci racconta di un tempo in cui l'infanzia, sebbene spesso costretta ad aprire gli occhi sulla malattia, il dolore, la morte, la miseria, manteneva una sua aura di candida ingenuità, un tempo in cui la figura del maestro ispirava un misto tra timore e rispetto, e nel quale operai, falegnami e fochisti, sfiniti dopo una giornata di lavoro, trovano le ultime forze per frequentare la scuola serale. E, soprattutto, ci racconta le avvincenti storie che il maestro talvolta raccontava loro; più che storie, delle parabole il cui fine è quello di illustrare ai suoi studenti - con esempi concreti - valori come il coraggio, l'amore per il prossimo, la forza morale, l'amore per la famiglia e la patria. Insegnando loro che, molto spesso, grandi sentimenti albergano nei cuori più piccoli; e talvolta proprio in quelli sui quali la maggior parte di noi non scommetterebbe un soldo.
E' vero, il linguaggio può suonare per qualcuno un tantino "impolverato" - anche se io, personalmente, adoro il potere evocativo che il linguaggio ha.. espressioni come "figliuolo dell'erbivendola" hanno il sapore d'altri tempi che poche immagini cinematografiche riescono a dare con identica suggestione - ma la forza dei valori e dei sentimenti non ha tempo nè età.

E l'entusiasmo di un popolo che - ben lungi dal prevedere di dover affrontare due conflitti mondiali ed un Ventennio di dittatura tra uno e l'altro - si scopre finalmente unito; entusiasmo che forse dovremmo provare a coltivare e riscoprire, immedesimandoci in questi uomini e donne di centocinquant'anni fa che, malgrado la miseria riuscivano a scaldarsi al fuoco dei loro valori.

E allora, BUON COMPLEANNO, ITALIA!


UN ASSAGGIO:

"Non furon che due giorni di vacanza, e mi parve di stare tanto tempo senza riveder Garrone. Quanto più lo conosco, tanto più gli voglio bene, e così segue a tutti gli altri, fuorchè ai prepotenti, che con lui non se la dicono, perchè egli non lascia far prepotenze. Ogni volta che uno grande alza la mano su uno piccolo, il piccolo grida: - Garrone! - e il grande non picchia più. Suo padre è macchinista della strada ferrata; egli cominciò tardi le scuole, perchè fu ammalato due anni. E' il più alto e il più forte della classe, alza un banco con una mano, mangia sempre, è buono. Qualunque cosa gli domandino, matita, gomma, carta, temperino, impresta o dà tutto; e non parla e non ride in iscuola: se ne sta sempre immobile nel banco troppo stretto per lui, con la schiena arrotondata e il testone dentro le spalle; e quando lo guardo, mi fa un sorriso con gli occhi socchiusi, come per dirmi: - Ebbene, Enrico, siamo amici?- Mi fa ridere, grande e grosso com'è, che ha la giacchetta, calzoni, maniche, tutto troppo stretto e troppo corto, un cappello che non gli sta in capo, il capo rapato, le scarpe grosse, e una cravatta sempre attorcigliata come una corda. Caro Garrone, basta guardarlo in viso una volta per prendergli affetto."












8 commenti:

  1. Ottima scelta per festeggiare il 150°!
    Quante tue frasi potrei sottoscrivere!... il potere del linguaggio che, cambiando nel tempo al seguito delle persone che lo usano, riesce a raccontare un'epoca, un pezzo di storia... l'entusiasmo di donne e uomini che sfidavano la miseria con il loro coraggio...
    Spero che il 150° sia un'occasione per ricordarci da dove veniamo, e che la nostra forza è essere uniti nella bellissima varietà che ci contraddiastingue il nostro paese, davvero unico!

    (hai una nonna romagnola!! - da brava emiliana, immersa nelle nebbie della Bassa Padana, ho un debole per la solare Romagna)

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  2. Buon compleanno mia bella italia! Il libro che hai scelto è bellissimo, toccante e molto vero...

    Baci cara!

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  3. Grazie della tua visita e piacere di conoscerti con questo bellissimo post e il tuo interessante blog! Mi iscrivo come tua sostenitrice, così non ti perdo di vista; se vorrai contraccambiare ne sarei felise!!! Un abbraccio, alla prossima!

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  4. @Sylvia: sono contenta che l'abbia apprezzato. Erano tempi diversi, pieni di entusiasmo e di coraggio, con la voglia di trovare il bello nelle piccole cose; chissà, se tornassimo a leggere un po' di più il libro Cuore riusciremmo a ritrovare anche un pezzetto di quella nostra anima..

    @Tiziana: Bellissimo e toccante, non c'è che dire.. mi fa piacere non essere la sola a pensarla così!


    @Speedy: grazie e benvenuta anche qui! In realtà frequentavo già il tuo blog attraverso quello di cucina www.basilicoementuccia.blogspot.com, ma ho deciso di dare sfogo anche alla mia passione per la lettura!!

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  5. Adoro questo libro: l'ho letto alle medie, e l'ho riletto tante volte anche in tarda età...alcune volte potrebbe sembrare retorico, ma l'ho trovato sempre pieno di fascino un po' retro (d'altra parte, adoro anche Dickens, proprio per le stesse atmosfere che riesce a creare)...secondo me andrebbe davvero rivalutato, e soprattutto non relegato a letteratura per l'infanzia

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  6. Grazie, Geillis; pienamente d'accordo con te; giudicarlo puramente retorico vuol dire accostarsi a Cuore con sufficienza e superficialità. Come tutti i libri è lo specchio del suo tempo, un'Italia in germe che credeva nei valori. Assolutamente da rivalutare, e da leggere da adulti.

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  7. E io sono sempre felice di incontrare altre persone che come me l'abbiano apprezzato! Benvenuta!

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