lunedì 12 dicembre 2011

JOSEPH SHERIDAN LE FANU - Carmilla


DOVE: in un solitario castello nella Stiria austriaca
QUANDO: alla fine dell'800

Ammetto di non essere una cultrice del genere horror, fatta eccezione per quello classico. Per intenderci, quei racconti che sono stati scritti a lume di candela e che hanno la capacità di dare i brividi con le loro semplici atmosfere silenziose, fatte di fredde magioni isolate, di parchi avvolti in una nebbiolina pungente, di ombre che scivolano silenziose attraverso i corridoi bui. Ecco, Carmilla di Joseph Sheridan Le Fanu è proprio una di quelle storie; breve (non a caso, trovò spazio a suo tempo nella fantastica iniziativa editoriale della Newton, 100 pagine 1000 lire, impagabile per i lettori insaziabili come la sottoscritta! ^_^) eppure intensa, capace di risucchiarti nella solitudine dell'Austria di fine'800 dove - su una collina circondata dalla foresta - sorge il silenzioso Schloss in cui si svolge la vicenda. Laura, la giovane protagonista, figlia di un soldato dell'esercito austriaco ora in pensione, per metà inglese e per metà austriaca, vive qui le sue solitarie giornate, con la sola compagnia della governante e di uno sparuto gruppo di domestici. Malgrado la pittoresca poeticità del luogo, inevitabile per la giovane soffrire la solitudine; immaginate quindi la sua gioia quando, per uno di quei bizzarri scherzi che talvolta il destino gioca, si trovano ad ospitare nel loro castello una sconosciuta ed affascinante fanciulla, affidata alle loro cure da una madre ansiosa di riprendere quello che - a suo dire - è un viaggio d'importanza vitale. L'amicizia sboccia dunque tra le due giovani, sebbene Carmilla - questo il nome della giovane ospite - manifesti una certa languidezza dei movimenti e, ben presto, cominci a mostrare nei confronti della padrona di casa una certa ambigua attrazione ed un ardore quasi da innamorata. E come spiegare l'inquietante somiglianza della giovane con quel volto di donna apparso in un incubo piuttosto realistico a Laura moltissimi anni prima, provocandole un'inquietudine trascinatasi fino alla giovinezza? La bellezza e il fascino di Carmilla racchiudono forse un segreto?
Appassionante grande classico tra le storie di vampiri, che anticipa di vent'anni il Dracula di Bram Stoker. Se amate i silenzi dei boschi, le buie notte stellate, il cigolare dei chiavistelli e la tremula luce delle candele, questo è il racconto che fa per voi.

UN ASSAGGIO:

"La stanza che di solito usavamo come salotto è lunga, con quattro finestre, e guarda verso il lago e il ponte levatoio, cioè sul luogo dove è avvenuta la scena che ho appena descritto. E' arredata con mobili di legno di quercia, molti stipi intagliati e poltrone coperte di velluto rosso di Utrecht.Le pareti sono tappezzate di arazzi in cornici dorate, con figure a grandezza naturale, in costumi antichi e molto curiosi; rappresentano scene di caccia, di falconeria e di festeggiamenti. Ma non bisogna pensare che sia troppo solenne; anzi, è molto comoda ed è lì che prendevamo il tè perchè, per i soliti intenti patriottici, continuavamo a farci servire la bevanda nazionale insieme alla cioccolata ed al caffè.
Quella notte ci riunimmo lì, con le candele accese, parlando dell'avvenimento della serata.
La signora Perrodon e la signorina De Lafontaine erano con noi. La giovane straniera si era addormentata non appena aveva posato la testa sul cuscino; le due governanti l'avevano lasciata alle cure di una cameriera.
' Cosa ne pensate della nostra ospite?' chiesi appena la signorina entrà 'Ditemi di lei.'
'Mi piace moltissimo' rispose la governante 'Io credo che sia la creatura più graziosa che abbia mai visto; ha circa la tua età ed è molto carina e simpatica.'
'E' bellissima' intervenne la signorina Delafontaine che era entrata per un attimo nella camera della ragazza.
'E che voce dolce!' aggiunse la signora Perrodon.
'Avete notato una donna nella carrozza, dopo che l'avevamo raddrizzata, che non è mai scesa?' chiese la signorina Delafontaine 'Si è limitata a guardare dal finestrino.'
No, non l'avevamo vista.
Allora descrisse un'orribile donna vestita di nero, con un turbante in testa, che aveva guardato fuori dal finestrino per tutto il tempo, annuendo e sogghignando ironica verso le signore, con occhi lucenti e dilatati, e i denti stretti, come in preda all'ira."

lunedì 21 novembre 2011

FEDERICO DE ROBERTO - I Vicerè



DOVE: Catania, Sicilia


QUANDO: tra il 1850 e la fine dell'Ottocento, a cavallo dell'Unità d'Italia



Gente illustre, questi Uzeda. Fin dal loro antenato Lopez Ximenes, giunto in Sicilia dalla Spagna quale governatore dell'isola per conto dell'imperatore Carlo V e capostipite di una lunga stirpe di orgogliosi, austeri e bellicosi Vicerè - questo il nomignolo che la casata porta con sè da ben duecento anni. Orgogliosamente avvinghiata alle proprie rigidissime tradizioni nobiliari, attenta a mantenere la purezza del proprio sangue e l'integrità del proprio patrimonio attraverso un'oculatissima scelta - o più propriamente, pianificazione - dei matrimoni e delle "vocazioni" più o meno spontanee che indirizzano i cadetti verso la vita monacale. Nel lusso del loro palazzo catanese, più e più volte rimaneggiato nel corso degli anni dai precedenti inquilini, ciascuno dei quali ha sentito nel corso del tempo l'esigenza di aggiungere ali, aprire finestre e murare quelle esistenti, i principi di Francalanza godono beatamente della silenziosa venerazione del popolo, almeno fino a quando non ci mette lo zampino quel tumulto che, con la forza di un uragano, va propagandosi dal Regno di Piemonte lungo tutto lo stivale. E quando la fiamma della rivoluzione sbarca in Sicilia assieme alle camicie rosse garibaldine, perfino nella presuntuosa immobilità della loro antica casata qualcosa comincia a scricchiolare. Don Gaspare Uzeda, fratello del defunto principe Consalvo, trasportato dalla corrente della rivoluzione arriva perfino a diventare deputato presso il neonato Regno d'Italia, scatenando le ire della sorella Ferdinanda, zitellona avida e borbonica fin nel midollo, fiera snocciolatrice del proprio albero genealogico. E poi il benedettino don Blasco, collerico e a tratti blasfemo, anch'egli pronto a mutare direzione quando le nuove leggi impongono la chiusura dei conventi, mettendo fine a una certa pingue avidità di chi ha scelto la vita monacale non certo per vocazione. E il contino Raimondo, secondogenito eppure preferito dalla defunta Tereza Uzeda, la quale decise di dargli moglie scatenando così un pericoloso precedente in una famiglia dove tutto era stato sempre pianificato affinchè l'intero patrimonio restasse nelle mani del primogenito. Personaggi le cui vite s'intrecciano sotto il tetto dell'antico palazzo dei principi di Francalanza, tra ribellioni più o meno velate ai rigidi protocolli nobiliari, epidemie di colera, rancori mai sopiti, sottili rivalità ed una certa freddezza - al limite con l'odio di classe - verso chi entra a far parte, loro malgrado, della famiglia. Difficile anche stilarne in breve una trama, tanto molteplici sono le sfaccettature prese in esame, mentre sullo sfondo l'Italia nasce e muove lentamente i primi passi. Un affresco assolutamente straordinario - insieme, naturalmente, al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa - della Sicilia risorgimentale con le sue antiche radici nobiliari, il popolo bruciato dal sole, la dedizione al Re Borbonico e i dubbi verso una Roma tanto astratta quanto lontana.


UN ASSAGGIO:


"La principessa, da alcuni giorni, aveva lo stomaco rovinato, non digeriva più, si trascinava penosamente dal letto alla poltrona; e appunto perciò tutti gli altri convennero che bisognava metterla in salvo prima degli altri. Marito e moglie partirono dunque subito con lo zio e Baldassarre; gli altri restarono a preparare i carri della roba, giacchè questa volta, non andando in casa propria, bisognava portare letti, biancheria, tutte le cose di uso giornaliero. Nella notte tornò il maestro di casa per avvertire che l'alloggio era trovato, e il domani all'alba tutti scapparono dal Belvedere dove il colera già divampava. La casa, alla Viagrande, s'era trovata grazie alle relazioni ed ai quattrini del principe di Francalanza: nondimeno, era una catapecchia consistente in tre cameracce e due stanzini a pianterreno, povera abitazione d'un bottaio dove i Vicerè furono molto contenti di potersi ficcare. Grazie al nome di Uzeda, l'entrata in paese fu loro consentita quantunque venissero da un luogo infetto; ma, una volta dentro, il principe, il duca, don Blasco cominciarono a gridare che non bisognava lasciar passare nessun altro, se non si voleva la rovina della Viagrande. Infatti l'epidemia decimava non solamente la popolazione rimasta in città, dove si contavano fino a trecento morti al giorno e non c'era più consorzio civile, nessuna autorità, nè deputati nè consiglieri, nè niente, ma diffondevasi per la prima volta con violenza straordinaria nel Bosco scampato a tutte le altre invasioni coleriche: era al Belvedere, era a San Gregorio, Gravina, alla Punta, guadagnava le case sparse, non risparmiava i casolari perduti in mezzo alle campagne; e non soltanto i poveri diavoli morivano, ma le persone facoltose, i signori che s'avevano ogni sorta di riguardi; talchè la gente atterrita fuggiva da un paesuccio all'altro, come poteva, sui carri, a cavallo, a piedi; ma chi portava addosso il germe del male cadeva lungo i canali stradali, si torceva nella polvere e moriva come un cane: i cadaveri insepolti, cotti dal torrido sole estivo, esalavano pestiferi miasmi, mettevano il colmo all'orrore; e i fuggiaschi che arrivavano sani e salvi ai luoghi ancora immuni erano accolti a schioppettate dai terrazzani atterriti ...."

lunedì 14 novembre 2011

DANIEL PENNAC - La lunga notte del dottor Galvan


DOVE: Parigi, Clinica Universitaria Postel-Couperine
QUANDO: ai giorni nostri

Delizioso e breve racconto dello straordinario Pennac, che ci catapulta nella caotica e bizzarra notte di guardia del giovane dottor Galvan, discendente da una famiglia di medici "fin dai tempi di Moliere" e assorbito fino al limite dell'ossessione nel progetto di un biglietto da visita all'altezza della propria ambizione. E qui, al pronto soccorso della Clinica Postel-Couperine, in una nottata caotica di incidenti stradali, tentati suicidi, crisi asmatiche, ambulanze che ululando si arrestano vomitando fuori in fretta e furia una barella cigolante , fa la sua comparsa un paziente silenzioso ("Non mi sento tanto bene", questo tutto ciò che è in grado di dire), che dopo aver diligentemente atteso il proprio turno, vedendosi passare avanti tutte le classiche urgenze di una frenetica notte al pronto soccorso senza battere ciglio, crolla pesantemente sul pavimento, prima di manifestare uno dopo l'altro una sfilza di sintomi tanto complessi e discordanti da mettere in crisi non solo il giovane Galvan - distogliendolo perfino dalle sue ossessive fantasie sul proprio biglietto da visita - ma anche il chirurgo Angelin, l'urologo Saliege, lo pneumologo Verhaen e tutti i colleghi specialisti che, uno dopo l'altro, svegliatisi di soprassalto e buttati giù dalle loro brande, accorrono al capezzale del misterioso infermo, tentando di venire a capo del mistero.
Ma proprio quando tutto sembra perduto, l'abile colpo di penna di Pennac rimescola le carte, preparandoci ad un finale sorprendente.

UN ASSAGGIO:

"Era Domenica ed eravamo nel pieno della classica frenesia notturna: incidenti domestici, infezioni eruttive, suicidi abortiti, aborti mancati, sbronze comatose, infarti, attacchi epilettici, embolie polmonari, coliche nefritiche, bambini bollenti come pentole, automobilisti in polpette, spacciatori fatti a colabrodo, barboni in cerca di alloggio, donne picchiate e mariti pentiti, adolescenti fumati, adolescenti catatonici... Insomma, la tipica domenica notte al pronto soccorso, e per giunta con la luna piena. Tutta quella bella gente faceva il possibile per sottrarsi al lunedì mattina, e io come sempre iniettavo, otturavo, intubavo, cucivo, suturavo, sondavo, zaffavo, drenavo, medicavo, facevo partorire, qualche volta addirittura prevenivo e depistavo! Insomma, dispensavo. Ero un dispensario fatto persona. Sostituivo Pansard, Verdier, Samel, Desonge 'A Buon rendere, Galvan..' ' Lasciate stare, ragazzi, lo faccio volentieri.' (tutti baroni, oggi, quelli.)

lunedì 7 novembre 2011

ANTONIO SKARMETA - il postino di Neruda


DOVE: San Antonio, Cile
QUANDO: fine degli anni'60

Bizzarra la vita. Come quando pone fianco a fianco il più illustre poeta cileno ed un semplice pescatore, divenuto postino per necessità. Questa la storia di Mario Jimenez, che pedalando lungo le strade bruciate dal sole dei giugno intraprende il suo nuovo mestiere; perchè quando vivi a San Antonio, Isla Nigra, Cile, nel 1969 le alternative non sono molte, specialmente se sei un giovane con poca voglia di affrontare l'Oceano. Ma Mario possiede una bicicletta e sa leggere e scrivere - a differenza della maggior parte degli altri isolani - e questo gli consente di dare una svolta alla sua vita; perchè le lettere che custodisce nella sua sacca e che con zelo trasporta dall'ufficio postale al destinatario e ritorno appartengono addirittura a Pablo Neruda, che proprio qui, in un minuscolo centro di pescatori a Sud di Valparaiso, ha deciso di costruire il proprio rifugio. Per Mario, dal temperamento ardente e dalla spiccata sensibilità poetica, un'occasione d'oro per sollevarsi dalla semplice quotidianità di San Antonio, spiccando il volo - se vogliamo rubare la splendida analogia di un altro poeta, Baudelaire con il suo Albatros - lì dove solo i poeti possono osare.
E in quella straordinaria amicizia, nella quale il futuro Premio Nobel diviene confidente di uno squattrinato vissuto fino ad allora di espedienti, il giovane Mario troverà la forza per dichiarare il proprio amore (perchè dove altro, se non nell'Amore, la poesia può trovare la sua ispirazione) per la bellissima Beatriz, figlia della locandiera del paese, malgrado la mamma di lei si opponga all'idea di legare la propria figlia ad uno scapestrato che vive di spiccioli e metafore.

Una storia d'amore, amicizia, di sogni e possibilità, cui fa da sfondo il rumore dell'Oceano, che sulle semplici vite di Isla Nigra veglia come ha sempre vegliato.

UN ASSAGGIO:

"Ciò che non ottenne l'Oceano Pacifico con la sua pazienza simile all'eternità, lo ottenne il semplice e dolce ufficio postale di San Antonio: Mario Jimenez non solo si alzava all'alba zufolando, il naso sgombro e gagliardo, ma aggrediva il suo compito con tanta puntualità che il vecchio funzionario Cosme gli affidò la chiave dell'ufficio, caso mai si fosse deciso, una volta tanto, a compiere un'impresa da tanto sognata: dormire al mattino così a lungo che fosse già l'ora della siesta, e concedersi una siesta tanto lunga che fosse già l'ora di andare a letto, e andando a letto dormire così bene e profondamente da sentire il giorno dopo quella voglia di lavorare che Mario irradiava, e che Cosme ignorava meticolosamente.
Con il primo stipendio, pagato come si usa in Cile con un mese e mezzo di ritardo, il postino Mario Jimenez acquistò i seguenti beni: una bottiglia di vino Cousino Macul Antiguas Reservas per suo padre; un biglietto d'ingresso al cinema, grazie al quale si gustò West Side Story, inclusa Natalie Wood; un pettine d'acciaio tedesco al mercato di San Antonio, da un ambulante che lo offriva accompagnandosi col ritornello "La Germania ha perso la guerra ma non l'industria. Pettini inossidabili marca Solingen"; nonchè l'edizione Losada delle Odi Elementari del suo cliente e vicino Pablo Neruda.

venerdì 7 ottobre 2011

UN PICCOLO SOGNO... REALIZZATO! ^_^






Ci insegnano - da piccoli - che vale la pena sognare. Ci imbottiscono di favole, di canzoncine, di fate, folletti e incantesimi; e poi, tutt'a un tratto, qualcuno ti dice che è ora di aprire gli occhi, affrontare la realtà "degli adulti" e rendersi conto che quei sogni, sono fatti per essere accantonati.
Eppure talvolta, la vita nelle sue imprevedibili capriole ci apre gli occhi e ci spinge a provare. Dopotutto, quando hai il cassetto e la testa piena di racconti, e il web offre tanti concorsi letterari per esordienti, c'è ben poco da perdere a buttarsi.

Ed è con immenso orgoglio che approfitto di questo mio spazio per presentare il risultato: la mia prima ( e spero non ultima!) favola pubblicata! ^_^
Ringrazio di tutto cuore la BUTTERFLY EDIZIONI per la splendida opportunità, e colgo l'occasione per segnalare a chiunque fosse interessato di tenere d'occhio il loro blog e il concorso Parole di Carta, destinato agli scrittori esordienti...
Qui trovate il catalogo degli autori, mentre cliccando sull'immagine della copertina potrete accedere alla pagina dedicata alla trama del libro.

E se vorrete leggerlo, e farmi avere la vostra opinione in merito, ne sarei davvero felice ^_^ .


“Qualunque cosa tu possa fare, qualunque sogno tu possa sognare, comincia. L’audacia reca in se genialità, magia e forza. Comincia ora.”

Johann Wolfgang Göethe




PS: Penso sia giusto linkare qui anche questo video di Max Rambaldi, la bravissima illustratrice (qui il suo sito web) che ha realizzato la copertina del libro... non so voi, ma a me fa impazzire...

lunedì 5 settembre 2011

JOHN RONALD REUEL TOLKIEN - Lo Hobbit

DOVE: Nella Terra di mezzo
QUANDO: Durante la Terza Era

Premetto di avventurarmi nella stesura di questo post con un tantino di timore; non essendo infatti io letteralmente un'esperta nè una cultrice del genere fantasy - ed avendo, però, in più di una occasione potuto toccare con mano il mondo degli appassionati del genere, e di Tolkien nello specifico - sono consapevole che quanto scriverò potrà risultare superficiale, a molti di loro.
Eppure, dico la verità, a me il genere proprio non dispiace. Sarà che - come ripeto e ripeto fino alla nausea - per me leggere è soprattutto viaggiare, ci sono dei momenti in cui incontrare strada facendo un paio d'elfi e perchè no, qualche hobbit può essere davvero piacevole. Come ripeto, non ho una vastissima conoscenza del genere, mi limito a qualcosa di Marion Zimmer Bradley, Eragorn di Paolini e, soprattutto Tolkien. Il Signore degli Anelli è tra i libri che preferisco, ricordo di averlo divorato in uno sfortunato inverno in cui, a casa dei miei genitori, la caldaia faceva le bizze e mi sono rifugiata per qualche ora, ben avvolta in un plaid di lana, di fronte al caminetto acceso. Davvero pittoresco, devo dire ^_^.
Perchè, dunque, non dedicare uno spazio proprio a lui? E, pensando a tutti quelli che, di fronte alle dimensioni massicce del Signore degli Anelli spalancano tanto d'occhi dicendo "No no no.... a me il genere proprio non piace, e poi tutte quelle pagine...", io rispondo: volete "assaggiare" lo stile di Tolkien? Provate allora con lo Hobbit, e non ve ne pentirete.
Gli ingredienti sono davvero intriganti: siamo infatti nella tranquilla Contea, abitata da quelle creaturine pacifiche e per nulla avventurose che sono gli Hobbit. Bilbo Baggins, questo il nome del nostro protagonista, che in una tranquilla giornata di sole splendente vede venirgli incontro, nella austera persona del potente mago Gandalf, un'avventura che finirà per stravolgere la sua esistenza (e, per tutti quelli che conoscono il Signore degli Anelli: ben più della sua sola esistenza): recuperare l'immenso tesoro che il feroce drago Smaug custodisce nel cuore più profondo della Montagna Solitaria. Con lui, ben tredici nani battaglieri, capeggiati dal famosissimo Thorin Scudodiquercia, assieme ai quali il timoroso piccolo Hobbit si troverà ad affrontare Orchi, Montagne Nebbiose, minacciosi Vagabondi e perfino quel bizzarro, maligno Gollum che anche chi non avesse letto Tolkien ha ben in mente per averlo visto di sfuggita sogghignare dal trailer della trasposizione cinematografica.
Il piccolo e pacifico Hobbit, trascinato suo malgrado lontano dalla verde tranquillità della Contea, attraverso le gole spigolose e solitarie della Montagna si scoprirà tutto sommato un'animo piccolo sì, ma battagliero e tenace, capace di tener testa perfino alle sibilanti insidie di Gollum, alla furia bestiale degli Orchi, alle minacce del verde e silenzioso Bosco Atro, pur di ritornare sano e salvo nel tepore e nella serenità della sua confortante casetta. Tutto intorno, le silenziose foreste in cui dimorano gli Elfi, le loro piccole scaramucce coi nani, le maestose Aquile, i minacciosi Mannari che incendiano la foresta per stanare i piccoli visitatori... e mille altri personaggi e luoghi, in un continuo mutare di paesaggi, passo dopo passo, man mano che si segue la mappa.
Dritti nel cuore della Montagna e ritorno (il titolo originale è proprio "There and Back Again"), attraverso un'avventura mozzafiato che si lascia leggere una pagina dopo l'altra, fino alla conclusione. Che poi, a ben vedere, non è che l'inizio.... Ma questa, è un'altra, lunga storia.

UN ASSAGGIO:
"Buon giorno!" Disse Bilbo; e lo pensava veramente. Il sole brillava e l'erba era verdissima. Ma Gandalf llo guardò da sotto le lunghe sopracciglia irsute ancor più sporgenti dalla tesa del suo cappello.
"Che vuoi dire?" disse "Mi auguri un buon giorno o vuoi dire che è un buon giorno che mi piaccia o no; o che ti senti buono, quest'oggi; o che è un giorno in cui si deve essere buoni?"
"Tutto quanto" disse Bilbo " E' un bellissimo giorno per una pipata all'aperto, per di più. Se avete una pipa con voil, sedetevi e prendete un po' del mio tabacco! Non c'è fretta, abbiamo tutto il giorno davanti a noi!" E Bilbo si sedette su un sedile accanto alla porta, incrociò le gambe e fece un bell'anello grigio di fumo che salì in aria senza rompersi e si librò sopra la collina.
"Graziosissimo!" disse Gandalf "Ma stamattina non ho tempo di fare anelli di fumo. Cerco qualcuno con cui condividere un'avventura che sto organizzando ed è molto difficile trovarlo."
"Lo credo bene, da queste parti! Siamo gente tranquilla e alla buona e non sappiamo che farcene delle avventure. Brutte, fastidiose, scomode cose! Fanno far tardi a cena! Non riesco a capire cosa ci si trovi di bello!" Disse il nostro Bilbo Baggins, e infilati i pollici sotto le bretelle fece un anello di fumo ancora più grande. Poi tirò fuori la posta del mattino e cominciò a leggerla, ostentando d'ignorare completamente il vecchio. Aveva deciso che non era proprio il suo tipo e voleva che se ne andasse. Ma il vecchio non si mosse. Stava fermo, appoggiato al suo bastone, fissando lo Hobbit senza dire niente, finchè Bilbo si sentì a disagio e anche un po' seccato.





venerdì 19 agosto 2011

GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA - Il Gattopardo


DOVE: Sicilia
QUANDO: 1860

Nella Sicilia assolata, nel cuore di quel 1860 che vede l'Italia - tutta, indistintamente, da Nord a Sud - attraversata dalla febbre del Risorgimento: è qui che ci trasporta Il Gattopardo, che con la delicatezza di un acquerello dipinge la rivoluzione vista attraverso lo struggente punto vi vista di chi vede il lento disfacimento della propria antica casata e del ceto nobiliare intero, sopraffatto dalla crescente forza della borghesia.
E qui, nella sfarzosa tenuta dei principi di Salina, avviluppata nel suo giardino odoroso di menta e zagare, silenziosamente assorta nella quotidiana recita del Rosario, incontriamo il principe Fabrizio - orgoglioso rappresentante di quella "casta" che malvolentieri accetta l'idea del proprio tramonto - e suo nipote Tancredi, giovane infiammato dagli ideali garibaldini che proprio tra le fila dei Mille ha scelto di schierarsi, in aperto conflitto con lo zio.
E mentre l'Italia scossa dall'impeto della rivoluzione si trasforma, sotto le rigide volte di Casa Salina si instaura una strenua - e sempre più debole - resistenza, perfino sotto il profilo culinario, quando il Principe rifiuta, nei suoi ricevimenti, di assecondare l'usanza barbara di incominciare un pasto con una "brodaglia", preferendo al nordico potage un ben più opportuno timballo di maccheroni. E tra devoti pellegrinaggi al Monastero di Santo Spirito - che accoglie la pia salma della Beata Corbera, antenata dei Salina, tra lussuosi e mondanissimi balli (occasione, negli intervalli di respiro lasciati dai "fattacci" della rivoluzione, per incontrarsi e congratularsi di esistere ancora), amori che sbocciano, i paesaggi riarsi dal sole, la nobile casata scivolta lenta e dignitosa incontro al suo tramonto, mentre il cuore della neonata Italia si avvia a pulsare di nuova vita.

UN ASSAGGIO:

"Primo (ed ultimo) di un casato che per secoli non aveva mai saputo fare neppure l'addizione delle proprie spese e la sottrazione dei propri debiti, possedeva forti e reali inclinazioni alle matemariche; aveva applicato queste all'astronomia e ne aveva tratto sufficienti riconoscimenti pubblici e gustosissime gioie private. Basti dire che in lui orgoglio e analisi matematica si erano a tal punto associati da dargli l'illusione che gli astri obbedissero ai suoi calcoli (come di fatto sembravano fare) e che i sue pianetini che aveva scoperto (Salina e Svelto li aveva chiamati, come il suo feudo e un suo bracco indimenticato) propagassero la fama della sua casa nelle sterili plaghe fra Marte e Giove e che quindi gli affreschi della villa fossero stati più una profezia che un'adulazione.
Sollecitato da una parte dall'orgoglio e dall'intellettualismo materno, dall'altra dalla sensualità e dalla faciloneria del padre, il povero Principe Fabrizio viveva in perpetuo scontento pur sotto il cipiglio zeusiano e stava a contemplare la rovina del proprio ceto e del proprio patrimonio senza avere nessuna attività ed ancora minor voglia di porvi riparo."